Camila
di
passodalfiume
genere
incesti
Anche se il cielo era carico di nuvole che promettevano pioggia, la calda luce del primo pomeriggio avvolgeva le strade di Regla al Havana, dove l’aria densa di salsedine si mescolava al profumo del caffè, al costante brusio delle voci e al ritmo a quello del reggaeton che sfuggiva dalle finestre aperte. In quel quartiere, uno dei più poveri e veraci della capitale, la miseria non riusciva a spegnere i colori pastello sbiaditi degli edifici né la vitalità travolgente della sua gente. Sullo sfondo della via, la vita scorreva lenta.
Auto di un epoca che sembrava lontana, riempivano le vie in una resilienza che non aveva pari al mondo, simbolo di un popolo che combatte da sempre e va avanti con quel poco che ha.
I vecchi indugiavano all'ombra dei portici discutendo di calcio e, a bassa voce, politica, un uomo in camicia a righe sedeva fuori la sua bottega da calzolaio che non vedeva un cliente da settimane, si godeva il fresco della strada, teneva gli occhi chiusi sognando una Cuba diversa.
Poi qualcosa arrivò a solleticargli l’orecchio, un tintinnio metallico, che riconobbe, si drizzò sulla schiena quando vide la figura angelica, della ragazza più corteggiata e chiacchierata del bario.
Camila, ventuno anni appena compiuti.
Camilita , cosi la chiamavano nel quartiere, l’aveva vista nascere e crescere fino a diventare una giovane donna dal fascino irresistibile, portava con sé tutta l'energia vibrante della sua terra.
Anche se i suoi, non erano i colori tipici di una cubana, bionda, occhi azzurri, riusciva ad incarnare in ogni suo gesto, il vero spirito delle donne di quella terra orgogliosa e fiera.
Camila era appena uscita di casa, con la mente persa nei suoi pensieri, i braccialetti al suo polso, annunciavano la sua presenza come un richiamo rivolto a chiunque potesse apprezzare ciò che la ragazza aveva da offrire.
l’occasione era arrivata da alcune urgenze della madre, sempre indaffarata nel mandare avanti la casa , i sei figli di cui lei era l’unica femmina, e il caos generato da quella moltitudine testosteronica.
La ragazza , schiacciata dalla noia, e dall’esuberanza molesta dei fratelli, aveva colto l’occasione , e si era offerta di sbrigare lei le commissioni che la madre, non senza riserve, le aveva affidato.
“non uscirai cosi?” le chiese la Margherita vedendo che la figlia non aveva alcuna intenzione di cambiarsi. gia non sopportava di vederla, andare in giro per casa mezza nuda, soprattutto per l’effetto , che il suo abbigliamento, aveva sui fratelli rendendoli ancora più irrequieti, figurarsi mandarla in giro per il quartiere in quel modo.
“perchè cosa indosso?” chiese lei mostrandosi sorpresa ,mentre alle sue spalle i suoi fratelli, come facevano continuamente, faticavano a staccarle gli occhi di dosso.
Il suo abbigliamento sembrava dipinto: un due pezzi di un azzurro che una volta era stato intenso, ma che aveva con il tempo e l’usura perso la sua brillantezza. Il tessuto la copriva molto meno di quanto sarebbe stato necessario per considerarlo decente, la lycra di cui era fatta era elastica , morbida ,abbracciava la sua figura stringendola esaltando quelle che erano gia doti naturali. Sopra, una fascia di tessuto senza spalline le accarezzava il busto, increspandosi in piccole pieghe leggere che catturavano l'ombra e il sole a ogni respiro, sul seno generoso e palesemente nudo. Sotto, i micro-shorts cortissimi e fascianti lasciavano le gambe completamente libere di muoversi e di farsi baciare dall'aria tropicale, tra le natiche si intuiva palesemente il disegno di un micro tanga, con cui la ragazza era solita vestire.
Quel completo non faceva che assecondare la sinuosità di un corpo con ottimi geni e modellato dalla sua più grande passione: la danza. Camila amava ballare sopra ogni cosa, fin da quando aveva cominciato a muovere i primi passi, aveva dimostrato di avere il ritmo della danza nel sangue.
“ti si vede la cosina!” si frappose Mateo il più piccolo dei fratelli, seduto al tavolo davanti a lei e sottolineando la frase, allungando una mano tra le cosce della sorella e portando l’indice li dove le labbra carnose del sesso paffuto della ragazza formavano una W.
“¡Suéltame, bicho!” lo redarguì lei, senza ritrarsi divertita dall’audacia di quella piccola peste.
“Dale, dale, solo un po'!” insistette lui, con un sorriso a cui lei non riusciva negare nulla.
Camila gli scompigliò i capelli con una carezza veloce, mentre il fratellino, non solo continuava a manipolare la fica, ma ingordo , dopo averla attirata a se, aveva mosso l’altra mano dietro sopra al tessuto degli short fino ad insinuarsi tra le sue natiche.
Era abituata a ricevere dai fratelli quel genere di attenzione.
Vivevano in pochi metri quadrati, in una casa che non garantiva spazio vitale o privacy, dove mancava tutto e tutto era in condivisione , quello creava spesso situazioni, calienti.
Sapeva che i ragazzi, in quanto tali, avevano bisogno di sciogliere la tensione, lei si mostrava collaborante, prendendo quei gesti , in un certo senso, come manifestazione di affetto, senza dimenticare il piacere che traeva per se stessa ogni volta.
Cosi si rendeva disponibile a quei giochi, accessibile.
«¡Oye, ya, déjenlo ya ustedes dos!» tuonò la voce della madre dividendoli, interrompendo il gioco prima che potesse accendersi davvero.
«¡Camila!» la rimproverò subito dopo. Ritenne, come sempre, la figlia responsabile di quelle situazioni; momenti che la lasciavano ogni volta sconvolta, sia per l'arrendevolezza con cui la ragazza si prestava ai giochi dei fratelli, sia per la voracità con cui i maschi cercavano in lei un sollievo.
Anche se Camilita non era consanguinea — nata dalla relazione con un europeo in vacanza mentre Yuri, il padre dei ragazzi, per l'ennesima volta ospite dello Stato — era cresciuta insieme a loro. Eppure, quel legame fraterno non sembrava porre alcun freno agli ormoni dei ragazzi, tanto che la madre era stata costretta a imporre un'unica, tassativa regola:
«NON METTERE INCINTA Camilita!»
Quello era un lusso che sarebbe dovuto toccare a un ricco americano o a uno straniero capace di portarla via, regalandole una vita nuova. La vita che la donna stessa sognava da quando era nata.
“scusa mami” Mateo ubbidì, ritrasse le mani dalla sorella e se le portò al naso, curioso di scoprire se avrebbe ritrovato sulle sue dita l’odore di lei ,mentre gli altri fratelli, minacciosi, per non aver rispettato la gerarchia e a quanto pare il proprio turno, lo guardavano con grande invidia.
«E tu, se vuoi renderti utile, vai: ecco la lista e i pesos» aggiunse poi, allungando la mano verso la ragazza per porgerle i soldi e un foglietto di carta.
«Está bien, mami, vado e torno» promise lei, afferrando le banconote stropicciate.
«Non fare come al solito, che ti perdi per strada. Se no, mando Javier a cercarti» l'avvisò la madre mentre lei usciva.
Javier era il maggiore dei fratelli, l'uomo di casa. Non che avesse mai cercato quel ruolo: gli era stato imposto dalle continue assenze del padre, ma ormai era l'unico in quella casa in grado di disciplinare la ragazza, in un certo senso riusciva a resistere alle sue manipolazioni.
Non che non le volesse bene, anzi, forse era quello che ci teneva più di tutti a lei, anche se solo di rado riusciva a rinunciare all’intrattenimento che la sorella offriva, ma sapeva essere molto severo e Camila ne provava un autentico timore riverenziale. Le sue punizioni erano sempre dure, di quelle che la lasciavano incapace di sedersi per giorni.
Sentendo pronunciato il nome del fratello, Camilita si mise le mani sul sedere ancora memore dell’ultima volta che lo aveva fatto arrabbiare.
Felice e un po' eccitata, uscì e corse veloce giù per le scale che l’avrebbero portata in strada, all’aria aperta.
«Buongiorno, señorita» la salutò la vicina. Era intenta a fingersi impegnata a spazzare i gradini mentre, pettegola come sempre, presidiava la sua postazione in cerca di storie da raccontare alle amiche.
«¡Oye, tía!» rispose lei senza fermarsi.
«Bonjour, madamita» la salutò Ernesto, l’artista squattrinato del palazzo che la ammirava e che mille volte le aveva chiesto di posare per un suo dipinto.
«Oye, oye, Ernestino, come va? Trovata l’ispirazione?» lo stuzzicò lei, proseguendo la discesa.
«¡Cuando te miro, siempre!» rispose lui, sciogliendo il nodo della vestaglia logora sotto la quale era completamente nudo e mostrando il sesso alla ragazza.
«Oye, oye, abuelito, copriti! Che alla tua età rischi un malanno» sorrise Camila. Era abituata all’esibizionismo dell’uomo.
«Sono già malato di te, bambina mia» ribatté l'uomo con un filo di voce, mentre lei gli scivolava accanto e rapida spariva infondo alle scale.
“Vado e torno” quella frase nella mente gia le suonava come una bugia.
Sapeva già che non sarebbe stato così. Non avrebbe affatto sprecato quell'occasione di uscire di casa solo per correre alla bodega; avrebbe usato ogni singolo passo per cercare di vivere una delle sue strampalate e calde avventure.
Camila camminava per la strada ed era impossibile ignorarla.
La musica con cui era cresciuta, che aveva riempito ogni attimo della sua vita, i ritmi caldi della salsa e del reggaeton avevano scolpito la sua silhouette, regalandole una sensualità istintiva e vibrante. La sua era una bellezza flessibile e fiera, fatta di muscoli tonici che sembravano vibrare in risposta alle percussioni invisibili dell'isola. Le gambe, slanciate e scattanti, accompagnavano il movimento morbido e ipnotico dei fianchi, che lei volontariamente , in un costante gioco di seduzione, accentuava mettendo malizia in ogni passo, a testimonianza di una naturale eleganza fluida, un'oscillazione che trasformava una semplice camminata in un richiamo musicale. La vitalità di Cuba scorreva sotto la sua pelle dal colore dell’ambra, scurita dal sole a cui lei si offriva ogni volta che poteva, come una corrente calda, donandole un'andatura magnetica, capace di catturare lo sguardo non per ciò che scopriva, ma per l'armonia fiera e consapevole con cui si muoveva.
Nella mano destra, quasi fosse l’accessorio più prezioso del suo intero outfit, stringeva lo smartphone racchiuso in una cover bianca con la cornice dorata, coperta di strass e decorata con un unicorno. Era una sorta di reliquia, ben lontana dall'essere l'ultimo modello sul mercato. In qualsiasi altro paese quel device sarebbe stato considerato vecchio e obsoleto, un pezzo di plastica superato dal tempo; ma lì, tra le strade più povere di Centro Habana, rappresentava un'eccezione straordinaria. Era il regalo di suo zio.
Tío Alejandro viveva all'estero, nella vicina eppure lontanissima America, dove un giorno anche lei si sarebbe trasferita, sempre che sua madre glielo avesse concesso. Lo zio si era persino offerto di ospitarla: le avrebbe trovato un posto come cameriera nel locale di un amico a Miami, il Chica Loca. Era un night club frequentato da altri cubani, e a Camila importava poco se quel lavoro significava servire ai tavoli indossando solo un bikini, scarpe dai tacchi vertiginosi e un grembiulino corto, come aveva visto fare alle altre ragazze nelle foto che l’uomo le aveva mostrato.
Per lei, quel lavoro rappresentava la libertà che sognava da sempre. Alejandro dopotutto era un uomo ricco, aveva fatto fortuna con una piccola società di noleggio auto con conducente, e trasferirsi da lui sembrava l'unica vera via di fuga da una terra che amava, ma che non le offriva alcuna opportunità.
Sua madre, però, non si fidava del fratello. Era tormentata dalle attenzioni ambigue che l’uomo aveva dimostrato la figlia ogni volta che era tornato sull'isola.
Quel vecchio smartphone restava un lusso concesso a pochissimi tra i suoi coetanei. Camila lo portava in giro con orgoglio, quasi a manifestare il suo status, consapevole che quel piccolo oggetto geometrico racchiudeva una finestra sul mondo che a molti era negata, e la promessa di una nuova vita che, forse, un giorno avrebbe raggiunto.
Intanto, quasi quotidianamente o ogni volta che la rete reggeva, si teneva segretamente in contatto con l’uomo. Non erano telefonate, quelle costavano troppo; erano chat in cui parlavano di tutto. Tío Alejandro era diventato il suo confidente. L’uomo, approfittando dell’inesperienza della nipote, le aveva carpito la fiducia, e Camila, convinta che lui fosse un porto sicuro, si era lasciata andare, confessandogli ambizioni, fantasie ed esperienze personali, come il rapporto ambiguo con i fratelli, relazione verso la quale l’uomo sembrava particolarmente interessato.
Così, quando era arrivato a chiederle un contributo per lo sforzo finanziario richiesto dall’acquisto di quei pacchetti dati, e di tutti i regali che le inviava, Camila aveva creduto che fosse un atto dovuto, un modo per ringraziare lo zio per la sua generosità.
“Mi cosita, Sono solo foto in fondo” gli aveva scritto alla prima richiesta
“sono solo foto” si era ripetuta lei. E così, seguendo con dovizia le istruzioni ricevute da Alejandro, posava per quegli scatti, di certo non adatti a un contesto familiare, mostrandosi prima in vestiti sempre più succinti, poi in bikini e in fine nuda, intenta a compiere atti intimi.
L’uomo reagiva con entusiasmo quando riceveva quegli scatti, dicendogli che avrebbe mostrato quelle immagini ai suoi amici, per far capire a tutti quanto bella fosse la nipote.
Camila, in un certo senso, si sentiva lusingata da quelle attenzioni. Eppure, avvertiva che c’era qualcosa di storto in quella dinamica, qualcosa di persino più sbagliato di ciò che accadeva tra lei e i suoi fratelli; ma non voleva deluderlo.
Era così che l'uomo era riuscito a controllarla a distanza: dicendole come vestirsi, come acconciarsi i capelli, come truccarsi e persino come depilarsi, pretendendo che il suo inguine avesse un aspetto curato ma naturale. Nella sua lucida manipolazione, Alejandro era riuscito a convincerla che i giochi con i fratelli fossero normali, un percorso naturale che l'avrebbe preparata a ciò che un giorno anche lui avrebbe preteso da lei. Un tributo dovuto, dopotutto, per tutto ciò che lo zio faceva per la famiglia. Le ripeteva che doveva vivere a pieno quelle esperienze, mostrandosi disponibile e aperta, con un'unica condizione: doveva raccontargli ogni singolo incontro nei minimi dettagli.
Tío Alejandro era lontano, eppure la sua presenza era costante. Ma Camila non viveva tutto questo come un abuso o un'oppressione.
Era felice ogni volta che il telefono agganciava una cella e la notifica sullo schermo, le annunciava un messaggio dell’uomo. Per lei, lo zio era un mentore generoso, dolce ,comprensivo, l'unico disposto a prometterle un futuro radioso in America.
Camila amava profondamente il quartiere in cui era nata: per lei, quelle strade erano casa e quella gente era la sua famiglia. In mezzo alla complessità del suo mondo, camminava mostrando un modo di apparire assolutamente naturale e in totale confidenza con ciò che indossava. Sapeva bene di non passare inosservata, vestendo quel completo così minimale e audace, senza temere nulla, senza paura, si sentiva al sicuro, girando per quelle strade, non le era mai accaduto nulla, o meglio, nulla che non volesse.
Era il prezzo, piccolo, della sua versione di libertà, un compromesso che accettava col sorriso: un complimento troppo diretto lanciato da un angolo, uno sguardo che si prolungava un secondo di troppo mentre attraversava la via. Eppure, dietro quegli occhi che la seguivano, c'era una legge invisibile e solida come le colonne scrostate del barrio. Nessuno, tra i suoi vicini o tra coloro che vivevano nel quartiere, avrebbe mai osato toccarla contro la sua volontà o farle del male. Per tutti loro lei era una hija, una figlia della stessa strada, La noviecita del barrio.
Non c'era in lei la minima esitazione o l'accenno di quel disagio che blocca le gambe quando ci si sente troppo osservati. Avanzava per la via affollata, con la straordinaria disinvoltura di chi è padrona assoluta del proprio spazio, portando quel completo azzurro non come un modo per mettersi in mostra, ma come l'espressione spontanea della sua giovinezza. Il suo sguardo era rilassato, il viso sereno, la postura confidente e distesa: la sicurezza profonda di chi si sente perfettamente protetta dalla sua stessa gente, trasformando una banale commissione pomeridiana in una camminata fiera, dove la bellezza diventava un tutt'uno con la vita della capitale.
Tutti nel barrio la conoscevano e in un certo senso la proteggevano.
“¡Buenos días, piccola Camila!” disse l'uomo in nero, comparso quasi dal nulla tra le ombre dei portici.
“Buongiorno padre” rispose lei quando, messa a fuoco la figura scura, riconobbe, Don Tonino, il parroco della vicina chiesa cattolica, un luogo che in pochi nel quartiere frequentavano.
“Mi verrai a trovare in parrocchia un giorno di questi?” chiese l'uomo, stringendo la Bibbia al petto e guardandola con un misto di speranza e indulgenza.
“Vedremo, padre... come si dice? Le vie del Signore sono infinite” rispose lei con un sorriso enigmatico. Con quel mezzo addio si lasciò alle spalle la figura austera del prete, tornando a far dondolare i fianchi sull'asfalto bollente de L'Avana.
“¡Que Dios te bendiga! “ disse l’uomo di chiesa, ammirandola andarsene e soffermando lo sguardo sulle curve sinuose del suo corpo.
Quell’augurio risuonò nelle orecchie della ragazza in modo strano, sapeva spiegarsene il motivo, le parve quasi un apprezzamento molto spinto. E quando si voltò a guardarlo, notò l'espressione del suo viso, vide nei suoi occhi una luce che aveva visto altre volte, un luccichio non certo adatta a un ministro di Dio, desiderio carnale.
“¡Oye, mamita, cammina per l'ombra che il sole brucia!” le gridò un vecchio seduto su una sedia a dondolo davanti a un portone del suo palazzo, mentre un'anziana dal balcone dall’altro lato della strada ,colpiva con un battipanni un tappeto che sembrava avere più di un secolo nel tentativo di liberarlo dalla polvere, vedendola passare le faceva un cenno di saluto con la testa, a cui lei rispose sollevando la mano.
“¡La bendición, Tío Danilo!” rispose lei.
“Il sole è il mio amante: mi bacia ma non mi morde” aggiunse con un sorriso radioso, senza rallentare il passo.
Ad ogni suo passo, l'aria rovente sollecitava la pelle a imperlarsi di sudore e sprigionava intorno a lei un profumo di una semplicità disarmante, un’essenza pulita di bucato steso al sole e fiori freschi. Era l'odore delicato ma persistente del sapone con cui si era lavata , lo stesso che doveva condividere con tutti i suoi fratelli ,ma che su di lei prendeva un'altra sfumatura. Il merito era della sua pelle e di un piccolo trucco che aveva imparato da una vicina: miscelare l'aroma dolce e carnale di un pugno di gelsomini raccolti nel cortile, schiacciarli tra le dita e, infine, passarli, sul collo, sotto le ascelle, tra l’incavo del seno, sull’inguine, sfiorando l’area genitale. Scaldata dal sole di Centro Habana, il cui effetto raddoppiava restituito dall'asfalto rovente delle strade e dal calore naturale del suo corpo, questa combinazione liberava una scia sensuale e provocante: il profumo dell'acqua pura, di sapone e della fioritura tropicale.
Tío Danilo, che in vita sua aveva amato tante donne ma che ormai aveva perso ogni ardore, se l’era vista passare accanto a meno di un metro dal naso, travolto in pieno da quel profumo e rimanendone estasiato. Quando la ragazza gli diede le spalle, il suo sguardo calò inevitabilmente sotto la vita di lei.
“Oye, princesa…” sospirò l'uomo, ammirandola allontanarsi. “Avessi vent'anni di meno, ti morderei io”, pensò tra sé.
Camila si ritrovò a passare per una piccola piazza dove alcuni ragazzini erano intenti a calciare un pallone di cuoio rovinato, quando la videro, si interruppero e corsero verso di lei.
«¡Camilita! ¡Titi! ¡Hermanita!» gridavano entusiasti, circondandola in un turbine di magliette sbiadite e piedi scalzi.
Camila sapeva che contenere il loro entusiasmo sarebbe stata un'impresa. Si piantò a mani sui fianchi, fingendo un'aria severa che non riusciva a nascondere il luccichio divertito nei suoi occhi.
«¡Oye! ¿E voi che cosa volete?» li sfidò con un sorriso, ritrovandosi circondata da quei cuccioli famelici e curiosi.
«Facci vedere le tette!» pretese uno, seguito subito dagli altri.
«Sì! Sì! Le tette! Le tette!» gridarono in coro. Persino un uomo estraneo al gruppetto, che passava di lì in bicicletta, si unì alla richiesta: «E dai, facci vedere le tette!» urlò da lontano.
«¡Oye! Ma siete matti?» chiese lei, divertita. Ma prima che se ne rendesse conto, uno dei ragazzini le scivolò alle spalle e, con un gesto rapido, le afferrò il top tirandolo verso il basso, mettendole a nudo il seno.
Camila, presa alla sprovvista, reagì di scatto cercando di coprirsi, ma finì per rendersi indifesa di fronte alle mani del gruppetto che l'assediava, desideroso di scoprire come fosse fatto il corpo di una giovane donna. Eppure Camila ridacchiava; quelle manine le provocavano il solletico e, insieme a esso, un brivido caldo.
«Adesso basta, mocciosi!» interruppe quel momento una voce profonda e forte. Era un uomo corpulento in una sdrucita divisa mimetica. «Lasciate in pace la señorita!» tuonò, allontanando il gruppetto a forza di schiaffoni.
«Tutto bene, señorita?» le chiese poi, voltandosi verso di lei.
«Sì, grazie. Stavano solo giocando» rispose lei, rimettendo a posto il top, del tutto incapace di sentirsi offesa.
«Oh, beh... Buona giornata allora» disse l’uomo, allontanandosi per la sua strada.
«Buona giornata» ricambiò lei, prima di riprendere il cammino.
«Ciao Camila!» esclamò uno dei ragazzini. Come se non fosse successo nulla, avevano già ripreso a calciare il pallone rovinato.
«Ciao, hermanitos!» li salutò lei.
«Domani ancora?» rilanciò uno di loro da lontano.
«Vedremo» rispose lei allontanandosi.
Sudata per il caldo opprimente e per la recente avventura, Camila arrivò finalmente alla bodega. Entrò nel negozio spostando di lato la tenda di perline all’ingresso. C’erano pochi clienti: in pochi, nel quartiere, potevano permettersi di fare la spesa ogni santo giorno.
«¡Buenos días, tesoro! Come sta la mamma?» chiese María, la bodeguera, una donna che conosceva la ragazza da quando era in fasce.
«Bene, signora. Sempre nervosa, ma bene» rispose lei, strappandole una risata genuina.
Spianò sul palmo della mano il foglietto stropicciato scritto a matita da sua madre. La lista era la solita, misera storia di ogni fine mese a Centro Habana: il pacchetto di caffè della libreta, due libbre di riso sfuso e, se i pesos bastavano, tre platani per fare i tostones. Una spesa da fame che stringeva il cuore. Camila sognava, per una volta, di fare un pasto come quelli che i turisti consumavano negli alberghi del centro , vietati ai locali ,mentre lei era costretta ad accontentarsi solo dello stretto necessario per sopravvivere, restando sempre e comunque affamata.
«Cosa devi prendere oggi, cara?» chiese la donna allungando le mani.
Camila le cedette il foglietto con una sottile ansia, timorosa che i soldi che portava arrotolati sotto l’elastico degli short non bastassero a pagare il conto, e di conseguenza, facendola apparire come una povera morta di fame.
«Ce li hai i soldi?» indagò la donna. Da tempo ormai non faceva più credito a nessuno.
«Certo, signora» rispose lei, sfilando dagli slip il denaro stropicciato.
«Oh, bene... Aspetta qui» le disse la bodeguera.
Mentre la signora era indaffarata a preparare la spesa, Felix, il marito della donna, non le staccava gli occhi di dosso. Era un uomo nero come l’ebano, massiccio, dall’aspetto trasandato e dall’aria inquietante, seduto in un angolo del negozio. Quello sguardo la faceva sentire a disagio. Non che non fosse abituata agli occhi degli uomini, ma c’era una minaccia precisa in quelle due braci ardenti incassate dentro le orbite scure.
L'uomo sedeva rigido, immobile, con entrambe le mani nodose appoggiate sul pomello in ottone di un pesante bastone da passeggio in legno scuro. Camila lo fissò per un istante e sentì un brivido freddo risalirle la schiena: sapeva bene che quell'oggetto non era solo un presidio ortopedico per le gambe malate, segnate dalla poliomielite, ma una vera e propria arma con cui, grazie a braccia muscolose come tronchi, difendeva la sua attività. Nel barrio si raccontava ancora di come, l'inverno prima, Felix avesse quasi spezzato il braccio a un ragazzino sorpreso a infilarsi una tavoletta di cioccolato sotto la maglietta.
Camila avrebbe preferito di gran lunga uno sguardo lascivo da parte dell’uomo, piuttosto che quella condanna silenziosa che, prima ancora di qualsiasi colpa, la imputava già come una ladra.
Il silenzio era opprimente. Camila avrebbe voluto essere altrove: l’attesa della donna sembrava protrarsi all’infinito. Trasalì con un vero sussulto quando l’uomo, con un colpo di tosse, si schiarì la voce.
«Salve, Tío Felix» sorrise lei, timidamente. Provò ad addolcirlo, ma l’uomo restò impassibile, limitandosi a un breve cenno del capo, con uno sguardo fisso su di lei che sembrava dirle: “occhio mamasita ti tengo d’occhio!”
Ebbe l’idea che l’uomo fosse indifferente al suo fascino, il suo rifiuto le causò un profondo fastidio. Cercò di distrarsi osservando i prodotti esposti sugli scaffali semivuoti, e fu allora che i suoi occhi caddero su una vetrinetta frigo accanto alla cassa, tenuta insieme con lo scotch, che funzionava emettendo un ronzio terribile. Lì, per metà immersa nel ghiaccio tritato che andava sciogliendosi, c'era una confezione da sei di TuKola. Le curve scure del vetro erano completamente imperlate di una condensa fredda che colava lenta, promettendo un sorso di felicità frizzante, capace di spazzare via in un istante tutta l'arsura di quel pomeriggio di luglio. Era un oggetto bellissimo, quasi erotico nella sua espressiva freschezza, ma costava più di tutti i pesos che aveva in mano per la cena della famiglia. Camila deglutì, sentendo la gola secca, mentre lo sguardo restava calamitato da quel miraggio proibito.
“I platani sono sul retro, vado a prenderli” disse la donna.
Poi prima di lasciare la stanza, lanciò un occhiata a Felix, poi alla ragazza davanti al bancone
“tu fai il bravo e tieni d’occhio il negozio” aggiunse rivolta all’uomo.
“Torno subito cara” le disse, lasciandola sola con il marito.
Quell'improvviso isolamento la agitò ancora di più. Camila ebbe la netta sensazione che l’uomo percepisse il suo imbarazzo e che in qualche modo ne godesse. Cercò di ignorarlo restando rigida, immobile e abbastanza lontana da qualunque merce potesse dargli anche solo l’impressione che fosse pronta a rubarla; eppure, non riusciva a staccare gli occhi da quella cola ghiacciata che sembrava chiamarla.
“Hai sete?” chiese l’uomo, rompendo il silenzio con la sua voce profonda.
«No...» mentì lei. Anche se, a dirla tutta, non era la sete a farle bramare quella bevanda: era il puro e semplice desiderio di possederla a renderla un irresistibile frutto proibito.
«Prendila» disse lui, accennando alla vetrinetta con un movimento del capo. «È buona, molto rinfrescante» aggiunse.
«La mia signora non me la lascia mai assaggiare» mormorò Felix con una rassegnazione cupa, che sembrava grattare l'aria.
Mentre l'eco di quelle parole moriva nel ronzio distorto del frigorifero, Camila sentì il peso dello sguardo del vecchio mutare traiettoria. Non era più lo scrutinio di un guardiano; era una linea di calore invisibile che le scivolò lungo la clavicola, scese tra i seni imperlati di sudore sotto il top, giù, dritta fino ai suoi short. Lì gli occhi di Felix si inchiodarono, proprio dove il tessuto stringeva elastico mostrando la carne giovane.
L'aria nella bodega si fece d'un tratto densa, saporosa di polvere e zucchero di canna. Camila guardò la bottiglia, poi di nuovo l'uomo: le curve scure del vetro che colavano condensa gelata si sovrapponevano, nella sua mente, all'immagine del denaro stropicciato che sentiva premere contro la propria pelle nuda, dentro le mutandine.
Non era affatto sicura che Felix stesse parlando della TuKola. Forse, l'unica cosa che quel vecchio voleva consumare era il segreto che lei custodiva sotto il tessuto, stretto tra le sue cosce.
Camila ci pensò. Forse non era un'offerta del tutto inaccettabile: la TuKola in cambio di un pò di intimità. Le sembrava quasi ragionevole, purché fosse lei a mantenere il controllo di tutto, imponendo un freno prima che ci si spingesse troppo in là. Qualcosa nelle orbite scure di Felix la convinse che, in quel momento, il vecchio fosse sincero. E poi, cosa mai avrebbe potuto farle un uomo quasi paralizzato?
«Su, tranquilla, señorita. Ti conosco da una vita. Prendila» insistette lui. Il tono mellifluo della sua voce era quasi ipnotico, una melodia viscida che sembrava avvolgere l'intera stanza.
«Non ho abbastanza soldi» replicò lei, sollevando la testa, osservando il ventilatore a soffitto fermo da cosi tanto tempo che ormai il suo unico scopo era raccogliere polvere e ragnatele, cercando di scegliere tra il desiderio di appagare un capriccio, bevendo quella deliziosa bevanda, o resistere e scegliere una via d'uscita razionale.
«Beh, possiamo sempre metterci d'accordo» mormorò lui, palesando finalmente il suo scopo recondito.
«Ecco, lo sapevo» pensò lei, senza mostrare traccia di turbamento o sorpresa.
«Cosa vuole in cambio, Tío?»
«Niente. Solo che ti siedi sulle mie ginocchia mentre la bevi» propose lui. Le sue mani nodose si strinsero con più forza sul pomello d'ottone del bastone, mentre la fissava con quegli occhi da inquisitore in cui ora bruciava una luce torbida.
Camila si chiese se sarebbe davvero riuscita a divincolarsi, qualora fosse finita tra quelle mani giganti.
«Allora, cosa decidi?» la incalzò lui.
Camila calcolò i rischi. Per svuotare quella bottiglietta ci avrebbe messo tre, al massimo cinque minuti; di sicuro la moglie dell’uomo sarebbe tornata prima che il marito potesse tentare qualcosa di davvero sconveniente. La tentazione di bere quella cola era enorme. Era stata solo una bambina l’ultima volta che ne aveva assaggiata una: pochi sorsi da una bottiglia offerta a lei e ai suoi fratelli da uno straniero generoso. Chissà quanto altro tempo sarebbe passato prima di poterlo fare di nuovo.
«Tre minuti» disse alla fine, senza trovare il coraggio di guardare l’uomo negli occhi.
«Bene, allora. Prendila pure» concordò lui, con un tono che non ammetteva repliche.
Camila aprì la vetrinetta frigo e fu investita dall’aria gelida contenuta al suo interno. Fu una sensazione piacevole, un sollievo rinfrescante sulla pelle imperlata di sudore. Allungò il braccio e prese la bottiglia che si trovava proprio sul fondo, senza sapere che quel gesto apparentemente banale sarebbe stato un errore che le sarebbe costato carissimo.
“tre minuti” ripeté tra sé raggiungendo l’uomo, certo sapeva che in tre minuti le cose potevano complicarsi e parecchio.
Erano bastati tre minuti quella mattina all’alba mentre tutti ancora dormivano, per farsi riempire la fica di sborra dal fratello mentre china sul lavabo della cucina, si spazzolava i denti, per fortuna Tio Alejandro ogni mese le mandava dall’america una confezione di pillole anticoncezionali, che lei prendeva con regolarità.
Camila doveva fare ,molta attenzione.
Il vetro era un pezzo di ghiaccio vivo tra le dita. Felix, senza alzarsi, usò il lungo bastone: ne infilò il pomello sotto il bancone e agganciò la caviglia di Camila, tirandola a sé con una forza. Non fu uno strattone violento, ma un richiamo fermo, inesorabile come un pescatore che issa in barca la sua preda all'amo.
"Il tempo scorre, señorita," sussurrò l'uomo.
Con il cuore che le batteva contro le costole, Camila dovette cedere. Si avvicinò e si sedette di sbieco sulle sue ginocchia rigide. Il contrasto fu brutale: la carne sudata, fredda e tesa di Felix, coperta dai pantaloni logori che una volta dovevano essere stati color crema ,ma che per l’usura e una scarsa igiene, avevano preso il colore che variava tra il marrone e il giallo, premeva contro il tessuto azzurro e sottilissimo dei suoi micro-shorts, che non offrivano protezione sufficente.
Fu in quel millesimo di secondo che l'odore animalesco dell'uomo la investì, togliendole il respiro. Nel barrio pochi potevano permettersi una corretta igiene: l’acqua era una risorsa preziosa e i prodotti cosmetici un miraggio. Ma Felix emanava un puzzo ineguagliabile e aspro di sudore vecchio, di sigarette, di alcol radicato negli anni , di pelle stantia, di urina, e sperma, un odore che sembrava trasudare direttamente dalle pareti umide della bodega. Era il profumo della miseria, di un disgraziato che ha rinunciato a combattere.
In quel contatto forzato, le fece venire la pelle d'oca, un senso di vomito, sensazione amplificata dall'afa.
«Su, che aspetti, linda? Bevi» la incitò lui.
Camila prese coraggio e portò la bottiglia alle labbra, sperando di svuotarla in tre sorsi. Ma al primo contatto, il liquido quasi congelato le bloccò la gola. Il freddo intenso le tolse il respiro, causandole una fitta dolorosa alle tempie. Era impossibile berla in fretta; doveva per forza aspettare tra un sorso e l'altro.
Felix lo capì e godette di quel ritardo. Senza toccarla direttamente con le mani, che rimasero salde sul pomello del bastone, come a ricordarle chi comandava ,l'uomo spinse lentamente la punta del legno contro la coscia di Camila, costringendola a schiudere le ginocchia, poi facendola risalire millimetro dopo millimetro lungo la linea tesa della gamba, fino al punto dell’interno vicino al pube della ragazza, in cui la pelle nuda incontrava il tessuto elasticizzato dei suoi shorts.
“¿Te gusta, eh, mamita?»" mormorò Felix con un sorriso sghembo avvicinando la bocca fetida al collo di lei e baciandole la pelle morbida e madida di sudore.
Camila restava in silenzio, nonostante il disaggio, tutto il gusto della bibita, era, qualcosa che con il tempo, con la memoria, aveva finito per idealizzare, eppure, non tradiva la sua aspettativa. Mentre l’uomo premeva l’asta del bastone sulla carne paffuta tra le sue gambe, celata dentro gli shorts.
In quella domanda c'era tutto il peso dello scambio che Camila aveva accettato: il piacere gelata della cola, che altrove nel mondo sarebbe costata pochi centesimi e che li invece si impastava all'umiliazione di stare seduta su quelle ginocchia di un vecchio e subire i suoi capricci.
Nel frattempo, la condensa gelata della bottiglia, che Camila stringeva al petto nel tentativo di difendersi, cominciò a sciogliersi. Le gocce d'acqua fredda iniziarono a colare lungo il suo décolleté scoperto dal top a tubo, scivolando fin dentro l'increspatura del tessuto, mescolandosi al suo sudore e al profumo carnale di gelsomino.
“oye si che te gusta” disse l’uomo che, ormai perso ogni freno, muoveva le mani sul corpo di lei.
Camila mandò giù il secondo sorso, con gli occhi spalancati fissi davanti a se persi nel vuoto, come a cercare di assentarsi da quella situazione , sperando di vedere da un momento all'altro la moglie che tornava dal retro.
Ma quel momento sembrava tardare, Camila sentiva Maria, parlare con qualcuno sul retro, chiunque fosse, doveva essere una persona gradita alla donna, visto che la teneva lontana dal suo dovere e da suo marito, intanto lui, si godeva il tempo che gli restava con Camila.
“Mi piace molto" disse fremendo, mentre l’accarezzava, notando il gioiello con cui la ragazza aveva decorato il proprio ombellico.
Felix fissava lo zircone che brillava incastonato su un piccolo anello di metallo, una pietra di poco conto per il mondo, ma che lei, aveva caricato di significati, fino a renderlo inestimabile.
Era uno dei tanti regali che arrivavano da Miami da parte di Tío Alejandro, come i vestiti, le scarpe, la biancheria intima e i cosmetici. Molte di quelle cose la madre le rivendeva per sopravvivere, per pagare i debiti e mandare avanti la casa; ma altre restavano sue, intoccabili. Come il completo azzurro e le mutandine , un micro-tanga nero a vita bassa , che indossava quel giorno. O come i piercing all’ombelico, al capezzolo sinistro e sulla lingua, e i tatuaggi che lo zio l'aveva convinta a farsi ogni volta che era tornato a trovarla sull'isola, spacciandoli per una forma di devozione.
La rosa sul polso sinistro; la scritta Alejandro in caratteri flourishes sul fianco destro, all’altezza delle costole e appena sotto il seno; il piccolo leone rampante sull’inguine. Erano marchi che lei vedeva come testimonianze d'affetto, ma che in realtà erano stati concepiti dallo zio per dichiarare il possesso assoluto del suo corpo.
«Su, carina, metti un piede qui» le chiese l'uomo con voce roca, interrompendo i suoi pensieri. Le sollevò la gamba con decisione ,quasi con fretta, costringendola a posare il piede direttamente sul proprio ginocchio, in modo che il pube fosse più accessibile.
La mano ruvida dell’uomo, scivolò rapida sulla coscia della ragazza, senza tentennare fino a raggiungere il cavallo dei suoi short.
“sei tutta bagnata” le sussurrò muovendo le dita lungo la fessura accennata sotto il tessuto
“sono sudata” precisò lei “il caldo oggi è terribile!” aggiunse caparbia, cercando di negargli la soddisfazione di sapere quanto quella situazione, tra la bibita, ghiacciata e zuccherata, e le sue attenzioni, la coinvolgesse.
“bugiarda!” la redarguì lui e per trovare conferma, della sua eccitazione ,spinto le dita oltre l’orlo dei suoi short, esposto il sesso di lei, verificò da solo che ciò che la sua carne rilasciava non era sudore, ma un liquido piu denso ,l’abbondante lubrificazione della sua fica.
A quel contatto indecente, intimo, Camila drizzò la schiena allungò il collo, lasciando cadere la bottiglietta ancora mezza piena sul pavimento, portandosi le mani sulla bocca, cercando di trattenere il sospiro le salvia dallo stomaco e le esplodeva in gola.
“Oye piccola mia, avessi più tempo” disse Felix mentre il suo indice la esplorava facendosi largo tra le pareti carnose del suo fiore caldo e appiccicoso.
«Ecco i tuoi platani!»
María era tornata. Preannunciando la sua presenza ad alta voce prima ancora di varcare la soglia, aveva dato il tempo a Camila e a Felix di staccarsi e, nei limiti del possibile, di assumere un'aria indifferente.
«Tutto bene?» chiese la bodeguera, notando una certa agitazione nella ragazza.
«Sì, Tía, è il caldo» rispose lei prontamente, ancora un po' ansimante.
«¡Oye, piccola mia! Bagnati la testa con un po' d'acqua» le disse la donna, porgendole una bottiglietta di plastica di acqua naturale.
«Grazie, Tía» disse Camila, stringendo la plastica calda.
«Figurati. L’aggiungo al conto e ti faccio anche un piccolo sconto» aggiunse María, mettendo subito in chiaro che quell'offerta non era affatto un regalo.
«Sì... grazie, Tía. Sei sempre generosa» rispose lei, con un filo di ironia amara che le morì in gola.
“allora sono 860 pesos” disse la donna come una sentenza.
Camila, sciolse la mazzetta di banconote che aveva in mano e prese a contarle.
“è praticamente tutto quello che ho” disse con rassegnazione.
“beh… hai preso anche l’acqua” le ricordò lei, dimenticando però che era stata una sua offerta.
“si..tia” disse lei “ecco tieni” disse passandole i soldi.
“bene carina, salutami la mamma” disse maria dopo aver controllato uno ad uno tutte le banconote e aver nascosto il malloppo nella scollatura della camicia dove strabordava il decoltè feroce di un seno enorme, di una donna gravemente obesa.
Camila allungò la mano per prendere la spesa, ma la donna trattenne la borsa di plastica sul bancone con un dito indice dalle unghie laccate.
«E il sacchetto?» domandò María, sollevando un sopracciglio. «Sono altri dieci pesos, lo sai che li pago anche io dal grossista».
“Maria” cercò di intervenire felix nel tentativo di mettere un limite all’avidità della moglie.
“Taci tu, sto parlando con la senorita qui” lo zittì lei.
Camila rimase un attimo immobile, con le dita a mezz'aria. Guardò la bottiglia d'acqua, il cibo per la madre, e poi quella busta di plastica logora che sembrava diventata improvvisamente un bene di lusso. Quella donna non le avrebbe regalato nemmeno il respiro.
«Non ho altri dieci pesos, Tía. Te l'ho detto, quelli erano tutti i miei soldi», rispose Camila, allargando le braccia, cercando di mantenere la voce ferma nonostante la rabbia le stringesse la gola.
María scosse la testa con finta commiserazione, aprì il sacchetto e, con gesti lenti e deliberati, cominciò a svuotarlo sul bancone. La bottiglia d'acqua e i pacchetti di cibo rotolarono sul legno consumato.
«Niente soldi, niente sacchetto, mi amor. Regole del negozio», disse la donna con un sorriso tirato.
Solo in quel momento, Camila, si era accorta di un dettaglio che fino a quel punto aveva trascurato, il trucco pesante con cui la donna decorava il viso, la faceva sembrare una maschera grottesca.
Stronza avida, si meritava le corna che il marito aveva cercato di farle poco prima, pensò guardandola ripiegare la plastica per rimetterla sotto la cassa.
«Puoi usare la maglietta come sacco. O arrangiarti, mi amor».
Camila sentì le guance bruciare per l'umiliazione. Era chiaro che quell’ultima affermazione fosse un velato insulto al suo modo di vestirsi, alla sua povertà. Avrebbe voluto urlarle in faccia la verità: che la sua era solo l'invidia di una scrofa grassa che in quel top aderente non ci sarebbe mai entrata.
Ma si trattenne. La bodega più vicina era a non meno di due chilometri da casa, e là i prezzi erano ancora più salati. María lo sapeva, e ci godeva.
Senza dire una parola, Camila raccolse la merce dal bancone stringendola al petto, incastrando la bottiglia d'acqua sotto il braccio. Si voltò di scatto e uscì, decisa a non mostrare nemmeno una lacrima a quella donna, odiosa e falsa.
Non appena mise piede sul marciapiede sconnesso, investita dal caldo soffocante della strada, la voce di Maria esplose furiosa dall'interno della bottega, tagliando l'aria.
«¡Cretino! ¿Qué hiciste? ¡Te tomaste una cola!», sbraitò la donna, e il rumore di una cassa di plastica sbattuta sul pavimento seguì il grido. «Hai aspettato che andassi nel retro per fregarmi, descarado! E sono sicura che quella chonga ti ha aiutato! ¡Tremendo fao me hanno fatto!».
María aveva trovato la bottiglietta vuota sul pavimento. Forse ai piedi dell’uomo dove lei presa dall’enfasi l’aveva fatta cadere, Felix non proferiva parola. Camila accelerò il passo, stringendo la spesa al petto. Sperava solo che lui tenesse la bocca chiusa su quello che avevano condiviso prima che la zia tornasse dal retro. Con il cuore pieno di rabbia, s'incamminò a grandi passi verso casa.
Mentre dal cielo ormai basso, cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia.
Auto di un epoca che sembrava lontana, riempivano le vie in una resilienza che non aveva pari al mondo, simbolo di un popolo che combatte da sempre e va avanti con quel poco che ha.
I vecchi indugiavano all'ombra dei portici discutendo di calcio e, a bassa voce, politica, un uomo in camicia a righe sedeva fuori la sua bottega da calzolaio che non vedeva un cliente da settimane, si godeva il fresco della strada, teneva gli occhi chiusi sognando una Cuba diversa.
Poi qualcosa arrivò a solleticargli l’orecchio, un tintinnio metallico, che riconobbe, si drizzò sulla schiena quando vide la figura angelica, della ragazza più corteggiata e chiacchierata del bario.
Camila, ventuno anni appena compiuti.
Camilita , cosi la chiamavano nel quartiere, l’aveva vista nascere e crescere fino a diventare una giovane donna dal fascino irresistibile, portava con sé tutta l'energia vibrante della sua terra.
Anche se i suoi, non erano i colori tipici di una cubana, bionda, occhi azzurri, riusciva ad incarnare in ogni suo gesto, il vero spirito delle donne di quella terra orgogliosa e fiera.
Camila era appena uscita di casa, con la mente persa nei suoi pensieri, i braccialetti al suo polso, annunciavano la sua presenza come un richiamo rivolto a chiunque potesse apprezzare ciò che la ragazza aveva da offrire.
l’occasione era arrivata da alcune urgenze della madre, sempre indaffarata nel mandare avanti la casa , i sei figli di cui lei era l’unica femmina, e il caos generato da quella moltitudine testosteronica.
La ragazza , schiacciata dalla noia, e dall’esuberanza molesta dei fratelli, aveva colto l’occasione , e si era offerta di sbrigare lei le commissioni che la madre, non senza riserve, le aveva affidato.
“non uscirai cosi?” le chiese la Margherita vedendo che la figlia non aveva alcuna intenzione di cambiarsi. gia non sopportava di vederla, andare in giro per casa mezza nuda, soprattutto per l’effetto , che il suo abbigliamento, aveva sui fratelli rendendoli ancora più irrequieti, figurarsi mandarla in giro per il quartiere in quel modo.
“perchè cosa indosso?” chiese lei mostrandosi sorpresa ,mentre alle sue spalle i suoi fratelli, come facevano continuamente, faticavano a staccarle gli occhi di dosso.
Il suo abbigliamento sembrava dipinto: un due pezzi di un azzurro che una volta era stato intenso, ma che aveva con il tempo e l’usura perso la sua brillantezza. Il tessuto la copriva molto meno di quanto sarebbe stato necessario per considerarlo decente, la lycra di cui era fatta era elastica , morbida ,abbracciava la sua figura stringendola esaltando quelle che erano gia doti naturali. Sopra, una fascia di tessuto senza spalline le accarezzava il busto, increspandosi in piccole pieghe leggere che catturavano l'ombra e il sole a ogni respiro, sul seno generoso e palesemente nudo. Sotto, i micro-shorts cortissimi e fascianti lasciavano le gambe completamente libere di muoversi e di farsi baciare dall'aria tropicale, tra le natiche si intuiva palesemente il disegno di un micro tanga, con cui la ragazza era solita vestire.
Quel completo non faceva che assecondare la sinuosità di un corpo con ottimi geni e modellato dalla sua più grande passione: la danza. Camila amava ballare sopra ogni cosa, fin da quando aveva cominciato a muovere i primi passi, aveva dimostrato di avere il ritmo della danza nel sangue.
“ti si vede la cosina!” si frappose Mateo il più piccolo dei fratelli, seduto al tavolo davanti a lei e sottolineando la frase, allungando una mano tra le cosce della sorella e portando l’indice li dove le labbra carnose del sesso paffuto della ragazza formavano una W.
“¡Suéltame, bicho!” lo redarguì lei, senza ritrarsi divertita dall’audacia di quella piccola peste.
“Dale, dale, solo un po'!” insistette lui, con un sorriso a cui lei non riusciva negare nulla.
Camila gli scompigliò i capelli con una carezza veloce, mentre il fratellino, non solo continuava a manipolare la fica, ma ingordo , dopo averla attirata a se, aveva mosso l’altra mano dietro sopra al tessuto degli short fino ad insinuarsi tra le sue natiche.
Era abituata a ricevere dai fratelli quel genere di attenzione.
Vivevano in pochi metri quadrati, in una casa che non garantiva spazio vitale o privacy, dove mancava tutto e tutto era in condivisione , quello creava spesso situazioni, calienti.
Sapeva che i ragazzi, in quanto tali, avevano bisogno di sciogliere la tensione, lei si mostrava collaborante, prendendo quei gesti , in un certo senso, come manifestazione di affetto, senza dimenticare il piacere che traeva per se stessa ogni volta.
Cosi si rendeva disponibile a quei giochi, accessibile.
«¡Oye, ya, déjenlo ya ustedes dos!» tuonò la voce della madre dividendoli, interrompendo il gioco prima che potesse accendersi davvero.
«¡Camila!» la rimproverò subito dopo. Ritenne, come sempre, la figlia responsabile di quelle situazioni; momenti che la lasciavano ogni volta sconvolta, sia per l'arrendevolezza con cui la ragazza si prestava ai giochi dei fratelli, sia per la voracità con cui i maschi cercavano in lei un sollievo.
Anche se Camilita non era consanguinea — nata dalla relazione con un europeo in vacanza mentre Yuri, il padre dei ragazzi, per l'ennesima volta ospite dello Stato — era cresciuta insieme a loro. Eppure, quel legame fraterno non sembrava porre alcun freno agli ormoni dei ragazzi, tanto che la madre era stata costretta a imporre un'unica, tassativa regola:
«NON METTERE INCINTA Camilita!»
Quello era un lusso che sarebbe dovuto toccare a un ricco americano o a uno straniero capace di portarla via, regalandole una vita nuova. La vita che la donna stessa sognava da quando era nata.
“scusa mami” Mateo ubbidì, ritrasse le mani dalla sorella e se le portò al naso, curioso di scoprire se avrebbe ritrovato sulle sue dita l’odore di lei ,mentre gli altri fratelli, minacciosi, per non aver rispettato la gerarchia e a quanto pare il proprio turno, lo guardavano con grande invidia.
«E tu, se vuoi renderti utile, vai: ecco la lista e i pesos» aggiunse poi, allungando la mano verso la ragazza per porgerle i soldi e un foglietto di carta.
«Está bien, mami, vado e torno» promise lei, afferrando le banconote stropicciate.
«Non fare come al solito, che ti perdi per strada. Se no, mando Javier a cercarti» l'avvisò la madre mentre lei usciva.
Javier era il maggiore dei fratelli, l'uomo di casa. Non che avesse mai cercato quel ruolo: gli era stato imposto dalle continue assenze del padre, ma ormai era l'unico in quella casa in grado di disciplinare la ragazza, in un certo senso riusciva a resistere alle sue manipolazioni.
Non che non le volesse bene, anzi, forse era quello che ci teneva più di tutti a lei, anche se solo di rado riusciva a rinunciare all’intrattenimento che la sorella offriva, ma sapeva essere molto severo e Camila ne provava un autentico timore riverenziale. Le sue punizioni erano sempre dure, di quelle che la lasciavano incapace di sedersi per giorni.
Sentendo pronunciato il nome del fratello, Camilita si mise le mani sul sedere ancora memore dell’ultima volta che lo aveva fatto arrabbiare.
Felice e un po' eccitata, uscì e corse veloce giù per le scale che l’avrebbero portata in strada, all’aria aperta.
«Buongiorno, señorita» la salutò la vicina. Era intenta a fingersi impegnata a spazzare i gradini mentre, pettegola come sempre, presidiava la sua postazione in cerca di storie da raccontare alle amiche.
«¡Oye, tía!» rispose lei senza fermarsi.
«Bonjour, madamita» la salutò Ernesto, l’artista squattrinato del palazzo che la ammirava e che mille volte le aveva chiesto di posare per un suo dipinto.
«Oye, oye, Ernestino, come va? Trovata l’ispirazione?» lo stuzzicò lei, proseguendo la discesa.
«¡Cuando te miro, siempre!» rispose lui, sciogliendo il nodo della vestaglia logora sotto la quale era completamente nudo e mostrando il sesso alla ragazza.
«Oye, oye, abuelito, copriti! Che alla tua età rischi un malanno» sorrise Camila. Era abituata all’esibizionismo dell’uomo.
«Sono già malato di te, bambina mia» ribatté l'uomo con un filo di voce, mentre lei gli scivolava accanto e rapida spariva infondo alle scale.
“Vado e torno” quella frase nella mente gia le suonava come una bugia.
Sapeva già che non sarebbe stato così. Non avrebbe affatto sprecato quell'occasione di uscire di casa solo per correre alla bodega; avrebbe usato ogni singolo passo per cercare di vivere una delle sue strampalate e calde avventure.
Camila camminava per la strada ed era impossibile ignorarla.
La musica con cui era cresciuta, che aveva riempito ogni attimo della sua vita, i ritmi caldi della salsa e del reggaeton avevano scolpito la sua silhouette, regalandole una sensualità istintiva e vibrante. La sua era una bellezza flessibile e fiera, fatta di muscoli tonici che sembravano vibrare in risposta alle percussioni invisibili dell'isola. Le gambe, slanciate e scattanti, accompagnavano il movimento morbido e ipnotico dei fianchi, che lei volontariamente , in un costante gioco di seduzione, accentuava mettendo malizia in ogni passo, a testimonianza di una naturale eleganza fluida, un'oscillazione che trasformava una semplice camminata in un richiamo musicale. La vitalità di Cuba scorreva sotto la sua pelle dal colore dell’ambra, scurita dal sole a cui lei si offriva ogni volta che poteva, come una corrente calda, donandole un'andatura magnetica, capace di catturare lo sguardo non per ciò che scopriva, ma per l'armonia fiera e consapevole con cui si muoveva.
Nella mano destra, quasi fosse l’accessorio più prezioso del suo intero outfit, stringeva lo smartphone racchiuso in una cover bianca con la cornice dorata, coperta di strass e decorata con un unicorno. Era una sorta di reliquia, ben lontana dall'essere l'ultimo modello sul mercato. In qualsiasi altro paese quel device sarebbe stato considerato vecchio e obsoleto, un pezzo di plastica superato dal tempo; ma lì, tra le strade più povere di Centro Habana, rappresentava un'eccezione straordinaria. Era il regalo di suo zio.
Tío Alejandro viveva all'estero, nella vicina eppure lontanissima America, dove un giorno anche lei si sarebbe trasferita, sempre che sua madre glielo avesse concesso. Lo zio si era persino offerto di ospitarla: le avrebbe trovato un posto come cameriera nel locale di un amico a Miami, il Chica Loca. Era un night club frequentato da altri cubani, e a Camila importava poco se quel lavoro significava servire ai tavoli indossando solo un bikini, scarpe dai tacchi vertiginosi e un grembiulino corto, come aveva visto fare alle altre ragazze nelle foto che l’uomo le aveva mostrato.
Per lei, quel lavoro rappresentava la libertà che sognava da sempre. Alejandro dopotutto era un uomo ricco, aveva fatto fortuna con una piccola società di noleggio auto con conducente, e trasferirsi da lui sembrava l'unica vera via di fuga da una terra che amava, ma che non le offriva alcuna opportunità.
Sua madre, però, non si fidava del fratello. Era tormentata dalle attenzioni ambigue che l’uomo aveva dimostrato la figlia ogni volta che era tornato sull'isola.
Quel vecchio smartphone restava un lusso concesso a pochissimi tra i suoi coetanei. Camila lo portava in giro con orgoglio, quasi a manifestare il suo status, consapevole che quel piccolo oggetto geometrico racchiudeva una finestra sul mondo che a molti era negata, e la promessa di una nuova vita che, forse, un giorno avrebbe raggiunto.
Intanto, quasi quotidianamente o ogni volta che la rete reggeva, si teneva segretamente in contatto con l’uomo. Non erano telefonate, quelle costavano troppo; erano chat in cui parlavano di tutto. Tío Alejandro era diventato il suo confidente. L’uomo, approfittando dell’inesperienza della nipote, le aveva carpito la fiducia, e Camila, convinta che lui fosse un porto sicuro, si era lasciata andare, confessandogli ambizioni, fantasie ed esperienze personali, come il rapporto ambiguo con i fratelli, relazione verso la quale l’uomo sembrava particolarmente interessato.
Così, quando era arrivato a chiederle un contributo per lo sforzo finanziario richiesto dall’acquisto di quei pacchetti dati, e di tutti i regali che le inviava, Camila aveva creduto che fosse un atto dovuto, un modo per ringraziare lo zio per la sua generosità.
“Mi cosita, Sono solo foto in fondo” gli aveva scritto alla prima richiesta
“sono solo foto” si era ripetuta lei. E così, seguendo con dovizia le istruzioni ricevute da Alejandro, posava per quegli scatti, di certo non adatti a un contesto familiare, mostrandosi prima in vestiti sempre più succinti, poi in bikini e in fine nuda, intenta a compiere atti intimi.
L’uomo reagiva con entusiasmo quando riceveva quegli scatti, dicendogli che avrebbe mostrato quelle immagini ai suoi amici, per far capire a tutti quanto bella fosse la nipote.
Camila, in un certo senso, si sentiva lusingata da quelle attenzioni. Eppure, avvertiva che c’era qualcosa di storto in quella dinamica, qualcosa di persino più sbagliato di ciò che accadeva tra lei e i suoi fratelli; ma non voleva deluderlo.
Era così che l'uomo era riuscito a controllarla a distanza: dicendole come vestirsi, come acconciarsi i capelli, come truccarsi e persino come depilarsi, pretendendo che il suo inguine avesse un aspetto curato ma naturale. Nella sua lucida manipolazione, Alejandro era riuscito a convincerla che i giochi con i fratelli fossero normali, un percorso naturale che l'avrebbe preparata a ciò che un giorno anche lui avrebbe preteso da lei. Un tributo dovuto, dopotutto, per tutto ciò che lo zio faceva per la famiglia. Le ripeteva che doveva vivere a pieno quelle esperienze, mostrandosi disponibile e aperta, con un'unica condizione: doveva raccontargli ogni singolo incontro nei minimi dettagli.
Tío Alejandro era lontano, eppure la sua presenza era costante. Ma Camila non viveva tutto questo come un abuso o un'oppressione.
Era felice ogni volta che il telefono agganciava una cella e la notifica sullo schermo, le annunciava un messaggio dell’uomo. Per lei, lo zio era un mentore generoso, dolce ,comprensivo, l'unico disposto a prometterle un futuro radioso in America.
Camila amava profondamente il quartiere in cui era nata: per lei, quelle strade erano casa e quella gente era la sua famiglia. In mezzo alla complessità del suo mondo, camminava mostrando un modo di apparire assolutamente naturale e in totale confidenza con ciò che indossava. Sapeva bene di non passare inosservata, vestendo quel completo così minimale e audace, senza temere nulla, senza paura, si sentiva al sicuro, girando per quelle strade, non le era mai accaduto nulla, o meglio, nulla che non volesse.
Era il prezzo, piccolo, della sua versione di libertà, un compromesso che accettava col sorriso: un complimento troppo diretto lanciato da un angolo, uno sguardo che si prolungava un secondo di troppo mentre attraversava la via. Eppure, dietro quegli occhi che la seguivano, c'era una legge invisibile e solida come le colonne scrostate del barrio. Nessuno, tra i suoi vicini o tra coloro che vivevano nel quartiere, avrebbe mai osato toccarla contro la sua volontà o farle del male. Per tutti loro lei era una hija, una figlia della stessa strada, La noviecita del barrio.
Non c'era in lei la minima esitazione o l'accenno di quel disagio che blocca le gambe quando ci si sente troppo osservati. Avanzava per la via affollata, con la straordinaria disinvoltura di chi è padrona assoluta del proprio spazio, portando quel completo azzurro non come un modo per mettersi in mostra, ma come l'espressione spontanea della sua giovinezza. Il suo sguardo era rilassato, il viso sereno, la postura confidente e distesa: la sicurezza profonda di chi si sente perfettamente protetta dalla sua stessa gente, trasformando una banale commissione pomeridiana in una camminata fiera, dove la bellezza diventava un tutt'uno con la vita della capitale.
Tutti nel barrio la conoscevano e in un certo senso la proteggevano.
“¡Buenos días, piccola Camila!” disse l'uomo in nero, comparso quasi dal nulla tra le ombre dei portici.
“Buongiorno padre” rispose lei quando, messa a fuoco la figura scura, riconobbe, Don Tonino, il parroco della vicina chiesa cattolica, un luogo che in pochi nel quartiere frequentavano.
“Mi verrai a trovare in parrocchia un giorno di questi?” chiese l'uomo, stringendo la Bibbia al petto e guardandola con un misto di speranza e indulgenza.
“Vedremo, padre... come si dice? Le vie del Signore sono infinite” rispose lei con un sorriso enigmatico. Con quel mezzo addio si lasciò alle spalle la figura austera del prete, tornando a far dondolare i fianchi sull'asfalto bollente de L'Avana.
“¡Que Dios te bendiga! “ disse l’uomo di chiesa, ammirandola andarsene e soffermando lo sguardo sulle curve sinuose del suo corpo.
Quell’augurio risuonò nelle orecchie della ragazza in modo strano, sapeva spiegarsene il motivo, le parve quasi un apprezzamento molto spinto. E quando si voltò a guardarlo, notò l'espressione del suo viso, vide nei suoi occhi una luce che aveva visto altre volte, un luccichio non certo adatta a un ministro di Dio, desiderio carnale.
“¡Oye, mamita, cammina per l'ombra che il sole brucia!” le gridò un vecchio seduto su una sedia a dondolo davanti a un portone del suo palazzo, mentre un'anziana dal balcone dall’altro lato della strada ,colpiva con un battipanni un tappeto che sembrava avere più di un secolo nel tentativo di liberarlo dalla polvere, vedendola passare le faceva un cenno di saluto con la testa, a cui lei rispose sollevando la mano.
“¡La bendición, Tío Danilo!” rispose lei.
“Il sole è il mio amante: mi bacia ma non mi morde” aggiunse con un sorriso radioso, senza rallentare il passo.
Ad ogni suo passo, l'aria rovente sollecitava la pelle a imperlarsi di sudore e sprigionava intorno a lei un profumo di una semplicità disarmante, un’essenza pulita di bucato steso al sole e fiori freschi. Era l'odore delicato ma persistente del sapone con cui si era lavata , lo stesso che doveva condividere con tutti i suoi fratelli ,ma che su di lei prendeva un'altra sfumatura. Il merito era della sua pelle e di un piccolo trucco che aveva imparato da una vicina: miscelare l'aroma dolce e carnale di un pugno di gelsomini raccolti nel cortile, schiacciarli tra le dita e, infine, passarli, sul collo, sotto le ascelle, tra l’incavo del seno, sull’inguine, sfiorando l’area genitale. Scaldata dal sole di Centro Habana, il cui effetto raddoppiava restituito dall'asfalto rovente delle strade e dal calore naturale del suo corpo, questa combinazione liberava una scia sensuale e provocante: il profumo dell'acqua pura, di sapone e della fioritura tropicale.
Tío Danilo, che in vita sua aveva amato tante donne ma che ormai aveva perso ogni ardore, se l’era vista passare accanto a meno di un metro dal naso, travolto in pieno da quel profumo e rimanendone estasiato. Quando la ragazza gli diede le spalle, il suo sguardo calò inevitabilmente sotto la vita di lei.
“Oye, princesa…” sospirò l'uomo, ammirandola allontanarsi. “Avessi vent'anni di meno, ti morderei io”, pensò tra sé.
Camila si ritrovò a passare per una piccola piazza dove alcuni ragazzini erano intenti a calciare un pallone di cuoio rovinato, quando la videro, si interruppero e corsero verso di lei.
«¡Camilita! ¡Titi! ¡Hermanita!» gridavano entusiasti, circondandola in un turbine di magliette sbiadite e piedi scalzi.
Camila sapeva che contenere il loro entusiasmo sarebbe stata un'impresa. Si piantò a mani sui fianchi, fingendo un'aria severa che non riusciva a nascondere il luccichio divertito nei suoi occhi.
«¡Oye! ¿E voi che cosa volete?» li sfidò con un sorriso, ritrovandosi circondata da quei cuccioli famelici e curiosi.
«Facci vedere le tette!» pretese uno, seguito subito dagli altri.
«Sì! Sì! Le tette! Le tette!» gridarono in coro. Persino un uomo estraneo al gruppetto, che passava di lì in bicicletta, si unì alla richiesta: «E dai, facci vedere le tette!» urlò da lontano.
«¡Oye! Ma siete matti?» chiese lei, divertita. Ma prima che se ne rendesse conto, uno dei ragazzini le scivolò alle spalle e, con un gesto rapido, le afferrò il top tirandolo verso il basso, mettendole a nudo il seno.
Camila, presa alla sprovvista, reagì di scatto cercando di coprirsi, ma finì per rendersi indifesa di fronte alle mani del gruppetto che l'assediava, desideroso di scoprire come fosse fatto il corpo di una giovane donna. Eppure Camila ridacchiava; quelle manine le provocavano il solletico e, insieme a esso, un brivido caldo.
«Adesso basta, mocciosi!» interruppe quel momento una voce profonda e forte. Era un uomo corpulento in una sdrucita divisa mimetica. «Lasciate in pace la señorita!» tuonò, allontanando il gruppetto a forza di schiaffoni.
«Tutto bene, señorita?» le chiese poi, voltandosi verso di lei.
«Sì, grazie. Stavano solo giocando» rispose lei, rimettendo a posto il top, del tutto incapace di sentirsi offesa.
«Oh, beh... Buona giornata allora» disse l’uomo, allontanandosi per la sua strada.
«Buona giornata» ricambiò lei, prima di riprendere il cammino.
«Ciao Camila!» esclamò uno dei ragazzini. Come se non fosse successo nulla, avevano già ripreso a calciare il pallone rovinato.
«Ciao, hermanitos!» li salutò lei.
«Domani ancora?» rilanciò uno di loro da lontano.
«Vedremo» rispose lei allontanandosi.
Sudata per il caldo opprimente e per la recente avventura, Camila arrivò finalmente alla bodega. Entrò nel negozio spostando di lato la tenda di perline all’ingresso. C’erano pochi clienti: in pochi, nel quartiere, potevano permettersi di fare la spesa ogni santo giorno.
«¡Buenos días, tesoro! Come sta la mamma?» chiese María, la bodeguera, una donna che conosceva la ragazza da quando era in fasce.
«Bene, signora. Sempre nervosa, ma bene» rispose lei, strappandole una risata genuina.
Spianò sul palmo della mano il foglietto stropicciato scritto a matita da sua madre. La lista era la solita, misera storia di ogni fine mese a Centro Habana: il pacchetto di caffè della libreta, due libbre di riso sfuso e, se i pesos bastavano, tre platani per fare i tostones. Una spesa da fame che stringeva il cuore. Camila sognava, per una volta, di fare un pasto come quelli che i turisti consumavano negli alberghi del centro , vietati ai locali ,mentre lei era costretta ad accontentarsi solo dello stretto necessario per sopravvivere, restando sempre e comunque affamata.
«Cosa devi prendere oggi, cara?» chiese la donna allungando le mani.
Camila le cedette il foglietto con una sottile ansia, timorosa che i soldi che portava arrotolati sotto l’elastico degli short non bastassero a pagare il conto, e di conseguenza, facendola apparire come una povera morta di fame.
«Ce li hai i soldi?» indagò la donna. Da tempo ormai non faceva più credito a nessuno.
«Certo, signora» rispose lei, sfilando dagli slip il denaro stropicciato.
«Oh, bene... Aspetta qui» le disse la bodeguera.
Mentre la signora era indaffarata a preparare la spesa, Felix, il marito della donna, non le staccava gli occhi di dosso. Era un uomo nero come l’ebano, massiccio, dall’aspetto trasandato e dall’aria inquietante, seduto in un angolo del negozio. Quello sguardo la faceva sentire a disagio. Non che non fosse abituata agli occhi degli uomini, ma c’era una minaccia precisa in quelle due braci ardenti incassate dentro le orbite scure.
L'uomo sedeva rigido, immobile, con entrambe le mani nodose appoggiate sul pomello in ottone di un pesante bastone da passeggio in legno scuro. Camila lo fissò per un istante e sentì un brivido freddo risalirle la schiena: sapeva bene che quell'oggetto non era solo un presidio ortopedico per le gambe malate, segnate dalla poliomielite, ma una vera e propria arma con cui, grazie a braccia muscolose come tronchi, difendeva la sua attività. Nel barrio si raccontava ancora di come, l'inverno prima, Felix avesse quasi spezzato il braccio a un ragazzino sorpreso a infilarsi una tavoletta di cioccolato sotto la maglietta.
Camila avrebbe preferito di gran lunga uno sguardo lascivo da parte dell’uomo, piuttosto che quella condanna silenziosa che, prima ancora di qualsiasi colpa, la imputava già come una ladra.
Il silenzio era opprimente. Camila avrebbe voluto essere altrove: l’attesa della donna sembrava protrarsi all’infinito. Trasalì con un vero sussulto quando l’uomo, con un colpo di tosse, si schiarì la voce.
«Salve, Tío Felix» sorrise lei, timidamente. Provò ad addolcirlo, ma l’uomo restò impassibile, limitandosi a un breve cenno del capo, con uno sguardo fisso su di lei che sembrava dirle: “occhio mamasita ti tengo d’occhio!”
Ebbe l’idea che l’uomo fosse indifferente al suo fascino, il suo rifiuto le causò un profondo fastidio. Cercò di distrarsi osservando i prodotti esposti sugli scaffali semivuoti, e fu allora che i suoi occhi caddero su una vetrinetta frigo accanto alla cassa, tenuta insieme con lo scotch, che funzionava emettendo un ronzio terribile. Lì, per metà immersa nel ghiaccio tritato che andava sciogliendosi, c'era una confezione da sei di TuKola. Le curve scure del vetro erano completamente imperlate di una condensa fredda che colava lenta, promettendo un sorso di felicità frizzante, capace di spazzare via in un istante tutta l'arsura di quel pomeriggio di luglio. Era un oggetto bellissimo, quasi erotico nella sua espressiva freschezza, ma costava più di tutti i pesos che aveva in mano per la cena della famiglia. Camila deglutì, sentendo la gola secca, mentre lo sguardo restava calamitato da quel miraggio proibito.
“I platani sono sul retro, vado a prenderli” disse la donna.
Poi prima di lasciare la stanza, lanciò un occhiata a Felix, poi alla ragazza davanti al bancone
“tu fai il bravo e tieni d’occhio il negozio” aggiunse rivolta all’uomo.
“Torno subito cara” le disse, lasciandola sola con il marito.
Quell'improvviso isolamento la agitò ancora di più. Camila ebbe la netta sensazione che l’uomo percepisse il suo imbarazzo e che in qualche modo ne godesse. Cercò di ignorarlo restando rigida, immobile e abbastanza lontana da qualunque merce potesse dargli anche solo l’impressione che fosse pronta a rubarla; eppure, non riusciva a staccare gli occhi da quella cola ghiacciata che sembrava chiamarla.
“Hai sete?” chiese l’uomo, rompendo il silenzio con la sua voce profonda.
«No...» mentì lei. Anche se, a dirla tutta, non era la sete a farle bramare quella bevanda: era il puro e semplice desiderio di possederla a renderla un irresistibile frutto proibito.
«Prendila» disse lui, accennando alla vetrinetta con un movimento del capo. «È buona, molto rinfrescante» aggiunse.
«La mia signora non me la lascia mai assaggiare» mormorò Felix con una rassegnazione cupa, che sembrava grattare l'aria.
Mentre l'eco di quelle parole moriva nel ronzio distorto del frigorifero, Camila sentì il peso dello sguardo del vecchio mutare traiettoria. Non era più lo scrutinio di un guardiano; era una linea di calore invisibile che le scivolò lungo la clavicola, scese tra i seni imperlati di sudore sotto il top, giù, dritta fino ai suoi short. Lì gli occhi di Felix si inchiodarono, proprio dove il tessuto stringeva elastico mostrando la carne giovane.
L'aria nella bodega si fece d'un tratto densa, saporosa di polvere e zucchero di canna. Camila guardò la bottiglia, poi di nuovo l'uomo: le curve scure del vetro che colavano condensa gelata si sovrapponevano, nella sua mente, all'immagine del denaro stropicciato che sentiva premere contro la propria pelle nuda, dentro le mutandine.
Non era affatto sicura che Felix stesse parlando della TuKola. Forse, l'unica cosa che quel vecchio voleva consumare era il segreto che lei custodiva sotto il tessuto, stretto tra le sue cosce.
Camila ci pensò. Forse non era un'offerta del tutto inaccettabile: la TuKola in cambio di un pò di intimità. Le sembrava quasi ragionevole, purché fosse lei a mantenere il controllo di tutto, imponendo un freno prima che ci si spingesse troppo in là. Qualcosa nelle orbite scure di Felix la convinse che, in quel momento, il vecchio fosse sincero. E poi, cosa mai avrebbe potuto farle un uomo quasi paralizzato?
«Su, tranquilla, señorita. Ti conosco da una vita. Prendila» insistette lui. Il tono mellifluo della sua voce era quasi ipnotico, una melodia viscida che sembrava avvolgere l'intera stanza.
«Non ho abbastanza soldi» replicò lei, sollevando la testa, osservando il ventilatore a soffitto fermo da cosi tanto tempo che ormai il suo unico scopo era raccogliere polvere e ragnatele, cercando di scegliere tra il desiderio di appagare un capriccio, bevendo quella deliziosa bevanda, o resistere e scegliere una via d'uscita razionale.
«Beh, possiamo sempre metterci d'accordo» mormorò lui, palesando finalmente il suo scopo recondito.
«Ecco, lo sapevo» pensò lei, senza mostrare traccia di turbamento o sorpresa.
«Cosa vuole in cambio, Tío?»
«Niente. Solo che ti siedi sulle mie ginocchia mentre la bevi» propose lui. Le sue mani nodose si strinsero con più forza sul pomello d'ottone del bastone, mentre la fissava con quegli occhi da inquisitore in cui ora bruciava una luce torbida.
Camila si chiese se sarebbe davvero riuscita a divincolarsi, qualora fosse finita tra quelle mani giganti.
«Allora, cosa decidi?» la incalzò lui.
Camila calcolò i rischi. Per svuotare quella bottiglietta ci avrebbe messo tre, al massimo cinque minuti; di sicuro la moglie dell’uomo sarebbe tornata prima che il marito potesse tentare qualcosa di davvero sconveniente. La tentazione di bere quella cola era enorme. Era stata solo una bambina l’ultima volta che ne aveva assaggiata una: pochi sorsi da una bottiglia offerta a lei e ai suoi fratelli da uno straniero generoso. Chissà quanto altro tempo sarebbe passato prima di poterlo fare di nuovo.
«Tre minuti» disse alla fine, senza trovare il coraggio di guardare l’uomo negli occhi.
«Bene, allora. Prendila pure» concordò lui, con un tono che non ammetteva repliche.
Camila aprì la vetrinetta frigo e fu investita dall’aria gelida contenuta al suo interno. Fu una sensazione piacevole, un sollievo rinfrescante sulla pelle imperlata di sudore. Allungò il braccio e prese la bottiglia che si trovava proprio sul fondo, senza sapere che quel gesto apparentemente banale sarebbe stato un errore che le sarebbe costato carissimo.
“tre minuti” ripeté tra sé raggiungendo l’uomo, certo sapeva che in tre minuti le cose potevano complicarsi e parecchio.
Erano bastati tre minuti quella mattina all’alba mentre tutti ancora dormivano, per farsi riempire la fica di sborra dal fratello mentre china sul lavabo della cucina, si spazzolava i denti, per fortuna Tio Alejandro ogni mese le mandava dall’america una confezione di pillole anticoncezionali, che lei prendeva con regolarità.
Camila doveva fare ,molta attenzione.
Il vetro era un pezzo di ghiaccio vivo tra le dita. Felix, senza alzarsi, usò il lungo bastone: ne infilò il pomello sotto il bancone e agganciò la caviglia di Camila, tirandola a sé con una forza. Non fu uno strattone violento, ma un richiamo fermo, inesorabile come un pescatore che issa in barca la sua preda all'amo.
"Il tempo scorre, señorita," sussurrò l'uomo.
Con il cuore che le batteva contro le costole, Camila dovette cedere. Si avvicinò e si sedette di sbieco sulle sue ginocchia rigide. Il contrasto fu brutale: la carne sudata, fredda e tesa di Felix, coperta dai pantaloni logori che una volta dovevano essere stati color crema ,ma che per l’usura e una scarsa igiene, avevano preso il colore che variava tra il marrone e il giallo, premeva contro il tessuto azzurro e sottilissimo dei suoi micro-shorts, che non offrivano protezione sufficente.
Fu in quel millesimo di secondo che l'odore animalesco dell'uomo la investì, togliendole il respiro. Nel barrio pochi potevano permettersi una corretta igiene: l’acqua era una risorsa preziosa e i prodotti cosmetici un miraggio. Ma Felix emanava un puzzo ineguagliabile e aspro di sudore vecchio, di sigarette, di alcol radicato negli anni , di pelle stantia, di urina, e sperma, un odore che sembrava trasudare direttamente dalle pareti umide della bodega. Era il profumo della miseria, di un disgraziato che ha rinunciato a combattere.
In quel contatto forzato, le fece venire la pelle d'oca, un senso di vomito, sensazione amplificata dall'afa.
«Su, che aspetti, linda? Bevi» la incitò lui.
Camila prese coraggio e portò la bottiglia alle labbra, sperando di svuotarla in tre sorsi. Ma al primo contatto, il liquido quasi congelato le bloccò la gola. Il freddo intenso le tolse il respiro, causandole una fitta dolorosa alle tempie. Era impossibile berla in fretta; doveva per forza aspettare tra un sorso e l'altro.
Felix lo capì e godette di quel ritardo. Senza toccarla direttamente con le mani, che rimasero salde sul pomello del bastone, come a ricordarle chi comandava ,l'uomo spinse lentamente la punta del legno contro la coscia di Camila, costringendola a schiudere le ginocchia, poi facendola risalire millimetro dopo millimetro lungo la linea tesa della gamba, fino al punto dell’interno vicino al pube della ragazza, in cui la pelle nuda incontrava il tessuto elasticizzato dei suoi shorts.
“¿Te gusta, eh, mamita?»" mormorò Felix con un sorriso sghembo avvicinando la bocca fetida al collo di lei e baciandole la pelle morbida e madida di sudore.
Camila restava in silenzio, nonostante il disaggio, tutto il gusto della bibita, era, qualcosa che con il tempo, con la memoria, aveva finito per idealizzare, eppure, non tradiva la sua aspettativa. Mentre l’uomo premeva l’asta del bastone sulla carne paffuta tra le sue gambe, celata dentro gli shorts.
In quella domanda c'era tutto il peso dello scambio che Camila aveva accettato: il piacere gelata della cola, che altrove nel mondo sarebbe costata pochi centesimi e che li invece si impastava all'umiliazione di stare seduta su quelle ginocchia di un vecchio e subire i suoi capricci.
Nel frattempo, la condensa gelata della bottiglia, che Camila stringeva al petto nel tentativo di difendersi, cominciò a sciogliersi. Le gocce d'acqua fredda iniziarono a colare lungo il suo décolleté scoperto dal top a tubo, scivolando fin dentro l'increspatura del tessuto, mescolandosi al suo sudore e al profumo carnale di gelsomino.
“oye si che te gusta” disse l’uomo che, ormai perso ogni freno, muoveva le mani sul corpo di lei.
Camila mandò giù il secondo sorso, con gli occhi spalancati fissi davanti a se persi nel vuoto, come a cercare di assentarsi da quella situazione , sperando di vedere da un momento all'altro la moglie che tornava dal retro.
Ma quel momento sembrava tardare, Camila sentiva Maria, parlare con qualcuno sul retro, chiunque fosse, doveva essere una persona gradita alla donna, visto che la teneva lontana dal suo dovere e da suo marito, intanto lui, si godeva il tempo che gli restava con Camila.
“Mi piace molto" disse fremendo, mentre l’accarezzava, notando il gioiello con cui la ragazza aveva decorato il proprio ombellico.
Felix fissava lo zircone che brillava incastonato su un piccolo anello di metallo, una pietra di poco conto per il mondo, ma che lei, aveva caricato di significati, fino a renderlo inestimabile.
Era uno dei tanti regali che arrivavano da Miami da parte di Tío Alejandro, come i vestiti, le scarpe, la biancheria intima e i cosmetici. Molte di quelle cose la madre le rivendeva per sopravvivere, per pagare i debiti e mandare avanti la casa; ma altre restavano sue, intoccabili. Come il completo azzurro e le mutandine , un micro-tanga nero a vita bassa , che indossava quel giorno. O come i piercing all’ombelico, al capezzolo sinistro e sulla lingua, e i tatuaggi che lo zio l'aveva convinta a farsi ogni volta che era tornato a trovarla sull'isola, spacciandoli per una forma di devozione.
La rosa sul polso sinistro; la scritta Alejandro in caratteri flourishes sul fianco destro, all’altezza delle costole e appena sotto il seno; il piccolo leone rampante sull’inguine. Erano marchi che lei vedeva come testimonianze d'affetto, ma che in realtà erano stati concepiti dallo zio per dichiarare il possesso assoluto del suo corpo.
«Su, carina, metti un piede qui» le chiese l'uomo con voce roca, interrompendo i suoi pensieri. Le sollevò la gamba con decisione ,quasi con fretta, costringendola a posare il piede direttamente sul proprio ginocchio, in modo che il pube fosse più accessibile.
La mano ruvida dell’uomo, scivolò rapida sulla coscia della ragazza, senza tentennare fino a raggiungere il cavallo dei suoi short.
“sei tutta bagnata” le sussurrò muovendo le dita lungo la fessura accennata sotto il tessuto
“sono sudata” precisò lei “il caldo oggi è terribile!” aggiunse caparbia, cercando di negargli la soddisfazione di sapere quanto quella situazione, tra la bibita, ghiacciata e zuccherata, e le sue attenzioni, la coinvolgesse.
“bugiarda!” la redarguì lui e per trovare conferma, della sua eccitazione ,spinto le dita oltre l’orlo dei suoi short, esposto il sesso di lei, verificò da solo che ciò che la sua carne rilasciava non era sudore, ma un liquido piu denso ,l’abbondante lubrificazione della sua fica.
A quel contatto indecente, intimo, Camila drizzò la schiena allungò il collo, lasciando cadere la bottiglietta ancora mezza piena sul pavimento, portandosi le mani sulla bocca, cercando di trattenere il sospiro le salvia dallo stomaco e le esplodeva in gola.
“Oye piccola mia, avessi più tempo” disse Felix mentre il suo indice la esplorava facendosi largo tra le pareti carnose del suo fiore caldo e appiccicoso.
«Ecco i tuoi platani!»
María era tornata. Preannunciando la sua presenza ad alta voce prima ancora di varcare la soglia, aveva dato il tempo a Camila e a Felix di staccarsi e, nei limiti del possibile, di assumere un'aria indifferente.
«Tutto bene?» chiese la bodeguera, notando una certa agitazione nella ragazza.
«Sì, Tía, è il caldo» rispose lei prontamente, ancora un po' ansimante.
«¡Oye, piccola mia! Bagnati la testa con un po' d'acqua» le disse la donna, porgendole una bottiglietta di plastica di acqua naturale.
«Grazie, Tía» disse Camila, stringendo la plastica calda.
«Figurati. L’aggiungo al conto e ti faccio anche un piccolo sconto» aggiunse María, mettendo subito in chiaro che quell'offerta non era affatto un regalo.
«Sì... grazie, Tía. Sei sempre generosa» rispose lei, con un filo di ironia amara che le morì in gola.
“allora sono 860 pesos” disse la donna come una sentenza.
Camila, sciolse la mazzetta di banconote che aveva in mano e prese a contarle.
“è praticamente tutto quello che ho” disse con rassegnazione.
“beh… hai preso anche l’acqua” le ricordò lei, dimenticando però che era stata una sua offerta.
“si..tia” disse lei “ecco tieni” disse passandole i soldi.
“bene carina, salutami la mamma” disse maria dopo aver controllato uno ad uno tutte le banconote e aver nascosto il malloppo nella scollatura della camicia dove strabordava il decoltè feroce di un seno enorme, di una donna gravemente obesa.
Camila allungò la mano per prendere la spesa, ma la donna trattenne la borsa di plastica sul bancone con un dito indice dalle unghie laccate.
«E il sacchetto?» domandò María, sollevando un sopracciglio. «Sono altri dieci pesos, lo sai che li pago anche io dal grossista».
“Maria” cercò di intervenire felix nel tentativo di mettere un limite all’avidità della moglie.
“Taci tu, sto parlando con la senorita qui” lo zittì lei.
Camila rimase un attimo immobile, con le dita a mezz'aria. Guardò la bottiglia d'acqua, il cibo per la madre, e poi quella busta di plastica logora che sembrava diventata improvvisamente un bene di lusso. Quella donna non le avrebbe regalato nemmeno il respiro.
«Non ho altri dieci pesos, Tía. Te l'ho detto, quelli erano tutti i miei soldi», rispose Camila, allargando le braccia, cercando di mantenere la voce ferma nonostante la rabbia le stringesse la gola.
María scosse la testa con finta commiserazione, aprì il sacchetto e, con gesti lenti e deliberati, cominciò a svuotarlo sul bancone. La bottiglia d'acqua e i pacchetti di cibo rotolarono sul legno consumato.
«Niente soldi, niente sacchetto, mi amor. Regole del negozio», disse la donna con un sorriso tirato.
Solo in quel momento, Camila, si era accorta di un dettaglio che fino a quel punto aveva trascurato, il trucco pesante con cui la donna decorava il viso, la faceva sembrare una maschera grottesca.
Stronza avida, si meritava le corna che il marito aveva cercato di farle poco prima, pensò guardandola ripiegare la plastica per rimetterla sotto la cassa.
«Puoi usare la maglietta come sacco. O arrangiarti, mi amor».
Camila sentì le guance bruciare per l'umiliazione. Era chiaro che quell’ultima affermazione fosse un velato insulto al suo modo di vestirsi, alla sua povertà. Avrebbe voluto urlarle in faccia la verità: che la sua era solo l'invidia di una scrofa grassa che in quel top aderente non ci sarebbe mai entrata.
Ma si trattenne. La bodega più vicina era a non meno di due chilometri da casa, e là i prezzi erano ancora più salati. María lo sapeva, e ci godeva.
Senza dire una parola, Camila raccolse la merce dal bancone stringendola al petto, incastrando la bottiglia d'acqua sotto il braccio. Si voltò di scatto e uscì, decisa a non mostrare nemmeno una lacrima a quella donna, odiosa e falsa.
Non appena mise piede sul marciapiede sconnesso, investita dal caldo soffocante della strada, la voce di Maria esplose furiosa dall'interno della bottega, tagliando l'aria.
«¡Cretino! ¿Qué hiciste? ¡Te tomaste una cola!», sbraitò la donna, e il rumore di una cassa di plastica sbattuta sul pavimento seguì il grido. «Hai aspettato che andassi nel retro per fregarmi, descarado! E sono sicura che quella chonga ti ha aiutato! ¡Tremendo fao me hanno fatto!».
María aveva trovato la bottiglietta vuota sul pavimento. Forse ai piedi dell’uomo dove lei presa dall’enfasi l’aveva fatta cadere, Felix non proferiva parola. Camila accelerò il passo, stringendo la spesa al petto. Sperava solo che lui tenesse la bocca chiusa su quello che avevano condiviso prima che la zia tornasse dal retro. Con il cuore pieno di rabbia, s'incamminò a grandi passi verso casa.
Mentre dal cielo ormai basso, cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia.
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