L'equivoco - capitolo 6 - Nora
di
Alex 88
genere
sentimentali
Nora è ormai pronta per l'università, ma il distacco per Alessandro non sarà semplice, specie poi se Chiara torna a mettere ancora una volta scompiglio nella sua vita.
Capitolo 6
Nora
Anna come sono tante
Anna permalosa
Anna bello sguardo
Sguardo che ogni giorno perde qualcosa
Se chiude gli occhi lei lo sa
Stella di periferia
Anna con le amiche
Anna che vorrebbe andar via…
-Papà…, ancora con Dalla? – mi chiese, entrando, Nora
- Ehi, piccola mia, tutto bene? – aveva lo stesso sguardo di sua madre
- Mi spieghi che ci fai tutto solo, al buio, qui in salotto? – mi chiese prima di accendere la luce
- Ma niente; pensavo… - minimizzai abbozzando un sorriso. Ma i miei occhi arrossati sicuramente tradivano le mie parole.
- Alla mamma? – mi chiese scrutandomi con gli stessi occhi indagatori della mia bellissima Anna.
- Sempre – le dissi abbozzando un tiepido sorriso mentre mi sistemavo meglio sulla poltrona.
- Papà…
- Dimmi, piccola mia!
Quel discorso rimase sospeso a mezz’aria, come molti nostri dialoghi ultimamente. Nora si accoccolò sulle mie gambe, appoggiando la testa sul mio petto. Accarezzarle la fronte fu semplice e automatico, qualcosa che risaliva ai tempi in cui si sbucciava ancora le ginocchia e Anna le disinfettava le ferite per poi metterle un cerotto. Anche allora Nora preferiva affrontare la cosa affondando il viso nel mio petto, protetta nel caldo tepore del mio abbraccio. Erano passati cinque anni da quando Anna ci aveva lasciati, e non c’era abbraccio con cui avrei potuto lenire il suo dolore… e men che meno il mio.
- Hai fatto le valige? – le sussurrai giocherellando coi capelli della sua fronte.
- Le farò.
- Nora…
- Ti dico che le farò! – controbatté subito mia figlia, alzandosi e voltandosi a fissarmi con quei suoi grandi occhi screziati di verde. Non si poteva certo dire che mancasse di carattere. Eppure c’era qualcosa che la bloccava. Ne ero sicuro.
- Nora, a papà, - le chiesi riprendendo a coccolarmela forte al petto - mi dici che c’è che non va?
- È che…
Le lasciai un attimo per elaborare i pensieri, come quando era piccola. Chissà perché il suo tono era lo stesso di quando veniva beccata a fare qualche guaio.
- Papà?
- Dimmi, angelo mio.
- Tu che farai?
- A che proposito?
- Lo sai a che proposito - mi disse alzando gli occhi al cielo prima di fissare lo sguardo nel mio.
- Nora, ne abbiamo già parlato: sei stata così brava, hai passato il test d’ingresso per Chimica e Tecnologie Farmaceutiche al primo colpo (non che nutrissi dubbi al riguardo). Vuoi mandare tutto in fumo?
- Ma come pretendi che parta tranquilla sapendoti qui da solo su questa poltrona?
- Nora, ascolta…
- No, papà, ascoltami tu: sono cinque anni che la mamma è morta e…
- …e che cosa, Nora, cosa? Ti prego, non ho proprio voglia di litigare con te a due giorni dalla tua partenza per i pre-corsi estivi.
- Ma come pretendi che io possa… - gli occhi le si velarono di lacrime. La mia bellissima bambina. La baciai forte sulla fronte. Ero così preso dal mio lutto da non aver notato l’enorme fardello che gravava sulle sue spalle.
- Vieni qui – le dissi stringendomela ancora una volta forte al petto.
- Promettimi che non ti preoccuperai per me. Studia e divertiti. Papà starà bene. Vent’anni arrivano solo una volta nella vita e durano pochissimo; un battito di ciglia.
- Ancora con ‘sti discorsi ‘Pa…
- Sì, cuore mio. Vent’anni sono…
Non ebbi modo di terminare il discorso. Un trillo al portone d’ingresso m’aveva già tolto d’impaccio.
- Chi sarà mai? – chiese Nora sorpresa
- Non saprei proprio.
le risposi alzando le spalle. Ed era vero. Perché mai e poi mai avrei immaginato di incrociare di nuovo quel volto in vita mia. Erano passati quasi vent’anni…
Lì, nel freddo schermetto LCD del videocitofono, infatti, apparve il fantasma d’un mio amore passato.
Chiara.
La porta dell’androne scattò con un ronzio sommesso. Nora rimase piantata al centro del salotto, con le braccia conserte e lo sguardo affilato di chi avverte un pericolo ancora prima di vederlo. Se fosse un gatto le si drizzerebbe il pelo, pensai divertito. Risalii a passo lento il corridoio, il cuore che batteva a un ritmo strano, disordinato. Quando aprì la porta di casa, la trovai già sul pianerottolo, illuminata dalla fioca luce della lampada.
-Alessandro… -disse piano.
Aveva i capelli leggermente più corti, arruffati, e l’aria di chi è stato per più di una buona mezz’ora a tentennare sotto la pioggia prima di decidersi a suonare.
Un filo di trucco, sfumato male sotto gli occhi, contribuiva e donarle quell’aria stanca, quasi lillipuziana rispetto al ricordo imponente che ne conservavo. Il tempo era passato anche per lei, levigando non poco quell’arroganza luccicante con cui quasi vent’anni prima, di ritorno da Valencia, mi aveva liquidato sul marciapiede di casa sua.
La pioggia prese a picchiare forte sui vetri del soggiorno.
-Chiara - mormorai, appoggiando una mano allo stipite. - Che… che cosa ci fai qui?
-Ero… ero in città per un lavoro di consulenza… - mi rispose impacciata - Passavo qui sotto… ho visto la luce accesa… Non sapevo dove altro andare, Alessandro. Ho provato a chiamarti ma… il tuo numero non era più lo stesso. Francesca mi ha detto che…
-Ovviamente - risposi con una neutralità che sorprese persino me stesso.
I capelli bagnati le si erano appiccicati alle guance. Indossava un cappotto troppo elegante per quella tempesta e aveva lo stesso sguardo smarrito di quella notte a Valencia. Vent’anni fa.
-Sai Ale, con lui… con lui è finita - disse prima ancora che la invitassi a entrare. All’improvviso mi venne in mente quella vecchia canzone dei Tiromancino: La descrizione di un attimo. A quanto pare, anche se ne è passato di tempo, certe dinamiche sono difficili a morire.
- Chi è papà? Chiese Nora sbucando dall’alto della mia spalla sinistra e marcando con una precisione chirurgica quel “papà. Chiara mi guardò interdetta.
-Papà? – soggiunse sorpresa
- Ti presento mia figlia, Nora, - le dissi scostandomi e esortando Nora con lo sguardo affinché le stringesse la mano.
- Nora, questa è Chiara, una vecchia amica di papà.
A quanto pare, a giudicare dallo sguardo che rivolse a entrambi, avevo appena chiesto a mia figlia un doppio carpiato in volo. Nora sembrò soppesare per bene la nuova arrivata, rivolgendole uno sguardo obliquo impossibile da dissimulare. Chiara, dal canto suo, provò a sfoggiare uno dei suoi soliti sorrisi smaglianti, ma la rigidità di mia figlia la congelò a metà.
-Piacere, Nora. Io sono Chiara. Lasciatelo dire, somigli molto a tuo padre… anzi no, hai gli occhi diversi!
-Ho gli occhi di mia madre. - tagliò corto Nora, fredda come una lama di ghiaccio.
-Ma che facciamo qui sulla porta? Entriamo dentro o ti buscherai un malanno! - dissi prima di incrociare lo sguardo inviperito di mia figlia. Giuro d’aver visto gattini arruffati con sguardi meno arcigni di quello che Nora rivolse a Chiara.
-Ti… ti prendo un asciugamano - dissi rompendo quel silenzio di cristallo che rischiava di andare in frantumi al primo respiro profondo. - anzi, perché non vai direttamente di là, in bagno, così ti dai una ripulita? Mi sembri bella zuppa; che dici Nora, fai tu gli onori di casa?
-Sì - rispose Nora con lo stesso entusiasmo di un condannato a morte, mentre faceva strada a Chiara. La tensione in casa si poteva quasi masticare. Nora tornò subito ad appostarsi sullo stipite della cucina come una sentinella al fronte, le braccia serrate al petto e il mento alto. Le si leggeva in faccia quanto fosse in cerca di risposte.
- Chiara è una vecchia amica di papà – precisai sostenendo il suo sguardo.
-Questo l'ho capito – continuò lei infastidita – quello che non mi è chiaro è che cosa ci faccia qui da noi.
- Non lo so, va bene – le risposi fissando il suo volto imbronciato – e smettila con questo atteggiamento, signorinella; tua madre e io non ti abbiamo cresciuta perché ti comportassi in questo modo. È chiaro? Ora fa la brava e porta qualcosa d'asciutto alla nostra ospite.
-Non vorrai che le dia uno dei vestiti della mamma? - mi rispose Nora, con la voce che le tremava appena, come se le avessi chiesto di profanare un tempio. Quella frase mi colpì dritto allo stomaco, asciugandomi la gola. Il ricordo di Anna non era una reliquia da preservare sotto una teca di vetro, ma per Nora l'armadio di sua madre restava un territorio sacro, intoccabile.
-No, Nora, ci mancherebbe altro,- le risposi addolcendo subito il tono e appoggiandole le mani sulle spalle.
-Cerca solo una tua felpa larga e un paio di pantaloni della tuta. Qualcosa di semplice. Per favore.-
Mia figlia mi fissò per un istante infinito, cercando nei miei occhi una traccia di resa o di tradimento. Poi sbuffò, alzando le braccia al cielo, e sfilò lungo il corridoio a passi pesanti. Pochi secondi dopo, Chiara riemerse dal bagno. Si era asciugata i capelli alla men peggio con un asciugamano piccolo, ma le gocce d'acqua le bagnavano ancora il colletto del cappotto. Sembrava minuscola, spogliata di quella patina di perfezione che ricordavo.
-Scusami, Alessandro... forse non è stata una buona idea, - mormorò guardandosi i piedi. - Nora mi sembra... risentita. Non volevo disturbare. -
-Nora sta solo attraversando un momento difficile. Lo stiamo passando entrambi, e poi il fatto che stia per partire per l'università beh... diciamo che non è d'aiuto, ecco.”- dissi indicandole il divano. La seta della camicetta le aderiva sul corpo ansante come una doppia pelle. Bizzarro – pensai – non è la prima volta che guardo una camicia di seta bagnata dalla pioggia; il mio pensiero andò subito ad Anna e a quell’improbabile passaggio a casa. Una vita fa. Chiara seguì il mio sguardo. Il suo collo era ancora bello come me lo ricordavo.
-Siediti, Chiara. Ormai sei qui.
Proprio in quel momento Nora tornò, ripiegando con cura teatrale una felpa grigia e un paio di pantaloni neri per poi appoggiarli sul bracciolo della poltrona, il più lontano possibile da Chiara.
-Tieni. Spero ti vadano bene, - disse senza guardarla negli occhi.
-Grazie, Nora. Sei davvero molto gentile,- rispose Chiara con un sorriso timido, quasi intimidita dalla fermezza di quella ventenne.
- Ti fermi a cena da noi, vero? - Le chiesi intromettendomi in quel gioco di sguardi che tanto ricordava un litigio tra gatti. – stasera c’è uno dei miei cavalli di battaglia: fettine panate di petto di pollo e insalata.
Nora mi guardò come se le avessi appena calpestato la casa delle bambole con una schiacciasassi.
-Vado a finire le valigie, - annunciò Nora rivolgendosi solo a me, marcando ogni sillaba. Il “Papà, noi parliamo dopo.” Rimase sottointeso, sebbene rimarcato dallo sguardo che mi rivolse prima di sparire nella sua camera.
La pioggia fuori non sarebbe stata l'unica tempesta da affrontare quella notte. Chiara invece, uscita dal bagno con indosso quel cambio pulito, prese a muoversi con l’aria smarrita di chi capisce di essere piombata in un santuario di cui non conosce i riti, ma appoggiando le spalle allo stipite della cabina armadio soggiunse.
— Non... non so come uscirne.
La guardai ed ebbi un istante di pura pena. Sembrava così piccola, così irrisolta, così smarrita. Prese a raccontarmi la storia che, in fondo, sapevo già. Parlava dei suoi errori, delle sue decisioni sbagliate, della sua solitudine fusa da libertà. Poi si guardò intorno, posando gli occhi sulle foto e sui disegni di Nora attaccati al frigo con dei magneti: la traccia viva di una vita che non le apparteneva.
— Sai , Ale, se… se fossi una donna capace di tornare... è qui che tornerei! – riprese a dirmi mentre continuava a guardarsi intorno. — Con te ero io la più forte. È innegabile!
La guardai, sostenendo, per la prima volta, il suo sguardo con facilità, poi il petto di pollo richiamò la mia attenzione. Non esisteva ne in cielo che in terra che sbagliassi un piatto tanto semplice per colpa di quella frase. Mi chiesi se percepiva anche lei la presenza di Anna in tutte quelle piccole cose, nello stesso modo in cui gli oggetti erano disposti in cucina. Un po’ come in quella canzone di Baglioni: Mille Giorni di te e di me.
…Chi ci sarà dopo di te
Respirerà il tuo odore
Pensando che sia il mio…
Non risposi. Mi limitai a guardarla in silenzio, sentendo dentro di me un vuoto siderale. Chiara cercava il ragazzo di un tempo, ma di quel ragazzo non era rimasto più nulla. L'uomo che aveva di fronte era stato plasmato dal coraggio di Anna, dal profumo dei suoi capelli, dalla sua assenza che faceva ancora tremare le pareti. E forse avrei dovuto controbattere con quello che avevo dentro, ma il pollo era pronto, l’insalata anche. Era ora di mettersi a tavola.
Cenammo insieme. Nora divorò ogni cosa in silenzio. Assente. O almeno così pensavo.
- E… quanti anni hai? – le chiese Chiara nel disperato tentativo di fare conversazione.
- Diciannove.- rispose Nora asciutta
- Diciannove? Hai già scelto l’Università?
- Chimica e Tecnologie Farmaceutiche – risposi io tranquillo mentre Nora mi guardava come se avessi spiattellato il suo segreto più prezioso.
- Ah, C.T.F.! – riprese Chiara colpita – pensavo avresti scelto Farmacia come il tuo…
- Come la mamma! – soggiunse Nora senza mezzi termini. Potevo vedere le fiamme divampare nei suoi occhi.
- Anna – rifletté Chiara con rispetto – tua madre era una grande donna – aggiunse poi mentre giocherellava con la sua insalata. – Mi… ci ha insegnato molto. Non è vero Ale? Ti ricordi le sue lezioni sui complessi di coordinazione e le orobitali T.A.S.O.?
A Nora gli occhi si velarono subito si lacrime. Si sbrigò a ripulire il piatto e mi guardò. Non aspetto un cenno da parte mia, la vidi congedarsi da tavola in silenzio. Ferita. Il rumore della porta della sua camera che si chiudeva con un clack asciutto risuonò per tutta la casa come un verdetto. Restammo soli. Il silenzio in cucina diventò d'un tratto assordante, interrotto solo dal ticchettio costante della pioggia contro le finestre. Chiara tenne la forchetta a mezz’aria per qualche secondo, congelata nell'istante in cui si era resa conto dell'errore. La fiammella di quella spavalderia nostalgica si era spenta del tutto.
-Ho… ho detto qualcosa di sbagliato, vero? - mormorò a voce bassissima, senza avere il coraggio di guardarmi negli occhi.
-Chiara,- dissi, e la mia voce suonò più stanca di quanto avrei voluto. – Non so dirti se tu abbia detto qualcosa di sbagliato o meno, ultimamente con Nora le cose non sono sempre facili, ma una cosa la so: Anna non è un semplice argomento d'esame. Anna è e sarà sempre sua madre. È stata la donna con cui ha riso, pianto e vissuto fino a cinque anni fa. Sentirtela citare come se fosse un vecchio appunto di chimica preso all'università vent'anni fa… le fa male. E, a essere sincero, fa male anche a me. -
Chiara sfilò le mani dal tavolo e se le mise sulle ginocchia, affondando nella felpa grigia di Nora che le cadeva enorme sulle spalle. Sembrava una bambina capitata per sbaglio nella casa degli adulti.
-Mi spiace, Ale. Io… io volevo solo trovare un punto di…
- Chiara, - le dissi fissandola negli occhi – ora che siamo soli me lo dici una buona volta che cosa ci fai qui?
La mia voce, lo ammetto, era più dura di quanto dovessi.
- Ora come ora, a essere del tutto sincera, non lo so più neanch'io che cosa ci faccio qui. Diciamo che mi mancavi va bene? Mi mancava il mio amico…
- Ancora con questa storia dell'amico – le dissi riaccogliendo il piatto di Nora dal tavolo. Era pulito, ma l'impronta delle sue dita sulla ceramica sembrava ancora calda. – Mi sembra di avertelo già detto, Chiara, io e te non siamo amici. Non lo siamo mai stati. Credevo che dopo tutti questi anni la cosa fosse chiara a entrambi. Sbaglio?
Si ammutolì. Il silenzio si fece più denso di quello che ci separò su quel marciapiedi vent'anni prima.
…Ma dimmi tu dove sarà, dov'è la strada per le stelle…
Poi si alzò.
-Credo sia stato un errore venire qui, stasera. Meglio se…
-Resta – aggiunsi stanco – Sta piovendo a dirotto. Dove vuoi andare sotto questo tempaccio? – le chiesi mentre cominciavo a sistemare i piatti nel lavello e aprendo il rubinetto. L'acqua calda cominciò a scorrere, creando una nuvola di vapore tra di noi.
-Nora sta partendo. – soggiunsi mentre lavavo i piatti- Sta lasciando questa casa e me per la prima volta. È spaventata, è in lutto e si sente in colpa perché pensa che lasciandomi solo io mi lasci andare. E poi arrivi tu, dal nulla, a rievocare tempi che non le appartengono.
Chiara si alzò lentamente dalla sedia. La sentii avvicinarsi di qualche passo, il rumore dei calzini sul parquet, il suo profumo che cercava di farsi spazio tra l'odore del pollo e del vapore.
-E tu, Ale? - mi chiese piano, posando lo sguardo sulla mia schiena piegata sul lavello. - Tu ti lascerai andare?
Mi bloccai con la spugna in mano.
-Dormi sul divano, - le dissi, voltandomi a guardarla. Era così strana nella felpa di Nora. Chiara non ribatte, si limitò a guardare la pioggia da dietro i vetri della finestra. L'acqua calda riprese a scorrere, riempiendo la cucina di vapore.
-C'è una coperta nell'armadio del corridoio. Domattina, quando ti svegli, la pioggia sarà passata e potrai riprendere la tua strada.
-Ale...
-Ora scusami, Chiara, ma devo andare da mia figlia.
Non aspettai una sua risposta. Mi asciugai le mani nello strofinaccio e mi avviai lungo il corridoio, lasciandomi alle spalle la cucina, Chiara e i fantasmi di un tempo che non mi apparteneva più. Mi fermai davanti alla porta di Nora. Dalla fessura sotto il legno non filtrava alcuna luce, ma il silenzio che arrivava da dentro era troppo denso per essere quello di chi sta dormendo. Bussai piano, due colpi leggeri con le nocche.
-Nora? Sono io. Posso entrare?
Nessuna risposta. Solo il suono sommesso della pioggia contro i vetri alla finestra. Abbassai la maniglia con delicatezza e spinsi la porta. La stanza era immersa nella penombra, illuminata solo dal bagliore fioco dei lampioni di strada che attraversava le tende. La valigia grande era aperta sul letto, riempita solo a metà, e Nora era seduta per terra, di schiena, appoggiata all’anta dell'armadio, con le ginocchia tirate al petto.
Mi avvicinai a passi lenti, mi calai al suo fianco e mi sedetti sul pavimento di legno, proprio come facevo quando era bambina e il mondo le sembrava troppo grande per essere affrontato da sola.
-Se ne va domattina, - le sussurrai piano, guardando il vuoto davanti a noi. Nora non si mosse, ma la sentii tirare su col naso.
-Non mi importa di lei, papà,- mormorò con la voce incrinata, senza voltarsi. -Mi importa di te. Mi importa del fatto che basti un temporale e una faccia dal passato per farti riaprire certe ferite.
-Quali ferite?
- Non prendermi in giro papà, sai benissimo quali. Vedessi con che faccia l'hai guardata non appena hai aperto quella maledetta porta.
- Sentimi bene Signorinella, - le dissi afferrandole il viso tra le mani -Tu sai quanto mi piaccia quel vecchio film: “V per vendetta”…
- Da piccola lo guardavamo in continuazione – aggiunse Nora con tono piatto
- Hai presente la scena della cella, giusto?
Nora non mi rispose, si limitò a un piccolo cenno con la testa.
-Mi ero sempre chiesto il significato di una frase in quella scena, ma da quando è morta tua madre il significato di quella frase mi è chiaro come non mai: “ma per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno.”. Beh io per dieci anni ho avuto la possibilità di amare tua madre, l’Amore della mia vita e non ho rimpianti. Farti da padre è il regalo più bello che potesse farmi; il tempo stesso che ho passato al suo fianco è stato un dono, un privilegio, e la donna lì, in cucina, non è che una vecchia conoscente. Nulla più: lo spettro d'un amore perduto che si discioglierà come neve al sole ai primi, timidi bagliori dell'alba.
L'abbracciai forte a me. Quel pomeriggio era stato tutto un abbracciarsi di continuo. La pioggia batteva sui balconi.
- E domani?
- Ci penseremo domani. Adesso mettiti a dormire.
Le rimboccai le coperte con gli stessi gesti lenti di quando aveva otto anni e la paura del buio le impediva di chiudere gli occhi. Nora non protestò; si rannicchiò sotto il piumone, appoggiando la guancia al cuscino con un lungo, esausto sospiro.
-Buonanotte, papà- mormorò con la voce già impastata dal sonno.
-Buonanotte, cuore mio.
Le lasciai un bacio tra i capelli ed uscii dalla stanza, accostando la porta senza fare rumore.
Nel corridoio regnava il buio. La luce della cucina era spenta, ma un fioco bagliore bluastro proveniva dal salotto: la televisione accesa con il volume a zero. Chiara era lì, rannicchiata sul divano sotto la coperta di lana che le avevo lasciato. Il profilo del suo viso, illuminato dai lampi intermittenti dello schermo, sembrava distante anni luce, come una fotografia sbiadita ritrovata in fondo a un cassetto impolverato. Prima di andare in camera, passai a prendere un bicchiere d'acqua in cucina. Quando tornai Chiara non era sdraiata sul divano: era seduta sul bordo, a piedi nudi, la felpa di Nora che le scivolava su una spalla lasciando scoperta la pelle. La luce fioca dei lampioni di strada le disegnava un profilo malinconico. Sentendomi arrivare, non trasalì. Si alzò lentamente e mi sbarrò il passo nel corridoio.
-Non riesco a dormire, Ale,- disse a voce bassissima, un sussurro destinato solo a me.
- Prova a chiudere gli occhi, Chiara. La giornata è stata lunga per tutti!
Fece un passo verso di me, annullando la distanza. C'era un'urgenza disperata nei suoi movimenti, la stessa con cui vent'anni prima pretendeva di prendersi tutto ciò che voleva. Allungò una mano e la posò sul mio petto, proprio sopra il cuore, facendola salire lentamente verso il collo. La sua pelle era calda, il suo profumo un'eco confusa di patchouli e d'anni che non c'erano più.
-Non fare il duro con me,- mormorò guardandomi le labbra. -Lo so che mi senti. So che dentro questa casa sei solo... e anch'io lo sono. Solo per stanotte, Ale. Come ai vecchi tempi, come se questi vent'anni non fossero mai passati.-
Si alzò sulle punte delle dita, sporgendosi per baciarmi. Per un istante infinitesimale la tentazione di un rifugio facile sfiorò l'aria, ma il mio corpo rimase rigido come pietra. Non c'era rabbia in me, solo un'infinita, lucida consapevolezza. Le afferrai delicatamente i polsi e le staccai le mani dal mio petto, rimettendole spazio tra di noi.
- I vent'anni sono passati, Chiara. E io non sono solo: io sono il padre di Nora. E sono stato l'uomo di Anna.
La guardai dritta negli occhi, sostando sulla sua fragilità senza concederle alcun alibi.
-Non c'è niente qui per te. Non più.
- Sei cattivo! – mi rispose Chiara trattenendo il fiato come se le avessi tolto l'aria. La sua mano tremò leggermente prima che la sfilasse dalla mia presa.
- E pensare che tra noi due sono sempre stata io la più forte…
- O la più debole – sbottai io ormai al limite
- Si dice che il amore vince chi fugge… beh non ho mai sentito cazzata più grossa di questa; vince chi fugge… come se fosse una gara. L'Amore non è questo. L'Amore è svegliarsi ogni mattina sperando che tua moglie stia un po' meglio, che riesca a mangiare quel piatto di pasta senza dar di stomaco a causa della chemio. Amore è restare seduto su una sedia d'ospedale a stringerle la mano mentre le gocce della flebo scendono una ad una, sperando di poter prendere un po' del suo dolore e farlo tuo. Amore è guardarla trasformarsi, perdere i capelli, dimagrire... e trovarla la donna più bella del mondo ogni singolo giorno. L'Amore non è una fuga, Chiara. L'Amore è restare. Fino all'ultimo respiro. E anche dopo.
La mia voce si era incrinata nell'ultima frase, ma non distolsi lo sguardo. Chiara mi fissava con le labbra socchiuse, le braccia strette al petto come per difendersi da un colpo fisico. La sua accusa — quel «Sei cattivo!» pronunciato con la voce di una bambina viziata — svanì nell'aria, vaporizzata dalla gravità di quelle parole. Non c'era più spazio per la seduzione, né per la nostalgia di comodo.
-Io... io non volevo...- balbettò lei, e per la prima volta da quando era apparsa alla porta le spuntò una lacrima vera, spessa, che le rigò la guancia pulita.
- Lo so, - risposi addolcendo appena il tono, prosciugato da ogni rabbia. - Ma non puoi cercare in me la risposta a quello che è andato storto nella tua vita. Io non sono più il ragazzo di cui ti sei fatta gioco non una ma ben due volte. Quello è morto tanto tempo fa, e l'uomo che è rimasto appartiene a mia figlia e al ricordo di mia moglie.
Mi voltai verso il corridoio, lasciandola sola nella penombra del soggiorno.
- La coperta è sul divano. – le dissi senza voltarmi a guardarla - Domattina chiudi pure la porta quando te ne vai.
-Aspettavo un figlio da te – mi vomitò lei mentre entravo in camera da letto. Mi voltai a guardarla.
- Quella notte… a Valencia… - aggiunse poi abbassando lo sguardo. – Non… non è stato solo…
Il tono era quello di una che ha appena ammesso di aver fatto una cazzata.
- Come si chiama? – le chiesi secco
-Non… non l'ho tenuto – riprese lei giocherellando con la felpa
- Non scomodarti a svegliarmi – le dissi prima di chiudere pesantemente la porta alle mie spalle.
Il ronzio del motore del taxi risuonò nella via ancora umida di pioggia. Dalla finestra del salotto guardai Chiara salire sul sedile posteriore, la felpa di Nora ripiegata con cura sul divano alle mie spalle come unico segno del suo passaggio. La macchina si mosse lenta, svoltando l'angolo e scomparendo nel grigio dell'alba.
-Abbi cura di te - mormorai a fior di labbra contro il vetro appannato.
-Se n'è andata?
Mi voltai. Nora era in piedi sullo stipite della cucina, con una tazza di caffè fumante tra le mani e gli occhi ancora gonfi di sonno. O forse no.
-Sì. Se n'è andata, - risposi avvicinandomi.
Nora fissò il vuoto per qualche secondo, poi tirò un lungo sospiro.
-Papà, ho sentito... ho sentito quello che vi siete detti stanotte, quando sei uscito dalla mia camera…
Un silenzio pesante calò tra di noi. La guardai, aspettando.
-Non ti sei mai pentito? - mi chiese a bruciapelo, la voce sottile e incrinata. - Di non aver avuto figli tuoi? Di esserti tenuto me... che alla fine sono solo la tua figliastra?
La guardai per un istante che parve un'eternità, sentendo una morsa al cuore per quell'insicurezza che ancora si portava dentro. Mi avvicinai a passo deciso, le tolsi la tazza di mano appoggiandola sul tavolo e le afferrai il viso con entrambe le mani.
-Senti un po', signorinella,- le dissi guardandola dritta in quegli occhi smarriti e screziati di verde che erano tutti di sua madre. - Questa è l'ultima volta che sento quel termine: tu sei e sarai sempre mia figlia! L'unica che io abbia mai desiderato, l'unica che ho scelto ogni singolo giorno da quando avevi quattro anni. Il sangue non fa un padre, Nora. L'amore sì. È chiaro? Non voglio più tornare sull'argomento-
Nora si morse il labbro inferiore, ma la tensione sulle sue spalle si sciolse all'istante, sostituita da un sorriso timido.
- E adesso muoviti, - aggiunsi dandole una pacca affettuosa sul sedere per spronarla. - Se non finisci quelle valigie, saremo nei guai fino al collo e perderemo il treno. -
- Va bene, papà, - mi disse prima di abbracciarmi e schioccarmi un bacio sulla guancia. – Vado e faccio in un battibaleno!
- Io intanto vedo di preparare qualcosa di meglio del solo caffè bollente per la colazione. Sei tutta tua madre!
- Lo so! – rimbottò lei facendomi l'occhiolino
E poi fu solo uno sferragliare pigro mentre i pancake prendevano forma nella padella.
La stazione era un alveare di voci, annunci gracchianti e trolley che rotolavano sull'asfalto. Il treno per Roma era già piazzato al binario quattro, un serpente di metallo pronto a portarsi via un pezzo del mio cuore. Mentre caricavo le valigie di Nora nel vestibolo della carrozza, un ragazzo alto, biondo e un po' impacciato sfiorò la spalla di mia figlia per farsi spazio, chiedendo scusa con un filo di voce. Nora gli rispose con un sorriso inaspettatamente dolce, di quelli che di solito riservava a pochi. Accanto al ragazzo, una donna sulla quarantina, dallo sguardo gentile ma segnato da una sottile stanchezza, gli raccomandava per la terza volta di chiamarla non appena arrivato a destinazione.
-Anche Suo figlio va a Roma?- le chiesi, rientrando sul marciapiede e sistemandomi la giacca.
La donna si voltò, regalandomi un sorriso grato per quella semplice interruzione.
-Sì, Primo anno di università. È la prima volta che si stacca da casa... e dopo il divorzio da mio marito, ammetto che questo silenzio mi farà un po' strano. -
-La capisco benissimo,- risposi con sincerità. - Io sono vedovo da cinque anni. Quella ragazza lassù è tutto il mio mondo!
Sopra di noi, il finestrino del vagone si illuminò della figura di Nora. Si era seduta di fronte al ragazzo. Mi cercò con gli occhi, ma nei suoi non c'era più la guardia alzata della sera prima, né l'ombra della gelosia. C'era solo una bonaria, piacevole curiosità nel vedermi parlare con quella donna. Le feci un leggero occhiolino. Nora ricambiò con un piccolo cenno del capo, benedicendo quel momento con una maturità che mi riempì il petto.
Il fischio del capotreno squarciò l'aria. Le pesanti ruote di ferro cominciarono a stridere con calma sui binari, e il treno prese a muoversi lentamente, portandosi via mia figlia verso il suo futuro. Restammo sul marciapiede a guardare la coda del vagone rimpicciolirsi. La donna al mio fianco tirò un lungo sospiro, stringendosi nel suo soprabito.
-Che ne dice di un caffè?- le chiesi piano, indicando il bar della stazione. - Credo che ad entrambi farebbe bene un po' di compagnia.
Lei mi guardò, sorpresa, poi il suo viso si addolcì. - Accetto volentieri. Grazie.
Ci avviammo insieme mentre attorno a noi i treni andavano e venivano pigramente sui binari. Nell'aria dell'atrio, diffusa dalle casse del bar, risuonavano le prime note chiare di Sunrise di Norah Jones. La musica che Anna amava così tanto, la voce da cui tutto era partito vent'anni prima quando aveva scelto il nome della nostra bambina. Il sole stava finalmente bucando le nuvole. E per la prima volta dopo tanto tempo, respirai a pieni polmoni.
Sunrise, sunrise
Looks like mornin' in your eyes
But the clocks held 9:15 for hours
Sunrise, sunrise
Couldn't tempt us if it tried
'Cause the afternoon's already come and gone
And I said hoo...
To you…
Fine
P.s. Spero che questa conclusione, benchè priva di scene di sesso, sia stata di vostro gradimento. Vi ringrazio di cuore per aver scelto di continuare a leggere. Vi prometto che vi saranno altre storie, dense di sesso e di seduzione con cui continuerò a dilettarmi. Come sempre per consigli, osservazioni o critiche, potete contattarmi qui: Alexdna88@libero.it
A presto
Alex 88
Capitolo 6
Nora
Anna come sono tante
Anna permalosa
Anna bello sguardo
Sguardo che ogni giorno perde qualcosa
Se chiude gli occhi lei lo sa
Stella di periferia
Anna con le amiche
Anna che vorrebbe andar via…
-Papà…, ancora con Dalla? – mi chiese, entrando, Nora
- Ehi, piccola mia, tutto bene? – aveva lo stesso sguardo di sua madre
- Mi spieghi che ci fai tutto solo, al buio, qui in salotto? – mi chiese prima di accendere la luce
- Ma niente; pensavo… - minimizzai abbozzando un sorriso. Ma i miei occhi arrossati sicuramente tradivano le mie parole.
- Alla mamma? – mi chiese scrutandomi con gli stessi occhi indagatori della mia bellissima Anna.
- Sempre – le dissi abbozzando un tiepido sorriso mentre mi sistemavo meglio sulla poltrona.
- Papà…
- Dimmi, piccola mia!
Quel discorso rimase sospeso a mezz’aria, come molti nostri dialoghi ultimamente. Nora si accoccolò sulle mie gambe, appoggiando la testa sul mio petto. Accarezzarle la fronte fu semplice e automatico, qualcosa che risaliva ai tempi in cui si sbucciava ancora le ginocchia e Anna le disinfettava le ferite per poi metterle un cerotto. Anche allora Nora preferiva affrontare la cosa affondando il viso nel mio petto, protetta nel caldo tepore del mio abbraccio. Erano passati cinque anni da quando Anna ci aveva lasciati, e non c’era abbraccio con cui avrei potuto lenire il suo dolore… e men che meno il mio.
- Hai fatto le valige? – le sussurrai giocherellando coi capelli della sua fronte.
- Le farò.
- Nora…
- Ti dico che le farò! – controbatté subito mia figlia, alzandosi e voltandosi a fissarmi con quei suoi grandi occhi screziati di verde. Non si poteva certo dire che mancasse di carattere. Eppure c’era qualcosa che la bloccava. Ne ero sicuro.
- Nora, a papà, - le chiesi riprendendo a coccolarmela forte al petto - mi dici che c’è che non va?
- È che…
Le lasciai un attimo per elaborare i pensieri, come quando era piccola. Chissà perché il suo tono era lo stesso di quando veniva beccata a fare qualche guaio.
- Papà?
- Dimmi, angelo mio.
- Tu che farai?
- A che proposito?
- Lo sai a che proposito - mi disse alzando gli occhi al cielo prima di fissare lo sguardo nel mio.
- Nora, ne abbiamo già parlato: sei stata così brava, hai passato il test d’ingresso per Chimica e Tecnologie Farmaceutiche al primo colpo (non che nutrissi dubbi al riguardo). Vuoi mandare tutto in fumo?
- Ma come pretendi che parta tranquilla sapendoti qui da solo su questa poltrona?
- Nora, ascolta…
- No, papà, ascoltami tu: sono cinque anni che la mamma è morta e…
- …e che cosa, Nora, cosa? Ti prego, non ho proprio voglia di litigare con te a due giorni dalla tua partenza per i pre-corsi estivi.
- Ma come pretendi che io possa… - gli occhi le si velarono di lacrime. La mia bellissima bambina. La baciai forte sulla fronte. Ero così preso dal mio lutto da non aver notato l’enorme fardello che gravava sulle sue spalle.
- Vieni qui – le dissi stringendomela ancora una volta forte al petto.
- Promettimi che non ti preoccuperai per me. Studia e divertiti. Papà starà bene. Vent’anni arrivano solo una volta nella vita e durano pochissimo; un battito di ciglia.
- Ancora con ‘sti discorsi ‘Pa…
- Sì, cuore mio. Vent’anni sono…
Non ebbi modo di terminare il discorso. Un trillo al portone d’ingresso m’aveva già tolto d’impaccio.
- Chi sarà mai? – chiese Nora sorpresa
- Non saprei proprio.
le risposi alzando le spalle. Ed era vero. Perché mai e poi mai avrei immaginato di incrociare di nuovo quel volto in vita mia. Erano passati quasi vent’anni…
Lì, nel freddo schermetto LCD del videocitofono, infatti, apparve il fantasma d’un mio amore passato.
Chiara.
La porta dell’androne scattò con un ronzio sommesso. Nora rimase piantata al centro del salotto, con le braccia conserte e lo sguardo affilato di chi avverte un pericolo ancora prima di vederlo. Se fosse un gatto le si drizzerebbe il pelo, pensai divertito. Risalii a passo lento il corridoio, il cuore che batteva a un ritmo strano, disordinato. Quando aprì la porta di casa, la trovai già sul pianerottolo, illuminata dalla fioca luce della lampada.
-Alessandro… -disse piano.
Aveva i capelli leggermente più corti, arruffati, e l’aria di chi è stato per più di una buona mezz’ora a tentennare sotto la pioggia prima di decidersi a suonare.
Un filo di trucco, sfumato male sotto gli occhi, contribuiva e donarle quell’aria stanca, quasi lillipuziana rispetto al ricordo imponente che ne conservavo. Il tempo era passato anche per lei, levigando non poco quell’arroganza luccicante con cui quasi vent’anni prima, di ritorno da Valencia, mi aveva liquidato sul marciapiede di casa sua.
La pioggia prese a picchiare forte sui vetri del soggiorno.
-Chiara - mormorai, appoggiando una mano allo stipite. - Che… che cosa ci fai qui?
-Ero… ero in città per un lavoro di consulenza… - mi rispose impacciata - Passavo qui sotto… ho visto la luce accesa… Non sapevo dove altro andare, Alessandro. Ho provato a chiamarti ma… il tuo numero non era più lo stesso. Francesca mi ha detto che…
-Ovviamente - risposi con una neutralità che sorprese persino me stesso.
I capelli bagnati le si erano appiccicati alle guance. Indossava un cappotto troppo elegante per quella tempesta e aveva lo stesso sguardo smarrito di quella notte a Valencia. Vent’anni fa.
-Sai Ale, con lui… con lui è finita - disse prima ancora che la invitassi a entrare. All’improvviso mi venne in mente quella vecchia canzone dei Tiromancino: La descrizione di un attimo. A quanto pare, anche se ne è passato di tempo, certe dinamiche sono difficili a morire.
- Chi è papà? Chiese Nora sbucando dall’alto della mia spalla sinistra e marcando con una precisione chirurgica quel “papà. Chiara mi guardò interdetta.
-Papà? – soggiunse sorpresa
- Ti presento mia figlia, Nora, - le dissi scostandomi e esortando Nora con lo sguardo affinché le stringesse la mano.
- Nora, questa è Chiara, una vecchia amica di papà.
A quanto pare, a giudicare dallo sguardo che rivolse a entrambi, avevo appena chiesto a mia figlia un doppio carpiato in volo. Nora sembrò soppesare per bene la nuova arrivata, rivolgendole uno sguardo obliquo impossibile da dissimulare. Chiara, dal canto suo, provò a sfoggiare uno dei suoi soliti sorrisi smaglianti, ma la rigidità di mia figlia la congelò a metà.
-Piacere, Nora. Io sono Chiara. Lasciatelo dire, somigli molto a tuo padre… anzi no, hai gli occhi diversi!
-Ho gli occhi di mia madre. - tagliò corto Nora, fredda come una lama di ghiaccio.
-Ma che facciamo qui sulla porta? Entriamo dentro o ti buscherai un malanno! - dissi prima di incrociare lo sguardo inviperito di mia figlia. Giuro d’aver visto gattini arruffati con sguardi meno arcigni di quello che Nora rivolse a Chiara.
-Ti… ti prendo un asciugamano - dissi rompendo quel silenzio di cristallo che rischiava di andare in frantumi al primo respiro profondo. - anzi, perché non vai direttamente di là, in bagno, così ti dai una ripulita? Mi sembri bella zuppa; che dici Nora, fai tu gli onori di casa?
-Sì - rispose Nora con lo stesso entusiasmo di un condannato a morte, mentre faceva strada a Chiara. La tensione in casa si poteva quasi masticare. Nora tornò subito ad appostarsi sullo stipite della cucina come una sentinella al fronte, le braccia serrate al petto e il mento alto. Le si leggeva in faccia quanto fosse in cerca di risposte.
- Chiara è una vecchia amica di papà – precisai sostenendo il suo sguardo.
-Questo l'ho capito – continuò lei infastidita – quello che non mi è chiaro è che cosa ci faccia qui da noi.
- Non lo so, va bene – le risposi fissando il suo volto imbronciato – e smettila con questo atteggiamento, signorinella; tua madre e io non ti abbiamo cresciuta perché ti comportassi in questo modo. È chiaro? Ora fa la brava e porta qualcosa d'asciutto alla nostra ospite.
-Non vorrai che le dia uno dei vestiti della mamma? - mi rispose Nora, con la voce che le tremava appena, come se le avessi chiesto di profanare un tempio. Quella frase mi colpì dritto allo stomaco, asciugandomi la gola. Il ricordo di Anna non era una reliquia da preservare sotto una teca di vetro, ma per Nora l'armadio di sua madre restava un territorio sacro, intoccabile.
-No, Nora, ci mancherebbe altro,- le risposi addolcendo subito il tono e appoggiandole le mani sulle spalle.
-Cerca solo una tua felpa larga e un paio di pantaloni della tuta. Qualcosa di semplice. Per favore.-
Mia figlia mi fissò per un istante infinito, cercando nei miei occhi una traccia di resa o di tradimento. Poi sbuffò, alzando le braccia al cielo, e sfilò lungo il corridoio a passi pesanti. Pochi secondi dopo, Chiara riemerse dal bagno. Si era asciugata i capelli alla men peggio con un asciugamano piccolo, ma le gocce d'acqua le bagnavano ancora il colletto del cappotto. Sembrava minuscola, spogliata di quella patina di perfezione che ricordavo.
-Scusami, Alessandro... forse non è stata una buona idea, - mormorò guardandosi i piedi. - Nora mi sembra... risentita. Non volevo disturbare. -
-Nora sta solo attraversando un momento difficile. Lo stiamo passando entrambi, e poi il fatto che stia per partire per l'università beh... diciamo che non è d'aiuto, ecco.”- dissi indicandole il divano. La seta della camicetta le aderiva sul corpo ansante come una doppia pelle. Bizzarro – pensai – non è la prima volta che guardo una camicia di seta bagnata dalla pioggia; il mio pensiero andò subito ad Anna e a quell’improbabile passaggio a casa. Una vita fa. Chiara seguì il mio sguardo. Il suo collo era ancora bello come me lo ricordavo.
-Siediti, Chiara. Ormai sei qui.
Proprio in quel momento Nora tornò, ripiegando con cura teatrale una felpa grigia e un paio di pantaloni neri per poi appoggiarli sul bracciolo della poltrona, il più lontano possibile da Chiara.
-Tieni. Spero ti vadano bene, - disse senza guardarla negli occhi.
-Grazie, Nora. Sei davvero molto gentile,- rispose Chiara con un sorriso timido, quasi intimidita dalla fermezza di quella ventenne.
- Ti fermi a cena da noi, vero? - Le chiesi intromettendomi in quel gioco di sguardi che tanto ricordava un litigio tra gatti. – stasera c’è uno dei miei cavalli di battaglia: fettine panate di petto di pollo e insalata.
Nora mi guardò come se le avessi appena calpestato la casa delle bambole con una schiacciasassi.
-Vado a finire le valigie, - annunciò Nora rivolgendosi solo a me, marcando ogni sillaba. Il “Papà, noi parliamo dopo.” Rimase sottointeso, sebbene rimarcato dallo sguardo che mi rivolse prima di sparire nella sua camera.
La pioggia fuori non sarebbe stata l'unica tempesta da affrontare quella notte. Chiara invece, uscita dal bagno con indosso quel cambio pulito, prese a muoversi con l’aria smarrita di chi capisce di essere piombata in un santuario di cui non conosce i riti, ma appoggiando le spalle allo stipite della cabina armadio soggiunse.
— Non... non so come uscirne.
La guardai ed ebbi un istante di pura pena. Sembrava così piccola, così irrisolta, così smarrita. Prese a raccontarmi la storia che, in fondo, sapevo già. Parlava dei suoi errori, delle sue decisioni sbagliate, della sua solitudine fusa da libertà. Poi si guardò intorno, posando gli occhi sulle foto e sui disegni di Nora attaccati al frigo con dei magneti: la traccia viva di una vita che non le apparteneva.
— Sai , Ale, se… se fossi una donna capace di tornare... è qui che tornerei! – riprese a dirmi mentre continuava a guardarsi intorno. — Con te ero io la più forte. È innegabile!
La guardai, sostenendo, per la prima volta, il suo sguardo con facilità, poi il petto di pollo richiamò la mia attenzione. Non esisteva ne in cielo che in terra che sbagliassi un piatto tanto semplice per colpa di quella frase. Mi chiesi se percepiva anche lei la presenza di Anna in tutte quelle piccole cose, nello stesso modo in cui gli oggetti erano disposti in cucina. Un po’ come in quella canzone di Baglioni: Mille Giorni di te e di me.
…Chi ci sarà dopo di te
Respirerà il tuo odore
Pensando che sia il mio…
Non risposi. Mi limitai a guardarla in silenzio, sentendo dentro di me un vuoto siderale. Chiara cercava il ragazzo di un tempo, ma di quel ragazzo non era rimasto più nulla. L'uomo che aveva di fronte era stato plasmato dal coraggio di Anna, dal profumo dei suoi capelli, dalla sua assenza che faceva ancora tremare le pareti. E forse avrei dovuto controbattere con quello che avevo dentro, ma il pollo era pronto, l’insalata anche. Era ora di mettersi a tavola.
Cenammo insieme. Nora divorò ogni cosa in silenzio. Assente. O almeno così pensavo.
- E… quanti anni hai? – le chiese Chiara nel disperato tentativo di fare conversazione.
- Diciannove.- rispose Nora asciutta
- Diciannove? Hai già scelto l’Università?
- Chimica e Tecnologie Farmaceutiche – risposi io tranquillo mentre Nora mi guardava come se avessi spiattellato il suo segreto più prezioso.
- Ah, C.T.F.! – riprese Chiara colpita – pensavo avresti scelto Farmacia come il tuo…
- Come la mamma! – soggiunse Nora senza mezzi termini. Potevo vedere le fiamme divampare nei suoi occhi.
- Anna – rifletté Chiara con rispetto – tua madre era una grande donna – aggiunse poi mentre giocherellava con la sua insalata. – Mi… ci ha insegnato molto. Non è vero Ale? Ti ricordi le sue lezioni sui complessi di coordinazione e le orobitali T.A.S.O.?
A Nora gli occhi si velarono subito si lacrime. Si sbrigò a ripulire il piatto e mi guardò. Non aspetto un cenno da parte mia, la vidi congedarsi da tavola in silenzio. Ferita. Il rumore della porta della sua camera che si chiudeva con un clack asciutto risuonò per tutta la casa come un verdetto. Restammo soli. Il silenzio in cucina diventò d'un tratto assordante, interrotto solo dal ticchettio costante della pioggia contro le finestre. Chiara tenne la forchetta a mezz’aria per qualche secondo, congelata nell'istante in cui si era resa conto dell'errore. La fiammella di quella spavalderia nostalgica si era spenta del tutto.
-Ho… ho detto qualcosa di sbagliato, vero? - mormorò a voce bassissima, senza avere il coraggio di guardarmi negli occhi.
-Chiara,- dissi, e la mia voce suonò più stanca di quanto avrei voluto. – Non so dirti se tu abbia detto qualcosa di sbagliato o meno, ultimamente con Nora le cose non sono sempre facili, ma una cosa la so: Anna non è un semplice argomento d'esame. Anna è e sarà sempre sua madre. È stata la donna con cui ha riso, pianto e vissuto fino a cinque anni fa. Sentirtela citare come se fosse un vecchio appunto di chimica preso all'università vent'anni fa… le fa male. E, a essere sincero, fa male anche a me. -
Chiara sfilò le mani dal tavolo e se le mise sulle ginocchia, affondando nella felpa grigia di Nora che le cadeva enorme sulle spalle. Sembrava una bambina capitata per sbaglio nella casa degli adulti.
-Mi spiace, Ale. Io… io volevo solo trovare un punto di…
- Chiara, - le dissi fissandola negli occhi – ora che siamo soli me lo dici una buona volta che cosa ci fai qui?
La mia voce, lo ammetto, era più dura di quanto dovessi.
- Ora come ora, a essere del tutto sincera, non lo so più neanch'io che cosa ci faccio qui. Diciamo che mi mancavi va bene? Mi mancava il mio amico…
- Ancora con questa storia dell'amico – le dissi riaccogliendo il piatto di Nora dal tavolo. Era pulito, ma l'impronta delle sue dita sulla ceramica sembrava ancora calda. – Mi sembra di avertelo già detto, Chiara, io e te non siamo amici. Non lo siamo mai stati. Credevo che dopo tutti questi anni la cosa fosse chiara a entrambi. Sbaglio?
Si ammutolì. Il silenzio si fece più denso di quello che ci separò su quel marciapiedi vent'anni prima.
…Ma dimmi tu dove sarà, dov'è la strada per le stelle…
Poi si alzò.
-Credo sia stato un errore venire qui, stasera. Meglio se…
-Resta – aggiunsi stanco – Sta piovendo a dirotto. Dove vuoi andare sotto questo tempaccio? – le chiesi mentre cominciavo a sistemare i piatti nel lavello e aprendo il rubinetto. L'acqua calda cominciò a scorrere, creando una nuvola di vapore tra di noi.
-Nora sta partendo. – soggiunsi mentre lavavo i piatti- Sta lasciando questa casa e me per la prima volta. È spaventata, è in lutto e si sente in colpa perché pensa che lasciandomi solo io mi lasci andare. E poi arrivi tu, dal nulla, a rievocare tempi che non le appartengono.
Chiara si alzò lentamente dalla sedia. La sentii avvicinarsi di qualche passo, il rumore dei calzini sul parquet, il suo profumo che cercava di farsi spazio tra l'odore del pollo e del vapore.
-E tu, Ale? - mi chiese piano, posando lo sguardo sulla mia schiena piegata sul lavello. - Tu ti lascerai andare?
Mi bloccai con la spugna in mano.
-Dormi sul divano, - le dissi, voltandomi a guardarla. Era così strana nella felpa di Nora. Chiara non ribatte, si limitò a guardare la pioggia da dietro i vetri della finestra. L'acqua calda riprese a scorrere, riempiendo la cucina di vapore.
-C'è una coperta nell'armadio del corridoio. Domattina, quando ti svegli, la pioggia sarà passata e potrai riprendere la tua strada.
-Ale...
-Ora scusami, Chiara, ma devo andare da mia figlia.
Non aspettai una sua risposta. Mi asciugai le mani nello strofinaccio e mi avviai lungo il corridoio, lasciandomi alle spalle la cucina, Chiara e i fantasmi di un tempo che non mi apparteneva più. Mi fermai davanti alla porta di Nora. Dalla fessura sotto il legno non filtrava alcuna luce, ma il silenzio che arrivava da dentro era troppo denso per essere quello di chi sta dormendo. Bussai piano, due colpi leggeri con le nocche.
-Nora? Sono io. Posso entrare?
Nessuna risposta. Solo il suono sommesso della pioggia contro i vetri alla finestra. Abbassai la maniglia con delicatezza e spinsi la porta. La stanza era immersa nella penombra, illuminata solo dal bagliore fioco dei lampioni di strada che attraversava le tende. La valigia grande era aperta sul letto, riempita solo a metà, e Nora era seduta per terra, di schiena, appoggiata all’anta dell'armadio, con le ginocchia tirate al petto.
Mi avvicinai a passi lenti, mi calai al suo fianco e mi sedetti sul pavimento di legno, proprio come facevo quando era bambina e il mondo le sembrava troppo grande per essere affrontato da sola.
-Se ne va domattina, - le sussurrai piano, guardando il vuoto davanti a noi. Nora non si mosse, ma la sentii tirare su col naso.
-Non mi importa di lei, papà,- mormorò con la voce incrinata, senza voltarsi. -Mi importa di te. Mi importa del fatto che basti un temporale e una faccia dal passato per farti riaprire certe ferite.
-Quali ferite?
- Non prendermi in giro papà, sai benissimo quali. Vedessi con che faccia l'hai guardata non appena hai aperto quella maledetta porta.
- Sentimi bene Signorinella, - le dissi afferrandole il viso tra le mani -Tu sai quanto mi piaccia quel vecchio film: “V per vendetta”…
- Da piccola lo guardavamo in continuazione – aggiunse Nora con tono piatto
- Hai presente la scena della cella, giusto?
Nora non mi rispose, si limitò a un piccolo cenno con la testa.
-Mi ero sempre chiesto il significato di una frase in quella scena, ma da quando è morta tua madre il significato di quella frase mi è chiaro come non mai: “ma per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno.”. Beh io per dieci anni ho avuto la possibilità di amare tua madre, l’Amore della mia vita e non ho rimpianti. Farti da padre è il regalo più bello che potesse farmi; il tempo stesso che ho passato al suo fianco è stato un dono, un privilegio, e la donna lì, in cucina, non è che una vecchia conoscente. Nulla più: lo spettro d'un amore perduto che si discioglierà come neve al sole ai primi, timidi bagliori dell'alba.
L'abbracciai forte a me. Quel pomeriggio era stato tutto un abbracciarsi di continuo. La pioggia batteva sui balconi.
- E domani?
- Ci penseremo domani. Adesso mettiti a dormire.
Le rimboccai le coperte con gli stessi gesti lenti di quando aveva otto anni e la paura del buio le impediva di chiudere gli occhi. Nora non protestò; si rannicchiò sotto il piumone, appoggiando la guancia al cuscino con un lungo, esausto sospiro.
-Buonanotte, papà- mormorò con la voce già impastata dal sonno.
-Buonanotte, cuore mio.
Le lasciai un bacio tra i capelli ed uscii dalla stanza, accostando la porta senza fare rumore.
Nel corridoio regnava il buio. La luce della cucina era spenta, ma un fioco bagliore bluastro proveniva dal salotto: la televisione accesa con il volume a zero. Chiara era lì, rannicchiata sul divano sotto la coperta di lana che le avevo lasciato. Il profilo del suo viso, illuminato dai lampi intermittenti dello schermo, sembrava distante anni luce, come una fotografia sbiadita ritrovata in fondo a un cassetto impolverato. Prima di andare in camera, passai a prendere un bicchiere d'acqua in cucina. Quando tornai Chiara non era sdraiata sul divano: era seduta sul bordo, a piedi nudi, la felpa di Nora che le scivolava su una spalla lasciando scoperta la pelle. La luce fioca dei lampioni di strada le disegnava un profilo malinconico. Sentendomi arrivare, non trasalì. Si alzò lentamente e mi sbarrò il passo nel corridoio.
-Non riesco a dormire, Ale,- disse a voce bassissima, un sussurro destinato solo a me.
- Prova a chiudere gli occhi, Chiara. La giornata è stata lunga per tutti!
Fece un passo verso di me, annullando la distanza. C'era un'urgenza disperata nei suoi movimenti, la stessa con cui vent'anni prima pretendeva di prendersi tutto ciò che voleva. Allungò una mano e la posò sul mio petto, proprio sopra il cuore, facendola salire lentamente verso il collo. La sua pelle era calda, il suo profumo un'eco confusa di patchouli e d'anni che non c'erano più.
-Non fare il duro con me,- mormorò guardandomi le labbra. -Lo so che mi senti. So che dentro questa casa sei solo... e anch'io lo sono. Solo per stanotte, Ale. Come ai vecchi tempi, come se questi vent'anni non fossero mai passati.-
Si alzò sulle punte delle dita, sporgendosi per baciarmi. Per un istante infinitesimale la tentazione di un rifugio facile sfiorò l'aria, ma il mio corpo rimase rigido come pietra. Non c'era rabbia in me, solo un'infinita, lucida consapevolezza. Le afferrai delicatamente i polsi e le staccai le mani dal mio petto, rimettendole spazio tra di noi.
- I vent'anni sono passati, Chiara. E io non sono solo: io sono il padre di Nora. E sono stato l'uomo di Anna.
La guardai dritta negli occhi, sostando sulla sua fragilità senza concederle alcun alibi.
-Non c'è niente qui per te. Non più.
- Sei cattivo! – mi rispose Chiara trattenendo il fiato come se le avessi tolto l'aria. La sua mano tremò leggermente prima che la sfilasse dalla mia presa.
- E pensare che tra noi due sono sempre stata io la più forte…
- O la più debole – sbottai io ormai al limite
- Si dice che il amore vince chi fugge… beh non ho mai sentito cazzata più grossa di questa; vince chi fugge… come se fosse una gara. L'Amore non è questo. L'Amore è svegliarsi ogni mattina sperando che tua moglie stia un po' meglio, che riesca a mangiare quel piatto di pasta senza dar di stomaco a causa della chemio. Amore è restare seduto su una sedia d'ospedale a stringerle la mano mentre le gocce della flebo scendono una ad una, sperando di poter prendere un po' del suo dolore e farlo tuo. Amore è guardarla trasformarsi, perdere i capelli, dimagrire... e trovarla la donna più bella del mondo ogni singolo giorno. L'Amore non è una fuga, Chiara. L'Amore è restare. Fino all'ultimo respiro. E anche dopo.
La mia voce si era incrinata nell'ultima frase, ma non distolsi lo sguardo. Chiara mi fissava con le labbra socchiuse, le braccia strette al petto come per difendersi da un colpo fisico. La sua accusa — quel «Sei cattivo!» pronunciato con la voce di una bambina viziata — svanì nell'aria, vaporizzata dalla gravità di quelle parole. Non c'era più spazio per la seduzione, né per la nostalgia di comodo.
-Io... io non volevo...- balbettò lei, e per la prima volta da quando era apparsa alla porta le spuntò una lacrima vera, spessa, che le rigò la guancia pulita.
- Lo so, - risposi addolcendo appena il tono, prosciugato da ogni rabbia. - Ma non puoi cercare in me la risposta a quello che è andato storto nella tua vita. Io non sono più il ragazzo di cui ti sei fatta gioco non una ma ben due volte. Quello è morto tanto tempo fa, e l'uomo che è rimasto appartiene a mia figlia e al ricordo di mia moglie.
Mi voltai verso il corridoio, lasciandola sola nella penombra del soggiorno.
- La coperta è sul divano. – le dissi senza voltarmi a guardarla - Domattina chiudi pure la porta quando te ne vai.
-Aspettavo un figlio da te – mi vomitò lei mentre entravo in camera da letto. Mi voltai a guardarla.
- Quella notte… a Valencia… - aggiunse poi abbassando lo sguardo. – Non… non è stato solo…
Il tono era quello di una che ha appena ammesso di aver fatto una cazzata.
- Come si chiama? – le chiesi secco
-Non… non l'ho tenuto – riprese lei giocherellando con la felpa
- Non scomodarti a svegliarmi – le dissi prima di chiudere pesantemente la porta alle mie spalle.
Il ronzio del motore del taxi risuonò nella via ancora umida di pioggia. Dalla finestra del salotto guardai Chiara salire sul sedile posteriore, la felpa di Nora ripiegata con cura sul divano alle mie spalle come unico segno del suo passaggio. La macchina si mosse lenta, svoltando l'angolo e scomparendo nel grigio dell'alba.
-Abbi cura di te - mormorai a fior di labbra contro il vetro appannato.
-Se n'è andata?
Mi voltai. Nora era in piedi sullo stipite della cucina, con una tazza di caffè fumante tra le mani e gli occhi ancora gonfi di sonno. O forse no.
-Sì. Se n'è andata, - risposi avvicinandomi.
Nora fissò il vuoto per qualche secondo, poi tirò un lungo sospiro.
-Papà, ho sentito... ho sentito quello che vi siete detti stanotte, quando sei uscito dalla mia camera…
Un silenzio pesante calò tra di noi. La guardai, aspettando.
-Non ti sei mai pentito? - mi chiese a bruciapelo, la voce sottile e incrinata. - Di non aver avuto figli tuoi? Di esserti tenuto me... che alla fine sono solo la tua figliastra?
La guardai per un istante che parve un'eternità, sentendo una morsa al cuore per quell'insicurezza che ancora si portava dentro. Mi avvicinai a passo deciso, le tolsi la tazza di mano appoggiandola sul tavolo e le afferrai il viso con entrambe le mani.
-Senti un po', signorinella,- le dissi guardandola dritta in quegli occhi smarriti e screziati di verde che erano tutti di sua madre. - Questa è l'ultima volta che sento quel termine: tu sei e sarai sempre mia figlia! L'unica che io abbia mai desiderato, l'unica che ho scelto ogni singolo giorno da quando avevi quattro anni. Il sangue non fa un padre, Nora. L'amore sì. È chiaro? Non voglio più tornare sull'argomento-
Nora si morse il labbro inferiore, ma la tensione sulle sue spalle si sciolse all'istante, sostituita da un sorriso timido.
- E adesso muoviti, - aggiunsi dandole una pacca affettuosa sul sedere per spronarla. - Se non finisci quelle valigie, saremo nei guai fino al collo e perderemo il treno. -
- Va bene, papà, - mi disse prima di abbracciarmi e schioccarmi un bacio sulla guancia. – Vado e faccio in un battibaleno!
- Io intanto vedo di preparare qualcosa di meglio del solo caffè bollente per la colazione. Sei tutta tua madre!
- Lo so! – rimbottò lei facendomi l'occhiolino
E poi fu solo uno sferragliare pigro mentre i pancake prendevano forma nella padella.
La stazione era un alveare di voci, annunci gracchianti e trolley che rotolavano sull'asfalto. Il treno per Roma era già piazzato al binario quattro, un serpente di metallo pronto a portarsi via un pezzo del mio cuore. Mentre caricavo le valigie di Nora nel vestibolo della carrozza, un ragazzo alto, biondo e un po' impacciato sfiorò la spalla di mia figlia per farsi spazio, chiedendo scusa con un filo di voce. Nora gli rispose con un sorriso inaspettatamente dolce, di quelli che di solito riservava a pochi. Accanto al ragazzo, una donna sulla quarantina, dallo sguardo gentile ma segnato da una sottile stanchezza, gli raccomandava per la terza volta di chiamarla non appena arrivato a destinazione.
-Anche Suo figlio va a Roma?- le chiesi, rientrando sul marciapiede e sistemandomi la giacca.
La donna si voltò, regalandomi un sorriso grato per quella semplice interruzione.
-Sì, Primo anno di università. È la prima volta che si stacca da casa... e dopo il divorzio da mio marito, ammetto che questo silenzio mi farà un po' strano. -
-La capisco benissimo,- risposi con sincerità. - Io sono vedovo da cinque anni. Quella ragazza lassù è tutto il mio mondo!
Sopra di noi, il finestrino del vagone si illuminò della figura di Nora. Si era seduta di fronte al ragazzo. Mi cercò con gli occhi, ma nei suoi non c'era più la guardia alzata della sera prima, né l'ombra della gelosia. C'era solo una bonaria, piacevole curiosità nel vedermi parlare con quella donna. Le feci un leggero occhiolino. Nora ricambiò con un piccolo cenno del capo, benedicendo quel momento con una maturità che mi riempì il petto.
Il fischio del capotreno squarciò l'aria. Le pesanti ruote di ferro cominciarono a stridere con calma sui binari, e il treno prese a muoversi lentamente, portandosi via mia figlia verso il suo futuro. Restammo sul marciapiede a guardare la coda del vagone rimpicciolirsi. La donna al mio fianco tirò un lungo sospiro, stringendosi nel suo soprabito.
-Che ne dice di un caffè?- le chiesi piano, indicando il bar della stazione. - Credo che ad entrambi farebbe bene un po' di compagnia.
Lei mi guardò, sorpresa, poi il suo viso si addolcì. - Accetto volentieri. Grazie.
Ci avviammo insieme mentre attorno a noi i treni andavano e venivano pigramente sui binari. Nell'aria dell'atrio, diffusa dalle casse del bar, risuonavano le prime note chiare di Sunrise di Norah Jones. La musica che Anna amava così tanto, la voce da cui tutto era partito vent'anni prima quando aveva scelto il nome della nostra bambina. Il sole stava finalmente bucando le nuvole. E per la prima volta dopo tanto tempo, respirai a pieni polmoni.
Sunrise, sunrise
Looks like mornin' in your eyes
But the clocks held 9:15 for hours
Sunrise, sunrise
Couldn't tempt us if it tried
'Cause the afternoon's already come and gone
And I said hoo...
To you…
Fine
P.s. Spero che questa conclusione, benchè priva di scene di sesso, sia stata di vostro gradimento. Vi ringrazio di cuore per aver scelto di continuare a leggere. Vi prometto che vi saranno altre storie, dense di sesso e di seduzione con cui continuerò a dilettarmi. Come sempre per consigli, osservazioni o critiche, potete contattarmi qui: Alexdna88@libero.it
A presto
Alex 88
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