Una Nuova Storia Alice
di
passodalfiume
genere
voyeur
Alice era una ragazza dai lineamenti delicati, pelle che sembrava fatta di porcellana, minuta nel fisico, sotto al metro e settanta, occhi azzurri dotati di un gelo, che affascinava se li fissavi troppo a lungo, labbra sottili che sembravano fatte per sussurrare, aveva un seno piccolo come piccoli erano le sue mani e i suoi piedi, come se fossero parti di lei che si erano sempre rifiutate di crescere, gambe affusolate e madre natura aveva dato il meglio di se nel lato posteriore, il suo fondoschiena la cui forma era accentuata da una vita sottile, era rotondo, alto, pieno e sodo, attirava gli guardi degli uomini e non di rado anche le mani. Alice , incontrandola per strada avresti potuto dire che senza alcun dubbio era una Goth, non nel senso superficiale del termine, non per moda, ma come stile di vita, stile di vita che aveva scelto a soli 12 anni e che aveva portato avanti per i seguenti 10.
Era Goth nel modo in cui portava il nero come una seconda pelle, nel modo in cui i suoi tatuaggi , tatuaggi che le ricoprivano il corpo da capo a piedi, solo il volto ne era esente, anche la dove la pelle non era espota, sembravano capitoli di un libro che non aveva ancora finito di scrivere e che in pochi si erano presi la briga di cominciare a leggere veramente, Alice era Goth nel modo in cui la sua presenza aveva sempre un’ombra di teatralità involontaria.
Alice non era nata goth.
Lo era diventata, lentamente, come si diventa qualcosa che si sceglie e che allo stesso tempo ci sceglie.
Aveva dodici anni quando aveva iniziato a vestirsi di nero. Una forma di lutto, lutto da cui non si sarebbe mai sciolta.
Un anno prima ,Enrico suo padre era morto in un banale incidente, un tizio troppo preso dalla sua vita e dal suo smartphone, lo aveva investito con la sua auto, mentre tornava a casa in bicicletta dopo il lavoro, l’unico adulto con cui avesse mai sentito un legame vero se ne era andato per sempre. Lui era stato il suo rifugio: un uomo silenzioso, un po’ malinconico, che ascoltava musica che al tempo le sembrava datata, ma che avrebbe imparato ad amare, come The Cure, HIM, Evanescence, Nightwish, Placebo, Lacuna Coil.
Alice non capiva ancora i testi, ma ne percepiva la densità emotiva, quella miscela di ombra e bellezza che sembrava parlare direttamente a lei.
Dopo la sua morte, la casa era diventata un luogo ostile o meglio lo era diventato ancora di più.
Sua madre Vanessa, non aveva mai saputo essere madre: aveva guardato Alice come si guarda una rivale, non una figlia. Ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio era diventato un campo minato.
Alice aveva iniziato a rifugiarsi in soffitta, a mettere i suoi CD nello stereo scassato che era riuscita a non far buttar via dalla madre, e li passava le sue giornate, lasciandosi avvolgere da quelle voci profonde, da quelle chitarre scure, da quei ritornelli che sembravano fatti apposta per chi non si sentiva compreso.
Il nero era venuto da sé.
Prima una felpa, poi un eyeliner rubato, poi una collana con un ciondolo che non aveva alcun significato preciso, ma che per lei era un talismano.
A dodici anni aveva capito che vestirsi così la faceva sentire meno esposta, meno vulnerabile. Era come indossare un linguaggio che nessuno nella sua famiglia parlava più.
A sedici anni , aveva conosciuto Ronald, uno sbandato 10 anni più grande di lei, tante fantasie e progetti insieme, raccolto quelle cose che ancora riteneva sue, se n’era andata.
Aveva lasciato la casa della madre senza voltarsi, con uno zaino, qualche vestito, pochi spiccioli in tasca e una manciata di sogni confusi.
Voleva essere indipendente, voleva respirare, voleva costruirsi una vita che non fosse un continuo confronto con qualcuno che la disprezzava.
Ma la libertà, così giovane, era stata una strada piena di trappole.
Ronald si era dimostrato un perdente, un bambino nel corpo di un uomo, e lei lo aveva lasciato, dopo di lui tanti altri.
Molti degli uomini che aveva incontrato negli anni successivi avevano visto in lei non una ragazza con dei bisogni e delle necessità, ma un’opportunità, una preda indifesa.
La sua estetica goth, la sua fragilità ben nascosta, la sua voglia di sentirsi accolta erano diventate calamite per persone che cercavano di approfittarsi di lei.
Alcuni l’avevano illusa, altri manipolata, altri ancora avevano tentato di comprarne l’attenzione con favori, ospitalità, promesse, denaro e regali.
Alice ci era cascata, ci aveva creduto si era concessa in ogni modo sperando in un epilogo diverso e quando il finale si ripeteva riempiendola di dolore e umiliazione, aveva persino smesso di sentirsi amareggiata.
Questo l’aveva indurita.
L’aveva resa più attenta, più diffidente, più consapevole del fatto che molti uomini erano pronti a tutto pur di entrare nelle sue grazie e quello poteva volgere a suo favore.
A 18 anni era rimasta incinta, ma la vita che faceva, sempre al margine, le aveva fatto perdere il bambino alla 8 settimana.
Visse quell’esperienza, in un oblio tra tragedia e sollievo, perché non si giudicava come una donna che sarebbe potuta essere una buona madre, ma allo stesso tempo, sentiva che avere quel figlio, forse l’avrebbe salvata.
Era diventata cinica, ma aveva imparato a riconoscere le intenzioni nascoste, i sorrisi troppo larghi, le gentilezze interessate.
Eppure, nonostante tutto, la sua estetica goth non era mai diventata una corazza amara.
Era rimasta un modo di essere, un’eredità del padre, una forma di identità che la faceva sentire più vera.
Ogni tatuaggio, ogni accessorio, ogni sfumatura di nero era un pezzo della sua storia: la bambina che aveva perso troppo presto, l’adolescente che aveva cercato di salvarsi da sola, la giovane donna che continuava a cercare un posto nel mondo dove non dovesse difendersi da tutto.
Alice era diventata goth così:
per dolore, per amore, per istinto, per sopravvivenza.
E perché, in fondo, quella estetica era l’unica che avesse mai parlato la sua stessa lingua.
Alice scesa dall’autobus conscia che in molti rimasti a bordo, non le avrebbero mai staccato gli occhi di dosso. Anche se era pieno giorno, cammina come se il buio le appartenesse, e il suo vestito sembra seguirla con la stessa naturalezza di un’ombra fedele. Il top nero, aderente, lascia scoperte le braccia tatuate: non è solo un capo d’abbigliamento, è una cornice che esalta ogni linea d’inchiostro, ogni volto inciso sulla pelle. Il pizzo ai bordi ammorbidiva appena l’impatto, come un sussurro elegante dentro un’estetica altrimenti tagliente.
La gonna molto corta, a strati, si muove a piccoli scatti quando lei cambia passo, come se avesse un ritmo proprio. È un capo leggero, ma pieno di intenzione: non svolazza, accompagna. Le cinture, i bracciali, il choker con le borchie non sono accessori, sono dichiarazioni. Ogni metallo cattura un lampo di luce e lo restituisce con un carattere deciso, quasi provocatorio.
Ai piedi la scelta più coerente per il suo stile. Stivali neri, in pelle opaca, con una suola spessa che aggiunge qualche centimetro e un’aria di sfida. avanzava con un passo lento ma deciso, ogni passo un colpo secco sul marciapiede, quasi a voler idealmente aumentare il peso dei suoi scarsi 53 kg.
Aprii la porta del locale sistemandosi i capelli: scuri, con le punte blu che sembrano accendersi nel buio. Un dettaglio che rompe la monocromia del nero e del pallore, come una scintilla elettrica in una stanza silenziosa.
Nel complesso, il suo outfit non era un semplice look goth. È un’armatura estetica, un modo di stare al mondo: forte, consapevole, un po’ teatrale, ma senza mai perdere una certa grazia feroce.
In pochi non si voltarono a guardarla, molti con piacere, altri con giudizio, ma ad ognuno di loro Alice riservò solo indifferenza.
Antonio, il titolare la salutò lieto di vederla arrivare, lei come in un rituale concordato, le si avvicino, fece il giro del bancone e lo salutò con due baci sulle guance.
Poi si tolse la giacca di pelle pronta ad iniziare il suo turno. Nel bar di Antonio, il bar del Sole in piazza Castello, Alice stonava come una nota fuori scala.
Aveva trovato rifugio in quel posto dopo anni passati sui divani di amici, nei letti di amanti e perfetti sconosciuti, molti occasionali, persino sui treni fermi al deposito o nei retro di furgoni in sosta.
Aveva conosciuto l’uomo in una giornata di pioggia, alla fermata del Bus al capolinea della metropolitana, quella che all’epoca era la residenza ufficiale della ragazza.
Antonio l’aveva notata molto tempo prima, la incrociava sulle scale, seduta sulle panchine di marmo sulle banchine dei treni ,ai tavolini dei bar, sempre da sola, sempre intenta ad ascoltare la musica da un vecchio lettore CD portatile e a scrivere su dei quaderni malandati.
Poi una sera l’aveva notata in compagnia di tre nord africani seduti al tavolino di un bar fuori la stazione, la ragazza non sembrava a suo agio, i tre sembravano troppo insistenti, troppo confidenziali nei modi, qualcosa scattò nella testa dell’uomo che si attardò restando nei paraggi, cercando di capire cosa stava succedendo e se si fosse presentata la necessità di intervenire in suo favore.
Alice sembrava tenere testa alle loro avance, ma presto le cose si complicarono e quando i tre si resero conto che non avrebbero ottenuto ciò che volevano, passarono ad un approccio molto più diretto.
L’intervento di Antonio, fu provvidenziale, ma se non fosse stato per la macchina della polizia nel piazzale a pochi metri, forse non lo avrebbero preso troppo in considerazione e le cose per lui e per Alice sarebbero andate a finire in maniera diversa.
Alice ,gli era stata grata, l’uomo si era informato, e quando aveva scoperto che la stazione era l’attuale case dove la ragazza viveva, si era offerta di aiutarla.
Antonio viveva da solo, non si era mai sposato, per vent’anni era stato guardia giurata, poi dopo la morte dei genitori, venduto la casa di famiglia ,aveva realizzato il suo sogno e si era aperto un piccolo bar, nell’hinterland della grande città.
Ad Alice, che gli uomini aveva imparato a leggerli, era sembrato un brav’uomo cosi quando lui si era offerto di ospitarla, aveva accettato senza riserve.
LA prima sera, dopo una cena abbondante, di quelle che Alice non faceva da tempo, una doccia e un cambio di biancheria, Antonio e Alice avevano fatto l’amore.
L’uomo sulla cinquantina aveva cercato di dare il massimo, ma l’emozione di ritrovarsi tra le braccia di una ragazza cosi giovane e bella, aveva reso la sua prestazione breve e poco appagante, ma Alice non gliene fece alcuna colpa, era stata lei a volerlo ad iniziare, quello era il suo modo per ringraziarlo.
Il giorno dopo all’alba ,Antonio dopo essersi preparato per andare a lavoro, le chiese di restare, e che se voleva, aveva anche un lavoro da offrire nel suo bar.
Alice ci pensò , considerando che le avrebbe fatto comodo un posto dove stare per un pò e che quell’opportunità lavorativa, anche se lei non aveva mai veramente lavorato in vita sua, poteva essere un buon modo per mettere da parte un po ' di soldi, soldi che le erano sempre mancati, cosi accetto.
Il Bar di Antonio era un microcosmo immobile, i quasi sessant'anni di vita, aveva acquistato la licenza da due anziani e non aveva mai veramente rinnovato i locali, si vedevano tutti nell’arredo, tavolini di fornica, luci al neon che tremolavano, odore di caffè troppo tostato, vecchi poster pubblicitari.
Era frequentato , da clienti abituali, da lavoratori che entravano all’alba prima di andare nel cantiere adiacente, pensionati che discutevano di politica e calcio come se fossero ancora negli anni Ottanta, casalinghe che spettegolavano su tutto, dal parroco, alla nuova vicina di casa o si lamentavano della spesa e del marito.
E poi c’era lei, Alice, totalmente fuori luogo, con i capelli scuri sfumati di blu, gli occhi truccati di nero e quell’aria da creatura notturna capitata per sbaglio in un luogo che viveva solo di giorno.
Alice lavorava lì per necessità, non per vocazione, ci metteva l’impegno che serviva a non far piovere troppe critiche sul povero Antonio anche se aveva sempre l’impressione che qualunque cosa facesse lei, non era mai abbastanza o fatto abbastanza bene.
Aveva bisogno di soldi, e Antonio glieli aveva offerti insieme a un tetto per qualche settimana, settimane che divenne un mese e poi un altro e un altro ancora. Antonio, gentile in modo un po’ impacciato, con poche pretese, che si limitavano ad atti di gratificazione personale e convalidazione da una donna molto più giovane di lui. L’aveva guardata fin dal primo giorno con un misto di stupore e desiderio, come se non riuscisse a credere che una ragazza così fosse davvero nel suo bar, nel suo mondo, nel suo letto.
Quello che era successo tra loro era stato rapido, quasi inevitabile.
Non perché lei lo avesse voluto davvero, ma perché lui lo desiderava, e lei , confusa, stanca, riconoscente , aveva sentito quell’atto come una sorta di gesto dovuto. Una forma distorta di gratitudine per l’ospitalità, per il lavoro, per la mano tesa in un momento in cui non aveva alternative.
Era stato tutto troppo veloce, troppo poco, troppo niente.
Una parentesi che si era chiusa da sola, senza lasciare tracce se non un leggero senso di smarrimento e tutto quello portava Alice a guardarsi attorno, a cercare attenzioni di altri uomini.
Infondo non erano una coppia, non nel modo tradizionale di intenderla, erano due che si sostenevano a vicenda per mutuo beneficio.
La gratitudine non è qualcosa che può mandare avanti un rapporto per sempre ,questo Alice lo sapeva, tra l’altro lei non gli aveva mai fatto promesse di esclusività e questo le permetteva di concedersi ad altri, cosi, per tastare il terreno e valutare altre possibili scenari.
Antonio, però, continuava a guardarla come se quella parentesi avesse significato molto di più.
Lei lo percepiva, ma non provava nulla per lui. Non attrazione, non curiosità, non quella scintilla che la spingeva verso le persone che davvero la interessavano. Antonio apparteneva a un mondo che non era il suo, un mondo che lei osservava da dietro il bancone come si osserva un acquario: con distanza, con un filo di tenerezza, ma senza alcun coinvolgimento.
Eppure, ogni mattina, Alice arrivava puntuale.
Apriva il bar, sistemava le tazzine, accendeva la macchina del caffè. Lo faceva con una dignità silenziosa, come se quel lavoro fosse un ponte, non una destinazione.
Sapeva che non sarebbe rimasta lì per sempre.
Sapeva che la sua vita non era fatta per quel tipo di immobilità.
Dentro di sé custodiva sogni che nessuno, lì dentro, avrebbe mai immaginato: creare, viaggiare, trovare un luogo in cui la sua intensità non fosse un difetto ma una lingua condivisa. Un luogo che forse nemmeno esisteva. Perché la verità, quella che Alice evitava di guardare in faccia, era semplice e crudele: le mancava il talento, o se lo aveva, le mancava la disciplina per metterlo alla prova e farlo crescere. No, per un po’ il bar sarebbe andato bene.
Mentre serviva cappuccini ai pensionati e brioche alle casalinghe annoiate che la osservavano come se la sua sola esistenza fosse un errore; mentre ascoltava conversazioni che non la sfioravano; mentre Antonio la seguiva con un desiderio che lei non ricambiava, Alice continuava a vivere in un altrove tutto suo.
Era lì, ma non apparteneva a quel posto.
Forse era proprio questo a renderla impossibile da ignorare. Antonio cercava di resisterle, ma lei era una calamita per i suoi sensi, e convivere non gli facilitava le cose.
Alice aveva poco riguardo per la privacy, scarso senso del pudore. Non era sfrontatezza: era indifferenza.
Così Antonio se la ritrovava per casa mezza nuda, il disordine come vessillo del suo regno: ovunque vestiti, scarpe e, soprattutto, la sua lingerie. Il nero e il porpora erano i colori dominanti, mutandine, reggiseni, corsetti, reggicalze.
Pizzo, similpelle, lattice,borchie, lacci, trasparenze, oppure fatte di semplice cotone ma, con stampe macabre ,teschi, pipistrelli, rune, simboli satanici ed esoterici. Ognuno di quei capi esercitava su di lui un richiamo fortissimo, quasi fisico, a cui a stento riusciva a resistere.
Era l’odore, odore che lui seguiva sul tessuto come un cane fa con una traccia. Un odore tenue, quasi timido, dolce a volte acre, eppure piacevole: un misto di sapone, pelle calda , e qualcosa di indefinibile che accennava all'ammoniaca, qualcosa che apparteneva solo alla ragazza e che lui ,con suo stesso biasimo, le rubava.
Ogni volta che lo percepiva, Antonio provava la sensazione disturbante e meravigliosa di essere ammesso per un istante nella parte più segreta di Alice, quella che, nella sua mente, lei non mostrava a nessuno.
Era un richiamo sottile, quasi animale, che gli attraversava il petto prima ancora di arrivare alla mente, per poi scendere verso lo stomaco, lasciando che il sangue si concentrasse nel suo inguine, gonfiargli i testicoli e gli procurandogli un erezione.
A tutto ciò, all'effetto di quella alchimia che lo avvelenava, doveva trovare rimedio, cosi ogni volta che pensava di non essere visto, spinto da un desiderio che non poteva appagare, pieno di vergogna e riprovevolezza verso se stesso, dava sfogo alla sua frustrazione.
Con frenesia ,con urgenza, come se temesse di perderla, cercava l’orgasmo e quando questo arrivava, colmava con il proprio seme quei capi di abbigliamento come se cercasse di farne ,idealmente, dono alla ragazza sua ospite.
Quando aveva finito, li infilava in lavatrice insieme al resto dei panni sporchi, Antonio, pur sapendo quanto fosse assurdo, non riusciva a sottrarsi, perché quel rito si era reso necessario.
Era come se quei tessuti trattenessero una versione di Alice più vera di quella che gli passava accanto ogni giorno, distratta, distante, indifferente.
A volte attraverso il voyeurismo a cui Alice palesemente si offriva, l’esperienza di quell’atto si arricchiva diventando più intensa.
Distesa sul suo letto, addormentata, sdraiata sul divano intenta a leggere uno dei suoi tenti libri, ognuno iniziato e mai finito, sempre semi nuda, esposta ,offerta ,sempre indifferente, Antonio l’ammirava e pur restandole a debita distanza, con la fantasia cercava di raggiungerla e farla sua.
Alice, ne era consapevole, non era sorda ai gemiti che il suo ospite emetteva in quei momenti, anche se lui cercava di trattenersi, ne ceca, Aloni, Macchie biancastre, Residui proteici difficili da rimuovere anche dopo il lavaggio sopratutto per quei tessuti che non tollerano i lavaggi aggressivi erano la firma che Antonio lasciava al suo passaggio.
Una mattina, nell’urgenza di andare a lavoro, Alice non avendo altro da indossare, distrattamente infilò un paio di slip lasciati sul lavello in bagno la sera prima, un paio di mutandine nere e rosse in pizzo, le stesse che aveva indossato negli ultimi due giorni, in cui l’uomo era venuto nemmeno dieci minuti prima.
La sensazione densa e tiepida dello sperma di Antonio sulla sua fica rasata di fresco dopo la doccia quella stessa mattina, la fece trasalire.
Biasimò se stessa per aver dimenticato di lavare la propria biancheria, di aver lasciato le mutandine nel bagno, non riusciva ad essere furiosa con lui, ne a sentirsi in troppo in colpa, ancora una volta, la ragazza restava indifferente, era stato un banale incidente e non avendo tempo e modo di porvi rimedio, usci di casa indossandole.
Passo la mattina a servire nel bar di Antonio, mentre sotto i leggings di pelle nera aderenti il suo pube liscio, indifeso, assorbiva l’eccesso che lui le aveva lasciato sugli slip.
Alice, che non stava con un uomo da settimane , lei, che non aveva mai passato un fine settimana in bianco, si ritrovò spiazzata. Quel contatto del tessuto umido che le si appiccicava e allo stesso tempo scivolava addosso ad ogni movimento, le attraversò la pelle come una scossa. Sentì il corpo risvegliarsi, tradirla, riaccendere un desiderio che aveva faticato a tenere sotto controllo. E proprio lì, davanti a tutti, ma sopratutto, davanti lui.
Antonio colse il suo turbamento, ma non ne comprese la ragione. Provò a chiederlo direttamente a lei, ma come sempre Alice non era disponibile a condividere i propri sentimenti. Rimase a guardarla, confuso, mentre le richieste dei clienti si susseguivano e il lavoro andava avanti in una tipica frenetica mattina di mercato che riempiva il bar.
Lasciò perdere finché Alice per soddisfare l’ordine di una mamma con il figlio, non si chinò per prendere una bibbiita dal banco frigo. Il pantalone a vita bassa che indossava quella mattina, sotto la maglia bolero nera che le scopriva l’ombellico e il fondo schiena, le scivolò giù, quel tanto che bastava. Allora Antonio vide gli slip, una buona porzione di essi. il perizoma nero e porpora con ricami floreali, Gli stessi che aveva trovato nel bagno quella mattina, gli stessi in cui, dopo averli annusati, aveva scaricato il proprio desiderio. Per un istante restò immobile, intontito, come se il cervello avesse bisogno di un secondo in più per collegare i punti, di riavviarsi. Poi il rossore gli salì al volto, rapido, inevitabile.
Non c’era alcun dubbio erano gli stessi, stesso taglio, stesso disegno del pizzo, e in più un dettaglio inconfondibile, li riconobbe dall’etichetta un po sbiadita che spuntava in vita e sventolava come una piccola bandierina bianca, sull’osso sacro tatuato della ragazza.
Alice li aveva indossati comunque. E questo, per Antonio, aprì una voragine di domande. Perché farlo? Una distrazione? Un gesto di resa? Un modo per mostrarsi disponibile? O, peggio, voleva prenderlo in giro, umiliarlo, fargli capire che quella sua invasione qualunque significato avesse non l’aveva minimamente scalfita e ancora una volta gli avrebbe riservato, il solito piatto dell’indifferenza?
I pensieri gli si accavallarono senza ordine, uno più inquietante dell’altro. Sentì il respiro farsi corto, la gola stringersi. Ogni possibile interpretazione gli sembrava più assurda della precedente, eppure tutte plausibili. In pochi secondi, Antonio scivolò nel più classico degli stati di panico: il cervello in tilt, il corpo rigido, lo sguardo fisso su un punto qualunque pur di non incrociare quello di lei.
Un bicchiere gli cadde di mano e finii in frantumi nel lavello sotto di lui.
Un cliente se ne accorse e vedendolo rosso in viso, gli chiese se stava bene, lui gli rispose che il caldo di quella mattina era insopportabile.
Quando, spostando lo sguardo sulla ragazza, notò che pure il volto di Alice avvampò dopo aver incrociato quello del suo datore di lavoro, lei sapeva che lui sapeva. L’uomo sorrise, e sorseggiando il suo caffè, lui che prossimo agli ottanta, nella sua lunga vita ne aveva viste tante, si chiese se tra i due non ci fosse una tresca amorosa.
Alice e Antonio cercarono di ignorarsi ,ripresero a lavorare, ma la tensione tra loro era palpabile e visibile a tutti quelli che li osservavano.
In un passaggio i due si sfiorarono, Alice sentii che l’uomo la desiderava, che il suo corpo esprimeva un fervore ,una rigidità contro il suo fianco, che era impossibile da ignorare.
Quel contatto la fece vacillare, come si era acceso tutto quel desiderio in lei? Cosa aveva reso lo sperma dell’uomo sulla sua piccola fica, cosi afrodisiaco, non se ne dava ragione, ma sapeva che doveva porre rimedio a quella situazione.
Cosi in un momento in cui il bar sembrava tranquillo perse la mano di Antonio, e lo costrinse a seguirla nel retro.
Senza dirgli una parola, lo spinse contro le casse di acqua minerale, si inginocchiò davanti a lui, e dopo avergli esposto il sesso lo accolse vorace nella bocca.
Alice non aveva mai visto il cazzo di Antonio da vicino, lo aveva intravisto mentre l’uomo si trastullava in giro per casa spiandola, il pene di Antonio era di dimensioni medie niente di memorabile o sconvolgente, ma ad Alice non importava, certo amava i grossi calibri, era stata un anno con un ragazzo del Ghana solo per sentirsi riempita a dovere, come se in quei momenti mentre l’uomo la scopava, tra enfasi ,estasi ,dolore e sottomissione lei potesse sentirsi ,per una volta finalmente viva.
Negli anni aveva imparato che anche con un pene piccolo ci si poteva divertire, almeno Antonio era nella media e nel pieno del suo vigore nonostante fosse ormai vicino più ai sessanta che ai quarant’anni, o quanto bastava a godersi l’esperienza, esperienza che lei cercò di rendere coinvolgente.
L’uomo da parte sua, che nelle sue fantasie aveva sempre sognato di ritrovarsi in una simile scena, si sentiva confuso, inadeguato, in errore, sentiva di approfittare di una ragazza a cui aveva offerto asilo, cercò ,senza convinzione di fermarla ma, quando il suo glande esposto trovò la morbidezza umida della lingua di Alice, mise da parte la sua morale i suoi buoni propositi.
Alice lo appagò con l’esperienza acquisita con la bocca, Antonio in essa, nel calore delle sue labbra, nella accoglienza della sua gola, trovò la sua estasi.
Alice non ingoiava di solito, ma l’uomo aveva preso il sopravvento e tenendole la testa l’aveva costretta a non sprecare nemmeno una goccia.
Tornarono in sala, come nulla fosse successo, nessuno dava segno di aver notato la loro assenza, non ci fu molto tempo per riprendere fiato, visto che una nuova ondata di clienti, entrava nel locale pronta a riempirli di pretese e bisogni.
A fine giornata ,Antonio e Alice tornarono a casa, sensa dirsi una parola, dormirono ognuno nella sua camera anche se forse entrambi sognavano altro, la mattina dopo, Antonio come sempre si sveglio di buon ora e trovò la camera della ragazza vuota.
Alice se ne era andata, aveva preso le sue cose e nel cuore della notte, aveva lasciato il suo appartamento.
Antonio si sentii morire, avrebbe voluto parlarle, dirle addio, e invece era sparita per sempre all’improvviso, come era apparsa nella sua vita.
La cercò per giorni, il suo telefono risultava irraggiungibile, ritornò li dove l’aveva incontrata, un tizio di un bar della stazione si ricordava bene di lei, gli disse che la mattina stessa della sua scomparsa salire su un auto ,un furgone bianco con alcuni operai e non l’aveva più vista ritornare.
L’aveva persa, Alice se ne era andata, forse per sempre.
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