Un altra Storia: Gabriella
di
passodalfiume
genere
corna
Gabriella era convinta che, dopo la fatica dell’esame di maturità superato a pieni voti, sua madre le avrebbe concesso un po' di tregua. Invece non le aveva dato scampo. Nemmeno il tempo di respirare che, appena tre giorni dopo, si era vista piombare addosso tutti i doveri trascurati per prepararsi a quella prova,
Fuori, quel giorno di luglio, il cielo sembrava una lastra di cemento scuro e minaccioso. La pioggia cadeva con insistenza fin dall'alba senza concedere una sosta ma, anziché rinfrescare l'aria, rendeva quell'afa ancora più opprimente.
Gabriella stava in piedi davanti all’asse da stiro. Stirare: ecco una cosa che aveva imparato a odiare. Sua madre però insisteva: le ripeteva continuamente che, se voleva diventare una brava fidanzata, doveva non solo apprendere i segreti della vita domestica, ma impararli alla perfezione.
“Ma chi se ne frega”, aveva pensato. Pensato, appunto, perché non avrebbe mai trovato il coraggio di ribellarsi. Sapeva che sua madre l'amava, non poteva negarlo, ma sembrava vivere in un’altra epoca. Un’epoca in cui alla donna era riservato un ruolo subalterno all'uomo, cosa che a lei non era mai andata giù. Gabriella aveva altre aspirazioni: voleva andare all'università, studiare pedagogia, diventare una consulente. Voleva lavorare nel sociale e aiutare gli altri, non essere una brava donna di casa.
Aveva anche un ragazzo, Livio, ma non era affatto certa di immaginare un futuro con lui. Non voleva mettere su famiglia per poi finire a fargli da balia, da badante e da cameriera. Proprio come aveva fatto sua madre con i suoi ultimi due mariti, prima che entrambi prendessero la porta di casa e sparissero per sempre dalla loro vita.
Gabriella non sapeva nemmeno se voleva un compagno fisso nella sua vita, qualcuno da cui dipendere o che, ancora peggio, dipendesse da lei. Voleva ,forse in maniera un po' egoista , essere libera, emancipata e autosufficiente. E non solo dagli uomini. Sognava da tempo di lasciare la casa materna, non perché fosse in perenne conflitto con sua madre, ma perché temeva, più di ogni altra cosa, che restarle troppo vicino l’avrebbe condotta a replicare i suoi stessi errori.
Temeva di ritrovarsi, alla fine, sola con una figlia "ribelle" e un figlio, Diego. Nato dal secondo matrimonio della madre, Diego era un adolescente insopportabile. La sua arroganza, la sua supponenza e il bisogno di avere sempre l'ultima parola la facevano bollire di rabbia. Spesso la faceva sentire sminuita, anche se lei era la sorella maggiore.
Così fu inevitabile, quando Diego entrò in cucina dove lei era intenta a stirare, che le partisse uno sbuffo profondo. Per combattere l’afa, Gabriella aveva deciso di indossare il minimo indispensabile per coprirsi. Ora, però, il disagio di mostrarsi in quel modo davanti a lui aveva cancellato quel briciolo di sollievo che aveva provato fino a un momento prima.
I pantaloncini di cotone nero che indossava le sembravano improvvisamente troppo sgambati, troppo striminziti, il top corto bianco troppo aderente. Si sentiva più esposta di quanto volesse, o di quanto fosse disposta ad ammettere che, forse, voleva apparire.
Diego, però, non sembrava nemmeno notarla. Senza dire una parola, andò a sedersi sul divano vicino alla finestra, completamente assorbito dal suo dispositivo portatile e dal caos del giochino che risuonava nella stanza. Perché provasse tutto quel disagio in presenza del fratellastro, Gabriella non sapeva spiegarselo nemmeno lei. Le prendeva un nodo allo stomaco; ogni volta sentiva che avrebbe detto o fatto la cosa sbagliata, e lui non perdeva mai l'occasione per sbeffeggiarla e imbarazzarla.
Si odiava per aver scelto quei vestiti dopo la doccia. Odiava gli oltre mille like che aveva già collezionato su Instagram, dove, come al solito, aveva condiviso il suo look del giorno. Mostrarsi al mondo era un gioco da ragazzi, finché restava nella safe zone della sua camera, protetta dall'obiettivo dello smartphone. Ma la realtà era un'altra cosa: bastava che Diego entrasse nel suo campo visivo perché tutta quella sicurezza andasse in frantumi.
«Moccioso!» borbottò tra sé, lanciandogli uno sguardo bieco. Cercava di capire se a irritarla fosse più la sua presenza o il fatto che l’avesse completamente ignorata.
Diego, dal canto suo, se ne stava tranquillo, concentrato sul suo giochino, concedendosi di tanto in tanto un tiro dalla sua sigaretta elettronica.
«Lo sai che la mamma non vuole che fumi in casa», disse lei, felice di aver trovato un pretesto per attaccarlo.
«Non rompere», rispose lui senza degnarla di uno sguardo. «Con la sigaretta elettronica posso farlo», aggiunse.
Quello fece salire il sangue alla testa di Gabriella. Non tanto perché lui avesse la risposta pronta, come sempre, ma perché nemmeno per ribattere si era degnato di distogliere gli occhi dallo schermo, anche solo per un attimo.
La stava ignorando. Niente battute, niente di quei doppi sensi inappropriati a cui l’aveva abituata. Niente di niente, e la cosa era intollerabile.
«Testa di cazzo», mugugnò tra i denti, convinta che lui non l’avrebbe sentita.
«Cosa hai detto?» Diego, a quanto pare, aveva un udito molto più fine di quanto lei avesse calcolato.
«Niente», rispose lei. Non perché avesse paura, ma perché sapeva per esperienza che, in un confronto diretto, lui avrebbe avuto la meglio.
Ma ormai era troppo tardi e Diego non avrebbe lasciato correre, non lo faceva mai, con un balzo le fu addosso.
L’afferrò per i polsi e la costrinse contro il muro, era un atto aggressivo, ma senza eccessiva violenza, Gabriella come in altre occasioni, aveva imparato a collaborare.
Gabriella aveva la schiena contro la colonna dietro di lei, i polsi stretti tra le mani di Diego e un suo ginocchio premeva pericolosamente tra le sue gambe contro il pube.
“smettila, lasciami andare” disse lei , mancando di credibilità nel tono della voce.
“ma come ti sei vestita?” chiese lui tenendola ferma e sollevandole le braccia fin sopra la testa
Gabriella, non poteva opporsi, nonostante Diego fosse più piccolo di lei, la sopravanzava in altezza peso e forza, ne lei voleva sottrarsi a quel gioco, anzi, forse sperava che avesse condotto come altre volte ad un esperienza più intensa del semplice litigio.
Gabriella ,amava, anche se non lo avesse mai ammesso, essere dominata, aveva cercato quel genere di attenzioni in Livio, il suo ragazzo, ma lui si era mostrato, poco naturale, mentre Diego, sembrava conoscerla bene, muoversi e dirle cose che, l’accendevano.
“Smettila Cazzo” protestò lei cercando di liberarsi
“la smetto se mi fai vedere le tette” disse lui, sorridendo
“no.. sei pazzo”
“su via, non è mica la prima volta” le ricordò lui ed era vero, i due condividevano una relazione intima fin da quando avevano scoperto di avere certe curiosità.
“Devo finire di stirare” disse lei, sentendosi stupida, non si stava negando, stava cercando una scusa per evitare qualcosa, che forse, voleva anche lei.
“lo farai dopo” disse Diego senza staccarle gli occhi di dosso.
Gabriella esitò, ora aveva l’attenzione di Diego, l’attenzione che aveva cercato.
“se lo faccio mi lasci in pace?” chiese lei cercando di non incontrarne lo sguardo.
Quei maledetti occhi azzurri, in cui ogni volta finiva per perdersi.
“certo” disse lui.
“ok ma mi devi lasciare i polsi, cominci a farmi male” disse Gabriella pronta a collaborare.
Diego, sciolse le dita attorno ai polsi di Gabriella, ma lei, invece di attenersi al compromesso, lo spinse con tutta la forza che aveva e corse via.
“Coglione” gli gridò dandogli le spalle, lanciandosi nel corridoio verso la sua camera.
Diego, faceva calcio, era un giovane atleta, Gabriella si teneva in forma ma non poteva competere, o forse ,non voleva.
Entrata in camera, si attardò nel chiudere la porta, e Diego le fu addosso, irruento entrò nella stanza.
“Esci subito” gli disse lei, ma il tono della sua voce era divertito, più che spaventato.
“Adesso ti do una lezione” disse lui spingendola sul letto alle sue spalle.
Senza darle il tempo di realizzare a pieno ciò che stava accadendo, Gabriella si ritorvò senza pantaloncini, con il perizoma che indossava sotto spostato di lato, e la bocca di Diego incollata al suo sesso.
“smettila” disse lei, senza opporsi fisicamente a quell’atto “smettila” sussurrò chiudendo gli occhi, la voce si fece meno ferma, il tono dolce, liquido, mentre schiuse le grandi labbra, la lingua di Diego affondava nel suo fiore carnoso e in breve, le proteste di lei si trasformarono in un languido lamento.
“Adoro il tuo sapore” disse lui spostando appena la bocca dal contatto con la carne fremente di lei sostituendo la propria lingua con un dito che arrogante affondava tra le pareti cedevoli della sua fica.
“smettila” ripetè Gabriella, ma quella supplica più che a Diego, pareva rivolta a ciò che il suo corpo le faceva provare, tutto quello era inappropriato, proibito ed era proprio quello a renderlo, irresistibile.
“Ora, fammi vedere le Tette!” pretese Diego, mentre le passava la lingua sulla fica.
Gabriella si rassegnò al suo destino, si liberò del top sotto il quale indossava un reggiseno push-up rosso.
“sei contento adesso?” gli chiese poi.
“Ho detto che voglio vedere le tette” le ricordò lui e per farle capire che la sua richiesta non era negoziabile, affondò un secondo dito insieme al primo nel sesso della ragazza.
Gabriella , non potè che gemere e seguire l’ordine impartito, cosi sganciò il fermo sul davanti e liberò il seno.
“ogni volta mi sembrano più grosse, ma come è possibile?” chiese Diego dopo averle ammirate a lungo, prima di rituffarsi tra le gambe di lei.
“non dire cazzate, non lievitano mica come il pane” ironizzo lei, prima di fendere con un morso l’aria per lo spasmo di piacere che Diego le aveva fatto provare intensificando il ritmo della mano e della lingua nella sua fica ormai completamente dilatata e offerta.
“Bene, sei pronta, andiamo oltre” disse lui sollevandosi e tirandola sul bordo del letto dove Gabriella stava stesa.
Disfattosi del pantalone della tuta sotto al quale Diego stava nudo, e completamente eretto, puntò il suo cazzo tra le pieghe della fica di Gabriella, pronto a spingersi dentro.
“Fermati idiota” le disse lei ma restando a gambe aperte, senza muovrsi, le mancanca ogni credibilità.
“si certo” sogghignò Diego che conosceva fin troppo bene Gabriella, forse più di quanto lei sarebbe stato in grado di riconoscere o ammettere di s stessa.
Con due spinte decise, le fu dentro, quando si senti sicuro, prese a muoversi in modo ciclico e ripetitivo.
“Bastardo” guaì lei
“se vuoi mi fermo” le intimò lui rallentando.
Gabriella, ci pensò, quella che stavano facendo era sbagliato per molti, moltissimi aspetti, ma era qualcosa a cui lei non riusciva a rinunciare, fin dalla prima volta, quando in un lungo viaggio in treno i due avevano scoperto che quel genere di attività poteva essere appagante per entrambi.
Eppure le mancava il coraggio, l’onestà di ammettere il proprio viscerale, desiderio carnale, non riuscii a sostenere lo sguardo intenso di Diego, si limitò ad abbassare la testa e a lasciarsi andare sul copriletto
Per Diego, il messaggio era chiaro, ne lui ,ne Gabriella avrebbero voluto interrompere quell’atto di passione.
Con il consenso di lei rinnovato, Diego aumento lo slancio ,l’impegno, inseguendo un traguardo con un urgenza incontrollabile.
Seguirono cinque interminabili minuti, forse troppo pochi, l’estasi fu violenta, un coito, fatto di gemiti, di imprecazioni , invocazioni, di mani che si rincorrevano, che costringevano Gabriella, che la rendevano succube dei suoi capricci, eppure regina del suo desiderio, fino a che Diego non scaricò la propria tensione dentro di lei e Gabriella, sentendo quel liquido denso e rovente ustionarle la parte più profonda della vagina, vicino al collo dell’utero per poi colmarlo, fino al limite, non potè trattenersi dal gemere, ormai priva di freni morali, di inutili giudizi, e preconcetti, avvinta dall’orgasmo che ancora una volta, Diego, sapeva farle provare.
Il soffitto sopra di loro sembrava improvvisamente troppo basso, l'aria pesante del loro respiro corto. Restarono stesi l’uno accanto all’altra in un silenzio di piombo, gli occhi fissi sul vuoto per l'incapacità di incrociare gli sguardi. C’era una vergogna bruciante in quell'immobilità, il peso di un crimine troppo dolce per essere espiato.
Poi, lo squillo improvviso dello smartphone di Gabriella lacerò l'aria come un vetro infranto.
Lei scattò in piedi, mossa da un riflesso di panico, mentre Diego restò immobile a ricomporsi, con il cuore che batteva ancora contro le costole. Quando lui la raggiunse in cucina, Gabriella era già tornata al suo posto, ma i suoi movimenti erano troppo rigidi. Stringeva il ferro da stiro, aggredendo una pila enorme di vestiti come a voler cancellare ogni traccia di disordine. Una nuvola di vapore caldo le nascondeva parzialmente il viso, mentre parlava in videochiamata con Livio.
«Ciao Tappo!» la voce squillante e ignara del fidanzato rimbombò dall'altoparlante non appena il volto di Diego intercettò l'inquadratura.
Quell'innocenza allegra arrivò come una sferzata. Diego si limitò a sollevare il mento in un cenno muto, prima di rifugiarsi sul divano accanto alla finestra, con lo sguardo perso oltre il vetro per sfuggire alla luce di quello schermo.
Diego afferrò la sigaretta elettronica sul tavolino ed aspirò a fondo. Liberò nell’aria una nuvola densa che profumava di agrumi, lasciando che il vapore dolciastro gli accarezzasse il viso mentre un pensiero distorto prendeva forma nella sua testa.
Forse un giorno l'avrebbe messa incinta. E a quel povero idiota sarebbe toccato il compito di crescere un figlio non suo.
Non era affatto un'ipotesi remota. L’idea di quel tradimento definitivo e invisibile lo catturò a tal punto da strappargli un sorriso lento, cinico e compiaciuto.
Gabriella colse quel mutamento sul volto del fratello con la coda dell'occhio. Un brivido sottile, acceso dall’istinto, le corse lungo la schiena, ma non aveva il tempo di indovinare cosa si nascondesse dietro quella smorfia. In quel momento ogni sua energia era concentrata sul display: doveva impersonare la solita fidanzata devota, innocente e ingenua. Così, soffocando l'ansia, costrinse la propria voce a mantenersi leggera mentre mostrava a Livio l'orlo perfetto delle sue camicie, recitando la parte della donna di casa amorevole.
Cercò di reprimere il senso di schifo che provava per se stessa, mentre sorrideva al suo ragazzo e lo sperma di Diego, ancora caldo, le colava abbondante tra le cosce.
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