Una Nuova Storia: Gabriella
di
passodalfiume
genere
orge
Gabriella aveva sempre archiviato quei segnali come piccole stonature della vita adulta, niente che meritasse davvero attenzione. Solo dopo la diagnosi, una settimana prima dei cinquant’anni, quei frammenti sparsi cominciarono a ricomporsi in un disegno che non poteva più ignorare.
Per anni le era capitato che una mano si addormentasse senza motivo, o che un piede le formicolasse per un’intera mattinata. Lei ci rideva sopra, diceva che era “la postura”, “il mouse”, “le scarpe nuove”. A volte le si intorpidiva metà del volto, una sensazione strana, come se la pelle appartenesse a qualcun altro. Passava da sola, e questo bastava a convincerla che non fosse nulla.
C’erano stati anche giorni in cui vedeva male da un occhio. Un’ombra, un offuscamento improvviso, come se qualcuno avesse passato un dito sporco sulla lente dei suoi occhiali. Lei dava la colpa allo schermo del computer, alla stanchezza, alla pressione bassa. Una volta aveva persino avuto una breve visione doppia mentre guidava, ma si era fermata, aveva bevuto un sorso d’acqua e tutto era tornato normale. “Stress”, aveva concluso.
La stanchezza era la compagna più fedele. Non la fatica normale, ma una specie di peso interno, una zavorra che la tirava verso il basso anche nei giorni in cui non aveva fatto nulla di impegnativo. Le sembrava di non riposare mai davvero, ma si diceva che fosse l’età, il lavoro, la vita.
Ogni tanto inciampava senza motivo. Una gamba che cedeva per un istante, un gradino mancato, un equilibrio che si spezzava come un filo troppo teso. Lei si rimetteva dritta, controllava che nessuno l’avesse vista, e andava avanti. “Sono distratta”, pensava.
Di notte, poi, arrivavano i crampi. Le gambe si irrigidivano all’improvviso, come se qualcuno le torcesse dall’interno. Lei si massaggiava, sbuffava, cambiava posizione. “Magnesio”, aveva detto una collega. Gabriella aveva comprato un integratore e non ci aveva più pensato.
Solo dopo la diagnosi, seduta in macchina fuori dall’ospedale, con il foglio ancora piegato in borsa, Gabriella ripensò a tutto questo. Ogni episodio che aveva scacciato con una spiegazione rapida tornava a galla, nitido, ostinato. Non erano coincidenze, non erano capricci del corpo. Erano segnali, segnali che lei aveva ignorati tutti.
Gabriella pensò a Riccardo, a Rino, a Gaetano.
Li vide tutti insieme, come in una fotografia mentale che le si era impressa negli anni: tre volti che aveva amato con una dedizione assoluta, quasi feroce, e che ora le restituivano il peso di tutto ciò che aveva sacrificato.
Aveva passato ventisette anni a mettersi da parte.
Non era un lamento, non lo era mai stato. Era semplicemente la verità.
Aveva lasciato l’università quando era rimasta incinta di Rino.
Sognava di diventare architetto, di disegnare spazi che avrebbero portato la sua firma, la sua visione della citta. Ma la vita aveva cambiato direzione senza chiederle il permesso, e lei aveva seguito quella nuova strada con la naturalezza di chi pensa che ci sarà tempo, più avanti, per tornare ai propri sogni. Quel “più avanti” non era mai arrivato.
Poi c’era stato il lavoro.
Un impiego da contabile in un’azienda di servizi internet, scelto più per necessità che per vocazione. Era brava, precisa, affidabile. Le avevano offerto più volte la possibilità di crescere, di assumere ruoli di responsabilità. Lei aveva sorriso, ringraziato, e declinato.
La famiglia prima di tutto. Sempre.
Ogni occasione mancata era diventata un tassello invisibile della sua rinuncia quotidiana.
E le passioni… quelle erano state le prime a svanire.
Gabriella amava viaggiare.
Non come turista, ma come presenza viva dentro un luogo. Per il tempo che le era stato concesso, aveva attraversato mezzo mondo. Sud America, Africa, Asia: non collezionava foto, ma incontri, odori, lingue, strade, esperienze , poteva vantare di aver lasciato in quei posti, amici veri , persone con cui aveva creato un legame profondo, pronti ad aspettarla in ogni angolo del mondo.
Poi era arrivato Riccardo.
Solido, concreto, con la sua piccola fabbrica che garantiva un benessere stabile, una vita ordinata, sicura.
All’inizio era stato un porto.
Poi, lentamente, senza cattiveria, senza intenzione, quel porto era diventato una gabbia dorata.
Non che l’uomo l’avesse mai limitata, anzi era proprio la sua voglia di avventura, il suo coraggio, la sua solarità che lo aveva affascinato e che l’aveva fatta amare, ma le sue responsabilità non gli permettevano di stare mai troppo lontano da casa, cosi piano piano Gabriella aveva rinunciato a viaggiare per stare vicino a lui.
Non perché lui glielo avesse imposto, ma perché lei stessa aveva chiuso la porta dall’interno, convinta che fosse ciò che una brava moglie, una brava madre, dovesse fare.
Gabriella aveva speso tutta la sua vita a dedicarsi a loro.
Era questo il pensiero che le martellava nella testa mentre guardava il foglio della diagnosi, ancora piegato, ancora intatto, come se aprirlo davvero potesse far precipitare tutto.
Chi li avrebbe accuditi adesso.
Chi li avrebbe amati con quella cura silenziosa che lei aveva sempre dato per scontata.
E, soprattutto, quanto sarebbero stati in grado di accudire lei.
Rino…
Rino il figlio più grande era il suo primo orgoglio e la sua prima ferita.
Non se ne lamentava, non lo aveva mai fatto, ma sapeva bene che era cresciuto viziato. Non per cattiveria, non per superficialità: semplicemente, il benessere che Riccardo aveva costruito attorno alla famiglia lo aveva protetto da ogni rinuncia, da ogni fatica.
Rino non conosceva un mondo che non fosse pronto a servirlo.
Era brillante, affascinante, con quell’aria un po’ narcisista che lei aveva sempre finto di non vedere. Sognava di diventare fotografo, di immortalare modelle e celebrità, di vivere in un universo fatto di luci, volti perfetti, cose belle e costose.
Lavorava, studiava, correva da un progetto all’altro.
A stento aveva il tempo per una relazione stabile: cambiava fidanzate con la stessa leggerezza con cui si cambia un paio di scarpe consumate.
Figurarsi se avrebbe avuto il tempo, o la maturità, per accudire sua madre.
Poi c’era Sergio.
Sergio era il suo cucciolo, il regalo inatteso arrivato quindici anni dopo il fratello.
Un bambino ancora sospeso tra l’infanzia e l’adolescenza, troppo puro per capire davvero come funzionasse il mondo.
Gentile, empatico, con una sensibilità che a volte la spaventava.
Andava bene a scuola, giocava a calcio, e tramite gli scout dedicava il suo tempo libero ad aiutare gli altri.
Era il tipo di bambino che si ferma a parlare con un anziano perché gli sembrava solo, o che divideva la merenda con chi la dimenticava.
Ma proprio per questo, Gabriella sapeva che non poteva caricare sulle sue spalle un peso simile.
E Riccardo, suo marito. Riccardo era un’altra storia.
Solido, presente, ma abituato a essere accudito più che ad accudire.
Lei gli aveva costruito attorno una vita comoda, ordinata, senza scosse, fatta di routine e abitudini consolidate.
Non sapeva se lui sarebbe stato capace di reggere il colpo, né se avrebbe saputo starle accanto nel modo in cui lei aveva sempre fatto con tutti loro.
Fu in quel momento, con questi pensieri che le si accavallavano come onde di un mare in burrasca, che Gabriella capì perché aveva paura.
Della malattia, dell’idea che, per la prima volta, avrebbe dovuto chiedere e forse nessuno, tra quelli che aveva amato più di se stessa, sarebbe stato pronto a rispondere.
Cominciò a pensare che forse la scelta migliore sarebbe stato tacere la sua condizione in famiglia, almeno fino a quando non si sarebbe reso necessario farlo, doveva capire come affrontare quella situazione , in che modo coinvolgere il marito e i figli senza devastare la loro vita ,inoltre, sentiva di dover , fare qualcosa prima di rendere pubblico il suo male, prima che nel tentativo di proteggerla, l'avessero costretta a compiere altre rinuncie.
Non era un pensiero completo quello che si andava formando nella testa di Gabriella ,era un istinto, un bisogno che chiedeva di essere appagato.
Non arrivò alla sua decisione pensando a ciò che aveva perso.
Non era il tipo da rimpianti, e non avrebbe iniziato ora.
Non si disse nemmeno che la famiglia le aveva tolto qualcosa: sarebbe stata una bugia, e lei non aveva più tempo per le bugie, nemmeno quelle gentili.
La verità era un’altra, più semplice e più nuda.
Per la prima volta nella sua vita, Gabriella sentì di essere profondamente sfortunata. Come era possibile che lei, una brava donna, una brava moglie e madre, fosse colpita cosi dal destino.
Posò la testa sul volante, avrebbe voluto piangere, ma non aveva lacrime, sollevò il viso si guardò nello specchietto retrovisore, chiedendosi cosa avrebbe fatto.
Il telefono sembrò rispondere alle sue domande, una collega aveva condiviso con tutti i suoi contatti le immagini del suo viaggio in India.
E allora capì.
Capì che se voleva fare qualcosa per sé, doveva farlo adesso, prima che diventasse troppo fragile.
Per rivendicare ciò che aveva sacrificato, per certificare la propria esistenza, per lasciare un’impronta che fosse sua, solo sua, prima che la malattia decidesse per lei.
Non era egoismo.
Era autoconservazione.
Era il bisogno primordiale di sentirsi viva mentre poteva ancora scegliere come esserlo.
Gabriella non voleva scappare.
Voleva esistere.
E per la prima volta dopo ventisette anni, sentì che ne aveva il diritto.
Sarebbe tornata a viaggiare.
Lo annunciò al marito la sera stessa dopo cena, Riccardo, le chiese di aspettare un semestre, con la stagione estiva avrebbe potuto staccarsi dal lavoro e accompagnarla, ma Gabriella era impaziente, tra l’altro non era certa di quali sarebbero state le sue condizione tra sei mesi.
Fu decisa, con una decisione che sorprese il marito, sarebbe partita il prima possibile e non lo avrebbe aspettato, quando lui le chiese il motivo di quella premura, lei le disse che sentiva il bisogno di staccare un pò, di prendere una pausa.
Riccardo non aveva motivo di dubitare della moglie, lasciò che andasse.
Una settimana dopo Gabriella era a Koh Lanta, in Thailandia.
Passeggiava sulla spiaggia.
A Milano aveva lasciato la nebbia, il freddo che entrava nelle ossa, le giornate corte che sembravano spegnersi da sole.
Lì, invece, il sole le scaldava la pelle come non succedeva da mesi. Il mare aveva quel colore impossibile da descrivere, tra il turchese e il verde, e il rumore delle onde sembrava un respiro lento, regolare.
Camminava sulla sabbia ancora tiepida, con i sandali in mano, e ogni passo le dava la sensazione di sciogliere qualcosa dentro.
il sole sembrava pronto a tuffarsi nel mare all'orizzonte colorando tutto di rosso e oro.
Non aveva prenotato nulla, non aveva programmato nulla ,era stata l’impulsività che aveva dominato tutta la prima metà della sua vita, poi messa da parte per amore e ritrovata all’improvviso a spingerla verso quella destinazione, quasi dall’altra parte del mondo.
Aveva scelto la Thailandia perché non c’era mai stata, aveva viaggiato per quasi un giorno intero in autobus, una volta arrivata all’aeroporto internazionale, seguendo le indicazioni di un uomo conosciuto in aereo, e che le aveva parlato del villaggio in cui era nato e cresciuto, luogo che dalle sue descrizioni sembrava incantevole, raggiunse la sua destinazione.
Il posto era un luogo tranquillo, frequentato non da turisti ma da persone in cerca di pace e di riconnessione con la natura, con se stesse.
Era arrivata così, come si arriva quando si ha bisogno di aria: senza aspettative, senza un piano, con un desiderio semplice e urgente di stare altrove.
Il caldo la avvolgeva, ma non la stancava.
Il vento che arrivava dal mare, portava odore di sale e di frutta matura.
Gabriella camminava a piedi nudi sulla sabbia dorata. Era calda, morbida, con una grana fine che le scivolava sotto le dita senza graffiare. Vicino all’acqua diventava fresca e compatta, quasi liscia, e il piede affondava appena prima di risalire pulito. Ogni passo le dava una piccola scossa di benessere, semplice e immediata, come se quel posto la stesse accogliendo davvero.
E per la prima volta da molto tempo, si accorse che stava sorridendo, ma più di ogni altra cosa, che la malattia non era più costantemente presente nei suoi pensieri.
Due uomini del posto, intenti a sistemare una barca per la pesca notturna, si fermarono ,quando la videro arrivare. Da quelle parti non passavano molti turisti, e una donna sola, europea, attirava inevitabilmente l’attenzione.
Gabriella, Indossava un cappello di paglia con la tesa larga sotto il quale spuntavano ciocche dei suoi capelli corti del colore del grano. Sul volto, occhiali da sole dietro i quali proteggeva i suoi occhi nocciola.
Vestiva caftano corto in cotone bianco leggerissimo, sotto di esso, un bikini che era stato un azzardo, una sfida, non che lei avesse mai rinunciato a essere femminile, a mostrarsi ,ad esporsi, a provare ad essere seducente, provocante, ma quel capo era qualcosa che in un diverso contesto non avrebbe mai scelto, ritenendolo persino volgare, per il suo gusto.
Lo aveva comprato in una boutique all'aeroporto do Bombay, mentre faceva uno scalo, trovato assurdo il prezzo richiesto, ma lo aveva preso comunque, perche voleva farlo.
Nero, metallico, tre triangoli di stoffa tenuti assieme da lunghi lacci che si annodavano sul corpo come sottili corde.
Aveva provato un certo imbarazzo indossandolo la prima volta, ma farlo era una tappa necessaria nel viaggio che aveva deciso di intraprendere.
Poteva permetterselo, nessuno incontrandola avrebbe avuto da ridire. A 50 anni Gabriella, manteneva un fisico statuario, fisico che le era costato sacrifici, rinunce ,tanto allenamento, pilates, palestra ,piscina, lunghe camminate per i parchi della sua città.
Le spalle, asciutte e ben disegnate, aprivano un sentiero che invitava lo sguardo a seguirlo verso il petto con una naturalezza quasi studiata, Il seno, da sempre generoso, si era appesantito con il passare degli anni, ma riusciva a suscitare la stessa attrazione che la faceva notare quando aveva vent’anni, poi immancabilmente gli occhi di chi la guardava, si muovevano verso il basso, in un viaggio fatto di sensazioni, l’addome piatto, la vita stretta in un equilibrio naturale, quasi provocatorio proprio perché non cercato. Le gambe, lunghe e compatte, avevano una morbidezza tesa.
C’era qualcosa nel modo in cui camminava, che trasformava la sua presenza in un invito silenzioso, più potente di qualsiasi gesto esplicito.
Gabriella in una vita passata a compiacere gli altri, la sua famiglia, gli amici, i colleghi, si era quasi dimenticata di essere una donna bella e seducente, una donna che meritava tutte le attenzione che finiva immancabilmente per ricevere.
Era paradossale che tanta cura per tenersi in forma, le diete a volta assurde, l’ossessione per il cibo di qualità e per una cucina sempre sana, fosse stata pressochè inutile per evitarle quel destino a cui era andata in contro.
Gabriella non indifferente, si accorse dell’interesse suscitato, si trovò a sorridere ai due estranei passandogli accanto, uno dei due ,il più coraggioso, in fretta all’improvviso, quasi rischiasse di perderla, in un inglese stentato, le chiese se era una turista.
Lei sorrise ,piegò la testa a sinistra, increspò le labbra su cui aveva steso un leggero strato di rosso vivace, cercando una risposta che fosse il più possibile vicino alla realtà e rispose che, si, era una specie di turista.
Fu l’altro a chiedere dove fosse suo marito, questo accese una nota di malinconia in lei, ma poi cercando di vivere quell’esperienza rispose che, aveva preferito lasciarlo a casa.
Gabriella li osservò meglio. Erano due ragazzi dall’aspetto piacevole, con quella bellezza ruvida che nasce dal sole e dal lavoro, non dagli specchi. La pelle olivastra portava il segno del mare, gli occhi scuri avevano una profondità semplice, diretta, e i capelli neri ,insieme alla barbetta incolta ,davano al loro viso un’aria, quasi immatura.
I vestiti, t-shirt e pantaloncini, consumati dal sale e dal tempo, cadevano addosso senza alcuna pretesa: tessuti scoloriti, cuciture tirate, fibre che raccontavano giornate di fatica più che di scelta. Erano corpi abituati al vento, alla salsedine, alla necessità.
E fu proprio quel contrasto a colpirla: lei, cresciuta tra tessuti pregiati, profumi costosi e ambienti dove ogni dettaglio era curato; loro, due pescatori che portavano addosso la verità della loro vita. La distanza tra i mondi non era solo nei vestiti, ma nel modo in cui lo occupavano. lei che viveva negli eccessi di un benessere che forse nemmeno aveva meritato, loro nella semplicità di giornate il cui fine ultimo era sopravvivere. Lei con la naturalezza di chi non ha mai dovuto lottare per essere vista, loro con la discrezione di chi è abituato a faticare senza essere notato.
Tutto quello, il divario che esisteva tra lei e quei due ragazzi, li rendeva attraenti in un modo che Gabriella non si sarebbe mai aspettata, finì per chiedersi come sarebbe stato godere della loro compagnia.
Stabili che dovevano essere appena ventenni, forse anche più giovani, uno aveva un fisico asciutto e lineamenti delicati, l’altro sembrava essere molto sicuro di se, un fisico più forte e lineamenti del volto più marcati, con occhi che senza alcun pudore cercavano di spogliarla.
Il caftano che indossava era semitrasparente e mostrava il bikini sotto, era evidente che i due ragazzi non erano molto abituati a vedere donne indossare un capo di abbigliamento cosi audace, che invitava gli sguardi e sollecitava la fantasia.
Parlando sempre in un inglese quasi incomprensibile quello dall’aspetto più maturo e sicuro di se le chiese se voleva visitare l’isola, indicando una roccia con un po di vegetazione a poche miglia dalla costa.
Gabriella si voltò verso l’orizzonte, guardò in direzione in cui il ragazzo indicava, dietro di lei i due si sorpresero per quanto poco la coprisse quel costume da bagno.
Mentre sentiva i loro sguardi sul suo culo, fingendosi ignara, mantenendo una postura che ne esaltasse la rotondità, chiese cosa c’era di bello da vedere li, le sembrava solo uno scoglio triste, il ragazzo rispose che c’era una spiaggetta isolata dall’altra parte e ci tenne a precisare che i locali la chiamavano, la spiaggia dell’Amore.
Gabriella sorrise, intuendo lo scopo ultimo dei due ragazzi e complice, ammise che le sarebbe piaciuto visitarla.
Si diedero appuntamento per il giorno dopo, a prima mattina, e si salutarono.
Tornò verso il piccolo albergo dove aveva trovato una camera, consumò una cena leggera, fece qualche esercizio di rilassamento e si mise a letto presto: voleva arrivare riposata al suo incontro.
Erano da poco passate le otto quando raggiunse la spiaggia. I due ragazzi l’aspettavano accanto alla barca, già pronti a partire.
Si sorprese nel vedere che attorno a loro si era formato un piccolo capannello: una dozzina di persone del posto, radunati per osservare la bella straniera che cercava compagnia.
Tutti la fissavano con una curiosità quasi primordiale, come si guarda una creatura rara, quasi mitologica. Gabriella sentì un’ondata di imbarazzo salirle alle guance. Aveva scelto di indossare un secondo costume nuovo, un bikini leopardato con un semplice pareo nero sopra; solo in quel momento si rese conto che, sotto quegli sguardi, forse rivelava più di quanto avesse immaginato.
Al suo arrivo, i due ragazzi corsero verso di lei e la salutarono con l’entusiasmo ingenuo di chi non osa credere che un desiderio possa davvero avverarsi.
Le voci intorno a lei si intrecciavano in un brusio costante, punteggiato da risatine maliziose. Non c’era bisogno di capire la lingua locale per coglierne il senso: erano commenti di approvazione, giudizi sussurrati sulla bella straniera e sulla fortuna capitata ai due ragazzi.
Nessuno osava avvicinarsi troppo; preferivano restare a una certa distanza, come se la presenza di Gabriella avesse qualcosa di magnetico e al tempo stesso sacro. La osservavano con quella curiosità intensa che si riserva a ciò che non si vede quasi mai.
Gabriella si sentì arrossire, ma anche lusingata. Erano attenzioni che non viveva più da molto, troppo tempo. E il modo in cui quegli sguardi la sfioravano, senza toccarla davvero, le ricordò una parte di sé che credeva sopita.
Misero la barca in acqua, le porsero una mano per aiutarla a salire e si allontanarono dalla riva. Nel breve tragitto verso la loro destinazione, Gabriella avvertì su di sé gli sguardi dei due: continui, trattenuti, carichi di un’attesa che non avevano il coraggio di nominare.
Non sapeva esattamente cosa avrebbe trovato all’arrivo, ma aveva deciso che si sarebbe concessa l’esperienza, qualunque forma avesse preso.
Quando approdarono, rimase sorpresa dal cambiamento del paesaggio: il lato dell’isola rivolto all’oceano si apriva in una piccola baia incantevole, un arco di sabbia chiara incorniciato da rocce scure che scendevano a picco nel blu profondo.
Sbarcarono. I due ragazzi stesero un telo consumato e, da un minifrigo portatile che aveva visto giorni migliori, tirarono fuori alcune lattine di birra, invitandola a sedersi e a rilassarsi con loro.
Gabriella accettò senza esitare, senza il minimo timore. Era ciò che voleva, una parte di ciò che era venuta a cercare. I due ragazzi le davano l’impressione di essere sinceri, quasi trasparenti nella loro goffaggine.
Si sedette tra loro. Accettò volentieri la birra, gelata, anche se quel tipo di bevanda non rientrava certo nelle sue preferenze. Lei era abituata ai vini pregiati, ai liquori di fascia alta; la birra era qualcosa che associava alle pizze del sabato sera, alle maratone di serie TV con i figli, a un’intimità domestica che non aveva nulla a che vedere con il presente.
Presero a parlare. Quando i ragazzi scoprirono che veniva dall’Italia, quello dall’aria più ingenua le chiese, con una serietà disarmante, se conoscesse il Papa. Gabriella sorrise e trattenne la risata nel petto: l’innocenza del ragazzo era quasi commovente, come se in Italia fosse possibile uscire di casa e incontrare il Santo Padre per strada.
Gli spiegò che lei veniva da Milano e che Roma, dove vive il pontefice, distava quasi seicento chilometri. Il ragazzo, che probabilmente non aveva mai lasciato il luogo in cui era nato e cresciuto, la guardò con gli occhi spalancati e le chiese se fosse “molta strada” da fare per vedere il Papa.
Lei gli sorrise, trovandolo adorabile nella sua ingenuità, persino più attraente, gli rispose che sì, era davvero tanta strada.
Alla terza lattina di birra, il sole era alto e scaldava l’atmosfera, i ragazzi erano sudati, emanavano un fascino che lei, sentiva accenderla. Gabriella, desiderosa di dare un senso a quella loro gita, ruppe gli indugi e chiese ai due ragazzi, in maniera diretta e semplice se volevano scoparla.
Uno ,quello che dal modo di fare sembrava, fino a quel punto, quello più sicuro di se, sembrò pietrificato, come un eroe davanti allo sguardo di Medusa, l’altro, meno preparato a quelle evenienza che di sicuro aveva immaginato e che ora vedeva diventare reale, rischiò di morire soffocato mentre la beveva, e finii per sputare sul seno di Gabriella, seno che non aveva mai smesso di fissare, la sua birra.
Gabriella sorrise, disponibile, mentre i due le si facevano vicino.
In un rapido gioco di mani, nervose e frettolose, la spogliarono, privata del bikini, Gabriella si mostrò completamente nuda ai due ragazzi, increduli di quanto pallida potesse essere la sua pelle, ancora mai accarezzata dai raggi del sole li dove era rimasta protetta sotto al tessuto, fino ad un attimo prima.
Fu il turno di Gabriella aiutare i suoi ospiti a disfarsi del costume e quando entrambi rimasero nudi, constatò quanto desiderio avevano per lei.
Senza ripensamento, senza il fardello della vergogna, lasciò Milano lontana dai suoi pensieri.
China prima su uno poi sull’altro, in ginocchio davanti ai due ragazzi, accolse il loro cazzo nella bocca, proprio quando la situazione cominciava ad essere incredibilmente rovente, qualcosa venne a disturbarli.
Un rumore metallico, li distrasse, qualcuno con una nuova imbarcazione stava arrivando sull’isoletta.
Gabriella osservò i nuovi arrivati, era una barca più grande rispetto a quella con cui erano arrivati, sopra c’erano almeno una mezza dozzina di uomini, forse di più.
I due ragazzi vedendo avvicinarsi la barca ,lasciarono Gabriella e corsero verso la riva urlando contro di loro, a lei sembro che cercassero di allontanarli ma, la loro protesta non sortì alcun effetto, la barca si arenò sulla spiaggia e prima che avesse completato la sua frenata sulla sabbia ne scesero rapidi gli occupanti.
In un attimo infinitamente breve, superarono i due ragazzi e furono su Gabriella.
Non ebbe il tempo di capire cosa stava accadendo, ma quando si ritrovò circondata, realizzo, che il gruppo era venuto a pretendere quello che lei stava offrendo loro.
La scoparono senza, tregua, senza darle modo di sottrarsi, i due ragazzi che l’avevano accompagnata sull’isola, rimasero in disparte per buona parte di quell’amplesso furioso e selvaggio, per poi unirsi a reclamare ciò che era stato promesso loro.
Gabriella, vinta dalla situazione non potè far altro che assecondare le loro pretese, fu presa in modi che la stremarono, la umiliarono, ma in quel momento , in un vortice di sensazioni mai provate, mentre la profanavano, e lei si rendeva complice , parte attiva di quella piccola orgia, si sentii viva ,come mai si era sentita in tutta la sua vita.
Otto mesi dopo ,in Italia, in un programma che si occupava di cercare persone scomparse, raccontavano la storia di Gabriella, partita per una vacanza solitaria e mai più tornata, erano stati intervistati, il marito , imprenditore milanese, il figlio più grande Rino, fotografo , amici e parenti. Le autorità si erano mosse per cercare la donna, senza successo.
Gabriella intanto passeggiava sulla spiaggia su cui era rinata, era diventata parte integrante di quella comunità di pescatori ricavandosi un posto di prestigio, nella locale bordello che accoglieva per lo più pescatori, militari di basso rango e piccoli commercianti, da tutta la provincia arrivavano ,anche solo per vedere la creatura rara che viveva nel villaggio.
Faceva la prostituta, non c’era altro modo per definire la vita che aveva scelto, quella era la sua nuova vita, per il tempo che le restava, pagavano bene per giacere con lei, soldi che per lo più andavano alla comunità che l’aveva accolta.
Sotto al vestito a fiori che indossava ,mente passeggiava a piedi scalzi per le vie del paese, suo addome era gonfio, portava in grembo il frutto di quella esperienza, che le pareva lontana eppure ancora viva, sapendo che il bambino che sarebbe nato, non importava non sapere chi fosse il padre, l’importate stava nel fato che tutti si sarebbero presi cura di lui.
Quel bambino, sarebbe stato il suo ultimo autentico lascito su questo mondo, quando di lei non sarebbe rimasto più nulla se non il ricordo.
2
voti
voti
valutazione
8.5
8.5
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Una Nuova Storia: Rosaria
Commenti dei lettori al racconto erotico