Camila: Il Galà

di
genere
incesti

L’abito indossato da Camila sembrava cucito con la luce della luna, capace di unire l'eleganza più composta a una sensualità che toglieva il fiato. Quando, muovendosi flessuosa sui tacchi delle sue scarpe aperte color argento, varcò le porte del salone in pochi non la notarono. Camila fece il suo ingresso con la grazia di una regina, spiccando per bellezza e semplicità sulle altre ragazze, tutte molto attraenti, e non poche ,terribilmente giovani, intervenute all’evento.
L'abito bianco le fasciava il corpo quasi fosse liquido, seguendo le sue linee morbide, candido e impeccabile in mezzo alla folla colorata. Davanti mostrava un'eleganza sobria: accollato, con le maniche lunghe che le accarezzavano le braccia fino ai polsi, aderiva sul seno scivolando poi sui fianchi. Ma fu solo quando mosse i primi passi che il salone trattenne il fiato: a ogni movimento, lo spacco vertiginoso sulla coscia rivelava le gambe slanciate, spezzando la linearità geometrica del vestito con una sensualità audace e magnetica.
«Chi è quella signorina?» chiese qualcuno ammirato.
«È magnifica!» esclamò un altro.
Camila sorrise, stringendo le dita sulla pochette di strass bianca che teneva in mano, fiera di star compiendo ad arte il suo ruolo, conscia che il meglio doveva ancora arrivare. Il vero capolavoro si rivelò quando superò i primi tavoli, dando le spalle ai presenti. Il vestito si apriva in una scollatura profonda e totale, che lasciava la schiena completamente nuda fino alla curva dei fianchi; lì, ai lati della colonna vertebrale, due incavi simmetrici, le fossette di Venere ,accendevano le fantasie degli uomini presenti. Era una visione mozzafiato, che trasformava il suo passaggio in un trionfo di pura seduzione.
«Mi scusi, signorina» chiese un uomo, un gigante dalla pelle di ebano, rigido nel suo completo nero, e dall’aria marziale, Camila capì subito trattarsi di un addetto alla sicurezza dell’evento. Restando serena, accennò un sorriso con le labbra color corallo.
«Mi dica?» rispose rilassata.
«Posso vedere il suo invito?» chiese l’uomo, fissandola con aria interrogativa.
«Credo di averlo lasciato nel guardaroba» disse lei, piegando la testa leggermente a sinistra con aria da bambinetta ingenua.
«Di chi è ospite, se posso permettermi?» insistette l’uomo.
Camila si guardò intorno. Non le ci volle molto per incrociare lo sguardo di un uomo dal completo elegante che, appena realizzò di aver suscitato l’apparente interesse della ragazza, sollevò un calice di champagne verso di lei in un cenno di saluto.
L'addetto alla sicurezza seguì il suo sguardo. «...Il senatore Rightwater» disse l’uomo, tradendo una certa agitazione nel notare l’intesa tra i due.
«Mi scusi se l’ho disturbata» aggiunse, prima di sparire.
Per mantenere la scena, Camila si avvicinò all’uomo. Non era lì per fare amicizia, mentre lo raggiungeva lo studiò. Il tizio di prima lo aveva chiamato senatore, forse un americano. Vestiva in maniera impeccabile. L’attenzione di Camila fu subito attirata dal grosso cronografo che l’uomo portava al polso e dall’anello d’oro con diamante che brillava sul dito medio della mano destra, con cui teneva il bicchiere.
«Buonasera» sorrise lei.
«Buonasera a lei… signorina?»
«Adriana» gli rispose.
«Posso offrirle da bere?»
«Certo, grazie» rispose lei, con grazia.
«È qui con qualcuno?» le chiese l’uomo porgendole un calice.
«Con lei» ribatté maliziosa. Lui non ne fu sorpreso, non era raro che a quegli eventi entrassero , accompagnate o sole, anche molte donne attraenti ,che dietro compenso, offrivano la loro compagnia.
«Ne sarei onorato, ma vede... quella signora in completo viola che ci fissa feroce è la mia dolce metà» disse l’uomo sorridendo alla donna che, di ricambio, gli lanciò uno sguardo carico di furia.
«Che peccato, mi sarebbe piaciuto… intrattenermi con lei» sussurrò Camila, sorseggiando il suo champagne.
“sarei stato l’uomo più fortunato tra tutti i presenti a questo evento” le rispose lui sorridente.
Il senatore non era male, l’età avanzata gli donava un fascino dovuto all’esperienza e al potere, a cui Camila non poteva che essere sensibile, le sarebbe piaciuto approfondire la conoscenza, ma rischiare una scenata da parte della moglie, era l’unica cosa saggia da fare.
“allora, anche se mi riempie di malincuore, devo augurarle una buona serata e devo lasciarla” si congedò Camila.
L’uomo la lasciò andar via sostenendo lo sguardo sul suo fondoschiena, che scivolava via armonioso.
Camila era li per lavorare.
Mentre gli ospiti erano ipnotizzati a guardarla, i suoi fratelli vestiti da camerieri , tra i migliori all’Avana nell’arte del borseggio, entravano in azione.
“Desculpame senor” Un cameriere si scontrò leggermente con un ricco banchiere; un attimo dopo, un Rolex d'oro spariva nella sua tasca. Poco più in là, l’altro fratello faceva un complimento galante ad una ragazza in sovrappeso con un abito rosso, servendole un piattino stracolmo di deliziose tartine , mentre con dita agili, le sfilava dal collo una collana di perle senza che lei avvertisse il minimo fruscio.
Il salone era un mare di sguardi fissi su Camila, e i suoi fratelli stavano svuotando quel mare un gioiello alla volta, pur facendo attenzione a non farsi notare, selezionando solo i pezzi più pregiati.
Sarebbe stata una serata decisamente proficua per il trio.
Tutto merito di Victor, il concierge del hotel, che li aveva fatti scivolare dentro passando dal retro, lontano da occhi indiscreti.
Aveva procurato l’abito , scarpe e gli accessori, compreso l’intimo ,un micro-tanga color carne, invisibile sotto ai vestiti, indossato da Camila, Tutto preso in prestito, dalla valigia di un ospite, e le divise da cameriere per i due ragazzi, prese dalla lavanderia dell’albergo.
Certo, il suo silenzio costava caro. L'accordo tra loro era sempre lo stesso.
Diviso in due parti, prima, un veloce obolo, Camila avrebbe dovuto offrirsi ad esaudire un capriccio dell’uomo.
Mentre i fratelli , felici di cogliere l’occasione, alternandosi la scopavano sulla scrivania, nel piccolo ufficio senza finestre dell’uomo nel seminterrato, al fresco dell’aria condizionata, Victor restava a guardarli, in silenzio.
La seconda parte dell’accordo era puramente economica.
l'uomo teneva per sé il quaranta per cento di tutto quello che riuscivano a rubare. Una percentuale altissima, quasi un furto nel furto, ma non offriva solo un'entrata e un uscita secondaria, i vestiti , distrarre gli addetti della sicurezza con chiacchiere e alcol. Nel pacchetto era compreso il ricettatore, un anonimo messicano: l'uomo che avrebbe comprato tutta la refurtiva in blocco, pagando in contanti e senza fare mezza domanda.
La loro collaborazione si era ripetuta più volte negli anni ,in maniera sempre proficua, per entrambi le parti, non c’era motivo per avere incertezze o remore.
Sulla carta, quella era una sontuosa serata di beneficenza organizzata da qualche alto papavero della politica, nata con la scusa di raccogliere fondi per avviare progetti a favore del popolo cubano e dei suoi figli.
«¡Malditos!» pensò la ragazza, senza provare alcuna rabbia, solo un'immensa disillusione. Era testimone del lusso in cui quella gente viveva e festeggiava, mentre al di là delle vetrate dell’albergo esclusivo, Cuba pativa la fame.
In fondo, quei ricchi maiali se lo meritavano, Camila, non aveva nemmeno un briciolo di senso di colpa, rubare ai ricchi per dare ai poveri, e la sua ,era una delle famiglie più povere del Barrios.
Camila e i suoi fratelli non erano ingenui: la vita, fatta di rinunce e fatica, ne aveva spezzato i sogni, li aveva resi cinici, affilati come lame sottili. Sapevano benissimo come andavano queste cose: come in ogni altra occasione simile, quel denaro non avrebbe mai visto l'Avana. Sarebbe finito dritto sul conto offshore di qualche chulo in giacca e cravatta. Rubare a quei finti filantropi non era solo un lavoro per il trio; era un modo per riequilibrare il destino, un carato alla volta. Un destino che però, quella sera, sembrava avere altri progetti per Camila, e di certo non a suo favore.
Quando lo sguardo di Camila si posò su una ragazza poco lontano da dove si trovava, qualcosa le si contrasse nello stomaco.
La giovane ,non molto alta, mora, con la pelle olivastra, una tipica ragazza cubana dell’alta società a cui la vita aveva riservato un trattamento garantito a pochi, pochissimi sull’isola, forse la figlia di qualche alto funzionario locale , era circondata da un capannello di uomini e donne.
Ascoltandola, Camila capì che era proprio lei l’organizzatrice dell’evento: si vantava del fatto di voler raccogliere quel denaro per aiutare chi, nella sua amata Cuba, non poteva godere dei suoi stessi vantaggi.
Camila sentì il sangue salirle alla testa.
Negli occhi di quella ragazza non c’era empatia, né sincerità; sembrava quasi ridere di chi l’ascoltava, di quei poveri sciocchi disposti a cederle il loro denaro, e dell'intero popolo cubano a cui avrebbe negato il ricavato.
Mentre parlava di solidarietà, i suoi occhi sembravano già calcolare le feste che avrebbe organizzato, i viaggi, o gli oggetti di lusso che avrebbe comprato con quel denaro.
No, non poteva lasciar correre. Doveva punirla.
Al polso della giovane donna faceva sfoggio di sé un ricco bracciale di diamanti a tre file in oro bianco; solo con quello si sarebbero potute mandare avanti, per un intero anno, molte famiglie del barrios. Camila cercò di attirare l’attenzione del fratello sulla ragazza, Javier, visto la donna che lei gli indicava, la osservò per un pò, poi scosse la testa.
Il fratello che nel borseggio aveva molta più esperienza di lei, aveva deciso che quello era un bersaglio troppo grosso, troppo rischioso, e preferiva rinunciare.
«¡Mierda!» sussurrò lei, mentre vedeva il fratello sparire tra la folla. Toccava a lei cercare di derubare la ragazza.
Con occhi da predatrice la seguì per tutta la sera, finché l’occasione arrivò. Ormai colma, tra calici di champagne e chiacchiere, la vescica della giovane richiedeva di essere svuotata. Camila entrò nel bagno riservato agli ospiti, appena fuori dal salone, poco dopo di lei.
La ragazza non era in vista. Il bagno delle donne dell’albergo era il riflesso del lusso che risplendeva in tutta la struttura. Nel silenzio, si poteva sentirla urinare.
Attese in piedi, davanti allo specchio sul lavabo ricoperto di marmo. Teneva le mani appoggiate sul ripiano, nervosa, cercando di decidere quale sarebbe stata la migliore strategia da seguire.
Il rumore dello scarico ruppe il silenzio, seguito dallo scatto della serratura. Quando la ragazza uscì dalla cabina, Camila era pronta. Sfoderò il suo sorriso più magnetico e la accolse con calore mentre si avvicinava al lavabo.
«Buonasera» sorrise la ragazza, affascinata dall’eleganza della sua ospite.
«Buonasera a te» le rispose Camila, mentre la giovane le si affiancava al lavabo accanto per lavarsi le mani.
«Ho sentito quello che dicevi in sala prima» esordì Camila, modulando la voce con finta ammirazione. «Quello che fai per Cuba... è semplicemente meraviglioso. Abbiamo bisogno di persone come te» aggiunse con falsa lusinga.
L'organizzatrice si bloccò, specchiandosi negli occhi di Camila. Adorava essere lodata, e quelle parole nutrirono il suo ego a dismisura.
«Oh, grazie! È un dovere per me» rispose la giovane con un sorriso pieno di finta umiltà, mentre si asciugava le mani. Poi, guardandola meglio, aggiunse: «Non credo di averti mai vista».
«No… non ci conosciamo» rispose Camila.
«Piacere, Patricia» disse l’altra porgendole la mano.
«Adriana» ricambiò lei.
«Sei bellissima, Adriana», le disse. «Questo abito è meraviglioso e ti sta benissimo. Mio padre ti adorerebbe».
«Grazie… tuo padre?» chiese Camila, insospettita.
«Sì… anzi, dimmi Adriana, quanto costi?»
Camila si irrigidì. «Cosa?» chiese, cercando di apparire sorpresa.
«Su via, è chiaro perché sei qui. Stai cercando clienti facoltosi disposti a spendere per stare con te» disse Patricia, con una tranquillità disarmante e un pizzico di veleno nello sguardo.
«Non sono in vendita» rispose Camila. Si sentì oltraggiata. Non per il concetto in sé dello scambio di denaro , altre volte in passato aveva dovuto seguire quella via per sopravvivere, ma perché l'arroganza spietata di quella ragazza l’aveva fatta infuriare.
«Oh... allora ti chiedo scusa» sorrise Patricia, sfiorandole una spalla con sufficienza. «Devo aver frainteso»
La ragazza fece un passo avanti e la strinse in un caloroso, quanto ipocrita, e non richiesto, abbraccio d'addio. Era la trappola perfetta. Camila sciolse il corpo che si era irrigidito per la rabbia e, mostrandosi disponibile, ricambiò il gesto. In quel secondo di contatto fisico totale, mentre i loro corpi si univano, i seni pieni, attraverso il sottile tessuto dei vestiti si sfiorarono in un abbraccio prolungato.
Patricia si allontanò appena, quel tanto che bastava per guardarla.
«Forse... preferiresti stare con me?» le chiese fissandola negli occhi, con un sorriso malizioso.
Ecco l’occasione che Camila stava aspettando. Senza rispondere, incollò le sue labbra a quelle della ragazza. Le loro lingue saettarono l’una sull’altra tra le bocche appena aperte, in un bacio improvviso e travolgente che tolse a Patricia ogni briciolo di lucidità.
“lo sapevo che questa era la mia serata fortunata” sussurrò Patricia, con urgenza, inginocchiandosi davanti a lei, aprendo il vestito di Camila, passando dallo spacco fino ad esporre il pube celato sotto il triangolo di stoffa leggero e umido.
“Voltati, lasciami assaggiare questa carne” le disse Patricia affondando il viso sul suo sesso.
Patricia ,stava tra le cosce di Camila accucciata sul pavimento ,il volto affondato tra le sue natiche, il perizoma della ragazza spostato di lato in modo che il sesso fosse offerto all’appetito di lei.
Camila, poggiava le mani sul marmo piegandosi leggermente in avanti, tenendo le gambe larghe in modo che la sua ospite fosse agevolata nel suo esercizio.
La ragazza sotto di lei era avida, famelica, le divorava la fica, come un ratto farebbe con un frutto maturo e succoso.
Fu in quel secondo che la natura di Camila prese il sopravvento. Sensibile come sempre, nonostante l'odio cerebrale che provava per Patricia, per tutto ciò che la ragazza rappresentava, l’arroganza e lo strapotere dei più forti che si approfittavano del popolo fino ad abusarne, il suo corpo tradì le sue intenzioni. Sentì una scossa elettrica correrle sotto la pelle e, contro ogni sua stessa logica, finì per trarre un viscerale, inaspettato piacere da quel contatto ,cosi intimo. Quel bacio, nato come un inganno, si trasformò per un istante in qualcosa di vero e travolgente per i suoi sensi.
Ma mentre il suo corpo cedeva ,la mente lottò per restare lucida, le sue mani rimanevano quelle di una predatrice. Sfruttando la totale cecità erotica di Patricia, intrappolandole la testa tra le sue cosce, le dita di Camila si mossero dietro,lungo la schiena , fino a raggiungere la mani della giovane. Con rapidità chirurgica, trovarono la chiusura del bracciale a tre file , fecero scattare senza rumore e con gesto elegante, come i fratelli le avevano insegnato, per poi ,una volta liberato, farlo sparire nella piccola pochette di strass con cui accompagnava l’abito.
L’orgasmo per Camila arrivò autentico, inatteso, travolgente, alcune gocce della sua urina andarono a bagnare la lingua di Patricia, che le accolse grata.
“il sapore della tua fica e delizioso” disse leccandosi le labbra umide.
Recuperato, il controllo su di se, Patricia si rimise in piedi, la strinse di nuovo a se e la baciò.
“vorrei avere più tempo” le sussurrò ad un orecchio “ma i miei ospiti reclamano la mia presenza”.
Si allontanò di un passo, aprì la sua borsa e ne tirò fuori alcune banconote. Senza nemmeno guardarla in faccia, le tese venti dollari americani, infilandoli con sufficienza nella mano di Camila.
“per il tuo disturbo” le disse, sorridendo ,nei suoi occhi Camila lessi il cinismo tipico di quella borghesia che odiava il popolo.
20 dollari, Una cifra ridicola, talmente bassa da risultare un insulto spietato. Era la prova schiacciante e disprezzativa di ciò che Patricia pensava davvero di lei, di quelle come lei: un giocattolo economico da liquidare con gli avanzi del portafoglio.
«Buona serata, allora» disse Patricia, dope essersi sistemata i capelli e precedendola verso l'uscita.
«Buona serata a te, Patricia» le rispose Camila, facendo un passo indietro, convinta di aver messo a segno il colpo perfetto e di averle dato la lezione che meritava.
Ma il destino era pronto a farle un brutto scherzo.
La ragazza ricca allungò la mano verso la maniglia della porta e, in quel preciso istante, il polso improvvisamente leggero attirò il suo sguardo. Abbassò gli occhi. La pelle era nuda. Il bracciale era sparito.
Il volto della giovane si congelò. I suoi occhi si spalancarono per lo shock e si piantarono subito su Camila dietro di lei, l'unica altra persona nel bagno.
«Il mio bracciale...» sussurrò, prima che la voce le tornasse in gola con tutta la furia possibile.
«Aiuto! Sicurezza! Mi hanno derubata!» urlò tenendo la porta del bagno aperta e impedendo a Camila di uscire.
Patricia teneva la maniglia con una presa di ferro, urlando con tutta la voce che aveva in gola.
In quel millesimo di secondo, a Camila si strinse lo stomaco; il piacere che aveva provato fino a un attimo prima si trasformò in terrore puro. Capì di aver commesso l'errore più banale per un ladro: si era lasciata guidare dalla rabbia e dall'orgoglio, non dalla logica. Aveva voluto punire Patricia, e ora si trovava in trappola.
Suo fratello glielo ripeteva sempre:
«Camila, la rabbia ti fotte la testa. Se la metti sul personale, fai una brutta fine».
Aveva maledettamente ragione. Se avesse fatto sue quelle parole, non si sarebbe cacciata in quel dannato guaio; ora il suo destino sembrava segnato.
I passi della sicurezza rimbombavano già nel corridoio, sempre più vicini. La pelle di Camila impallidì. L'abito bianco che fino a un attimo prima la faceva sentire una regina, adesso, madido di sudore per la tensione, si era trasformato in uno spettrale sudario.
«È lei! È lei la troia che mi ha derubata!» urlò Patricia, indicandola ai due uomini.
Uno dei due era proprio, l’uomo di colore, che l’aveva fermata a inizio serata, sospettoso.
«Lo sapevo!!» le disse lui con gli occhi sgranati, come se si preparasse a farle male, a divorarla.
Un sorriso distorto e trionfale gli illuminò il volto scuro, mentre l’afferrava per i polsi e in maniera rude la spingeva contro la parete alle sue spalle.
“Lo sapevo” ripete sbuffando ad un palmo dal viso di Camila, Il suo istinto da segugio, non lo aveva tradito: l'odore di strada e di inganno che aveva percepito sotto quel profumo costoso, su quella puttanella, era reale. Sospettare di quella finta regina non era stato l'errore di un paranoico, ma la mossa giusta.
«Lo sapevo» le disse lui con sguardo eccitato, gonfiando il possente torace e godendosi ogni secondo di quella spietata conferma. «Ora tu vieni con me!» le ordinò, mostrandole i denti bagnati dalla saliva che, tra le labbra e la pelle scura, sembravano enormi, affilati e scintillanti ,in un sorriso carico di minaccia.
scritto il
2026-06-30
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