Camila 2

di
genere
incesti


Mentra Camila si affrettava verso casa, sperando che il cielo le desse il tempo di tornarci, a metà strada, fu colta dall’impellente bisogno di svuotare la vescica, la cola e l’emozioni provate nell’ultima ora, l’avevano messa in quella condizione di urgenza.
Valutò che non sarebbe mai riuscita ad arrivare in tempo a casa senza farsela addosso, si guardò intorno, la parrocchia era li a due passi e quella sarebbe stata la sua salvezza.
Quando entrò in chiesa ,come si era aspettata la trovò vuota, sapeva che infondo vicino all’altare, c’era una porta che portava in sacrestia, cercando di tenere le ginocchia serrate ,sentendo che ormai era al limite, corse verso di essa ma, al suo arrivo scoprii che era chiusa dall’interno. avrebbe dovuto fare tutto giro per entrare in parrocchia, cercar Don Tonino e chiedergli di usare il bagno.
Ebbe un brivido feroce, la vescica reclamava di essere svuotata e a peggiorare la sua condizione, fuori aveva cominciato a piovere.
Il brivido le scosse l'intera colonna vertebrale. Non c'era più tempo. Ogni secondo passato a cercare Don Tonino aumentava il rischio di un'umiliazione.
La pioggia batteva furiosa contro le grandi vetrate colorate, creando un rombo cupo che riempiva la navata deserta. Quel rumore, anziché distrarla, amplificava l'urgenza in modo insostenibile. Con le mani premute sul ventre e le gambe strette fino a farsi male, si guardò intorno con lo sguardo disperato di un animale in trappola.
Non poteva uscire sotto il diluvio, né poteva rischiare di correre a vuoto per la parrocchia.
I suoi occhi caddero sulla penombra delle navate laterali. Lì, nascoste tra le colonne, si trovavano le cabine di legno scuro dei vecchi confessionali. Erano strutture chiuse, riparate da pesanti tende di velluto. Un luogo d'ombra, perfetto per nascondersi agli sguardi di chiunque fosse entrato all'improvviso.
Senza riflettere oltre, mossa solo dall’urgenza, si diresse verso il confessionale più lontano dall'ingresso. Ogni passo era un'agonia, ogni movimento rischiava di rompere quel precario controllo che le rimaneva.
Posò la spesa che si portava dietro su una delle panche della chiesa, poi entrò nella cabina più vicina.
Scostò la tenda pesante con un gesto tremante e si infilò all'interno, lasciando che il velluto si richiudesse alle sue spalle, precipitando nel buio profondo che profumava di incenso, legno vecchio e cera.
Non era mai stata una cristiana devota, in pochi nel bario lo erano, e solo a condizione che esserlo, potesse portare dei benefici, quindi per Camila, sconsacrare quel luogo non rappresentava alcun reato mortale.
Si accovacciò nell'infinitesimo spazio della cabina. Con le dita bagnate di sudore fece scivolare giù gli short e le mutandine, che le si erano appiccicati alla pelle delle cosce per il calore tropicale. Trovato l'equilibrio con le ginocchia puntate contro le pareti di legno, strinse i denti e lasciò finalmente andare la vescica, mentre un brivido violento di sollievo le scuoteva la schiena.
«Chi c’è?» chiese qualcuno al di là della grata sottile che separava la sua cabina dalla sezione centrale del confessionale, che Camila aveva creduto vuota.
Il cuore le fece un balzo in petto, ma la gola le si chiuse.
Non era sola, non lo era mai stata, l'imbarazzo era così viscerale, così violento, da toglierle il fiato. Non ebbe il coraggio di emettere un solo suono. Rimase immobile, bloccata in quella posizione assurda, con i muscoli delle cosce che cominciavano a bruciare per lo sforzo.
«Ma che cos’è questo odore?» insistette la voce dall'altra parte, e Camila sentì chiaramente il rumore di qualcuno che tirava su col naso, annusando l'aria densa.
L’odore acre e pungente della sua urina calda era evaporato all'istante a causa dell'afa, saturando il pochissimo spazio del confessionale e in un effetto camino, filtrando inevitabilmente attraverso i fori della parete divisoria.
Camila avrebbe voluto scattare fuori, dimenticarsi della spesa sulla panca, fuggire lontano dalla chiesa affrontando il temporale , preferendo gli insulti della madre ,le botte del fratello per aver perso soldi e cibo, piuttosto che subire quell’umiliazione.
Ma le gambe non rispondevano. Era pietrificata, intrappolata nel buio dal suo stesso panico.
«Camila, figliola...» esclamò Don Tonino, spalancando la tenda e spezzando il buio della cabina, in cui lei si era nascosta.
La luce fioca della chiesa illuminò la ragazza, mostrando tutta la sua vergogna, ancora accovacciata sopra la pozza lucida della propria urina che fumava leggermente nell'aria umida. Camila rimase immobile, con gli short ancora calati alle ginocchia, voltandosi appena verso l’uomo alle sue spalle con un espressione di imbarazzo e stupore sul viso.
«Questa è la casa di Dio, non un bagno pubblico!» borbottò il prete. La sua voce, però, tradiva un sussulto. Davanti a quella scena cruda, l'uomo si scoprì incapace di distogliere lo sguardo: la pelle bagnata di sudore e nuda, le forme sode dei glutei della ragazza, esposti e vulnerabili sotto i suoi occhi, agirono su di lui come una tentazione violenta e improvvisa.
Camila lesse all'istante quel lampo di debolezza nei suoi occhi. Con un guizzo di pura astuzia da strada, bloccò il panico e passò al contrattacco, rigirando la situazione per farlo sentire in colpa.
«Padre... ma perché era nascosto nel confessionale in silenzio?» lo incalzò, fissandolo dal basso con aria di sfida, senza nemmeno tentare di rivestirsi, usando la propria, pressochè totale nudità, come un'arma per confonderlo.
"Questa è la mia chiesa” disse l’uomo sentendosi spiazzato da quella situazione.
«Forse mi voleva spiare?» lo incalzò lei, stringendo la presa sui pantaloncini calati, ma senza fare una piega.
«No… ero entrato… mi sono assopito e poi… sei arrivata tu, figliola», provò a giustificarsi lui con un filo di voce. Le parole gli uscivano a fatica, pesanti, come se sul serio si sentisse schiacciato da una colpa che in fondo non aveva.
Don Tonino, prima di prendere i voti in Italia, era stato un uomo passionale, abituato a farsi guidare dagli istinti. Trasferirsi per il sacerdozio in quella parrocchia sperduta di Cuba era stata la sua rinuncia totale a ogni piacere della carne. Aveva resistito per anni alla solitudine e all'afa soffocante del barrio, al modo di vestire che avevano le donne di quel paese, sempre provocanti, pronte ad offrirsi al miglior offerente, ci era riuscito, almeno finché la sua vita non aveva incrociato quella di Camila. Da mesi ormai, il pensiero di quella ragazza si infilava di notte nei suoi silenzi, lo ossessionava, riempiendoli di fantasie deprecabili, fino a fargli riconsiderare il peso stesso del peccato.
E adesso l'aveva lì, a un palmo di distanza, intrappolata nel calore del confessionale. Il prete sentì la gola secca, mentre l'odore forte dell'urina e della pelle scaldata che emanava un profumo di gelsomino e sapone dal sudore della ragazza, gli mandavano in corto circuito l’anima.
“Se questa è una prova Signore mio ,dammi la forza di mostrarmi più forte della tentazione” disse tra se il prete chiudendo gli occhi e cingendo le mani in preghiera.
«Ha un fazzoletto?» chiese la ragazza, spezzando il silenzio e strappandolo alla sua preghiera.
«Cosa?» farfugliò lui, completamente confuso.
«Un fazzoletto. Devo pulirmi», tagliò corto lei.
L’uomo si guardò intorno smarrito, come se stesse vivendo una vita non sua, in un corpo che non gli obbediva più. Poi, con un gesto automatico, infilò la mano nella tasca della tonaca e ne trasse un fazzoletto di stoffa bianca, immacolato e stirato di fresco, che porse con dita tremanti.
«Grazie», disse lei. Ormai era certa di averlo in pugno. Si sollevò leggermente sulle gambe, assumendo una posa che ormai la esponeva del tutto, e senza l'ombra di un imbarazzo, con quella stoffa candida prese a nettarsi l’urina in eccesso che inumidiva la sua pelle, con movimenti lenti, calcolati, offrendo deliberatamente la visione dei suoi glutei sodi e di ciò che c’era nel mezzo, allo sguardo dell'uomo alle sue spalle.
Don Tonino restò immobile, occhi e bocca spalancati, col fiato sospeso , il cuore che gli batteva fin dentro le orecchie, i pugni serrati come se, in uno sforzo immane, cercasse di trattenersi, da fare ciò che la natura della carne gli chiedeva di fare.
“Signore salvami” bisbigliò incapace di distogliere lo sguardo, in quel momento ebbe la certezza assoluta di essere di fronte al diavolo fatto carne, sceso nel barrio solo per tentarlo e trascinarlo nel peccato più profondo.
«Grazie», ripeté Camila, voltandosi appena per porgergli il fazzoletto ormai umido e impregnato del suo odore acre e caldo.
Don Tonino lo prese incerto di esserne degno. Lo strinse nel pugno come se si trattasse della reliquia di un santo, restando attonito, con gli occhi sbarrati nel buio della cabina.
Camila si rivestì con calma, lasciando che l’uomo assistesse, compiaciuta, sapendo che aveva l’anima del parroco tra le sue dita.
«È giusto?» chiese lei a bruciapelo, muovendo il sedere, non paga del supplizio che gli stava provocando.
«Giusto cosa?» domandò l’uomo, disorientato.
«Il pantaloncino. È messo bene, è dritto?» spiegò lei, divertita da come Don Tonino sembrava completamente in sua balia.
«Io… io non saprei», balbettò Don Tonino. I suoi occhi erano incastrati su quei glutei sodi, fino a poco prima completamente nudi e ora stretti sotto il velo sottile e lucido della lycra degli short.
«Lo può sistemare?» gli tese la trappola lei.
Don Tonino rimase in silenzio. Fece un respiro profondo e mosse la mano, avvicinando le dita alla stoffa tesa sul corpo della ragazza. Cercava disperatamente di muoversi con distacco, per fare in modo che quel contatto sembrasse il meno inappropriato possibile, ma il tremito delle sue dita lo tradiva.
«Oye, padre… che birichino», lo stuzzicò lei con un sussurro malizioso, avvertendo i polpastrelli dell'uomo che, pur cercando di ridurre al minimo il contatto, sfioravano la pelle nuda appena sopra il bordo del tessuto.
«Oh figliola… cosa mi fai fare?» la supplicò lui con un filo di voce, a un passo dal cedere del tutto.
«Va bene così, grazie», tagliò corto Camila, voltandosi e passandogli accanto.
“mi dica padre, voi preti siete uomini?” chiese lei cercando di apparire ingenua.
“si…certo che siamo uomini”.
“ha un erezione adesso?”.
“Figliola non credo…che sia…”.
“Giusto?” chiese Camila “se lei è un uomo è naturale per un uomo avere un erezione” aggiunse.
L’uomo rimase in silenzio.
“vorrei vederla” .
“sono un uomo di chiesa, figliola, abbi pietà di me” lo supplicò lui.
“ma comunque un uomo” preciso Camila, “pensa di offendermi?” chiese ma non avendo alcuna risposta, sentendo il bisogno di tormentarlo aggiunse.
“ho 5 fratelli, ho visto gia altre erezioni” .
“su non sia timido, giuro che non la tocco” gli promise strizzandogli un occhio.
Certo che aveva un erezione, pensò l’uomo, un enorme erezione, ed era stata lei a procurargliela, e non era la prima volta, anche quella mattina il solo parlarle per pochi istanti aveva avuto su di lui l’effetto in cui si trovava anche in quell’istante.
“mettiti in ginocchio” borbottò Don Tonino.
“cosa?” chiese Camila incerta se non avesse frainteso.
“in atto di devozione, mettiti in ginocchio” ripetè il parroco questa volta con voce piu ferma.
Camila non sapeva dove l’uomo volesse andare a parare ma la situazione la intrigava ,cosi lo assecondò.
Si mise in ginocchio sul pavimento freddo, con le mani sulle cosce e attese.
“Volevi vedere la mia erezione piccola messalina?” disse Don Tonino, deciso a cedere al peccato
“Sarai accontentata” le disse avvicinandosi e una volta liberato dai pantaloni, mostrandogli l’oggetto ,eretto, del loro contendere.
Camila, sgranò gli occhi, aveva pensato di tutto sul prete, aveva visto da vicino altre erezioni, ma quella di Don Tonino, era sproporzionata, Camila ,lei che in Dio non aveva mai veramente creduto davanti a quel colosso si trovò a nominarlo.
“in seminario, gli altri fratelli, mi chiamavano Pilone” disse l’uomo accarezzando l’arnese che aveva tra le gambe.
“padre..lo so che avevo promesso di non toccarlo..” disse Camila, con una voce che tradiva l’eccitazione che non era più in grado di controllare.
“fa pure figliola, questo è un dono che va condiviso” disse l’uomo sentendo che i ruoli tra loro andavano ribaltandosi.
Camila ,gattonò fino all’uomo, per poi porsi sotto di esso, l’attrezzo del prete, era un titano di corpi cavernosi, pelle e sangue. La ragazza in adorazione, non credeva di essere in grado di tenere testa a quel mostro.
“su figliola, non temere, prendilo in mano” la invitò lui.
Camila si rese conto che non sarebbe riuscita a compiere l’impresa usando solo una mano, ne afferrò l’asta con entrambe e prese a valutarne l’aspetto, il peso, la circonferenza la lunghezza, usando come paragone il suo avambraccio capii che doveva essere almeno 30 cm ma ciò che era piu impressionante era la dimensione.
Muovendo le mani, curiosa di scoprire se quello fosse il suo stato definitivo o transitorio , si chiese se sarebbe riuscita a prenderlo in bocca.
“provaci” le sussurrò il prete, leggendogli il desiderio negli occhi lucidi.
“io non so, se ne sono capace” esitò lei.
“ogni prova, figliola per quanto possa apparire ardua, ti porta ad una scelta, puoi rinunciare ad essa o cimentarti, ma non puoi avere esitazioni” quelle parole sembrarono sagge alle orecchie di Camila, annuì, trovando in esse un senso.
“Avanti dunque” la invitò lui a prendere coraggio, mettere da parte ogni esitazione e affrontare la prova che la vita gli aveva messo davanti al viso.
Camila allungò il collo, aprii la bocca per quanto le era possibile e non con poca fatica accolse quel Ciclope cieco tra le sue labbra, lo fece scivolare lentamente sulla lingua, contro il palato e in fine in fondo alla gola.
“lascia che ti aiuti, figliola” disse il prete ponendole una mano dietro la nuca e accompagnandola nel suo compito.
il prete era ormai dentro la bocca di Camila, e pur essendo arrivato a limite possibile il suo vigore restava fuori per almeno metà della lunghezza.
“Resisti” la incoraggiò l’uomo, tenendole la testa con entrambe le mani, Camila, fece appello a tutte le sue forze, gli occhi si riempirono di lacrime, il fiato cominciava a mancarle, il viso le era diventato paonazzo, ma non voleva rinunciare.
Cercò di controllare il panico, di mantenere il controllo, di ricordare le regole che Tio Alejandro le aveva insegnato.
“controlla il riflesso faringeo .respira col naso” poi comincio a muoversi lasciando prima uscire per poi ingoiare ancora quel enorme pezzo di manzo.
“Brava, continua cosi figliola” Don Tonino si godeva il miglior sesso orale mai ottenuto dai tempi del seminario.
Camila, si era dimostrata un esperta, aveva superato le sue difficoltà e affrontato l’impresa con passione e coraggio. Aveva trovato il ritmo e riusciva a farlo senza usare il supporto delle mani, mani che però non erano rimaste senza scopo, abbassato il top a tubino in modo da esporre i seni e gli short finiti sul pavimento della chiesa, stimolava le aree più sensibili del suo corpo, cercando di aumentare l’intensità dell’atto , ma quando sembrava aver ormai il totale controllo su tutto Don Tonino la fermò.
“credo, se sei daccordo, che dovremmo andare oltre” le suggerii lui, Camila, non cercava altro.
Tornarono nel confessionale, Don Tonino seduto sulla panca di legno al suo interno, Camila, a gambe aperte, gli dava le spalle e cercava di arrampicarsi sul tronco del prete per impalarsi sopra.
“ci sei quasi ,pecorella smarrita” le disse l’uomo quando la punta del suo aratro prese a fendere l’ingresso del suo antro carnoso e vorace.
Camila dovette trattenere un urlo, quando il prete finalmente fu dentro di lei, quel mostro la stava letteralmente aprendo in due.
“bene, figliola ora, muoviti lentamente” la guidò l’uomo sotto di lei.
Camila, si teneva alle pareti del cubicolo di legno e velluto cercando di accogliere il parroco dentro di se, era ormai completamente dilatata, lubrificata, sentiva l’asta riempirla come nessun altro prima di allora l’aveva riempita. La punta ,affondp dopo affondo si fece spazio tra le pieghe delle sua vagina, fino, 15 cm dopo urtare il fondo del suo antro, fino a trovare il collo dell’utero.
Don Tonino, non la toccava, ne la guardava, lasciava che la ragazza si muovesse sinuosa nel coito.
Camila perduta nell’estasi, mordeva l’aria, come un pesce che annaspa, nel vuoto, gli occhi ribaltati all’indietro, la lingua fuori bocca spalancata penzolava come a cercare qualcosa, mentre la saliva colava copiosa sul mento e sul collo, il viso trasformato in una maschera grottesca di piacere carnale.
Fuori il temporale infuriava, in quello che sembrava un giudizio per il loro atto blasfemo compiuto nella casa di Dio.
Tutto quello, il proibito, il peccato, la carne che si concedeva e fondeva, li portò all’apice dimenticando tutto, doveri, ruoli, promesse fino all’apice.
“eccolo figliola, eccolo, prendilo tutto” le annunciò il preta tenendola per i fianchi e colmandole la coppa tra le sue cosce.
Nell’istante, in cui il getto rovente la colpì, anche Camila fu travolta nei sensi, guai come non aveva mai fatto in vita sua, poi crollo esausta appoggiando la schiena sul petto del suo amante.
Il temporale era ormai all’epilogo, i due intanto si erano ricomposti.
Don Tonino, ritrovato il suo ruolo, era in ginocchio sulla panca con le mani giunte in preghiera, non parlava, non osava guardare la ragazza in viso.
Camila sentiva che aveva bisogno di tempo, per riflettere, per decidere e non disse nulla.
Poi prima di lasciarlo da solo si voltò verso di lui con un sorriso caldo.
«A presto, padre», lo salutò con un sussurro, sarebbe tornata a tentarlo, prima o poi.
Fuori, il temporale tropicale sembrava finalmente sbollito, il sole riprendeva il suo posto in cielo tra le nuvole che rapidamente si aprivano per lasciargli il palco.
Camila fece un profondo respiro, l'aria pulita e l'asfalto che fumava ,le riempiva i polmoni. Era ora di tornare a casa, la madre l’aspettava per preparare la cena e lei non aveva più tanto tempo.
scritto il
2026-06-22
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