Camila 3

di
genere
incesti


Dopo una cena frugale che aveva lasciato tutti a stomaco vuoto ,pasto consumato a lume di candela, non per una scelta romantica o di risparmio, ma in conseguenza dell’ennesimo black-out, la famiglia di Camila si era trasferita in strada. Era il rito di sempre per combattere quell’afa pesante, una cappa asfissiante che sembrava quasi punire l’isola per essere così bella. Ma era anche per via della socialità con i vicini, che nel barrio era da sempre una specie di obbligo non scritto.
Per Camila quel momento non era affatto sgradevole. Al contrario, quando il sole lasciava finalmente il passo a una luna piena e generosa, la notte portava con sé un alito di frescura che rigenerava la pelle ancora lucida di sudore e l’anima. Passare il tempo con i condomini, chiacchierando appoggiati ai cofani delle auto sgangherate in sosta davanti ai palazzi dallo stile coloniale, era la parte migliore della giornata. Si ascoltava la musica che pompava dalle poche macchine con uno stereo decente, ci si muoveva a ritmo e si ballava sul cemento consumato. Era la magia che la notte nel barrio regalava, l'unica capace di far dimenticare, anche solo per poche ore, la fame, la fatica che aspettavano un pò tutti di li a poco, quando il sole avrebbe ripreso il suo posto in cielo.
Inoltre, era l’occasione per mettere qualcos’altro nello stomaco .I vicini portavano in strada ciò che avanzava. Non c'era spazio per gli sprechi; cibo che aveva perso il sapore ma che invece di finire nella pattumiera veniva condiviso con gli altri e immancabilmente, l’alcol.
l'alcol che girava era di solito, Garapiña fatto in casa. Il vecchio Ernestino, che spesso non aveva nulla da mettere in tavola, aveva fatto fermentare le bucce di piña e di agrumi avanzate in un po' di alcol clandestino, lo aveva imparato in carcere ed era diventato un maestro in quell’arte della fermentazione.
Quello era il suo modo per ringraziare i vicini, che con generosità, condividevano con lui il poco cibo che avevano e gli permettevano di non morire di fame.
Camila conosceva bene il sapore di quel liquore, fin da quando era solo una bambinetta che correva scalza per le scale del palazzo, l'odore dolciastro della piña fermentata ingannò la bocca solo per un istante, prima che esplodesse la spinta bruciante dell'alcol puro. Era un gusto aspro, graffiante, con un retrogusto secco di zucchero grezzo. Quella bevanda non era fatta per essere assaporata, ma per dare una scossa immediata: scese come un filo di fuoco, anestetizzandole lo stomaco vuoto.
Camila, come sempre, era la più cercata, contesa; tutti volevano la sua attenzione, volevano parlare con lei, strapparle una risata, ballare, per godersi almeno un po' il contatto con il suo corpo sensuale o solo la visione delle sue linee, che come sempre la ragazza mostrava in maniera sfacciata e audace.
Prima di scendere in strada si era data una sistemata, legando i lunghi capelli biondi in alto dietro la testa con un elastico, si era cambiata: tutto ciò che indossava, oltre ai sandali con le zeppe, era una maglietta striminzita verde acqua con una scritta ormai sbiadita dal tempo, di cui non ricordava l’origine e la parte sotto di un bikini argentato, trovato in spiaggia qualche estate fa dai fratelli e portatole in dono.
Entrambi i pezzi erano di misura più piccola rispetto al necessario. La t-shirt, soprattutto, doveva essere appartenuta ad una ragazzina ,prima che lei ne entrasse in possesso, visto come le aderiva al seno, nudo sotto il tessuto, mentre gli slip di una donna decisamente più minuta, tanto da coprire molto poco li dove avrebbe dovuto. Nel complesso, quell'abbigliamento esponeva ed esaltava la figura della ragazza, faceva esattamente ciò per cui lei lo aveva indossato.
La sua famiglia era tra le poche che a quegli incontri, il più delle volte, quasi sempre, si presentava a mani vuote.
«E tu Margherita, non hai portato niente?» chiedevano ogni volta i vicini meno tolleranti.
La madre di Camila abbassava lo sguardo.
«Ha portato me», rispondeva Camila, sapendo che in pochi non avrebbero gradito la sua presenza. Così, mostrarsi in quel modo, disponibile era, in un certo senso, il suo modo di barattare la compagnia, il poco cibo e l'alcol per sé e per la sua famiglia.
Inoltre, quegli incontri serali non avevano solo lo scopo di intrattenere i presenti; grazie ad essi i fratelli, parlando con gli altri, riuscivano a raccattare qualche lavoretto, quasi mai legale, per guadagnare qualche pesos.
Mentre ballava, libera ed esuberante al ritmo di una Bachata, Camila si sentì afferrare da dietro.
«¡Oye, mami! Sei calda come il sole quando è alto», le sussurrò Ernesto.
Il vecchio pittore, con le mani scheletriche e la camicia sbottonata sul petto pelle e ossa, umido di afa, si incollò alla schiena di Camila, seguendo i bassi pesanti del Cubatón.
«¡Oye, pipo! Sei ancora sveglio allora?» lo stuzzicò lei ridendo, sentendo il vigore dell’uomo premere deciso contro il suo fianco.
«Sei tu, niña… sei tu che mi fai resuscitare», le rispose l’uomo muovendosi a tempo e baciandole il collo, lì dove la maglietta sbiadita lasciava la pelle nuda.
Camila assecondava il ritmo senza tirarsi indietro, piegando le ginocchia sui sandali con le zeppe per calibrare l'altezza e assecondare i movimenti dondolanti dell'anziano.
La scena era grottesca, ma non inusuale, Ernestino era un vecchio che dalla vita non si aspettava più nulla, nemmeno il giudizio degli altri. Camila era conosciuta per essere sempre amichevole con tutti. Eppure, da una parte un uomo consumato dagli anni , dagli stenti e trasandato, dall'altra una ragazza dalla bellezza sfacciata e dalle linee sofisticate, strizzata in quel bikini argentato che rifletteva la luce della luna piena, che nel movimento si era ritirato tra le pieghe dei suoi glutei. Era un cortocircuito visivo funzionava alla perfezione. I vicini iniziarono a battere le mani a tempo, incitando la coppia tra risate e fumi di alcol. Il ballo divertiva i presenti radunati a cerchio intorno la coppia, ma allo stesso tempo accendeva gli animi dei presenti, magnetizzati dalla sensualità naturale che Camila sprigionava a ogni colpo di bacino, incurante del bizzarro cavaliere che si teneva stretto a lei e non mancava di manifestarle il suo entusiasmo palpeggiandola ovunque.
«¡Aprieta, Ernesto, aprieta, che non si rompe!» urlò qualcuno tra la folla.
«¡Ese viejo está vivo, camina sopra l’acqua!» commentò un altro.
«¡Ay, mi madre, è resucitato il morto! ¡Dale, Ernesto!» gridò una ragazza.
«¡Cuidado con la presión, Ernesto, che stasera ti viene un infarto!» gli gridò dietro una delle donne, suscitando ilarità tra i presenti mentre l'eccitazione generale saliva e contagiava la strada, accesa dal corpo di Camila che continuava a muoversi senza freni.
Ernesto, galvanizzato dal consenso popolare, si fece nota dopo nota sempre più audace. Non poteva muoversi con l’energia della ragazza, ma poteva far scivolare le mani in modo che i presenti, lo vedessero prendersi sprazzi carnali del corpo di Camila, che dal canto suo non sembrava affatto offesa da quelle attenzioni.
Le afferrò i seni con un energia che la ragazza non si aspettava, una volta trovati, gia irti e gonfi, sotta il tessuto leggero e inumidito dal sudore, prese a stuzzicarle i capezzoli, Camila lo lasciava fare convinta che non si fosse ancora raggiunto il limite della decenza, ma quando il vecchio seguendo un consiglio gridato da chi sa chi, fece scivolare una mano tra le sue cosce calde, insinuandosi sotto il tessuto dei suoi slip e muovendo le dita sul suo sesso umido tra sudore e passione, cercò di porre un freno allo slancio del suo compagno di ballo.
Seguendo il ritmo della musica, si girò lentamente tra le sue braccia, gli appoggiò una mano sul petto pelle e ossa per allontanarlo di pochi centimetri e gli sussurrò all'orecchio con un sorriso malizioso:
«¡Oye, pipo! Fermiamoci qui... Guarda che se continui così, va a finire che perdo il controllo io stanotte, e poi sono nei guai».
«¡Ay, mami! Sarebbe la notte più bella della mia vita, mi corason», rispose Ernesto, guardandola con gli occhi lucidi e un sorriso colmo di speranza.
«No esta noche, pipo... forse un altro giorno», ribatté lei con un sussurro dolce e un'occhiata d'intesa.
Gli lasciò quella promessa nell'aria, una bugia compassionevole pronunciata solo per non deluderlo. lo abbracciò forte, gli stampò un bacio affettuoso sulla guancia umida di sudore dove cresceva una barba incolta e ruvida, prima di allontanarsi, sciogliendo l’abbraccio con un passo di danza leggero. Ernesto rimase lì, con la testa tra le nuvole e un orgoglio da re stampato sulla faccia rugosa, mentre intorno i vicini applaudivano per la fine dello spettacolo e gli davano pacche sulle spalle.
L’ora si era fatta tarda, non mancava molto all’alba, volendosi riposare, Camila tra le proteste di tutti, lasciò la strada e tornò su in casa.
Camila si risvegliò ansimando sul letto accanto alla madre addormentata, lo sguardo fisso sul poster di Ocean Drive a Miami che Tio Alejandro le aveva inviato, unico decoro della camera da letto, eccitata senza sapere perché.
Il cielo era ancora di un nero profondo, la luna piena calante, alta sopra L’Avana, riversava un fiume di luce argentea attraverso la finestra spalancata da cui di tanto in tanto arrivava una leggera brezza che faceva muovere le povere tende messe a suo decoro. Quel bagliore riempiva la stanza senza trovare ostacoli, illuminando di taglio il profilo di Camila, faceva brillare il candore della sua pelle di riflessi lucidi sul velo di sudore che le bagnava la pelle, lasciando il resto della stanza inghiottito dalle ombre.
Aveva fatto un sogno strano ,confuso ,di cui non riusciva a ricordare i dettagli, ma era altro a metterla in quello stato, una sensazione fisica che veniva dal suo basso ventre.
Sollevando appena la testa dal cuscino cercò di capire cosa stava accadendo , la t-shirt con cui si era coricata era stata sollevata, i seni erano scoperti ,i capezzoli dritti e unti ,piu in basso tra le sue cosce, una figura scura era rannicchiata, un fagotto nero, che per il buio della stanza appena illuminata dalla luna sembrava indistinguibile.
Riconobbe il tatto di due mani piccole al lati della sua vagina, una bocca minuta incollata ad esse e una lingua sottile, insinuarsi tra le pieghe.
“Mateo!” sussurrò lei cercando di non svegliare la madre che le dormiva accanto.
Nel cuore della notte il fratello, si era intrufolato nella camera da letto, la madre destata dalla sua presenza aveva cercato di farlo tornare di la dagli altri, ma lui, sempre abile a manipolarla l’aveva convinta a farlo restare e a coricarsi tra lei e la figlia.
Era chiaro cosa era successo poi, appena le due donne si erano riaddormentate, sapendo quanto la madre avesse un sonno pesante ,il ragazzino, si era approfittato della sorella.
Mateo, li separava poco più di tre anni ,nonostante l’aspetto minuto, reso magro dalla malnutrizione in cui era cresciuto, non era certo un bambino anche se ne conservava l’aspetto, era il più piccolo dei fratelli ma anche il più furbo, ragionava e parlava gia come un adulto, era persino gia stato in galera, preso dopo aver borseggiato un turista, non mancava di esperienza, ed esattamente come un adulto, aveva le sue necessità.
«Baja la voz, sveglierai la Mamma» le aveva sussurrato senza staccarsi dalla sua fica, appoggiando il naso tra i peli pubici della sorella.
«¡Mateo, pillo... ya párala ya!» le rispose lei mordendosi un labbro eccitata
«... solo un poquito más, mami», le rispose lui con la voce ridotta a un soffio roco, a un centimetro dalla sua pelle, implorando quel contatto proibito prima che l'alba portasse via la notte
“¡Aye!” la fece sussultare mordendole un lembo delle grandi labbra per poi spingere di nuovo la lingua dentro di lei.
Camila non poteva opporsi, non ne aveva la forza ne voleva farlo, Mateo notando che la sorella, rossa in viso, con gli occhi lucidi per l’eccitazione, aveva abbandonato ogni riserva e strizzandosi i capezzoli, gemeva piano, ne approfittò.
Puntando il cazzo all’ingresso della fessura ormai umida e pronta si preparava a penetrarla.
«¡Suéltame, pillo... che fai, che tú andas buscando?» bisbiglio lei.
“questo” disse lui secco spingendosi lentamente ma senza esitare dentro di lei.
“¡Fermati, por favor! ” gli disse Camila, contraddicendosi, Mateo conosceva bene la ragazza, aveva avuto rapporti con tutti i maschi della famiglia e più di una volta anche con lui, quella era solo una scena che serviva ad entrambi, a lei per risultare vittima degli eventi agli altri per eccitarli.
Non c’era mai costrizione in quegli atti, nessuno abusava di lei, anzi spesso, cercando di vivere la propria sessualità, in un certo senso di sentirsi libera, era la ragazza ad essere promotrice di quelle situazioni.
Cercando di mantenere il controllo e di non svegliare la madre con troppo movimento, Mateo e Camila si agitavano lenti l’uno contro l’altra.
Camila non sempre riusciva a trattenere i gemiti, tanto che spesso Mateo doveva tappargli la bocca o trattenerla quando la sorella si agitava troppo.
“Camila, no te muevas tanto, lasciami dormire, ¡mañana es un día terrible!” borbotto la madre accanto a loro, facendoli trasalire per lo spavento.
Per non svegliarla, decisero di scendere dal letto, carponi sul pavimento di linoleum consumato e sporco ,Camila accolse il ragazzo dentro di se per terminare ciò che avevano iniziato.
Mateo, guidandola le fece abbassare le spalle fino a farla appoggiare sui gomiti, in quella posizione, simile a quella di un cane, il sedere della ragazza gli era offerto meglio agevolandolo.
Ripreso posto dietro di lei, sovrastandola e tenendo le gambe larghe, rimesso il cazzo nella fica tra le cosce serate della sorella, riprese la sua opera.
L’impeto di Mateo era tale che a piu riprese Camila doveva reggersi al muro vicino per non sbatterci la faccia.
«¡Despacio, bicho ... despacio!» cercava lei di contenerlo, ma era impossibile
“sta ferma ci sono quasi” la supplicò lui
“non dentro…non venire dentro…” lo redarguì lei ma, fu inutile.
“¡Aye! Aye!” grunii il ragazzo “¡ Tieni!! Ya voy, llévatelo todo! ” sussurro inarcando la schiena e liberando il proprio seme nell’utero della sorella
"Estúpido, nunca me escuchas, mai non mi ascolti mai" le disse lei tenendogli il broncio.
“scusami mi hermanita” le sussurrò Mateo, che forse avendo gia ritrovato l’entusiasmo, mostrava di essere pronto a ripetere tutto.
Camila non riuscì a fermarlo nemmeno questa volta, Mateo le fece cambiare posizione, sdraiata sulla schiena, sollevandole le gambe in una larga V. si chinò su di lei, posando le mani sulle spalle per trattenerla e sostenersi, e con rinvigorito ardore la penetrò.
«¿Lo sientes? Lo senti? Lo senti tutto?» chiese lui con un soffio roco, facendo pesare il suo corpo su quello della sorella.
«¡Sí... sí! Sì, sì, lo sento tutto!» esclamò sussurrando, Camila con il respiro spezzato, abbandonandosi completamente a quel ritmo prima di spingerlo via e rimettersi in piedi.
Questa volta, fu la sua bocca spalancata, le sue labbra carnose, le sua lingua avida il suo viso ovale a ricevere l’orgasmo di Mateo, che a questo punto appagato ed esausto si distese sopra di lei.
«¡Quítate de arriba! Levati di torno», gli disse Camila, sollevandosi e spingendolo via con decisione.
Mateo, ricadendo all’indietro, batté la testa sul vecchio pomello di ferro della struttura sverniciata e arrugginita del letto.
«Ahia, mi hai fatto male», protestò lui, tornando per un attimo il bambino che non era più da molto, troppo tempo.
«Be', ti sta bene!» gli rispose lei lasciandolo lì, sbuffando, già seccata per l’impresa che si accingeva a compiere.
Camila non era arrabbiata. Grazie alla contraccezione non correva il rischio di restare incinta; era solo seccata perché avrebbe dovuto correre in bagno a svuotarsi e darsi una lavata come le altre volte. La giornata era stata fin troppo intensa e lei voleva solo riposare.
Una fatica immane l’attendeva. L'idea di doversi alzare, prendere la bottiglia di plastica piena d’acqua che teneva ai piedi del letto per l’igiene mattutina e il secchio in cucina con l’acqua avanzata dalla giornata, affrontare il corridoio buio del solar e i vicini addormentati all'aperto o per le scale... quando lei, invece, voleva solo rimettersi a letto e tornare a dormire.
«Te odio... ti odio», sussurrò voltandosi verso Mateo prima di uscire dalla stanza.
“Nena …” rispose lui, preoccupato di averla fatta seriamente arrabbiare questa volta.
Camila ,non lo credeva sul serio, ma era l'unico modo che le restava per punirlo, lasciandolo lì nel buio con il dubbio e la voglia di correre a chiederle scusa, mentre lei affrontava la notte del barrio con un piccolo, invisibile sorriso sulle labbra, ripensando a quanto sciocco e impulsivo fosse il suo fratellino.
scritto il
2026-06-24
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