Camila Liberation
di
passodalfiume
genere
incesti
Il neon sul soffitto ronzava come un insetto impazzito. Lampeggiava a scatti, proiettando lampi di luce fredda sulle pareti di cemento crudo. L’ambiente era stretto, soffocante. Sapeva di candeggina industriale, deodoranti ambientali ,moci vecchi e umidi, e polvere. Tra gli scaffali metallici stipati di fustini con simboli chimici e rotoloni di carta, lo spazio era un buco troppo piccolo per contenere Camila e i suoi tre carcerieri.
Camila se ne stava immobile sulla sedia di legno, al centro della stanza, i capelli scompigliati, un labbro gonfio, da un lato scivolava una piccola riga di sangue conseguenza di un mal rovescio ricevuto da uno uomo della sicurezza, per aver dubitato dei natali di lui e dell’onestà della madre dell’uomo.
Sentiva la plastica nera delle fascette stringerle brutalmente la carne dei polsi, legati dietro lo schienale. L’abito bianco, che fino a un’ora prima la faceva sentire una regina sollevata sopra la miseria dell'Avana, adesso le aderiva addosso, madido del sudore della paura, paura che cercava di nascondere.
Davanti a lei c'era il gigante d'ebano, nel suo completo nero sembrava una figura irreale ,minacciosa ,colossale che gravava sopra di lei.
Raul ,cosi l’aveva chiamato, uno degli altri due quando lui, concessosi un attimo di ira, l’aveva colpita con una violenza tale da farle perdere i sensi per uno o due secondi.
L’addetto alla sicurezza spingeva il torace in fuori, godendosi ogni secondo del suo trionfo.
Sul suo volto scuro brillava una gioia spietata.
«Come sei entrata, Adriana? O qualunque sia il tuo vero nome,» le ringhiò addosso, ad un palmo dal viso.
Camila sentiva l’odore del suo fiato. «Chi ti ha dato l’invito?»
Camila restava in silenzio senza muovere i suoi occhi da quelli di lui.
«Parla, puttanella,» intervenne il secondo uomo, appoggiato a uno scaffale.
«Hai scelto la signorina Patricia a caso? O sapevi benissimo chi fosse?»
“parla maledetta!” le abbaio contro Raul colpendola ancora al viso sul lato opposto rispetto a colpo precedente.
La vista della ragazza si offuscò di nuovo, e migliaia di piccole scintille riempirono il buio nei suoi occhi.
“Raul!!” lo riprese il terzo uomo che fino a quel momento era rimasto in silenzio, "Datti una calmata” gli disse tenendogli la mano, pronta a colpire ancora.
“Questa cagna andrà in carcere ,non voglio che la portino in ospedale prima” lo redarguì.
Camila strinse i denti, prese un profondo respiro per ritrovare l’orientamento, sputò per terra.
“Tua madre mi avrebbe colpito più forte” disse irriverente, con lo sguardo fisso sul pavimento di cemento grezzo tra i suoi piedi dove si allargava una piccola pozza della sua saliva mista al sangue.
“aye, questa puttanella ha ancora il coraggio di rispondere”
“Forse dovremmo darle una lezione”
“Gia una lezione”
“in fondo la polizia per arrivare ci metterà almeno un oretta, forse di più”
“gia.. ti sei ricordato di chiamare la polizia?”
“oops” rispose l’altro con un ghigno malefico
“allora abbiamo un sacco di tempo per divertirci"
Camila, sentiva il cuore battere come un tamburo nel petto, la sua pelle rigarsi di gocce gelide di sudore freddo, altre volte si era trovata in pericolo in vita sua ma mai come in quella occasione.
Non poteva parlare. Non per eroismo, ma per calcolo e lealtà di sangue. Tradire i suoi fratelli era fuori discussione. E vendere Victor, il concierge, avrebbe significato bruciare l’unico gancio interno per i colpi futuri.
Senza di lui, non ci sarebbero state più occasioni d’oro. Niente più borseggi facili.
Fine dei sogni.
Il terzo agente, il più basso, le si fece vicino. Le sollevò il mento con un dito viscido, costringendola a guardarlo.
«allora Chica, fai la dura?» le sussurrò con una calma spietata. «Sai cosa ti aspetta quando, avremo finito con te e ti consegneremo alla polizia? Te lo dico io. Una cella umida a trecento chilometri da qui. Guardie e detenute che faranno di te quello che vogliono. Niente riabilitazione. Uscirai da lì vecchia, malata e senza un dente in bocca. Più miserabile di come sei nata. Non vedrai mai il mare fuori da quest'isola».
A quelle parole, la barriera di Camila vacillò. Sotto la maschera perfetta, la pelle impallidì Sentì le lacrime premerle dietro gli occhi. Era la fine. Il suo futuro stava crollando in quel deposito di detersivi.
“Ero sola, nessuno mi ha aiutata, ho visto la fila di gente davanti all’albergo e mi sono intrufolata” disse con un filo di voce
“Smettila di dire cazzate” le rispose afferrandole ruvido il mento “o giuro su Dio” na non ebbe il tempo di continuare.
Un boato improvviso, sordo e di una violenza mostruosa, rimescolò l'equilibrio nella stanza, mandando oggetti in aria, sollevando polvere, e tra Camila e i suoi interrogatori si tese un muro invisibile di puro terrore.
La sferzata dell'esplosione risalì dalle fondamenta di cemento, spingendo il pavimento verso l'alto. I tre uomini persero l'equilibrio all'istante; Raul franò contro uno scaffale metallico in un fragore di fustini di detersivo rovesciati. Un attimo dopo, la pressione dell'aria impazzì. Camila avvertì una fitta acuta e lancinante ai timpani, come se degli spilli le venissero conficcati a fondo nel cranio, seguita da un fischio assordante che inghiottì ogni altra cosa.
Una sensazione di pericolo primordiale e schiacciante le piombò addosso, mozzandole il respiro nel buio totale, mentre il neon sul soffitto andava in frantumi, gettando la scena nel buio.
Nell'oscurità, la polvere di gesso calò come una pioggia fitta, incollandosi sulla pelle sudata di Camila e imbiancando il suo abito da sera. I tre uomini, tossendo e accecati, non erano più i predatori di prima. Schiacciati da quel terrore improvviso, iniziarono a muoversi a tentoni nelle tenebre.
«Che cazzo succede?» urlò il gigante d'ebano, tossendo nella polvere mentre cercava disperatamente di rimettersi in piedi.
«Un attentato, cristo, è un attentato!» gli diede eco il secondo, la voce incrinata dal panico mentre illuminava la stanza con il fascio tremolante e biancastro dello smartphone.
«Nicholai! Cristo, rispondi! Cosa sta succedendo di sopra?» urlò il terzo, premendo freneticamente il tasto del walkie-talkie. Dalla radio grattò solo un silenzio carico di scariche statiche. Nessuna risposta, mentre dalla porta ormai divelta dall’esplosione arrivavano quelli che erano inequivocabili segni di un feroce scontro a fuoco.
Raul si bloccò per un istante, la testa inclinata a ridosso dello stipite per decifrare l’eco dei botti che rimbalzavano sul cemento.
«Armi automatiche,» disse, la voce fredda di chi ha vissuto mille volte eventi simili.
«Almeno una mezza dozzina di assalitori. Sono già nella Hall dell’albergo».
“Nicolai!” urlò isterico l’uomo alla radio.
Dal piano superiore arrivarono grida, passi frenetici e il rumore ritmico e terrificante di colpi di kalashnikov e esplosioni, tre una dietro l’altra, granate. La sicurezza dell'hotel stava cedendo.
“chi abbiamo di sopra?”
“Max, Janovic, Dimitri, e altri ragazzi, tutti novellini appena assunti”.
I tre uomini nella stanza si scambiarono uno sguardo di puro sconcerto.
“Cosa.. cosa facciamo?” chiese uno dei due, dal suo volto l’espressione da duro era sparita sostituita da quella di autentico terrore.
“Santa madre di Dio” disse l’altro temendo per la sua stessa vita, l'unico a rimanere calmo fu Raul.
«Forza, dobbiamo andare di sopra» ordinò Raul. La voce era secca, piatta. Non c’era traccia di paura in lui, solo la lucida eccitazione di chi è forgiato dall’esperienza ad affrontare il pericolo.
«Io... io sono disarmato» sputò fuori l’uomo alla radio, la faccia spettrale sotto la luce dello smartphone.
Raul si voltò di scatto. «Cosa?»
«È nella mia valigia, in camera...»
«Stai scherzando?» ringhiò il gigante.
«Era un fottuto galà di beneficenza! Ho pensato che sarebbe stato solo un peso inutile!»
«Cristo, Joe» imprecò il suo collega incredulo.
«Prendi questa» tagliò corto Raul. Con un movimento fluido si chinò, sollevò l’orlo del pantalone e sfilò un piccolo revolver dalla fondina alla caviglia. Lui era sempre pronto a tutto. Lo sbatté contro il petto di Joe. «Muoviti».
Sopra le loro teste, il soffitto tremò di nuovo sotto i colpi di un'altra granata. Il tempo era scaduto.
«Forza, forza, forza! In fila indiana. Tomas apri la via, Joe al centro, io copro la coda. Veloci!»
Impugnarono le armi. tenendo in alto gli smartphone che con le torce squarciavano il buio in cui l’albergo era piombato.
“Forza” ripetè per l’ultima volta Raul, picchiettando la spalla dell’uomo che lo precedeva. Un attimo prima di varcare la soglia, Tomas e Joe si fecero un segno della croce rapido, disperato. Raul dietro di loro, no. Sapeva credeva che il suo destino, fosse solo nelle sue mani.
Schizzarono fuori nel corridoio, lasciando Camila sola nel seminterrato.
Camila rimase sola nell'oscurità, tossendo per la polvere, con il cuore in gola. Fuori dalla stanza, lo scontro fu brevissimo e feroce. Si udirono gli spari, nulla potevano tre pistole contro le armi automatiche, seguirono il tonfo pesante dei corpi che cadevano sul pavimento del corridoio.
«No, no, ti prego, ho una figlia!» sentì Tomas piangere, prima che un altro colpo lo mettesse a tacere per sempre.
Un istante dopo, una sagoma agile, delineata dalle torce dei compagni dietro di sé, entrò nella stanza.
«C’è qualcuno qui!» esclamò.
«È il porco americano?»
«No, è una ragazza» rispose, poi che una seconda figura entrasse nel magazzino per verificare.
L’uomo in assetto tattico aveva un fucile d'assalto imbracciato, il volto parzialmente coperto da una sciarpa e basco nero, richiamo di un epoca lontana, calato sulla fronte.
La ragazza riconobbe subito il simbolo ricamato sulla toppa che l’uomo portava sulla spalla: il profilo fiero di un uccello tocororo e, cucita subito sotto, la sigla in caratteri rossi, M.A.C., Movimiento de Acción Comunista.
«Ti conosco. Sei Camila, la sorella del compagno Julio» disse rivolto a lei.
Camila, ancora stordita dagli eventi, si limitò ad annuire. Anche lei riconosceva l’uomo nonostante l’inganno della maschera che ne celava parte del viso: non aveva dimenticato quegli occhi.
Era Giordano.
All'anagrafe Giordano Amador, figlio di quella terza generazione di italiani arrivati sull’isola nel dopoguerra, quando la repubblica socialista cubana muoveva i primi passi e il nonno, un vecchio militante comunista europeo, era sbarcato all'Avana per servire la causa.
Si erano visti a uno degli incontri clandestini a cui il fratello l’aveva portata. Camila non credeva nella politica, non sapeva niente di socialismo e di capitalismo, della lotta di classe, del proletariato, o del potere al popolo. Non era un'idealista; era cinica, concreta, convinta che le cose non sarebbero mai cambiate a Cuba e che l'unico modo per sopravvivere fosse quello che le aveva insegnato la strada. Ma era rimasta affascinata da quell’uomo maturo, pieno di esperienza, e dal suo modo di parlare che faceva sentire tutti i presenti protetti.
Si faceva chiamare El Tocororo. O El Toco, come si riferivano a lui i più intimi, come l’uccello simbolo di libertà e resilienza dell’isola. Era venuto fin lì per colpire un senatore americano, ma si bloccò. Per un secondo infinito, dimenticò la sua stessa rivoluzione.
«Camila...?» sussurrò lui, avvicinandosi e scoprendosi il volto.
Abbassò l'arma e le fu subito sopra. Si inginocchiò dietro di lei. Camila sentì il calore del suo corpo, l'odore acre del suo sudore, odore di mascolinità, della polvere da sparo e del fumo che lo avvolgeva. Sentì l'acciaio freddo di un coltello a serramanico sfiorarle la pelle nuda della schiena. Con un gesto rapido senza esitazione, Giordano infilò la lama sotto la plastica rigida. Un colpo secco e la fascetta nera saltò, liberandole i polsi.
“Stai bene?” le chiese tenendola per le spalle.
«Sì…» rispose con un filo di voce.
Giordano non si alzò subito. Rase al suolo la distanza tra loro, respirando la stessa aria calda e viziata di quel buco. I suoi occhi febbrili scesero per un millesimo di secondo sulla linea nuda della sua clavicola, sulle forme celate di lei sotto il tessuto leggero e aderente che indossava, per poi risalire alle labbra di lei. e infine fondersi negli occhi azzurri. Non disse nulla ma Camila, conosceva quel sentimento ed era reciproco. Un desiderio muto, pesante come il piombo, trattenuto a stento.
“Compagno, sta arrivando l’esercito, dobbiamo evaquare” li interruppe uno dei suoi uomini
“Radunate tutte e andiamo!” disse
“Ci sono feriti, alcuni sono gravi”
“nessuno compagno resta indietro” incoraggiò tutti, alzandosi.
“Tu camila Aspetta qui, non muoverti, i soccorsi ti troveranno e ti porteranno in salvo” aggiunse rivolto alla ragazza, sapendo che farla uscire con loro avrebbe espost lei e tutta la sua famiglia a un rischio troppo alto.
«Vámonos, compañero!» ordinò infine, staccandosi dalla ragazza, con uno sforzo che parve quasi fisico, prima di radunare i suoi uomini.
Il tempo passò ,impossibile stabilire quanto ,forse pochi minuti, forse una vita intera.
Camila attese, come le era stato suggerito. Delle voci ,attirarono la sua attenzione. Fece qualche passo fuori dalla stanza; nella penombra generale era difficile cogliere i dettagli, ma nel corridoio angusto le sagome dei tre uomini che fino a poco prima l’avevano tenuta in ostaggio restavano immobili, crivellati di colpi dentro una larga pozza del loro stesso sangue.
Poi sentì dei passi muoversi al piano di sopra.
«Aiuto, aiuto, sono qui!» urlò.
«C’è qualcuno?» chiese dall’alto della scala un uomo in divisa.
«Sono qui!» urlò lei.
«Sei sola?»
«Sì… sono tutti morti» aggiunse, un attimo prima che il corridoio si riempisse di uomini armati.
«A terra, a terra! Mettiti a terra!» le ordinarono frenetici, avanzando serrati a armi spianate appena le torce dei loro fucili la trovarono.
«Sì, sì… sono disarmata» disse Camila, sdraiandosi sul pavimento a meno di un metro dal volto di Raul, i cui occhi sgranati, pieni di meraviglia, forse per non essere stato pronto a morire, la fissavano in un grido silenzioso.
Due soldati le piombarono addosso, le armi spianate a un palmo dal suo viso, mentre un terzo, dopo averla ammanettata con gesto rapido, le afferrava brutalmente le braccia per tirarla su di peso.
«Chi sei? Cosa fai qui?» disse l'uomo, la voce distorta dalla maschera antigas.
Camila tossì per mostrarsi fragile, indifesa, sforzandosi di far tremare la voce per sembrare solo una vittima terrorizzata.
«Ero di sopra quando tutto è iniziato... Raul, il mio ragazzo, ha cercato di mettermi in salvo portandomi qui sotto. Poi sono arrivati… i terroristi e li hanno ammazzati!»
«Tomas… Joe… tutti morti…» aggiunse con aria drammatica.
Il soldato scambiò uno sguardo rapido con il compagno, poi puntò la luce sui corpi di Raul e degli altri due.
«E tu? Tu come ti sei salvata?»
«Raul mi ha detto di nascondermi dietro gli scaffali...» singhiozzò lei, indicando il fondo del magazzino buio. «Loro... loro non mi hanno trovata, sembra che avessero fretta, che cercassero qualcuno… qualcuno di importante».
L'operatore la squadrò da testa a piedi, notando l'abito da sera imbrattato, decidendo che sì, doveva essere una degli ospiti intervenuti alla serata. La tensione nel corridoio rimase altissima per un secondo interminabile. Poi, l'uomo abbassò leggermente la canna del fucile.
«Sei ferita?» le chiese mollando leggermente la presa sul suo braccio.
«Qualche graffio, sono molto scossa, e devo fare pipì, ma se non fosse stato per il mio…. dolce Raul…» disse lei con gli occhi pieni di lacrime.
«Sei una ragazza fortunata» le disse, afferrandola per un braccio e sollevandola lentamente dal pavimento. «Il tuo ragazzo è un eroe, ti ha salvato la vita».
«Sì… lo è» disse Camila, gettandosi tra le braccia del militare sapendo che quello avrebbe interrotto ogni altra indagine.
«Tranquilla, señorita, è tutto finito» le disse l’uomo, non certo indifferente al fascino della ragazza, allontanandola appena, desideroso di stringerla ancora.
«Portatela sopra. Muoversi, muoversi!» ordinò poi ai suoi, schiarendosi la voce. «Voi altri con me» aggiunse, procedendo nel buio.
Mentre veniva trascinarla verso le scale, ormai convinta di averla fatta franca, l'ufficiale in comando dietro di lei la fermò.
«Señorita, questo è suo?» le disse, avvicinandosi, mostrandole il bracciale di diamanti che lei aveva sottratto alla nipote del senatore. L'uomo, ne ignorava il valore, ritenendo che si trattasse di bigiotteria.
«Oh sì, la ringrazio... pensavo di averlo perso”.
“è un bello oggetto” osservò l’uomo.
“... è il regalo del mio ragazzo per il nostro fidanzamento» mentì Camila, prendendolo tra le mani con un tremito studiato.
Si sforzò di apparire affranta, nascondendo il viso rigato dalle lacrime, sporco di fuliggine e del trucco ormai sciolto, mentre l’uomo glielo consegnava.
Dentro di sé la gioia cresceva. Ce l'aveva fatta. Aveva salvato la pelle, se fosse uscita da quell’albergo, evitato il carcere e, come se non bastasse, aveva persino recuperato il bottino del suo colpo.
La Hall del hotel era un campo di battaglia, era impossibile riconoscere quel luogo da quelle dove fino a poco prima uomini e donne in abiti eleganti si erano radunati.
«È un bracciale!» disse una voce disperata, facendo temere a Camila, per un attimo, di essere stata scoperta. «Un bracciale di diamanti a tre file!»
Riconobbe la voce di Patricia. Sovrastava il caos della hall acuta e isterica, tra soccorritori, militari che correvano ovunque e i feriti urlanti.
«Signorina, non abbiamo il tempo per cercare il suo braccialetto» rispose l’uomo in mimetica con i gradi da ufficiale, che la stava scortando verso l’uscita.
«Lei non capisce, vale un sacco di soldi!»
«Ci sono morti e feriti in tutto l’albergo, l’area non è stata ancora messa in sicurezza. Dovrebbe essere grata di avere salva la vita, piuttosto che frignare per aver perso un braccialetto».
«Lei non sa chi sono io!»
«No, ma so che se le sento dire un'altra parola la farò arrestare. E ora portatela via!» ordinò l’ufficiale, consegnandola ad altri due militari, seccato.
Alle loro spalle, Camila lasciava l’albergo. Dopo, aver dato false generalità, essersi fatta liberare dalle manette e medicare alla buona dai paramedici, scivolò via, sparendo tra le vie dell’Avana affollata di gente.
Quella sera a casa ,avrebbero festeggiato.
Camila se ne stava immobile sulla sedia di legno, al centro della stanza, i capelli scompigliati, un labbro gonfio, da un lato scivolava una piccola riga di sangue conseguenza di un mal rovescio ricevuto da uno uomo della sicurezza, per aver dubitato dei natali di lui e dell’onestà della madre dell’uomo.
Sentiva la plastica nera delle fascette stringerle brutalmente la carne dei polsi, legati dietro lo schienale. L’abito bianco, che fino a un’ora prima la faceva sentire una regina sollevata sopra la miseria dell'Avana, adesso le aderiva addosso, madido del sudore della paura, paura che cercava di nascondere.
Davanti a lei c'era il gigante d'ebano, nel suo completo nero sembrava una figura irreale ,minacciosa ,colossale che gravava sopra di lei.
Raul ,cosi l’aveva chiamato, uno degli altri due quando lui, concessosi un attimo di ira, l’aveva colpita con una violenza tale da farle perdere i sensi per uno o due secondi.
L’addetto alla sicurezza spingeva il torace in fuori, godendosi ogni secondo del suo trionfo.
Sul suo volto scuro brillava una gioia spietata.
«Come sei entrata, Adriana? O qualunque sia il tuo vero nome,» le ringhiò addosso, ad un palmo dal viso.
Camila sentiva l’odore del suo fiato. «Chi ti ha dato l’invito?»
Camila restava in silenzio senza muovere i suoi occhi da quelli di lui.
«Parla, puttanella,» intervenne il secondo uomo, appoggiato a uno scaffale.
«Hai scelto la signorina Patricia a caso? O sapevi benissimo chi fosse?»
“parla maledetta!” le abbaio contro Raul colpendola ancora al viso sul lato opposto rispetto a colpo precedente.
La vista della ragazza si offuscò di nuovo, e migliaia di piccole scintille riempirono il buio nei suoi occhi.
“Raul!!” lo riprese il terzo uomo che fino a quel momento era rimasto in silenzio, "Datti una calmata” gli disse tenendogli la mano, pronta a colpire ancora.
“Questa cagna andrà in carcere ,non voglio che la portino in ospedale prima” lo redarguì.
Camila strinse i denti, prese un profondo respiro per ritrovare l’orientamento, sputò per terra.
“Tua madre mi avrebbe colpito più forte” disse irriverente, con lo sguardo fisso sul pavimento di cemento grezzo tra i suoi piedi dove si allargava una piccola pozza della sua saliva mista al sangue.
“aye, questa puttanella ha ancora il coraggio di rispondere”
“Forse dovremmo darle una lezione”
“Gia una lezione”
“in fondo la polizia per arrivare ci metterà almeno un oretta, forse di più”
“gia.. ti sei ricordato di chiamare la polizia?”
“oops” rispose l’altro con un ghigno malefico
“allora abbiamo un sacco di tempo per divertirci"
Camila, sentiva il cuore battere come un tamburo nel petto, la sua pelle rigarsi di gocce gelide di sudore freddo, altre volte si era trovata in pericolo in vita sua ma mai come in quella occasione.
Non poteva parlare. Non per eroismo, ma per calcolo e lealtà di sangue. Tradire i suoi fratelli era fuori discussione. E vendere Victor, il concierge, avrebbe significato bruciare l’unico gancio interno per i colpi futuri.
Senza di lui, non ci sarebbero state più occasioni d’oro. Niente più borseggi facili.
Fine dei sogni.
Il terzo agente, il più basso, le si fece vicino. Le sollevò il mento con un dito viscido, costringendola a guardarlo.
«allora Chica, fai la dura?» le sussurrò con una calma spietata. «Sai cosa ti aspetta quando, avremo finito con te e ti consegneremo alla polizia? Te lo dico io. Una cella umida a trecento chilometri da qui. Guardie e detenute che faranno di te quello che vogliono. Niente riabilitazione. Uscirai da lì vecchia, malata e senza un dente in bocca. Più miserabile di come sei nata. Non vedrai mai il mare fuori da quest'isola».
A quelle parole, la barriera di Camila vacillò. Sotto la maschera perfetta, la pelle impallidì Sentì le lacrime premerle dietro gli occhi. Era la fine. Il suo futuro stava crollando in quel deposito di detersivi.
“Ero sola, nessuno mi ha aiutata, ho visto la fila di gente davanti all’albergo e mi sono intrufolata” disse con un filo di voce
“Smettila di dire cazzate” le rispose afferrandole ruvido il mento “o giuro su Dio” na non ebbe il tempo di continuare.
Un boato improvviso, sordo e di una violenza mostruosa, rimescolò l'equilibrio nella stanza, mandando oggetti in aria, sollevando polvere, e tra Camila e i suoi interrogatori si tese un muro invisibile di puro terrore.
La sferzata dell'esplosione risalì dalle fondamenta di cemento, spingendo il pavimento verso l'alto. I tre uomini persero l'equilibrio all'istante; Raul franò contro uno scaffale metallico in un fragore di fustini di detersivo rovesciati. Un attimo dopo, la pressione dell'aria impazzì. Camila avvertì una fitta acuta e lancinante ai timpani, come se degli spilli le venissero conficcati a fondo nel cranio, seguita da un fischio assordante che inghiottì ogni altra cosa.
Una sensazione di pericolo primordiale e schiacciante le piombò addosso, mozzandole il respiro nel buio totale, mentre il neon sul soffitto andava in frantumi, gettando la scena nel buio.
Nell'oscurità, la polvere di gesso calò come una pioggia fitta, incollandosi sulla pelle sudata di Camila e imbiancando il suo abito da sera. I tre uomini, tossendo e accecati, non erano più i predatori di prima. Schiacciati da quel terrore improvviso, iniziarono a muoversi a tentoni nelle tenebre.
«Che cazzo succede?» urlò il gigante d'ebano, tossendo nella polvere mentre cercava disperatamente di rimettersi in piedi.
«Un attentato, cristo, è un attentato!» gli diede eco il secondo, la voce incrinata dal panico mentre illuminava la stanza con il fascio tremolante e biancastro dello smartphone.
«Nicholai! Cristo, rispondi! Cosa sta succedendo di sopra?» urlò il terzo, premendo freneticamente il tasto del walkie-talkie. Dalla radio grattò solo un silenzio carico di scariche statiche. Nessuna risposta, mentre dalla porta ormai divelta dall’esplosione arrivavano quelli che erano inequivocabili segni di un feroce scontro a fuoco.
Raul si bloccò per un istante, la testa inclinata a ridosso dello stipite per decifrare l’eco dei botti che rimbalzavano sul cemento.
«Armi automatiche,» disse, la voce fredda di chi ha vissuto mille volte eventi simili.
«Almeno una mezza dozzina di assalitori. Sono già nella Hall dell’albergo».
“Nicolai!” urlò isterico l’uomo alla radio.
Dal piano superiore arrivarono grida, passi frenetici e il rumore ritmico e terrificante di colpi di kalashnikov e esplosioni, tre una dietro l’altra, granate. La sicurezza dell'hotel stava cedendo.
“chi abbiamo di sopra?”
“Max, Janovic, Dimitri, e altri ragazzi, tutti novellini appena assunti”.
I tre uomini nella stanza si scambiarono uno sguardo di puro sconcerto.
“Cosa.. cosa facciamo?” chiese uno dei due, dal suo volto l’espressione da duro era sparita sostituita da quella di autentico terrore.
“Santa madre di Dio” disse l’altro temendo per la sua stessa vita, l'unico a rimanere calmo fu Raul.
«Forza, dobbiamo andare di sopra» ordinò Raul. La voce era secca, piatta. Non c’era traccia di paura in lui, solo la lucida eccitazione di chi è forgiato dall’esperienza ad affrontare il pericolo.
«Io... io sono disarmato» sputò fuori l’uomo alla radio, la faccia spettrale sotto la luce dello smartphone.
Raul si voltò di scatto. «Cosa?»
«È nella mia valigia, in camera...»
«Stai scherzando?» ringhiò il gigante.
«Era un fottuto galà di beneficenza! Ho pensato che sarebbe stato solo un peso inutile!»
«Cristo, Joe» imprecò il suo collega incredulo.
«Prendi questa» tagliò corto Raul. Con un movimento fluido si chinò, sollevò l’orlo del pantalone e sfilò un piccolo revolver dalla fondina alla caviglia. Lui era sempre pronto a tutto. Lo sbatté contro il petto di Joe. «Muoviti».
Sopra le loro teste, il soffitto tremò di nuovo sotto i colpi di un'altra granata. Il tempo era scaduto.
«Forza, forza, forza! In fila indiana. Tomas apri la via, Joe al centro, io copro la coda. Veloci!»
Impugnarono le armi. tenendo in alto gli smartphone che con le torce squarciavano il buio in cui l’albergo era piombato.
“Forza” ripetè per l’ultima volta Raul, picchiettando la spalla dell’uomo che lo precedeva. Un attimo prima di varcare la soglia, Tomas e Joe si fecero un segno della croce rapido, disperato. Raul dietro di loro, no. Sapeva credeva che il suo destino, fosse solo nelle sue mani.
Schizzarono fuori nel corridoio, lasciando Camila sola nel seminterrato.
Camila rimase sola nell'oscurità, tossendo per la polvere, con il cuore in gola. Fuori dalla stanza, lo scontro fu brevissimo e feroce. Si udirono gli spari, nulla potevano tre pistole contro le armi automatiche, seguirono il tonfo pesante dei corpi che cadevano sul pavimento del corridoio.
«No, no, ti prego, ho una figlia!» sentì Tomas piangere, prima che un altro colpo lo mettesse a tacere per sempre.
Un istante dopo, una sagoma agile, delineata dalle torce dei compagni dietro di sé, entrò nella stanza.
«C’è qualcuno qui!» esclamò.
«È il porco americano?»
«No, è una ragazza» rispose, poi che una seconda figura entrasse nel magazzino per verificare.
L’uomo in assetto tattico aveva un fucile d'assalto imbracciato, il volto parzialmente coperto da una sciarpa e basco nero, richiamo di un epoca lontana, calato sulla fronte.
La ragazza riconobbe subito il simbolo ricamato sulla toppa che l’uomo portava sulla spalla: il profilo fiero di un uccello tocororo e, cucita subito sotto, la sigla in caratteri rossi, M.A.C., Movimiento de Acción Comunista.
«Ti conosco. Sei Camila, la sorella del compagno Julio» disse rivolto a lei.
Camila, ancora stordita dagli eventi, si limitò ad annuire. Anche lei riconosceva l’uomo nonostante l’inganno della maschera che ne celava parte del viso: non aveva dimenticato quegli occhi.
Era Giordano.
All'anagrafe Giordano Amador, figlio di quella terza generazione di italiani arrivati sull’isola nel dopoguerra, quando la repubblica socialista cubana muoveva i primi passi e il nonno, un vecchio militante comunista europeo, era sbarcato all'Avana per servire la causa.
Si erano visti a uno degli incontri clandestini a cui il fratello l’aveva portata. Camila non credeva nella politica, non sapeva niente di socialismo e di capitalismo, della lotta di classe, del proletariato, o del potere al popolo. Non era un'idealista; era cinica, concreta, convinta che le cose non sarebbero mai cambiate a Cuba e che l'unico modo per sopravvivere fosse quello che le aveva insegnato la strada. Ma era rimasta affascinata da quell’uomo maturo, pieno di esperienza, e dal suo modo di parlare che faceva sentire tutti i presenti protetti.
Si faceva chiamare El Tocororo. O El Toco, come si riferivano a lui i più intimi, come l’uccello simbolo di libertà e resilienza dell’isola. Era venuto fin lì per colpire un senatore americano, ma si bloccò. Per un secondo infinito, dimenticò la sua stessa rivoluzione.
«Camila...?» sussurrò lui, avvicinandosi e scoprendosi il volto.
Abbassò l'arma e le fu subito sopra. Si inginocchiò dietro di lei. Camila sentì il calore del suo corpo, l'odore acre del suo sudore, odore di mascolinità, della polvere da sparo e del fumo che lo avvolgeva. Sentì l'acciaio freddo di un coltello a serramanico sfiorarle la pelle nuda della schiena. Con un gesto rapido senza esitazione, Giordano infilò la lama sotto la plastica rigida. Un colpo secco e la fascetta nera saltò, liberandole i polsi.
“Stai bene?” le chiese tenendola per le spalle.
«Sì…» rispose con un filo di voce.
Giordano non si alzò subito. Rase al suolo la distanza tra loro, respirando la stessa aria calda e viziata di quel buco. I suoi occhi febbrili scesero per un millesimo di secondo sulla linea nuda della sua clavicola, sulle forme celate di lei sotto il tessuto leggero e aderente che indossava, per poi risalire alle labbra di lei. e infine fondersi negli occhi azzurri. Non disse nulla ma Camila, conosceva quel sentimento ed era reciproco. Un desiderio muto, pesante come il piombo, trattenuto a stento.
“Compagno, sta arrivando l’esercito, dobbiamo evaquare” li interruppe uno dei suoi uomini
“Radunate tutte e andiamo!” disse
“Ci sono feriti, alcuni sono gravi”
“nessuno compagno resta indietro” incoraggiò tutti, alzandosi.
“Tu camila Aspetta qui, non muoverti, i soccorsi ti troveranno e ti porteranno in salvo” aggiunse rivolto alla ragazza, sapendo che farla uscire con loro avrebbe espost lei e tutta la sua famiglia a un rischio troppo alto.
«Vámonos, compañero!» ordinò infine, staccandosi dalla ragazza, con uno sforzo che parve quasi fisico, prima di radunare i suoi uomini.
Il tempo passò ,impossibile stabilire quanto ,forse pochi minuti, forse una vita intera.
Camila attese, come le era stato suggerito. Delle voci ,attirarono la sua attenzione. Fece qualche passo fuori dalla stanza; nella penombra generale era difficile cogliere i dettagli, ma nel corridoio angusto le sagome dei tre uomini che fino a poco prima l’avevano tenuta in ostaggio restavano immobili, crivellati di colpi dentro una larga pozza del loro stesso sangue.
Poi sentì dei passi muoversi al piano di sopra.
«Aiuto, aiuto, sono qui!» urlò.
«C’è qualcuno?» chiese dall’alto della scala un uomo in divisa.
«Sono qui!» urlò lei.
«Sei sola?»
«Sì… sono tutti morti» aggiunse, un attimo prima che il corridoio si riempisse di uomini armati.
«A terra, a terra! Mettiti a terra!» le ordinarono frenetici, avanzando serrati a armi spianate appena le torce dei loro fucili la trovarono.
«Sì, sì… sono disarmata» disse Camila, sdraiandosi sul pavimento a meno di un metro dal volto di Raul, i cui occhi sgranati, pieni di meraviglia, forse per non essere stato pronto a morire, la fissavano in un grido silenzioso.
Due soldati le piombarono addosso, le armi spianate a un palmo dal suo viso, mentre un terzo, dopo averla ammanettata con gesto rapido, le afferrava brutalmente le braccia per tirarla su di peso.
«Chi sei? Cosa fai qui?» disse l'uomo, la voce distorta dalla maschera antigas.
Camila tossì per mostrarsi fragile, indifesa, sforzandosi di far tremare la voce per sembrare solo una vittima terrorizzata.
«Ero di sopra quando tutto è iniziato... Raul, il mio ragazzo, ha cercato di mettermi in salvo portandomi qui sotto. Poi sono arrivati… i terroristi e li hanno ammazzati!»
«Tomas… Joe… tutti morti…» aggiunse con aria drammatica.
Il soldato scambiò uno sguardo rapido con il compagno, poi puntò la luce sui corpi di Raul e degli altri due.
«E tu? Tu come ti sei salvata?»
«Raul mi ha detto di nascondermi dietro gli scaffali...» singhiozzò lei, indicando il fondo del magazzino buio. «Loro... loro non mi hanno trovata, sembra che avessero fretta, che cercassero qualcuno… qualcuno di importante».
L'operatore la squadrò da testa a piedi, notando l'abito da sera imbrattato, decidendo che sì, doveva essere una degli ospiti intervenuti alla serata. La tensione nel corridoio rimase altissima per un secondo interminabile. Poi, l'uomo abbassò leggermente la canna del fucile.
«Sei ferita?» le chiese mollando leggermente la presa sul suo braccio.
«Qualche graffio, sono molto scossa, e devo fare pipì, ma se non fosse stato per il mio…. dolce Raul…» disse lei con gli occhi pieni di lacrime.
«Sei una ragazza fortunata» le disse, afferrandola per un braccio e sollevandola lentamente dal pavimento. «Il tuo ragazzo è un eroe, ti ha salvato la vita».
«Sì… lo è» disse Camila, gettandosi tra le braccia del militare sapendo che quello avrebbe interrotto ogni altra indagine.
«Tranquilla, señorita, è tutto finito» le disse l’uomo, non certo indifferente al fascino della ragazza, allontanandola appena, desideroso di stringerla ancora.
«Portatela sopra. Muoversi, muoversi!» ordinò poi ai suoi, schiarendosi la voce. «Voi altri con me» aggiunse, procedendo nel buio.
Mentre veniva trascinarla verso le scale, ormai convinta di averla fatta franca, l'ufficiale in comando dietro di lei la fermò.
«Señorita, questo è suo?» le disse, avvicinandosi, mostrandole il bracciale di diamanti che lei aveva sottratto alla nipote del senatore. L'uomo, ne ignorava il valore, ritenendo che si trattasse di bigiotteria.
«Oh sì, la ringrazio... pensavo di averlo perso”.
“è un bello oggetto” osservò l’uomo.
“... è il regalo del mio ragazzo per il nostro fidanzamento» mentì Camila, prendendolo tra le mani con un tremito studiato.
Si sforzò di apparire affranta, nascondendo il viso rigato dalle lacrime, sporco di fuliggine e del trucco ormai sciolto, mentre l’uomo glielo consegnava.
Dentro di sé la gioia cresceva. Ce l'aveva fatta. Aveva salvato la pelle, se fosse uscita da quell’albergo, evitato il carcere e, come se non bastasse, aveva persino recuperato il bottino del suo colpo.
La Hall del hotel era un campo di battaglia, era impossibile riconoscere quel luogo da quelle dove fino a poco prima uomini e donne in abiti eleganti si erano radunati.
«È un bracciale!» disse una voce disperata, facendo temere a Camila, per un attimo, di essere stata scoperta. «Un bracciale di diamanti a tre file!»
Riconobbe la voce di Patricia. Sovrastava il caos della hall acuta e isterica, tra soccorritori, militari che correvano ovunque e i feriti urlanti.
«Signorina, non abbiamo il tempo per cercare il suo braccialetto» rispose l’uomo in mimetica con i gradi da ufficiale, che la stava scortando verso l’uscita.
«Lei non capisce, vale un sacco di soldi!»
«Ci sono morti e feriti in tutto l’albergo, l’area non è stata ancora messa in sicurezza. Dovrebbe essere grata di avere salva la vita, piuttosto che frignare per aver perso un braccialetto».
«Lei non sa chi sono io!»
«No, ma so che se le sento dire un'altra parola la farò arrestare. E ora portatela via!» ordinò l’ufficiale, consegnandola ad altri due militari, seccato.
Alle loro spalle, Camila lasciava l’albergo. Dopo, aver dato false generalità, essersi fatta liberare dalle manette e medicare alla buona dai paramedici, scivolò via, sparendo tra le vie dell’Avana affollata di gente.
Quella sera a casa ,avrebbero festeggiato.
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