Camila e il Giocattolo
di
passodalfiume
genere
incesti
Camila se ne stava tranquilla, seduta sui gradini del palazzo. Aveva passato l'intera mattina a limarsi le unghie finché non avevano preso una forma affilata, quasi aggressiva. Ora si godeva quel momento di pace ascoltando la musica dallo smartphone, intenta a raschiare il fondo della boccetta del suo smalto rosso preferito per stenderlo sulle punte lunghe e naturali. Nella tromba delle scale circolava un'aria piacevolmente fresca, spinta su dallo sbalzo termico tra la strada rovente dell'Avana e l'androne d'ingresso. Canticchiava a mezza voce, un po' stonata, sperando che nessuno la sentisse; il canto in pubblico era l’unica cosa che poteva farla ancora arrossire.
Non che non avesse una bella voce, un tono basso ,un pò sabbioso, semplicemente non era adatto al canto.
“hai mal di gola?” le chiedeva qualcuno che non la conosceva bene, ma no, Camila non aveva mal di gola, quello era il suo timbro di voce naturale, caldo, misterioso, un pò basso come se si fosse appena svegliata, faceva parte del suo fascino, perché costringeva chi l’ascoltava, a prestarle attenzione.
Quel suo difetto, non le impediva nei momenti più intimi, lontano da orecchie indiscrete, di esibirlo nel canto.
«Sol de mi barrio, tú me das la luz, cuando la vida pesa, tú me llevas tú. Sigo caminando, pero canto aún, porque en tu sonrisa vuelve a salir el sol...» mormorava tra le labbra carnose, tenute quasi serrate per non perdere la concentrazione sul pennellino, che lento ,con una precisione chirurgica passava sull’unghia a rifinire il colore.
«¡Oye mami, ¿cómo estás?!»
La voce del signor Armando la fece trasalire, l’uomo sembrava apparso dal nulla a pochi passi da lei.
L'anziano vicino stava salendo i gradini a fatica, con il peso dell’età a gravare sulle ossa e i muscoli, nonostante la disagio il suo viso si illuminò non appena la vide. Camila era sempre una gioia per gli occhi. Solare e generosa nel modo di vestire. Quel giorno la ragazza indossava una sorta di crop top bianco a maniche corte ,ricavato da una vecchia maglietta tagliata su cui stava il logo sbiadito di una bevanda americana.
Per adattarla al suo capriccio estetico ,armata di forbici ago e filo l’aveva trasformata, ora stava morbido e cadente, lasciava scoperti la pancia e le spalle. Sotto, una minigonna nera cortissima a falde in tessuto leggero e increspato, o movimentato da balze ricamate che si sovrapponevano.
Se ne era innamorata ,quando l’aveva vista su una bancarella del centro, ed era stato semplice distrarre l’ambulante e mettersela nella borsetta.
La vita elasticizzata a bita bassa, metteva in risalto un taglio audace: una striscia di stoffa tre dita sotto l'ombelico decorato dal piercing pendente, il cotone la copriva appena, scendeva fino a un palmo sotto il pube. Era l'abbigliamento perfetto per difendersi dal caldo asfissiante della città e permettere alla pelle di respirare.
«Oye Tío, dove vai con questa canicola?» gli chiese lei, regalandogli un sorriso radioso.
«Eh, chica...» rispose l'uomo, massaggiandosi la schiena dolorante. «La mia signora trova sempre qualche commissione da farmi fare», si lamentò con un filo di ironia.
Poi qualcosa attirò il suo sguardo, ma non essendo sicuro, la sua vista non era più quella di una volta, strizzò gli occhi sperando che la visione migliorasse.
Camila non badava molto alla posizione delle sue gambe. Anzi, le piaceva che la minigonna, come la maglia morbida si muovessero, rivelando ampie porzioni di pelle nuda. Fu proprio quel gioco di aperture a confermare ad Armando ciò che aveva intuito: sotto quei vestiti leggeri, la ragazza era praticamente nuda.
Notando che l'uomo esitava a superarla, Camila capì subito il motivo. Non era lo spazio ristretto della scala a bloccarlo. Armando si trovava sullo stesso scalino e, restando in piedi sopra di lei, godeva di una visuale perfetta. Poteva spingere lo sguardo prima dentro la scollatura profonda e poi giù, nello spazio tra le ginocchia. Lontana dal sentirsi turbata, Camila provò un brivido di pura eccitazione. Era un gioco che adorava fare. Con mossa studiata, portò i talloni nudi dentro le infradito leggere, più vicini al sedere e allargò leggermente le gambe. Continuò a guardare lo smartphone fingendosi distratta, ma restò perfettamente consapevole di ogni millimetro concesso, fiera di lasciare che l'uomo approfondisse quella silenziosa esplorazione con gli occhi, domandandosi se l’uomo potesse intuire quanti irti fossero i suoi capezzoli sotto il cotone della maglietta o quanto umide fossero le labbra della sua intimità.
“Estás dura, mami...”, sospirò l’uomo, asciugandosi il sudore dalla fronte e senza riuscire a staccare lo sguardo.
“¡Ay, ay, Tío! Vai a casa, che se ti sente tua moglie...” ridacchiò lei, colpendolo leggermente su una gamba con la mano.
L’uomo sospirò e proseguì, sapendo che avrebbe ricordato a lungo certi dettagli della ragazza.
“¡Oye, Camila!”, urlò qualcuno dall’androne.
“Sì, chi è?”, chiese lei affacciandosi dalla tromba delle scale, un po' confusa.
“Scendi, tonta!”, le disse Yuniel, suo fratello, comparendo al centro dell'androne.
Camila non badò al modo in cui il ragazzo l’aveva chiamata; si stuzzicavano sempre tra di loro e certi piccoli insulti erano normali. Curiosa, scese di corsa. Quando arrivò in strada, la sorpresa fu così grande da farle lanciare un urletto divertito e portarsi le mani al viso.
“¿Te gusta?”, chiese Yuniel indicando la piccola auto elettrica: una replica in scala di un fuoristrada Wrangler bianco, perfetto in ogni dettaglio.
“¿Viste qué volao, hermanita?” disse Reinier, mentre, seduto al centro del minuscolo abitacolo dell’auto giocattolo, allargava le braccia mostrando quella meraviglia.
“Dove l’avete presa?”, chiese lei con gli occhi pieni di stupore. Aveva visto lo stesso identico modello, ma vero, in una delle riviste che lo zio le mandava da Miami e da quel giorno sognava di potersi sedere in un'auto così.
“Una famiglia di yumas l’aveva lasciata incustodita fuori da un bar, mentre comprava il gelato al figlio”, rispose Yuniel, stiracchiandosi fiero.
Era chiarissimo cosa fosse successo , i due ragazzi l’avevano vista e, senza pensarci due volte, se l’erano caricata in spalla e portata via. Era stato per loro un gesto così semplice da sembrare naturale, persino dovuto. A volte, la fame ti toglie il senso della proprietà privata, di lecito o illecito.
“Quando l’ho vista ho pensato subito a te. ¿Te gusta?”, chiese di nuovo Yuniel incrociando le braccia, già sicuro della sua risposta.
“È bellissima”, disse Camila mettendosi le mani nei capelli. Sapeva che da qualche parte il figlio viziato di qualche ricco americano stava piangendo per la sua perdita, ma quello che lui aveva perso ora era suo. Anzi, forse il ragazzino avrebbe dovuto ringraziare i fratelli per avergli dato una sana lezione di vita.
“Vuoi farci un giro?”, chiese Reinier, che già da un po’ si era accorto di quanto bella apparisse la ragazza quel giorno.
Camila esitò, non perché non volesse, ma per paura di romperla, di rovinarla.
“Su dai, fatti una corsa, ti accompagniamo noi”, disse Yuniel smontando dal veicolo.
“Sì... sì... mi va!”, ridacchiò Camila saltellando come una scolaretta, fino all’auto giocattolo.
Camila, tornata indietro di dieci anni e regredendo fino a quando era una bambina energica, prepotente e dispettosa con cui i ragazzi avevano dovuto fare i conti, corse verso quel meraviglioso giocattolo. Senza troppi riguardi spinse via il povero Reinier che si stava alzando per cederle il posto, senza dargli il tempo di spostarsi e facendogli rischiare di cadere.
“Oye chica, calma!” ridacchiò lui riprendendo l’equilibrio.
“Spostati, dai spostati!” disse lei con uno sguardo esaltato e impaziente.
Quando le cedettero il posto, Camila entrò subito nel veicolo, sentendosi al settimo cielo. Intanto, una piccola folla di curiosi si andava radunando intorno a loro.
“Oye padre, qué amor!” squittì la ragazza con un entusiasmo che non poteva contenere, passando le mani sulla carrozzeria. Accucciata nel minuscolo veicolo non si sentiva affatto ridicola: si sentiva una vera diva, come le dive che vedeva sui giornali di gossip americani, che lei ammirava tanto.
Camila si sistemò al centro dell’abitacolo, stupita dalla cura dei dettagli. Non c'erano le plastiche grezze delle solite macchinine: il sedile era rivestito in ecopelle nera con cuciture a contrasto, morbido e rifinito nei minimi particolari. Al posto dei classici pedali sul pianale, che sotto i piedi di Camila era completamente liscio, tutto il controllo del veicolo era concentrato sul piccolo volante sportivo, dietro il quale spiccava una sofisticata leva a cerchio: bastava premerla a fondo con le dita perché l'auto avanzasse, e mollarla per farla arrestare di colpo. Una plancia digitale si illuminò di un blu elettrico, mostrando sul display lo stato della batteria. Era un gioiello tecnologico unico nel suo genere, un lusso sfacciato che sembrava quasi surreale in mezzo alla polvere e ai palazzi decadenti della loro strada.
Lo spazio dentro quel guscio tecnologico era davvero ridotto al minimo, pensato per ospitare due bambini e non un ragazza adulta.
Per incastrarsi nell'abitacolo e raggiungere con le mani il volante, Camila fu costretta ad accucciarsi, allargando inevitabilmente le gambe. La pelle nuda delle sue cosce aderì con un piccolo brivido all'ecopelle scura del sedile appiccicandosi all’istante alle sue natiche. A causa di quella posizione forzata, la minigonna di tessuto leggero tradì ogni intenzione: scivolò all'indietro, risalendo inesorabilmente lungo i fianchi.
Senza più lo schermo protettivo delle balze nere, la sua intimità rimase completamente esposta alla luce cruda del sole dell'Avana e agli occhi dei suoi fratelli e della folla, regalando loro il panorama sua carne nuda e completamente glabra.
Quel dettaglio così intimo, offerto alla strada, congelò il mormorio dei curiosi. Catturò l’attenzione di tutti, non solo degli uomini presenti, in un silenzio carico di attesa.
“¡Guapa!”, esclamò qualcuno tra la folla ,ammirato.
“Che zorra...”, ridacchiò una ragazza poco distante, con una punta di evidente gelosia.
Molti intanto, attirati da quella visuale senza filtri, avevano sollevato il proprio smartphone. Accessero le videocamere, pronti a immortalare un ricordo di quell’attimo così caliente da far girare la testa.
Yuniel si accorse subito di quello che stava succedendo e del rischio che correva la sorella. “Oye, tonta…”, provò a urlare, facendo un passo in avanti per avvisarla ed evitarle quell'imbarazzo pubblico.
“Sta' zitto!”, lo interruppe però Reinier, meno protettivo nei confronti della sorella, colpendolo con un buffetto secco dietro la testa. lo trattenne fermamente per un braccio, con gli occhi piantati sulla scena e un sorriso malizioso stampato sulle labbra. Voleva godersi ogni secondo di quel momento, ansioso di vedere quale sarebbe stata la reazione di Camila non appena si fosse resa conto di essere completamente scoperta davanti a tutto il quartiere.
Camila, del tutto ignara di ciò che accadeva intorno a lei e concentrata solo sul suo nuovo gioiello, non gli diede il tempo di fare nulla. Spinse a fondo la leva a cerchio sul volante e partì.
“¡Weeeeee!”, gridò esaltata, sfrecciando a tutta velocità tra la polvere della strada.
Camila si muoveva a una velocità del tutto inattesa su quel suo piccolo bolide. Un uomo alla guida di un taxi fu costretto a inchiodare di colpo, facendo trasalire i turisti che aveva a bordo, quando la ragazza gli comparve dal nulla proprio davanti al muso della sua vecchia Ford Verde pisello, degli anni Cinquanta.
“¡¿Qué carajo?!”, esclamò l'autista, sporgendosi sul volante, cercando di capire cosa stesse vedendo. Rimase a bocca aperta a guardare la ragazza sparire lungo il marciapiede, inseguita a poca distanza da due giovanotti che correvano senza riuscire a trattenere le risate.
“¡Weeeeee!”, continuava a gridare Camila, muovendosi in modo spericolato tra il marciapiede e la carreggiata, scartando con destrezza pedoni, buche, veicoli e animali.
Un grosso cane randagio, nero, malconcio e cieco da un occhio, attirato dal ronzio elettrico della macchinina, lasciò il suo giaciglio di stracci all'ombra, tra la struttura di una casa abbandonata da tempo e eletta a suo rifugio per correrle dietro abboiando minaccioso. Camila, non si scompose affatto. Si limitò a voltarsi indietro senza alleggerire la pressione sul volante e gli lanciò un'occhiata così fiera e tagliente da intimorire la bestia, che rallentò di colpo, quasi ne riconoscesse l'assoluta superiorità.
Il cagnaccio frenò di colpo, disorientato e un pò seccato, fosse stato piu giovane l'avrebbe raggiunta.
Ma l’età e le sue condizioni fisiche non eccellenti lo avevano convinto a desistere, l'arrivo dei due ragazzi che correvano dietro di lei, sbellicandosi dalle risate, riaccese subito il suo istinto territoriale.
Voltò il muso ringhiando e, un attimo dopo prese ad abbaiare feroce, puntando dritto su di loro.
“¡Coño, Yuniel! ¡Il cane!”, urlò Reinier, bloccandosi di colpo sull'asfalto rovente.
La bestia scattò in avanti mostrando i denti. Ai due non rimase altra scelta che, ritornare sui propri passi e darsela a gambe levate. Braccati dal bestione inferocito, corsero verso la prima via di fuga disponibile:
“in alto, in alto” gridò una signora che conosceva bene quel mostro che da tempo terrorizzava la strada.
“Salite su quell’auto” suggerì, i due ragazzi ,colsero al volo il consiglio. Con l'urgenza di chi ha il diavolo alle calcagne, si arrampicarono su una vecchia Lada russa parcheggiata sul ciglio della strada, ormai mezza arrugginita. Con un balzo disperato saltarono sul cofano e, scivolando, riuscirono a issarsi sul tettuccio di lamiera calda, mentre il cane, sotto di loro, continuava a saltare e ad abbaiare furioso, grattando le portiere con le unghie e facendo sobbalzare il veicolo con il peso del suo corpo.
“¡Maledetto animale!”, imprecò Yuniel, riprendendo fiato e tenendosi la testa.
“Camila dove è camila?” chiese Reinier, abbracciando il fratello.
I due provarono a guardarsi intorno per rintracciare la Wrangler bianca, ma l'imprevisto era costato troppo tempo. Il ronzio elettrico del motore era ormai svanito nel caos della strada. Camila era sparita oltre l'incrocio, completamente sola, invisibile e ancora del tutto ignara.
Sotto di loro, il cagnaccio continuava ad abbagliare.
“Piantala, merda!” protestarono i ragazzi, l’animale, sembrò finalmente rendersi conto che non sarebbe mai riuscito ad agguantare le sue prede, l’età si faceva sentire, non era più il feroce mastino che faceva tremare la gente, l’energia spariva in fretta e affievoliva lo spirito. Ritenendosi comunque soddisfatto per aver fatto intendere il punto, nessuno corre nel mio territorio, Smise di abbaiare e lanciò un ultimo sguardo verso l'alto , drizzando le orecchie, con la testa piegata di lato, emettendo un sonoro sbuffo di frustrazione dalle narici. Poi prima di girare i tacchi e andarsene, decise di compiere un atto che facesse capire loro che li tutto gli apparteneva.
Con olimpica calma, si avvicino alla ruota, sollevò la zampa posteriore e urinò sul cerchione privo di pneumatico, del fuoristrada.
“¡Oye, asere! che puzza”, protestò Reinier, allargando le braccia incredulo, mentre Yuniel scoppiava a ridere per quel karma istantaneo che li aveva colpiti in pieno.
Lontano, li dove i due fratelli non potevano vedere, la sorella continuava la sua corsa.
Camila, senza quasi rendersene conto, si ritrovò molto lontana da casa, nella piazzetta proprio davanti alla bottega di María e Félix. Era incredibile: a piedi ci avrebbe messo almeno venti o venticinque minuti sotto il sole, mentre con quel bolide elettrico, aveva coperto la stessa distanza in appena un terzo del tempo.
Quel gioiellino le sarebbe tornato utilissimo per i suoi spostamenti in città, pensò tra sé, e un sorriso radioso le illuminò il viso.
Rallentò per girare il veicolo e riprendere la strada di casa. L’aria dell’Avana la colse come uno schiaffo di calore.
"¡Mirar!" disse qualcuno indicando la strana visione.
Era impossibile ignorarla, una ragazza bellissima, seminuda, in sella a una macchinina giocattolo per le strade della città.
Tra quelli che la notarono, ci fu un gruppo di monelli che conoscevano bene la ragazza.
le corse incontro, chiamandola a gran voce nel tentativo di fermarla e costringerla a passare del tempo con loro.
Erano i figli della strada, li incontrava ogni singolo giorno. Camila li osservò uno a uno mentre le si stringevano attorno: alcuni li conosceva, sapeva esattamente di chi fossero figli e di quali famiglie del barrio facessero parte; altri erano estranei, arrivati da chissà quale altra zona della città; altri ancora, i più piccoli e silenziosi, erano anime perse che vivevano letteralmente sul marciapiede, abbandonati da tutti, capaci di sopravvivere giorno per giorno solo grazie a qualche espediente o alla pietà dei passanti.
«Dove l’hai presa?»
«Posso farci un giro?»
«Me la regali?»
L’attenzione dei ragazzini era tutta per quel bolide bianco.
«¡Ay, ay, hermanitos! Lasciatemi andare», sorrise lei.
«¡Camila, oye, mami! Non te ne andare, resta qui con noi!», urlò uno dei ragazzini, sbarrandole la strada con le braccia tese e un sorriso sdentato, mentre gli altri le giravano intorno come un piccolo turbine caotico e polveroso.
Nonostante la loro insistenza e i modi a volte ruvidi da piccoli selvaggi, Camila non si irrigidì. Sentiva addosso i loro sguardi, ma in quel momento non c'era malizia, solo il disperato bisogno di attenzione di chi non ha nessuno al mondo. Portandosi una mano al fianco.
«¡Oye, asere! Se non mi lasciate passare, mi arrabbio», disse, guardandoli dall'alto in basso con un sorriso che mescolava dolcezza e polso fermo. Sapeva bene, però, che quell’atteggiamento non avrebbe avuto effetto sui ragazzini, troppo eccitati dalla sua presenza e dal giocattolo su cui era seduta.
«Scendi, hermana. Facci fare un giro», le disse a quel punto il più adulto del gruppo. Il tono della sua voce era fermo, quasi minaccioso. Era il tono tipico di chi vuole, più di ogni altra cosa, qualcosa che di solito non gli è concessa.
Camila si guardò attorno. In un istante si rese conto che dagli occhi dei ragazzi era sparito ogni briciolo di cordialità. Volevano quella macchinina a tutti i costi, e sapeva fin troppo bene che negargliela avrebbe avuto un prezzo molto alto.
«Va bene, d'accordo. Prendetela e fatevi ’sto giro», disse rassegnata.
Non mostrò la minima traccia di timore. Come ogni branco, anche se fatto di cuccioli, sapeva che la paura li avrebbe solo eccitati, portandoli a complicare le cose.
Così, mantenendo la calma, si alzò e lasciò il mezzo ai ragazzini.
Il gruppetto la spinse via, ignorandola. Litigando tra di loro come cani su un osso, salirono sul mezzo senza troppo riguardo. Vedendoli distratti, Camila fece per allontanarsi. Sapeva che ormai quella macchinina che tanto l’aveva divertita era persa, ma sentiva allo stesso tempo che, in fondo, non le era mai appartenuta.
“poco male” disse tra se riprendendo la via di casa.
Ci era voluta quasi un'ora sotto il sole cocente per tornare. Camila era sfinita, sudata e sporca di polvere.
Nell’appartamento non c’era nessuno, a parte suo fratello Mateo che, come al solito, bighellonava sbracato in mutande sulla vecchia poltrona sfondata. I fratelli l'avevano recuperata dalla strada e ora decorava il muro sotto la finestra, da cui entrava un po' di aria fresca.
Mateo si rilassava guardando le forme sinuose delle signorine , intente ad intrattenere degli uomini, di una rivista per adulti.
«Oye, Mateo», lo salutò lei,notando che il ragazzo, eccitato dalla rivista, teneva una mano negli slip e la muoveva lungo l’asta della sue erezione.
«Oye, chica», rispose lui, senza nemmeno alzare lo sguardo.
«Dove sono tutti?»
«Mami è dalla vecchia Juanita. Gli altri non so», rispose seccato senza interrompersi.
«Fammi spazio», gli disse Camila, sedendosi accanto a lui.
Nonostante le condizioni, la poltrona era comoda, fin troppo comoda. Camila affondò nei cuscini, ormai privi di una forma precisa. Nel sedersi, con lo slancio di chi si arrende del tutto alla fatica, non si accorse che la gonna era risalita di nuovo, ben oltre il limite della decenza.
Rilassata, con la schiena gettata contro lo schienale, teneva le braccia sollevate sopra la testa in modo che i lunghi capelli lasciassero le spalle libere di respirare. Stava seduta con un piede sotto il ginocchio sinistro e, in quella posizione così aperta, offriva al fratello una visuale che sarebbe dovuta restare celata.
A quel punto Mateo distolse lo sguardo dalla sua rivista e si concentro su qualcosa di piu reale e a portata di mano.
“oye cosa fai!” le disse lei, quando si accorse che il ragazzo colto l’invito volutuoso del suo sesso esposto, lo aveva ragiungo con le dita e aveva perso a manipolarle la fica.
“sei tutta bagnata!” le fece notare lui, mostrandole le dita su cui restava un residuo appiccicoso ad incollarle.
“Devo fare pipì” protesto lei, cercando quasi di giustificarsi, ma quel suo stato non era dovuto solo al bisogno di liberare la vescica, ma il preludio di un bisogno più viscerale, che ormai si faceva impellente.
“ah capisco” disse Mateo, mettendosi in piedi sulla poltrona e premendogli in faccia ,contro una guancia, il suo cazzo umido e appiccicoso e infilando una mano sotto la maglietta e cercandole il seno.
“Oye chico, fai il bravo, vai a prendermi il catino” le chiese lei, rossa in viso, metre il fratello le picchiettava il glande sulle labbra appena schiuse.
“dopo” sussurrò lui, nel tentativo di concretizzare il suo intento
“Adesso chico, non c’è la faccio più, sto per farmela addosso” esclamò lei.
Mateo assecondò la sua richiesta ,e dopo un minuto tornò con un vecchio catino di plastica, che in famiglia usavano per i loro bisogni quando la latrina in comune con i vicini, era occupata e l’urgenza era troppa per poter aspettare.
“Oh bravo, mettila qui” le disse lei allargando le gambe, Mateo la posizionò davanti alla poltrona e fece un passo indietro, abbastanza per lasciare alla sorella lo spazio di manovra ma non abbastanza per perdersi lo spettacolo.
Camila restando seduta, spostando i fianchi sul cuscino, in modo che il pube puntasse verso il contenitore ,con entrambe le mani schiuse l’ingresso della sua vagina e lasciò che la vescica si liberasse.
“Oye… Tia, sei bellissima” disse Mateo osservando l’arco limpido e dorato dell’urina di Camila uscire dalla sua fica e centrare il catino.
“smettila tonto” sorrise lei maliziosa, allettata dal vigore del fratello.
“prendimi un po di carta” gli disse “che mi devo nettare” aggiunse gettando di nuovo la schiena sul divano e lasciando le cosce spalancate.
“Ti pulisco io” disse il fratello gettandosi tra le sue gambe
“Ma cosa fai?!” chiese Camila quando ormai la bocca di mateo era incollata al suo sesso e lo divorava.
Camila si lasciò andare all'indietro, parzialmente sdraiata, sollevando appena il busto per appoggiarsi sul braccio destro. Con un movimento fluido e naturale, piegò la gamba sinistra e la sollevò verso l'alto, afferrandola con la mano decisa proprio dietro l'incavo del ginocchio. Quella posizione così aperta e vulnerabile offriva il suo bacino senza più filtri, spalancando le porte al piacere.
Lui non se lo fece ripetere. Si sistemò meglio tra le sue gambe, inginocchiato e proteso in avanti, affondando il viso tra le sue cosce fino a sfiorare l'intimità di lei. Il corpo di lui rimase flesso, stabile e concentrato, mentre le labbra e la lingua iniziavano a esplorarla con precisione millimetrica. In quel contatto così profondo e ravvicinato, ogni barriera era crollata, lasciando spazio solo al ritmo del respiro e ai brividi che risalivano lungo la schiena di lei.
“Fermati cretino!” bisbigliò lei ridacchiando, mentre la lingua di lui affondava tra le pareti della vagina ,le stimolava il clitoride ,facendole provare quel piacere che cercava.
“il tuo sapore è sempre dolce hermana” le disse lui staccandosi un attimo, giusto il tempo che gli serviva per disfarsi degli slip e presentare alla sorella la sua erezione.
“Mateo, no” sussurrò Camila senza però imporgli alcun altro ostacolo.
Mateo, si avvicinò puntò il proprio sesso contro quello di lei e deciso si spinse dentro.
“stupido!” gemette lei, mentre il cazzo del fratello si faceva largo tra le pieghe della sua fica.
Sapendo di non poter tornare indietro, si fece complice di quel gesto.
Camila spinse le coscie contro il petto del fratello. Questa posizione se le penetrazione è molto profonda o violenta può essere dolorosa, e l’impeto di Mateo la rendeva tale, senza però sottrarre piacere dall’esperienza.
Mateo, utilizzando le gambe della sorella come supporto per facilitare il movimento, la montava ,frenetico, la vicinanza dei loro corpi, aumentava il senso di calore asfissiante, ma nemmeno quello lo avrebbe scoraggiato.
“fa piano, mi rompi cosi” protestò la ragazza, incapace di contenerlo.
Mateo, si scuoteva, rapido deciso, faceva correre le sue dita lungo il corpo di lei, le tormentava i capezzoli ,strizzandoli ,torcendoli, amandola con un fervore ,simile alla rabbia.
"¡Cállate!" sbuffò Mateo
"¡No te muevas!" le disse, mentre la sorella ormai perso ogni controllo, gemeva accompagnando ogni suo respiro.
"¡Ya casi llego! ,¡Ya casi llego! ,¡Ya casi llego!" ripeté il ragazzo, quasi stesse pronunciando un rito mistico.
“mi rompi cosi” ripetè lei arresa non solo dalla prepotenza del fratello ma del piacere che le inondava i sensi.
"¡Aquí vengo, vengo, llévatelo todo!" bisbigliò alla fine rilasciando se stesso dentro di lei, in lunghi abbondanti fiotti liquidi della propria anima.
Si ritrovarono stesi l’uno sull’altra, ognuno avvinto nell’estasi.
“Togliti di dosso tonto” gli disse Camila, spostandolo di peso.
Nell’impeto dell’amplesso il catino che era servito a raccogliere le sue urine, si era rovesciato e ora una larga pozza di liquido dorato si allargava sulle mattonelle rovinate.
«Prendi uno straccio e pulisci», gli disse lei, mentre si alzava con movimenti felini.
Si avviò con aria felice verso il bagno senza acqua corrente, impaziente di darsi una rinfrescata sotto la doccia che i fratelli avevano improvvisato, legando in alto una vecchia tanica di plastica forata sul fondo e una busta per regolare il flusso.
«Prima che la mami torni e veda il casino che hai fatto», aggiunse sopra la spalla togliendosi di dosso i vestiti ormai fradici, lasciandolo da solo.
Non che non avesse una bella voce, un tono basso ,un pò sabbioso, semplicemente non era adatto al canto.
“hai mal di gola?” le chiedeva qualcuno che non la conosceva bene, ma no, Camila non aveva mal di gola, quello era il suo timbro di voce naturale, caldo, misterioso, un pò basso come se si fosse appena svegliata, faceva parte del suo fascino, perché costringeva chi l’ascoltava, a prestarle attenzione.
Quel suo difetto, non le impediva nei momenti più intimi, lontano da orecchie indiscrete, di esibirlo nel canto.
«Sol de mi barrio, tú me das la luz, cuando la vida pesa, tú me llevas tú. Sigo caminando, pero canto aún, porque en tu sonrisa vuelve a salir el sol...» mormorava tra le labbra carnose, tenute quasi serrate per non perdere la concentrazione sul pennellino, che lento ,con una precisione chirurgica passava sull’unghia a rifinire il colore.
«¡Oye mami, ¿cómo estás?!»
La voce del signor Armando la fece trasalire, l’uomo sembrava apparso dal nulla a pochi passi da lei.
L'anziano vicino stava salendo i gradini a fatica, con il peso dell’età a gravare sulle ossa e i muscoli, nonostante la disagio il suo viso si illuminò non appena la vide. Camila era sempre una gioia per gli occhi. Solare e generosa nel modo di vestire. Quel giorno la ragazza indossava una sorta di crop top bianco a maniche corte ,ricavato da una vecchia maglietta tagliata su cui stava il logo sbiadito di una bevanda americana.
Per adattarla al suo capriccio estetico ,armata di forbici ago e filo l’aveva trasformata, ora stava morbido e cadente, lasciava scoperti la pancia e le spalle. Sotto, una minigonna nera cortissima a falde in tessuto leggero e increspato, o movimentato da balze ricamate che si sovrapponevano.
Se ne era innamorata ,quando l’aveva vista su una bancarella del centro, ed era stato semplice distrarre l’ambulante e mettersela nella borsetta.
La vita elasticizzata a bita bassa, metteva in risalto un taglio audace: una striscia di stoffa tre dita sotto l'ombelico decorato dal piercing pendente, il cotone la copriva appena, scendeva fino a un palmo sotto il pube. Era l'abbigliamento perfetto per difendersi dal caldo asfissiante della città e permettere alla pelle di respirare.
«Oye Tío, dove vai con questa canicola?» gli chiese lei, regalandogli un sorriso radioso.
«Eh, chica...» rispose l'uomo, massaggiandosi la schiena dolorante. «La mia signora trova sempre qualche commissione da farmi fare», si lamentò con un filo di ironia.
Poi qualcosa attirò il suo sguardo, ma non essendo sicuro, la sua vista non era più quella di una volta, strizzò gli occhi sperando che la visione migliorasse.
Camila non badava molto alla posizione delle sue gambe. Anzi, le piaceva che la minigonna, come la maglia morbida si muovessero, rivelando ampie porzioni di pelle nuda. Fu proprio quel gioco di aperture a confermare ad Armando ciò che aveva intuito: sotto quei vestiti leggeri, la ragazza era praticamente nuda.
Notando che l'uomo esitava a superarla, Camila capì subito il motivo. Non era lo spazio ristretto della scala a bloccarlo. Armando si trovava sullo stesso scalino e, restando in piedi sopra di lei, godeva di una visuale perfetta. Poteva spingere lo sguardo prima dentro la scollatura profonda e poi giù, nello spazio tra le ginocchia. Lontana dal sentirsi turbata, Camila provò un brivido di pura eccitazione. Era un gioco che adorava fare. Con mossa studiata, portò i talloni nudi dentro le infradito leggere, più vicini al sedere e allargò leggermente le gambe. Continuò a guardare lo smartphone fingendosi distratta, ma restò perfettamente consapevole di ogni millimetro concesso, fiera di lasciare che l'uomo approfondisse quella silenziosa esplorazione con gli occhi, domandandosi se l’uomo potesse intuire quanti irti fossero i suoi capezzoli sotto il cotone della maglietta o quanto umide fossero le labbra della sua intimità.
“Estás dura, mami...”, sospirò l’uomo, asciugandosi il sudore dalla fronte e senza riuscire a staccare lo sguardo.
“¡Ay, ay, Tío! Vai a casa, che se ti sente tua moglie...” ridacchiò lei, colpendolo leggermente su una gamba con la mano.
L’uomo sospirò e proseguì, sapendo che avrebbe ricordato a lungo certi dettagli della ragazza.
“¡Oye, Camila!”, urlò qualcuno dall’androne.
“Sì, chi è?”, chiese lei affacciandosi dalla tromba delle scale, un po' confusa.
“Scendi, tonta!”, le disse Yuniel, suo fratello, comparendo al centro dell'androne.
Camila non badò al modo in cui il ragazzo l’aveva chiamata; si stuzzicavano sempre tra di loro e certi piccoli insulti erano normali. Curiosa, scese di corsa. Quando arrivò in strada, la sorpresa fu così grande da farle lanciare un urletto divertito e portarsi le mani al viso.
“¿Te gusta?”, chiese Yuniel indicando la piccola auto elettrica: una replica in scala di un fuoristrada Wrangler bianco, perfetto in ogni dettaglio.
“¿Viste qué volao, hermanita?” disse Reinier, mentre, seduto al centro del minuscolo abitacolo dell’auto giocattolo, allargava le braccia mostrando quella meraviglia.
“Dove l’avete presa?”, chiese lei con gli occhi pieni di stupore. Aveva visto lo stesso identico modello, ma vero, in una delle riviste che lo zio le mandava da Miami e da quel giorno sognava di potersi sedere in un'auto così.
“Una famiglia di yumas l’aveva lasciata incustodita fuori da un bar, mentre comprava il gelato al figlio”, rispose Yuniel, stiracchiandosi fiero.
Era chiarissimo cosa fosse successo , i due ragazzi l’avevano vista e, senza pensarci due volte, se l’erano caricata in spalla e portata via. Era stato per loro un gesto così semplice da sembrare naturale, persino dovuto. A volte, la fame ti toglie il senso della proprietà privata, di lecito o illecito.
“Quando l’ho vista ho pensato subito a te. ¿Te gusta?”, chiese di nuovo Yuniel incrociando le braccia, già sicuro della sua risposta.
“È bellissima”, disse Camila mettendosi le mani nei capelli. Sapeva che da qualche parte il figlio viziato di qualche ricco americano stava piangendo per la sua perdita, ma quello che lui aveva perso ora era suo. Anzi, forse il ragazzino avrebbe dovuto ringraziare i fratelli per avergli dato una sana lezione di vita.
“Vuoi farci un giro?”, chiese Reinier, che già da un po’ si era accorto di quanto bella apparisse la ragazza quel giorno.
Camila esitò, non perché non volesse, ma per paura di romperla, di rovinarla.
“Su dai, fatti una corsa, ti accompagniamo noi”, disse Yuniel smontando dal veicolo.
“Sì... sì... mi va!”, ridacchiò Camila saltellando come una scolaretta, fino all’auto giocattolo.
Camila, tornata indietro di dieci anni e regredendo fino a quando era una bambina energica, prepotente e dispettosa con cui i ragazzi avevano dovuto fare i conti, corse verso quel meraviglioso giocattolo. Senza troppi riguardi spinse via il povero Reinier che si stava alzando per cederle il posto, senza dargli il tempo di spostarsi e facendogli rischiare di cadere.
“Oye chica, calma!” ridacchiò lui riprendendo l’equilibrio.
“Spostati, dai spostati!” disse lei con uno sguardo esaltato e impaziente.
Quando le cedettero il posto, Camila entrò subito nel veicolo, sentendosi al settimo cielo. Intanto, una piccola folla di curiosi si andava radunando intorno a loro.
“Oye padre, qué amor!” squittì la ragazza con un entusiasmo che non poteva contenere, passando le mani sulla carrozzeria. Accucciata nel minuscolo veicolo non si sentiva affatto ridicola: si sentiva una vera diva, come le dive che vedeva sui giornali di gossip americani, che lei ammirava tanto.
Camila si sistemò al centro dell’abitacolo, stupita dalla cura dei dettagli. Non c'erano le plastiche grezze delle solite macchinine: il sedile era rivestito in ecopelle nera con cuciture a contrasto, morbido e rifinito nei minimi particolari. Al posto dei classici pedali sul pianale, che sotto i piedi di Camila era completamente liscio, tutto il controllo del veicolo era concentrato sul piccolo volante sportivo, dietro il quale spiccava una sofisticata leva a cerchio: bastava premerla a fondo con le dita perché l'auto avanzasse, e mollarla per farla arrestare di colpo. Una plancia digitale si illuminò di un blu elettrico, mostrando sul display lo stato della batteria. Era un gioiello tecnologico unico nel suo genere, un lusso sfacciato che sembrava quasi surreale in mezzo alla polvere e ai palazzi decadenti della loro strada.
Lo spazio dentro quel guscio tecnologico era davvero ridotto al minimo, pensato per ospitare due bambini e non un ragazza adulta.
Per incastrarsi nell'abitacolo e raggiungere con le mani il volante, Camila fu costretta ad accucciarsi, allargando inevitabilmente le gambe. La pelle nuda delle sue cosce aderì con un piccolo brivido all'ecopelle scura del sedile appiccicandosi all’istante alle sue natiche. A causa di quella posizione forzata, la minigonna di tessuto leggero tradì ogni intenzione: scivolò all'indietro, risalendo inesorabilmente lungo i fianchi.
Senza più lo schermo protettivo delle balze nere, la sua intimità rimase completamente esposta alla luce cruda del sole dell'Avana e agli occhi dei suoi fratelli e della folla, regalando loro il panorama sua carne nuda e completamente glabra.
Quel dettaglio così intimo, offerto alla strada, congelò il mormorio dei curiosi. Catturò l’attenzione di tutti, non solo degli uomini presenti, in un silenzio carico di attesa.
“¡Guapa!”, esclamò qualcuno tra la folla ,ammirato.
“Che zorra...”, ridacchiò una ragazza poco distante, con una punta di evidente gelosia.
Molti intanto, attirati da quella visuale senza filtri, avevano sollevato il proprio smartphone. Accessero le videocamere, pronti a immortalare un ricordo di quell’attimo così caliente da far girare la testa.
Yuniel si accorse subito di quello che stava succedendo e del rischio che correva la sorella. “Oye, tonta…”, provò a urlare, facendo un passo in avanti per avvisarla ed evitarle quell'imbarazzo pubblico.
“Sta' zitto!”, lo interruppe però Reinier, meno protettivo nei confronti della sorella, colpendolo con un buffetto secco dietro la testa. lo trattenne fermamente per un braccio, con gli occhi piantati sulla scena e un sorriso malizioso stampato sulle labbra. Voleva godersi ogni secondo di quel momento, ansioso di vedere quale sarebbe stata la reazione di Camila non appena si fosse resa conto di essere completamente scoperta davanti a tutto il quartiere.
Camila, del tutto ignara di ciò che accadeva intorno a lei e concentrata solo sul suo nuovo gioiello, non gli diede il tempo di fare nulla. Spinse a fondo la leva a cerchio sul volante e partì.
“¡Weeeeee!”, gridò esaltata, sfrecciando a tutta velocità tra la polvere della strada.
Camila si muoveva a una velocità del tutto inattesa su quel suo piccolo bolide. Un uomo alla guida di un taxi fu costretto a inchiodare di colpo, facendo trasalire i turisti che aveva a bordo, quando la ragazza gli comparve dal nulla proprio davanti al muso della sua vecchia Ford Verde pisello, degli anni Cinquanta.
“¡¿Qué carajo?!”, esclamò l'autista, sporgendosi sul volante, cercando di capire cosa stesse vedendo. Rimase a bocca aperta a guardare la ragazza sparire lungo il marciapiede, inseguita a poca distanza da due giovanotti che correvano senza riuscire a trattenere le risate.
“¡Weeeeee!”, continuava a gridare Camila, muovendosi in modo spericolato tra il marciapiede e la carreggiata, scartando con destrezza pedoni, buche, veicoli e animali.
Un grosso cane randagio, nero, malconcio e cieco da un occhio, attirato dal ronzio elettrico della macchinina, lasciò il suo giaciglio di stracci all'ombra, tra la struttura di una casa abbandonata da tempo e eletta a suo rifugio per correrle dietro abboiando minaccioso. Camila, non si scompose affatto. Si limitò a voltarsi indietro senza alleggerire la pressione sul volante e gli lanciò un'occhiata così fiera e tagliente da intimorire la bestia, che rallentò di colpo, quasi ne riconoscesse l'assoluta superiorità.
Il cagnaccio frenò di colpo, disorientato e un pò seccato, fosse stato piu giovane l'avrebbe raggiunta.
Ma l’età e le sue condizioni fisiche non eccellenti lo avevano convinto a desistere, l'arrivo dei due ragazzi che correvano dietro di lei, sbellicandosi dalle risate, riaccese subito il suo istinto territoriale.
Voltò il muso ringhiando e, un attimo dopo prese ad abbaiare feroce, puntando dritto su di loro.
“¡Coño, Yuniel! ¡Il cane!”, urlò Reinier, bloccandosi di colpo sull'asfalto rovente.
La bestia scattò in avanti mostrando i denti. Ai due non rimase altra scelta che, ritornare sui propri passi e darsela a gambe levate. Braccati dal bestione inferocito, corsero verso la prima via di fuga disponibile:
“in alto, in alto” gridò una signora che conosceva bene quel mostro che da tempo terrorizzava la strada.
“Salite su quell’auto” suggerì, i due ragazzi ,colsero al volo il consiglio. Con l'urgenza di chi ha il diavolo alle calcagne, si arrampicarono su una vecchia Lada russa parcheggiata sul ciglio della strada, ormai mezza arrugginita. Con un balzo disperato saltarono sul cofano e, scivolando, riuscirono a issarsi sul tettuccio di lamiera calda, mentre il cane, sotto di loro, continuava a saltare e ad abbaiare furioso, grattando le portiere con le unghie e facendo sobbalzare il veicolo con il peso del suo corpo.
“¡Maledetto animale!”, imprecò Yuniel, riprendendo fiato e tenendosi la testa.
“Camila dove è camila?” chiese Reinier, abbracciando il fratello.
I due provarono a guardarsi intorno per rintracciare la Wrangler bianca, ma l'imprevisto era costato troppo tempo. Il ronzio elettrico del motore era ormai svanito nel caos della strada. Camila era sparita oltre l'incrocio, completamente sola, invisibile e ancora del tutto ignara.
Sotto di loro, il cagnaccio continuava ad abbagliare.
“Piantala, merda!” protestarono i ragazzi, l’animale, sembrò finalmente rendersi conto che non sarebbe mai riuscito ad agguantare le sue prede, l’età si faceva sentire, non era più il feroce mastino che faceva tremare la gente, l’energia spariva in fretta e affievoliva lo spirito. Ritenendosi comunque soddisfatto per aver fatto intendere il punto, nessuno corre nel mio territorio, Smise di abbaiare e lanciò un ultimo sguardo verso l'alto , drizzando le orecchie, con la testa piegata di lato, emettendo un sonoro sbuffo di frustrazione dalle narici. Poi prima di girare i tacchi e andarsene, decise di compiere un atto che facesse capire loro che li tutto gli apparteneva.
Con olimpica calma, si avvicino alla ruota, sollevò la zampa posteriore e urinò sul cerchione privo di pneumatico, del fuoristrada.
“¡Oye, asere! che puzza”, protestò Reinier, allargando le braccia incredulo, mentre Yuniel scoppiava a ridere per quel karma istantaneo che li aveva colpiti in pieno.
Lontano, li dove i due fratelli non potevano vedere, la sorella continuava la sua corsa.
Camila, senza quasi rendersene conto, si ritrovò molto lontana da casa, nella piazzetta proprio davanti alla bottega di María e Félix. Era incredibile: a piedi ci avrebbe messo almeno venti o venticinque minuti sotto il sole, mentre con quel bolide elettrico, aveva coperto la stessa distanza in appena un terzo del tempo.
Quel gioiellino le sarebbe tornato utilissimo per i suoi spostamenti in città, pensò tra sé, e un sorriso radioso le illuminò il viso.
Rallentò per girare il veicolo e riprendere la strada di casa. L’aria dell’Avana la colse come uno schiaffo di calore.
"¡Mirar!" disse qualcuno indicando la strana visione.
Era impossibile ignorarla, una ragazza bellissima, seminuda, in sella a una macchinina giocattolo per le strade della città.
Tra quelli che la notarono, ci fu un gruppo di monelli che conoscevano bene la ragazza.
le corse incontro, chiamandola a gran voce nel tentativo di fermarla e costringerla a passare del tempo con loro.
Erano i figli della strada, li incontrava ogni singolo giorno. Camila li osservò uno a uno mentre le si stringevano attorno: alcuni li conosceva, sapeva esattamente di chi fossero figli e di quali famiglie del barrio facessero parte; altri erano estranei, arrivati da chissà quale altra zona della città; altri ancora, i più piccoli e silenziosi, erano anime perse che vivevano letteralmente sul marciapiede, abbandonati da tutti, capaci di sopravvivere giorno per giorno solo grazie a qualche espediente o alla pietà dei passanti.
«Dove l’hai presa?»
«Posso farci un giro?»
«Me la regali?»
L’attenzione dei ragazzini era tutta per quel bolide bianco.
«¡Ay, ay, hermanitos! Lasciatemi andare», sorrise lei.
«¡Camila, oye, mami! Non te ne andare, resta qui con noi!», urlò uno dei ragazzini, sbarrandole la strada con le braccia tese e un sorriso sdentato, mentre gli altri le giravano intorno come un piccolo turbine caotico e polveroso.
Nonostante la loro insistenza e i modi a volte ruvidi da piccoli selvaggi, Camila non si irrigidì. Sentiva addosso i loro sguardi, ma in quel momento non c'era malizia, solo il disperato bisogno di attenzione di chi non ha nessuno al mondo. Portandosi una mano al fianco.
«¡Oye, asere! Se non mi lasciate passare, mi arrabbio», disse, guardandoli dall'alto in basso con un sorriso che mescolava dolcezza e polso fermo. Sapeva bene, però, che quell’atteggiamento non avrebbe avuto effetto sui ragazzini, troppo eccitati dalla sua presenza e dal giocattolo su cui era seduta.
«Scendi, hermana. Facci fare un giro», le disse a quel punto il più adulto del gruppo. Il tono della sua voce era fermo, quasi minaccioso. Era il tono tipico di chi vuole, più di ogni altra cosa, qualcosa che di solito non gli è concessa.
Camila si guardò attorno. In un istante si rese conto che dagli occhi dei ragazzi era sparito ogni briciolo di cordialità. Volevano quella macchinina a tutti i costi, e sapeva fin troppo bene che negargliela avrebbe avuto un prezzo molto alto.
«Va bene, d'accordo. Prendetela e fatevi ’sto giro», disse rassegnata.
Non mostrò la minima traccia di timore. Come ogni branco, anche se fatto di cuccioli, sapeva che la paura li avrebbe solo eccitati, portandoli a complicare le cose.
Così, mantenendo la calma, si alzò e lasciò il mezzo ai ragazzini.
Il gruppetto la spinse via, ignorandola. Litigando tra di loro come cani su un osso, salirono sul mezzo senza troppo riguardo. Vedendoli distratti, Camila fece per allontanarsi. Sapeva che ormai quella macchinina che tanto l’aveva divertita era persa, ma sentiva allo stesso tempo che, in fondo, non le era mai appartenuta.
“poco male” disse tra se riprendendo la via di casa.
Ci era voluta quasi un'ora sotto il sole cocente per tornare. Camila era sfinita, sudata e sporca di polvere.
Nell’appartamento non c’era nessuno, a parte suo fratello Mateo che, come al solito, bighellonava sbracato in mutande sulla vecchia poltrona sfondata. I fratelli l'avevano recuperata dalla strada e ora decorava il muro sotto la finestra, da cui entrava un po' di aria fresca.
Mateo si rilassava guardando le forme sinuose delle signorine , intente ad intrattenere degli uomini, di una rivista per adulti.
«Oye, Mateo», lo salutò lei,notando che il ragazzo, eccitato dalla rivista, teneva una mano negli slip e la muoveva lungo l’asta della sue erezione.
«Oye, chica», rispose lui, senza nemmeno alzare lo sguardo.
«Dove sono tutti?»
«Mami è dalla vecchia Juanita. Gli altri non so», rispose seccato senza interrompersi.
«Fammi spazio», gli disse Camila, sedendosi accanto a lui.
Nonostante le condizioni, la poltrona era comoda, fin troppo comoda. Camila affondò nei cuscini, ormai privi di una forma precisa. Nel sedersi, con lo slancio di chi si arrende del tutto alla fatica, non si accorse che la gonna era risalita di nuovo, ben oltre il limite della decenza.
Rilassata, con la schiena gettata contro lo schienale, teneva le braccia sollevate sopra la testa in modo che i lunghi capelli lasciassero le spalle libere di respirare. Stava seduta con un piede sotto il ginocchio sinistro e, in quella posizione così aperta, offriva al fratello una visuale che sarebbe dovuta restare celata.
A quel punto Mateo distolse lo sguardo dalla sua rivista e si concentro su qualcosa di piu reale e a portata di mano.
“oye cosa fai!” le disse lei, quando si accorse che il ragazzo colto l’invito volutuoso del suo sesso esposto, lo aveva ragiungo con le dita e aveva perso a manipolarle la fica.
“sei tutta bagnata!” le fece notare lui, mostrandole le dita su cui restava un residuo appiccicoso ad incollarle.
“Devo fare pipì” protesto lei, cercando quasi di giustificarsi, ma quel suo stato non era dovuto solo al bisogno di liberare la vescica, ma il preludio di un bisogno più viscerale, che ormai si faceva impellente.
“ah capisco” disse Mateo, mettendosi in piedi sulla poltrona e premendogli in faccia ,contro una guancia, il suo cazzo umido e appiccicoso e infilando una mano sotto la maglietta e cercandole il seno.
“Oye chico, fai il bravo, vai a prendermi il catino” le chiese lei, rossa in viso, metre il fratello le picchiettava il glande sulle labbra appena schiuse.
“dopo” sussurrò lui, nel tentativo di concretizzare il suo intento
“Adesso chico, non c’è la faccio più, sto per farmela addosso” esclamò lei.
Mateo assecondò la sua richiesta ,e dopo un minuto tornò con un vecchio catino di plastica, che in famiglia usavano per i loro bisogni quando la latrina in comune con i vicini, era occupata e l’urgenza era troppa per poter aspettare.
“Oh bravo, mettila qui” le disse lei allargando le gambe, Mateo la posizionò davanti alla poltrona e fece un passo indietro, abbastanza per lasciare alla sorella lo spazio di manovra ma non abbastanza per perdersi lo spettacolo.
Camila restando seduta, spostando i fianchi sul cuscino, in modo che il pube puntasse verso il contenitore ,con entrambe le mani schiuse l’ingresso della sua vagina e lasciò che la vescica si liberasse.
“Oye… Tia, sei bellissima” disse Mateo osservando l’arco limpido e dorato dell’urina di Camila uscire dalla sua fica e centrare il catino.
“smettila tonto” sorrise lei maliziosa, allettata dal vigore del fratello.
“prendimi un po di carta” gli disse “che mi devo nettare” aggiunse gettando di nuovo la schiena sul divano e lasciando le cosce spalancate.
“Ti pulisco io” disse il fratello gettandosi tra le sue gambe
“Ma cosa fai?!” chiese Camila quando ormai la bocca di mateo era incollata al suo sesso e lo divorava.
Camila si lasciò andare all'indietro, parzialmente sdraiata, sollevando appena il busto per appoggiarsi sul braccio destro. Con un movimento fluido e naturale, piegò la gamba sinistra e la sollevò verso l'alto, afferrandola con la mano decisa proprio dietro l'incavo del ginocchio. Quella posizione così aperta e vulnerabile offriva il suo bacino senza più filtri, spalancando le porte al piacere.
Lui non se lo fece ripetere. Si sistemò meglio tra le sue gambe, inginocchiato e proteso in avanti, affondando il viso tra le sue cosce fino a sfiorare l'intimità di lei. Il corpo di lui rimase flesso, stabile e concentrato, mentre le labbra e la lingua iniziavano a esplorarla con precisione millimetrica. In quel contatto così profondo e ravvicinato, ogni barriera era crollata, lasciando spazio solo al ritmo del respiro e ai brividi che risalivano lungo la schiena di lei.
“Fermati cretino!” bisbigliò lei ridacchiando, mentre la lingua di lui affondava tra le pareti della vagina ,le stimolava il clitoride ,facendole provare quel piacere che cercava.
“il tuo sapore è sempre dolce hermana” le disse lui staccandosi un attimo, giusto il tempo che gli serviva per disfarsi degli slip e presentare alla sorella la sua erezione.
“Mateo, no” sussurrò Camila senza però imporgli alcun altro ostacolo.
Mateo, si avvicinò puntò il proprio sesso contro quello di lei e deciso si spinse dentro.
“stupido!” gemette lei, mentre il cazzo del fratello si faceva largo tra le pieghe della sua fica.
Sapendo di non poter tornare indietro, si fece complice di quel gesto.
Camila spinse le coscie contro il petto del fratello. Questa posizione se le penetrazione è molto profonda o violenta può essere dolorosa, e l’impeto di Mateo la rendeva tale, senza però sottrarre piacere dall’esperienza.
Mateo, utilizzando le gambe della sorella come supporto per facilitare il movimento, la montava ,frenetico, la vicinanza dei loro corpi, aumentava il senso di calore asfissiante, ma nemmeno quello lo avrebbe scoraggiato.
“fa piano, mi rompi cosi” protestò la ragazza, incapace di contenerlo.
Mateo, si scuoteva, rapido deciso, faceva correre le sue dita lungo il corpo di lei, le tormentava i capezzoli ,strizzandoli ,torcendoli, amandola con un fervore ,simile alla rabbia.
"¡Cállate!" sbuffò Mateo
"¡No te muevas!" le disse, mentre la sorella ormai perso ogni controllo, gemeva accompagnando ogni suo respiro.
"¡Ya casi llego! ,¡Ya casi llego! ,¡Ya casi llego!" ripeté il ragazzo, quasi stesse pronunciando un rito mistico.
“mi rompi cosi” ripetè lei arresa non solo dalla prepotenza del fratello ma del piacere che le inondava i sensi.
"¡Aquí vengo, vengo, llévatelo todo!" bisbigliò alla fine rilasciando se stesso dentro di lei, in lunghi abbondanti fiotti liquidi della propria anima.
Si ritrovarono stesi l’uno sull’altra, ognuno avvinto nell’estasi.
“Togliti di dosso tonto” gli disse Camila, spostandolo di peso.
Nell’impeto dell’amplesso il catino che era servito a raccogliere le sue urine, si era rovesciato e ora una larga pozza di liquido dorato si allargava sulle mattonelle rovinate.
«Prendi uno straccio e pulisci», gli disse lei, mentre si alzava con movimenti felini.
Si avviò con aria felice verso il bagno senza acqua corrente, impaziente di darsi una rinfrescata sotto la doccia che i fratelli avevano improvvisato, legando in alto una vecchia tanica di plastica forata sul fondo e una busta per regolare il flusso.
«Prima che la mami torni e veda il casino che hai fatto», aggiunse sopra la spalla togliendosi di dosso i vestiti ormai fradici, lasciandolo da solo.
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