Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 10

di
genere
fantascienza

Il nostro tempo a Balsam è giunto al termine. Meave ha recuperato abbastanza da poter affrontare un viaggio, la ferita al braccio di Clementine è sotto controllo. Non ci resta molto tempo, sono giorni che il cielo minaccia di nevicare.
Earl è fermo a un paio di metri di distanza, le mani sprofondate nelle tasche della giacca di fustagno. Accanto a lui, sua moglie stringe uno scialle sulle spalle, il volto scavato in un'espressione che oscilla tra il sollievo di vederci andare via e la stanchezza cronica di chi sa che domani dovrà rifare gli stessi calcoli di ieri per sopravvivere. Sul portico più vicino, l'altro uomo che ci ha fermati per strada giorni fa alza due dita dalla canna dell'arma in un cenno che assomiglia quasi a un saluto. È il massimo che si possa ottenere da queste parti per degli estranei in partenza.

Non ci sono grandi discorsi d'addio. Non esistono più, in questo mondo.
«Ecco, prendete. Per il viaggio,» dice Earl, la voce raschiata dal freddo. Ci ha offerto della carne essiccata da qualche giorno.
«Ci hai aiutato molto, Trevis, te ne siamo grati. Che Dio vi aiuti. Spero che riusciate a trovare quel posto, perché non è rimasto molto altro.»
«Stammi bene, Earl. Tieni al sicuro questo posto e la tua gente.» rispondo.

Sua moglie si fa avanti di un passo, qualcosa di stretto nel pugno. Prende la mano di Meave senza chiedere permesso e le lascia cadere nel palmo un sacchetto di stoffa leggero.
«È un po' di achillea essiccata,» dice. «Per quando la gamba ricomincia a farti male sulla strada. Togli la fasciatura vecchia e fai degli impacchi con questa. Ti darà un po' di sollievo.»
Meave la ringrazia con un cenno del capo, più sorpresa dal gesto che dal contenuto.

Da dietro la gonna di Jessica sbuca Lily, il berretto di lana calato quasi sugli occhi, e resta a fissare Clementine con la curiosità di chi non vede spesso qualcuno vicino alla propria età. Clem la guarda un istante, poi la saluta con una mano e un sorriso. Lily si ritira dietro la gonna della madre, ma continua a sbirciare finché non saliamo tutti in macchina.
Mentre mi giro verso la portiera del guidatore, Jessica lascia il portico e mi raggiunge a passo svelto, superando Earl e sua moglie. Si ferma a un palmo di distanza.
«Questi sono per Clem,» dice, porgendomi un piccolo flacone che tintinna di pastiglie. «Amoxicillina, quello che mi restava. Se dovesse peggiorare durante il viaggio, due al giorno finché non finiscono. D'altronde sei tu quello che ha rischiato per procurarle.» Solo dopo aver chiuso l'argomento pratico, la voce le si abbassa, si fa più privata.
Alza la mano e me la posa sull'avambraccio. Il contatto è breve, ma resta un secondo più del necessario.
«Se quel posto non esiste più, o è impossibile da raggiungere...» dice, piano, abbastanza sottovoce da non superare lo spazio tra noi due. «Potete sempre tornare qui, a mio padre ci penserò io.»

Silenzio.

«Sopravvivi, Jessica,» rispondo, ritraendo il braccio con gentilezza, senza lasciare spazio a fraintendimenti davanti a tutti. «E tieni al sicuro quella bambina.»
Annuisce, fa un passo indietro. Per un istante il suo sguardo scivola oltre di me, verso Meave, già seduta nell'abitacolo. Qualcosa nella sua espressione si fa più professionale.

Dall'altra parte del SUV sento lo scatto metallico della portiera del passeggero. Meave l'ha aperta e richiusa con una forza superiore al necessario. Faccio il giro e salgo al posto di guida.
Quando inserisco le chiavi nel quadro, Meave ha lo sguardo fisso sul parabrezza, la mascella contratta in una linea dura.
«Che gentiluomo che sei, Trevis,» dice, senza guardarmi, allacciandosi la cintura con un gesto brusco. «Puoi sempre chiederle di venire con noi se ti dispiace lasciarla qui.» Una pausa breve, il tono che scende di un grado, tagliente come una lama sottile. «Con me invece...» si ferma ancora. «Sei sempre nervoso, mi urli addosso e mi dai della viziata.»
Non rispondo subito. Ingrano la marcia. «Mi stava dando delle medicine per Clem e per te, Meave.»
«Certo.» Guarda fuori dal finestrino, il profilo teso. «Ma per prendere delle medicine non c'è bisogno di spogliare una persona con gli occhi..»
Non aggiungo altro. Meglio lasciare che l'argomento muoia nel rumore del motore piuttosto che dargli ossigeno.
Clementine, rannicchiata sul sedile posteriore, incontra il mio sguardo nello specchietto retrovisore per un secondo, poi decide saggiamente che il finestrino è un posto molto più sicuro dove guardare. Il SUV si muove pesantemente nel fango, lasciandosi il cancello di lamiera di Balsam alle spalle.

Il viaggio procede in silenzio, rotto solo dal rumore del motore e da quello degli pneumatici sull'asfalto. Meave tiene la gamba fasciata distesa il più possibile, ma il fatto che riesca a muoversi senza sembrare sull'orlo dello svenimento le ha restituito un po' di quel piglio di arroganza che sembrava essersi spento nei giorni di febbre.
La vera doccia fredda arriva un'ora e mezza dopo. Man mano che ci avviciniamo al raccordo per Asheville, l'Interstatale 40 si trasforma da strada deserta a cimitero. Comincio a rallentare a centinaia di metri di distanza, il piede sul freno che preme quasi da solo mentre il quadro davanti a noi prende forma.
La carreggiata è sbarrata da un muro invalicabile di blocchi di cemento armato messi di traverso. Dietro i blocchi, i resti anneriti di almeno tre Humvee militari e un paio di camion da trasporto truppe occupano letteralmente ogni corsia. Matasse di filo spinato arrugginito collegano i veicoli tra loro. Su un cartello verde sospeso sopra la strada, qualcuno ha spruzzato con una bomboletta rossa, a caratteri cubitali:

"INFECTED AREA — TURN BACK"

"AREA INFETTA — TORNATE INDIETRO"

Mi avvicino ancora un po' e spengo il motore. Il silenzio dell'Interstatale è spettrale.
«Hanno sigillato la città,» mormoro, valutando la situazione con l'occhio abituato ad analizzare i colli di bottiglia. «Quando hanno capito che non potevano più contenerli, l'esercito ha bloccato le arterie principali per evitare che l'infezione o l'esodo di massa si riversassero sulle statali.»
«Possiamo forzarlo?» chiede Meave, sporgendosi in avanti.
«No. Ci vorrebbe un carro armato per passare lì in mezzo. Restare incastrati qui significa fare da bersaglio per chiunque si nasconda nei boschi ai lati della strada.» Guardo l'indicatore della benzina sul cruscotto: la lancetta galleggia pericolosamente vicino alla riserva. «E non abbiamo carburante per tentativi a vuoto.»
Slaccio la cintura di sicurezza.
«Aspettate qui,» dico, aprendo la portiera. «Vado a vedere se c'è qualcosa da recuperare.»
«A fare cosa?» sbuffa Meave, la voce subito carica di quella nota graffiante che mi fa tendere i muscoli del collo. «Speri che l'esercito abbia lasciato un cesto di benvenuto? Guardati intorno, Trevis. Non c'è niente.»
Scendo senza guardarla.
«Se c'è anche solo una goccia di carburante in quei bestioni, ci serve. Per tua informazione, le pompe di benzina non funzionano più.»

Mi avvicino al muro di cemento, gli anfibi che scricchiolano sull'asfalto spaccato. L'odore dolciastro e metallico della morte aleggia ancora tra le carcasse dei veicoli e tra i corpi di centinaia di erranti a terra. Sbircio dietro i Jersey. Come immaginavo, i tappi dei serbatoi dei camion militari sono svitati, i bocchettoni spalancati. Chiunque sia passato di qui prima di noi ha prosciugato tutto fino all'ultima goccia.
Avanzo verso il primo Humvee blindato, incastrato di traverso contro il blocco di cemento. Lo sportello del guidatore è accostato. Lo apro con uno strattone, e l'odore stantio di polvere e sangue essiccato mi investe.
Al posto di guida c'è un cadavere in uniforme mimetica. È poco più di una mummia secca, la pelle tirata sulle ossa come pergamena scura. Il cranio è reclinato all'indietro contro il poggiatesta, il foro di uscita di un proiettile ha fatto saltare la parte posteriore dell'elmetto in kevlar. Sul collo e sulla spalla sinistra, la stoffa è strappata, rivelando il cratere frastagliato di un morso. Chi è passato prima di noi non si è fatto scrupoli: gli hanno portato via il gilet tattico, le munizioni, la pistola, persino gli scarponi. Lo hanno lasciato qui a marcire con i calzini logori.
Tuttavia, tra i sedili, coperto da un grande strato di polvere e cenere, noto un piccolo taccuino dalla copertina verde. Un diario militare. Lo raccolgo e lo apro. Le pagine sono rigide, alcune macchiate da impronte scure.
Sfogliando, trovo un lungo paragrafo scritto con una grafia nervosa e spigolosa:

*
14 APRILE 2090

Asheville è caduta da anni ormai.

L'hanno bombardata quartiere dopo quartiere, convinti che sarebbe bastato a rallentare l'avanzata. Non è servito a niente.

Di quella città non è rimasto altro che un cimitero a cielo aperto.

Il resto del mio plotone ha ceduto da anni ormai. Hanno preso due Humvee e sono partiti verso ovest. Io non li ho fermati.

Io sono rimasto. Non ho un posto dove andare e casa mia, a Portland, è troppo lontana.
Continuerò a presidiare questo accesso finché ne avrò la forza, cercando di impedire a chiunque di entrare.
Ci sono solo io e il mio diario. Mi aiuta a sentirmi meno solo.

Ho recuperato una bomboletta di vernice rossa e sulla strada ho scritto un avvertimento, così che, anche quando non ci sarò più, il mio gesto possa far tornare indietro chiunque arrivi fin qui.

INFECTED AREA – TURN BACK

Se qualcuno leggerà questo diario, datemi retta.

Non entrate ad Asheville.

Non c'è più nessuno da salvare.

Quella città appartiene ai morti.
*

«Sbrigati, Trevis!»

La voce di Meave, acida e impaziente, mi arriva alle spalle, rompendo il silenzio sacrale di quell'abitacolo. Stringo i denti. La ignoro e vado all'ultima pagina del diario, macchiata di sangue secco. Le parole sono scritte in modo disordinato, come se la mano che reggeva la penna tremasse violentemente.

*
21 SETTEMBRE 2091

Mi hanno morso mentre respingevo una piccola mandria di stronzi senza meta.

La febbre sale in fretta. Sento bruciarmi le vene. Le mani cominciano a tremare. So già che è finita, i medicinali non servono a un cazzo.

Non proverò a scappare.

Anche se non fossi stato morso, non saprei dove andare. Tornare a Portland non avrebbe senso.

Mia... Eliot... amori miei...

So che non siete più nella nostra bellissima casa a Portland ad aspettarmi, probabilmente siete scappati anche voi per sopravvivere. In questo mondo le persone non aspettano. Continuano a camminare, oppure muoiono.

Mi piace pensare che, anche in un mondo di merda come questo, voi siate al sicuro... felici da qualche parte anche senza di me. È un mondo troppo grande per sperare di ritrovarvi.

Spero soltanto che qualcuno si sia preso cura di voi quando io non ho potuto farlo.

Vi penserò fino all'ultimo respiro.

Vi amo.
*

Chiudo il libretto. Sento un nodo di piombo formarsi nella gola. Questo soldato non è morto scappando. Ha scelto di restare in questa trincea di cemento armato per mettere in guardia degli sconosciuti, mentre i suoi compagni se la davano a gambe. Ha fatto il suo dovere fino all'ultimo respiro, rinunciando persino al miraggio egoistico di attraversare il paese per cercare la sua famiglia che, quasi certamente, era già perduta.

«Oh, per l'amor del cielo!» sbotta Meave a voce più alta. Mi volto appena e la vedo appoggiata allo sportello del SUV, le braccia incrociate. «Hai trovato una bacchetta magica in quel rottame o stai solo giocando all'archeologo? Fa un freddo cane e non abbiamo carburante. Muoviamoci!»

«Vuoi stare zitta per un minuto, cazzo? Dato che non fai un cazzo di niente, almeno abbi la decenza di tenere quella fogna chiusa per una volta,» sbotto, voltandomi verso di lei.

La rabbia mi accende un fuoco freddo sotto la pelle. Infilo il diario nella tasca interna del mio giaccone. Poi guardo il corpo spolpato del soldato. Non lo lascerò così, come un pezzo di carne inutile razziato dagli avvoltoi. Non se lo merita.

Afferro il cadavere per le ascelle. Pesa pochissimo ormai. Lo tiro fuori dall'abitacolo con delicatezza, apro lo sportello posteriore e lo distendo sui sedili. Gli incrocio le mani sul petto. Al collo porta ancora la sua dog tag. La prendo tra le dita e leggo il suo nome: Michael Carter. Per un istante non vedo un cadavere. Vedo un uomo che è rimasto al suo posto quando tutti gli altri se ne sono andati.
Lascio cadere la piastrina contro il petto e mi tiro indietro.
Sul retro dell'Humvee recupero un telo cerato verde militare. Lo srotolo e lo stendo sopra di lui, coprendo quel viso scarnificato, la divisa strappata, la dignità violata da chi gli ha rubato persino le scarpe.

Faccio un passo indietro. Mi metto sull'attenti, i tacchi che battono insieme in un ticchettio sordo. Sollevo la mano destra alla fronte in un lento e rigido saluto militare. Un gesto silenzioso, ma per quanto inutile, è l'unica cosa che posso fare per onorare la sua vita.
«Che tu possa finalmente trovare pace.» dico sottovoce.
Abbasso la mano. Chiudo la portiera e mi incammino a grandi passi verso il SUV.

Quando arrivo, Meave ha un'espressione che è un misto tra lo sdegno e la provocazione. Mi squadra dall'alto in basso, un angolo della bocca piegato in un sorriso amaro e sottile.
«Che scena commovente,» dice, la voce intrisa di un sarcasmo calcolato per fare male. «Gli hai lasciato anche dei fiori o hai solo pregato per la sua anima? Perché mentre tu perdi tempo a seppellire eroi morti che non te l'hanno chiesto, noi siamo qui vivi, a secco di benzina e bloccati in mezzo al nulla. Sei davvero un bravo soldatino. Vuoi costruire un santuario per ogni cadavere che incontriamo, o possiamo andare avanti?»

I muscoli della mia mascella scattano, duri come la pietra. I pugni mi si stringono lungo i fianchi, le nocche bianche. Respiro a fondo, trattenendo l'impulso di sbatterla contro la fiancata della macchina per zittirla.
«Sali in macchina, Meave, e non dire un'altra parola,» ringhio, passandole accanto.
Non rispondo alle sue provocazioni, ma qualcosa si incrina irrimediabilmente. Apro la portiera e mi metto al volante, ingranando la marcia prima ancora che lei abbia chiuso lo sportello, con la mente ormai fissata su come aggirare Asheville e con un carico di rabbia repressa che aspetta solo una scintilla per esplodere. Faccio inversione e prendo la prima uscita disponibile. Guardo lo specchietto retrovisore: Clementine dorme e si tiene il braccio. Guidiamo per un'altra decina di miglia su strade provinciali contornate da boschi fitti, finché non incrociamo i confini del piccolo comune di Clyde. Poco più di una striscia di case di legno, qualche capannone, e all'incrocio principale un vecchio minimarket con tre pompe di benzina arrugginite nel piazzale.

Accosto vicino a tre auto abbandonate, lasciando il motore acceso ancora qualche istante mentre scrutiamo i dintorni. Le vetrine del negozio sono polverose, in parte incrinate, ma la porta sembra intatta. Nessun movimento. Nessun rumore.
«Ci fermiamo qui,» annuncio, spegnendo l'auto. «Ci serve una mappa cartacea per aggirare Asheville dalle colline, e ci serve benzina. Le pompe sotterranee saranno morte senza elettricità, ma quelle tre auto potrebbero avere ancora qualcosa nei serbatoi.»
Scendiamo. L'aria morde subito il viso. Mentre estraggo dal bagagliaio un tubo di gomma e una tanica vuota, noto una bottiglia di soda schiacciata contro il marciapiede accanto alla pompa più vicina, l'etichetta scolorita da anni di sole. La raccolgo e la scuoto per liberarla dalla terra secca.
Sfilo il coltello dalla fondina sulla coscia. La lama, affilata ogni settimana con la stessa pietra da anni, taglia la plastica con un unico gesto netto, poco sopra l'etichetta, separando il fondo trasparente dal collo della bottiglia. Mi resta in mano una specie di piccola coppa, abbastanza profonda da contenere un campione di liquido.
Rinfodero il coltello. Clementine si è avvicinata nel frattempo, la giacca abbottonata fino al mento, la fondina della pistola ben in vista sul fianco.
«Posso occuparmene io,» dice, indicando i serbatoi delle tre auto. «James mi ha insegnato a infilare il tubo e aspirare senza ingoiare niente. Ma la parte su come capire se la benzina è ancora buona non l'ho mai fatta da sola. Mi diceva solo che a volte invecchia e ti rovina il motore.»
Mi fermo, sorpreso in positivo. È la prima volta che si offre di gestire qualcosa di pratico per il gruppo senza che nessuno glielo chieda.
«Ha ragione,» le dico, porgendole il tubo e la mezza bottiglia tagliata. «La benzina senza additivi si degrada nel tempo. I componenti più leggeri evaporano per primi, e quello che resta si addensa, diventa gommoso.» Indico la coppa improvvisata. «Aspiri un po' di liquido dal serbatoio, ne versi un dito qui dentro, e la guardi controluce. Se è chiara, dorata, quasi come miele diluito, va bene. Se invece è scura, ambrata fino al marrone, o se vedi qualcosa che galleggia sul fondo, quella lasciala perdere.»

Clementine annuisce, gli occhi che seguono ogni mio gesto con la stessa concentrazione che ha usato per farsi ricucire il braccio.
«E l'odore?» chiede. «Mi diceva sempre di annusare tutto.»
«Aveva ragione anche su quello. La benzina buona ha un odore secco, pungente, quello classico. Lo avrai sentito sicuramente. Se invece senti qualcosa di dolciastro, o che assomiglia alla vernice, quella è andata a male — ti rovina gli iniettori nel giro di poche miglia.» Faccio una pausa. «E se noti due strati distinti nella coppa, uno sopra l'altro che non si mischiano, vuol dire che c'è dell'acqua condensata nel serbatoio. Si deposita sotto la benzina. Anche in quel caso, lascia perdere.»
«Ok, ok. Capito!» risponde lei, come se stesse fissando le parole in un elenco mentale.

Faccio un passo indietro, indicandole lo spazio aperto del piazzale. «Resta qui fuori. Controlla i serbatoi, ma tieni sempre un occhio sulla strada. Fai da vedetta. Se vedi o senti qualcosa che non ti convince, fischia. Se è grave, spara in aria. Noi siamo dentro.»
Clem annuisce di nuovo e si dirige verso la prima auto, muovendosi con un'efficienza silenziosa che ha qualcosa di stranamente rassicurante, per la sua età.
Meave è già vicino all'ingresso del negozio. Ha osservato tutta la scena, lo scambio tra me e Clementine, in silenzio. Quando la raggiungo, i suoi occhi verdi sono difficili da leggere, ma la mano che stringe i suoi vestiti è troppo tesa per essere solo stanchezza.

Spingo la porta a vetri. La campanella sopra lo stipite è stata strappata via tempo fa. L'odore di aria viziata, polvere e carta ammuffita ci investe subito. L'interno è in penombra, gli scaffali metallici per lo più svuotati, rovesciati a terra come costole di qualche grosso animale spolpato. Dietro il bancone sfondato si intravede una porta semiaperta verso l'ufficio del gestore. Il posto giusto per cercare una mappa autostradale o vecchi inventari.
Sfilo la pistola dalla fondina, faccio cenno a Meave di restarmi dietro. Scivoliamo insieme nel buio del minimarket.
L'interno del retrobottega è un buco cieco che odora di topo e cartone marcio. La luce del giorno filtra a stento attraverso gli scaffali ribaltati. Avanzo con la pistola spianata, faccio scorrere lo sguardo su ogni ombra prima di abbassare l'arma. Non c'è nessuno.
Comincio a frugare dietro il bancone dell'ufficio, spostando scartoffie ingiallite e un registratore di cassa sventrato, in cerca di un espositore di mappe locali. Meave si appoggia allo stipite della porta, il respiro un po' corto per lo sforzo.

«Le hai dato in mano la nostra unica via di fuga,» dice, la voce bassa per non farsi sentire fuori. «Ti rendi conto? Se succede qualcosa là fuori, quella ragazzina ha praticamente le chiavi in tasca, e noi siamo chiusi qui dentro a rovistare tra le scartoffie. Potevi invertire i ruoli almeno.»
«Ha una pistola e sa usarla meglio di quanto sai usarla tu.» Forzo un cassetto incastrato con un colpo secco. «Le ho dato ordini precisi. Si sta rendendo utile, Meave. Lasciala fare.»
«Si sta rendendo indispensabile ai tuoi occhi. Che non è la stessa cosa.» Fa un passo verso di me, poi si ferma, come se dovesse decidere se dire il resto o no. «Cazzo, Trevis, non ti fidi di nessuno, ma con lei abbassi la guardia come un dilettante. Non è tua figlia. Se non apri gli occhi ci farà ammazzare entrambi.»
«Smettila, Meave, usa quel cazzo di cervello per una volta. Lei almeno si sta rendendo utile, tu non ti degni di cercare neanche una cazzo di mappa. Io non sono il tuo babysitter, quindi renditi utile oppure togliti dai coglioni.»
Il colpo la centra, lo vedo. Ma non demorde. Sa che ho ragione.
«Ma certo... il soldato dà ordini da eseguire, prende decisioni per tutti e tre senza chiedere, e poi ti aspetti che stiamo zitte e ti ringraziamo pure?»
«Non ti sto chiedendo di ringraziarmi.»
«No.» Fa un altro passo, più vicina adesso. «Mi stai chiedendo di fidarmi di una ragazzina di quattordici anni, solo perché ti fa sentire meglio guardarla mangiare.» Il fiato le si fa corto. Quando riprende, la voce è scesa, si è fatta più densa, più pericolosa. «Almeno sii onesto su quello che stai facendo con lei. Non è utilità. È che ogni volta che la guardi speri di riuscire, questa volta. Di non fallire di nuovo come hai fallito con Tessa.»

Il mondo si ferma. Sento di nuovo quel ronzio nelle orecchie che spazza via ogni altro rumore.
Faccio due falcate, la afferro per i baveri del giaccone con entrambe le mani e la sollevo di peso, scaraventandola contro lo scaffale metallico alle sue spalle. L'impatto è violento. Il metallo stride, vecchi barattoli e flaconi vuoti precipitano a terra con un frastuono secco.
Le blocco le spalle contro il ferro, il viso a due centimetri dal suo. Il respiro accelera, l'adrenalina che mi pompa nelle tempie.
«Dovevo lasciarti in quella segheria,» ringhio, la voce ridotta a un raschio velenoso. «Dovevo lasciarti crepare lì dentro.»
Meave non sbatte le palpebre. Non indietreggia. Il suo respiro si mischia al mio, affannoso e caldo.
«Hai avuto tante occasioni per lasciarmi sola,» dice, il fiato che le trema, il viso a un soffio dal mio. «Alla segheria. Nel fienile con la febbre. Stanotte, se avessi voluto farlo davvero. Ma non l'hai mai fatto, Trevis. Quindi non provare a fare il duro adesso!»

La tensione tra noi è densa. Guardo la sua bocca, e per un secondo, un solo maledetto secondo, la linea tra la rabbia cieca e il bisogno primordiale di spegnerla in un altro modo si assottiglia fino quasi a sparire.

Poi, dal piazzale, un fischio acuto lacera l'aria.

Fweeeet. Una pausa. Poi un secondo, più lungo, disperato.

Fweeeeeeeet.

La bolla scoppia. Lascio la presa sul giaccone di Meave con una spinta brusca, staccandomi da quel vortice. Mi volto, sfilando la pistola dalla fondina in un unico movimento.
«Fuori,» ordino, correndo verso l'ingresso.
Spalanco la porta a vetri. La luce grigia mi colpisce insieme al gemito gutturale e inconfondibile della morte che cammina. Il rumore del motore, unito al tonfo degli scaffali dentro il negozio, ha richiamato l'attenzione. Non è un'orda enorme, ma sono sette o otto, sbucati dai vicoli laterali e dal bosco dietro il distributore. Si stanno muovendo verso il piazzale.
Clementine è indietreggiata fino alla fiancata del SUV. Ha la pistola sollevata a due mani, gli occhi spalancati ma concentrati, il respiro corto. Sta valutando il più vicino, ma sa perfettamente che uno sparo adesso ne richiamerebbe una dozzina in più da tutta Clyde, e la benzina non è ancora nel nostro serbatoio.
«Clem, non sparare se non è necessario!» urlo, correndo verso il centro del piazzale.

Mi avvento sul primo errante, un uomo massiccio con la mascella mezza staccata che pende su un lembo di pelle grigia. Gli afferro la spalla e pianto la lama di Tessa dritta sotto il mento, spingendo verso l'alto finché non sento l'osso del palato cedere. Lo spingo via come un sacco vuoto. Il secondo mi arriva da sinistra. Mi abbasso sotto le sue braccia putrescenti, gli pianto un calcio nel ginocchio marcio per sbilanciarlo, e quando crolla in avanti gli affondo la lama nella tempia con un colpo secco, verticale.

Vicino al SUV, Clementine ne sta affrontando un altro che le taglia la strada troppo in fretta perché possa arretrare ancora senza restare intrappolata contro la fiancata del veicolo. È più alta di lei di una testa buona, le braccia già tese in avanti.

Clem non spara. Abbassa il baricentro con un movimento che ha ripetuto in testa chissà quante volte, e scaglia un calcio secco contro la caviglia dell'errante, esattamente dove l'articolazione è più debole. La donna cade non avendo più l'appoggio della gamba. Il corpo precipita a terra.

Non esita. Sfila dalla fondina il coltello che porta con sé e lo pianta dritto nel cranio con tutto il peso del braccio, prima che l'errante riesca a rialzarsi. Il corpo giace ai suoi piedi.

Sento Meave uscire dal negozio dietro di me. Zoppica, ma impugna un tubo di ferro. Si posiziona sul fianco destro e colpisce la testa di un errante, abbastanza forte da ucciderlo.
Ma il terreno del piazzale è pieno di crepe e dislivelli, e la sua gamba non è guarita del tutto. Mentre tenta di ritrarsi dall'affondo di una donna infetta che indossa ancora i brandelli di un camice, il piede di Meave scivola su una chiazza d'olio. Cerca di fare perno sulla gamba ferita, ma questa cede sotto il peso. Sbanda all'indietro. Lo stivale sbatte contro lo spigolo di cemento dell'isola della pompa di benzina.
Un grido di puro dolore le sfugge dalle labbra. Cade pesantemente sulla schiena, mentre il coltello le scivola dalle dita e rimbalza sull'asfalto. L'errante non perde un secondo: con un ringhio gorgogliante si lascia cadere con tutto il peso sulle ginocchia e prova ad afferrare Meave.

Mi giro di scatto. Vedo la scena con una lucidità agghiacciante: Meave a terra, le mani premute contro il petto e il collo del mostro, nel tentativo disperato di tenere quella mascella scattante lontana dal viso. Ha i muscoli del collo tesi allo spasimo e gli occhi sgranati nel terrore.

Sono a tre metri da lei. Ho il coltello in mano. Potrei raggiungerla in due passi.

Ma per un battito di ciglia non mi muovo. Gli anfibi restano incollati all'asfalto. Il trauma di Tessa mi torna in mente in quel peeciso istante. Il buio che ho dentro prende il sopravvento, paralizzandomi per una frazione di secondo che dura un'eternità.
È un millesimo di secondo di puro vuoto. Ma in questo mondo un millesimo di secondo basta per morire.
La faccia del mostro si avvicina a quella di Meave. Lei urla il mio nome, la voce rotta dalla fatica.

«TREVIS!!»

Il boato di un colpo d'arma da fuoco mi esplode nei timpani.

BANG.

Non sono stato io. L'errante sopra Meave viene sbalzato di lato, colpito in pieno alla spalla destra. Non un colpo alla testa, ma l'impatto del proiettile rompe l'equilibrio del mostro, strappandogli via un pezzo di clavicola in una nuvola di sangue.
Guardo oltre l'isola di cemento. Clementine ha le braccia ancora tese, la pistola che fuma nell'aria gelida. Ha sparato. Avendo capito che non avrei fatto in tempo, o che non mi stavo muovendo affatto, ha preso la decisione al posto mio.
Quello sparo mi risveglia improvvisamente. Lo shock toglie forza al mostro e Meave, con un ringhio disperato, lo scaraventa di lato. Si butta a carponi, gli afferra la testa e la sbatte ripetutamente contro l'asfalto fino a ucciderlo.
Il silenzio piomba sul piazzale, rotto solo dall'eco dello sparo che rimbalza sulle colline intorno a Clyde. Gli altri erranti sono tutti a terra.

Meave rimane in ginocchio per un momento, ansimando, il petto coperto di sudiciume e liquido nerastro. Poi alza la testa. I suoi occhi verdi si piantano nei miei, e dentro non c'è più niente della tensione elettrica del retrobottega. C'è solo qualcosa di freddo e assoluto, la certezza di chi ha appena visto l'abisso guardare dentro di sé.
Si alza in piedi, stringendo i denti per ignorare il dolore alla gamba. Zoppica pesantemente verso di me, superando Clementine che si avvicina a passi cauti dal SUV senza dire una parola. Quando mi è di fronte, mi colpisce il petto con entrambe le mani, una spinta che mi fa fare mezzo passo indietro.
«Ti sei fermato,» dice. Non è un urlo, non ancora. È peggio: una constatazione fredda, tremante. «Ti ho visto, Trevis. Mi hai guardata finire a terra e non hai mosso un muscolo.»

«Meave...»

«Sai cosa ho pensato,» continua, la voce che sale, incrinata adesso da qualcosa che non è più solo rabbia, «mentre quella cosa mi stava sopra e tu restavi fermo a guardare? Ho pensato a Caleb.» Il nome le esce a fatica, come se le costasse fisicamente pronunciarlo. «Ho pensato che finalmente capivo esattamente cosa deve aver provato lui, mentre io scappavo e lo lasciavo urlare dietro quella porta.» Le trema il respiro. «Non pensavo che saresti stato tu a farmelo provare sulla mia pelle. Tu, tra tutti.»

Non provo a difendermi. Non alzo le mani per bloccare l'ondata che sento arrivare. Il colpo di quelle parole brucia più di quanto possa fare qualsiasi spinta fisica.
«Volevi vedermi morire?» chiede, la voce che si spezza a metà della domanda.

«No, ma che cazzo dici?» rispondo. È la prima cosa vera che le dico da quando siamo usciti dal negozio. «Non so cosa mi sia successo, Meave. Giuro su Dio che non lo so. Mi sono bloccato.»
«Non mi basta.» risponde Meave, fa un passo indietro, il respiro irregolare, il viso segnato dalla rabbia e da qualcos'altro che assomiglia pericolosamente al dolore. Mi punta un dito sporco di sangue contro il petto.
«Fai tanto la predica su chi è un peso morto e chi no,» continua, la voce che si è fatta più bassa, quasi esausta adesso. «Ma tu hai dei problemi, Trevis! E la cosa che mi fa più paura non è che tu possa farmi del male apposta.» Fa una pausa, gli occhi lucidi. «Mi aggredisci, mi urli addosso e mi insulti. Non sono io la causa dei tuoi problemi, capito? Quindi non provare mai più a scaricare tutto su di me, stronzo figlio di puttana!»

Sento di nuovo la rabbia salirmi alle tempie.
«E tu sei un'ingrata del cazzo, Meave. Mi sono fatto il culo per rimediare al mio errore.» Faccio un passo impulsivo in avanti.
«Tre uomini, Meave,» urlo, la voce che sale d'intensità fino a diventare un ruggito trattenuto a stento. «Ho ammazzato tre persone a sangue freddo in quella clinica veterinaria per prenderti gli antibiotici! Per evitare che quella gamba ti andasse in cancrena e ti uccidesse!»
Le punto l'indice a un millimetro dal petto, la mano che trema per l'adrenalina.
«Ti ho portata con me, ti ho medicata, ti ho dato da mangiare mentre tu deliravi di febbre e io non dormivo da tre giorni. Ti ho trattata come una priorità quando per me eri soltanto un peso. E in cambio io cosa ho ottenuto da te?» Una risata amara, secca, mi scappa dalla gola, priva di qualsiasi traccia di divertimento. «Niente. Soltanto la tua puzza sotto il naso e il tuo veleno. Dal primo secondo in cui ti ho incontrata non hai fatto altro che provocarmi, giudicarmi, sputare sulle mie scelte e trattarmi come se fossi uno scemo. Quella ragazzina che tanto temi ti ha appena salvato il culo e, invece di ringraziare lei, sei venuta subito ad attaccarmi!»

Si volta e si incammina verso il SUV, trascinando la gamba ma tenendo la schiena dritta come una lastra di ferro.

Lo sparo di Clementine è un cazzo di megafono per ogni errante nel raggio di due miglia.
Fisso Meave per un istante, ma scuoto la testa. Non posso andarmene a mani vuote. Non senza sapere dove diavolo stiamo andando.
Mi volto di scatto e corro di nuovo dentro il minimarket. La polvere sollevata dal nostro litigio è ancora sospesa nell'aria immobile. Mi butto dietro il bancone dell'ufficio del gestore, spostando scartoffie, sventrando cassetti, rovesciando espositori di plastica. L'adrenalina mi rende i movimenti frenetici, quasi violenti. Non trovo nulla e i nervi si impossessano di me. Con una mano scaravento a terra quasi tutto quello che c'è sulla scrivania. Mi porto entrambe le mani al viso ripetendo che devo calmarmi. Mi guardo ancora intorno e sotto una pila di vecchie bolle di consegna vedo un angolo di cartoncino lucido. Lo strappo via: un atlante stradale della Carolina del Nord, di quelli dettagliati, contea per contea. Lo piego a metà, me lo infilo a forza nella tasca del giaccone e corro fuori.

Clementine è in piedi accanto al bagagliaio aperto. Ha il tubo in una mano e la tanica nell'altra.
«Meno di metà,» dice, la voce incrinata ma svelta. «Non sono riuscita a tirarne su di più.»
«Basta così. Buttala dietro e sali, muoviti!»
Poggia la tanica nel bagagliaio, chiude il portellone e si infila sul sedile posteriore. Meave è già al posto del passeggero, il viso contratto in una maschera di dolore. Salto al posto di guida, ingrano la marcia e affondo il piede sull'acceleratore. Il SUV slitta sull'asfalto sporco del piazzale, poi schizza sulla statale, allontanandosi dal minimarket un attimo prima che le ombre nei boschi circostanti comincino a riversarsi sulla strada.
Guidiamo per mezz'ora circa, deviando su strade secondarie sempre più strette e dissestate, allontanandoci dal tracciato di Asheville. L'abitacolo è immerso in un silenzio tombale, denso di cose non dette e di adrenalina che evapora lasciando solo stanchezza.

Trovo quello che cerco quando il cielo inizia a tingersi di un viola livido, preludio alla sera. Uno spiazzo erboso alla fine di una strada sterrata che muore contro il costone di una collina. Un appezzamento agricolo abbandonato in fretta e furia. Un paio di carcasse di utilitarie arrugginite e, poco più in là, due trattori di nuova generazione: giganti di metallo verde e nero con cabine computerizzate, lasciati lì a marcire, inutili feticci di un mondo che ha smesso di esistere.
Nascondo il SUV dietro una fitta barriera di pini, in modo che dalla strada non si veda il riflesso della carrozzeria. Spengo il motore. Il silenzio dei boschi ci avvolge, rotto solo dal ticchettio del cofano che si raffredda.
«Qui non ci passerà nessuno,» dico, staccando le mani dal volante con lentezza. Mi bruciano i muscoli. «Accampiamoci.»

Allestiamo un fuoco minuscolo, incassato tra due pietre per nascondere la fiamma, alimentato solo con rami secchi che non fanno fumo. L'aria è gelida, tagliente, e ci stringiamo istintivamente attorno a quel misero calore. Tiro fuori la carne essiccata che ci ha dato Earl. È dura come la suola di uno scarpone e sa di fumo stantio, ma la mastichiamo in silenzio, concentrati sul puro bisogno di riempirci lo stomaco.
Meave è seduta su una cassetta di plastica rovesciata, la gamba ferita allungata verso il fuoco. Ha un'espressione tesa, lo sguardo fisso sulle braci. Ogni tanto mi lancia un'occhiata fugace, ancora carica della rabbia fredda del piazzale, ma non mi parla.

Il silenzio si allunga finché non è lei a romperlo, non verso di me. Verso Clementine, seduta a gambe incrociate dall'altra parte del fuoco.

«Mi hai salvato la vita, oggi.»

Lo dice senza girarsi subito, gli occhi fissi sulle braci, come se ammetterlo ad alta voce le costasse più di quanto vorrebbe mostrare.
Clementine alza lo sguardo di scatto.

Meave si volta finalmente a guardarla.
«Da quando Trevis ti ha portata a Balsam, ti ho trattata come un problema. Come un peso, un rischio in più da tenere d'occhio.» Fa una pausa, il fuoco che le illumina il profilo teso. «Mi sbagliavo. Oggi la più debole di questo gruppo ero io, distesa nel fango con quella cosa sopra, incapace di spostarla di un centimetro. Sei stata tu a tenermi in vita. Non il contrario. Mi dispiace per come mi sono comportata con te. Sinceramente.»
Clem la fissa un momento, come se stesse verificando che dietro quelle parole non ci fosse una trappola. Poi scrolla le spalle, un gesto minimo. «Non devi scusarti. Ci dobbiamo aiutare a vicenda se vogliamo sopravvivere... e voi non mi sembrate cattive persone.»

Il pragmatismo spietato, quasi matematico, di quella risposta strappa a Meave una mezza risata asciutta, priva di ironia, più sollievo che altro. «Comunque sia. Ti devo un favore enorme. E non è una cosa che dico spesso a nessuno.»
«Non so chi ti abbia insegnato tutto questo, ma chiunque sia stato, ha fatto un buon lavoro.» Meave finisce di masticare il suo pezzo di carne, poi si porta una mano alla coscia, stringendo i denti. Il movimento le contrae il viso in una smorfia di dolore puro, che lei cerca di mascherare schiarendosi la voce e guardando altrove.
Fisso la sua gamba, poi il suo viso pallido, illuminato a intermittenza dalla luce del fuoco. Tutte le parole che ci siamo vomitati addosso al minimarket sono ancora lì, pesanti come piombo tra noi, ma non posso starmene a guardarla soffrire senza fare nulla.

Il fuoco si è ridotto a un mucchio di braci pulsanti nel buio, appena sufficienti a scaldare i palmi delle mani. Dopo aver mangiato, Meave si è alzata senza dire una parola. Si è allontanata dal nostro piccolo perimetro di calore e si è seduta su una catasta di vecchi cassoni agricoli arrugginiti, a una decina di metri di distanza. Una sagoma scura contro un cielo che minaccia di caderci addosso da un momento all'altro.
Clementine si stringe nella giacca, fissando le fiamme morenti. «Trevis?» mi chiama, a bassa voce. «Hai ancora qualcosa contro il dolore? Qualcosa che mi faccia dormire una notte intera senza sentire il braccio che pulsa.»

«Certo.» Frugo nella tasca laterale dello zaino e tiro fuori le pillole che ci ha dato Jessica, ne prendo due e gliele porgo insieme alla borraccia. Mentre le manda giù, mi avvicino e le sfilo con delicatezza la benda logora dal braccio. La ferita sta guarendo, i punti tengono, non c'è odore di infezione. Pulisco i bordi con un po' d'acqua e le avvolgo una garza pulita attorno al bicipite. «Fatto. Cerca di riposare adesso.»
Clementine annuisce. Mi fissa un secondo, poi fa un piccolo, impercettibile cenno col capo in direzione di Meave. Vai da lei. Non aggiunge altro, si rannicchia sul sedile posteriore del SUV e chiude lo sportello, lasciandomi solo con il freddo della notte.

Rimango in piedi per qualche secondo, passandomi una mano sul viso stanco. Poi comincio a camminare verso i cassoni. Gli anfibi scricchiolano sull'erba ghiacciata. Meave non si gira quando mi avvicino. Tiene le braccia incrociate al petto, il viso rivolto verso l'alto, a fissare le poche stelle visibili tra i banchi di nuvole nere.

«Se mi sono allontanata è perché voglio stare da sola, Trevis,» dice. La voce è piatta, un muro di cemento tirato su per tenermi a distanza.
Mi fermo a un passo da lei. «Lo so,» rispondo. «Ma dobbiamo parlare.»
«Non abbiamo niente da dirci che non ci siamo già urlati oggi.»
«Forse no.» Faccio un passo avanti. Prima che possa rispondermi con un altro muro, le prendo il polso.
Non stringo forte. Solo abbastanza da non lasciarle la scelta di restare seduta lassù, distante, con quel cassone a fare da trono e da barriera insieme. Tiro piano, e lei scende, quasi controvoglia, gli stivali che toccano l'erba gelata a un palmo dai miei.
«Scusami per oggi,» dico, la voce ruvida ma sincera, spogliata di orgoglio. «Davvero. Non so cosa mi sia successo al piazzale. So solo che quando ti ho vista a terra, con quella cosa addosso, sono tornato al giorno in cui Tessa è stata morsa. La testa mi si è svuotata. Mi sono bloccato, e avresti potuto rimetterci la vita per colpa mia.»
Meave abbassa lo sguardo dalle stelle. Il profilo è teso, duro. Alza una mano con un gesto stizzito, passandosi il dorso del pollice sotto l'occhio con rapidità, per asciugare una lacrima che le è sfuggita prima che io potessi notarla. «Tanto volevi lasciarmi crepare in quella segheria, no?» sputa fuori, la voce che trema appena. «È questo che mi hai detto prima che ci attaccassero.»
«Non lo pensavo veramente e lo sai,» ribatto, senza indietreggiare. «Ero fuori di me. Ma tu non mi lasci scampo, Meave. Mi provochi in continuazione. Mentre io mi spacco la schiena per tenere in vita tutti e tre, tu non fai che—»
«Giudicarti?» Il fiato le esce in una specie di risata amara, senza allegria. «È di questo che ti preoccupi adesso?» Scuote la testa, gli occhi che le brillano di rabbia e di qualcosa di più profondo. «Ti ascolto, Trevis. Ogni volta che dici il suo nome nel sonno. Ogni volta che ti blocchi, che scappi in un silenzio di ghiaccio per ore, io sto zitta. Aspetto. Non ti riempio di domande, non ti chiedo di spiegarmi niente, perché ho imparato che è quello che ti serve.» La voce le si incrina, ma non si ferma. «E quando sono io quella che ha bisogno di essere ascoltata, che succede? Mi sbatti contro uno scaffale. Mi urli in faccia che avresti dovuto lasciarmi marcire in quel magazzino il primo giorno.»
«Meave—»
«Non voglio che tu risolva niente,» continua, la voce che sale, disperata adesso più che arrabbiata. «Non voglio che tu mi dica che andrà tutto bene, perché sappiamo entrambi che sarebbe una bugia. Voglio solo che per una volta, una sola fottuta volta, qualcuno ascolti anche me. Senza che io debba quasi morire per guadagnarmelo.» Mi colpisce con entrambi i pugni sul petto. La lascio fare.

Il silenzio cala tra noi, denso, rotto solo dal vento tra i cassoni arrugginiti.
«Lo so,» sussurro. «Hai ragione. Su tutto.»
Si volta a guardarmi, e quello che vedo mi toglie il fiato. Non c'è più sfida nei suoi occhi verdi. Non c'è arroganza. C'è solo disperazione.
«Lo so che faccio schifo, a volte,» continua, la voce che si incrina irrimediabilmente. «Lo faccio perché è l'unica cosa che so fare per farmi notare. Ti guardo prendere decisioni, sparare, uccidere per noi, mentre io... io mi sento solo una fottuta zavorra che aspetta il prossimo errore per far crollare tutto.»
«Non sei una—»
«Oggi, mentre quell'errante mi schiacciava e non riuscivo a spostarlo...» Le parole le escono a scatti, sempre più veloci. «Ho sentito esattamente quello che deve aver provato Caleb.» Il nome le esce come un conato. «Il terrore di chi sa che sta per essere sbranato vivo, mentre la persona che dovrebbe proteggerlo se ne sta ferma a guardare.»
Si copre il viso con le mani, le spalle che tremano per i singhiozzi trattenuti.
Non aspetto che si ricomponga da sola. Copro io stesso l'ultimo passo che ci separa e la tiro contro il mio petto, un braccio stretto intorno alla schiena. Meave non si oppone. Anzi, cede quasi subito, come se aspettasse solo il permesso di farlo. Affonda il viso sul mio collo, le mani che si aggrappano al tessuto del giaccone come se stesse annegando. Scoppia a piangere, un pianto disperato, liberatorio, i sensi di colpa che le escono tutti insieme.

Chiudo gli occhi, posando il mento sui suoi capelli, e comincio ad accarezzarli lentamente. Sotto le dita sento la ruvidezza della polvere mescolata alla morbidezza delle ciocche sporche. È un dettaglio stupido, ma che mi riporta alla mente le notti in cui Tessa piangeva contro il mio petto nei primi anni del crollo. Non è lei quella che sto stringendo adesso. Ma il bisogno disperato di aggrapparsi a un altro corpo vivo è lo stesso, e in qualche modo assurdo, lenisce il dolore di entrambi.
Restiamo così per quelli che sembrano minuti interminabili. Io che respiro nel buio, lei che svuota i sensi di colpa contro la mia spalla. Lentamente, i singhiozzi si affievoliscono. Il respiro si regolarizza in piccoli sospiri rotti.
Meave allenta la presa sul mio giaccone e solleva la testa, staccandosi appena dalla mia spalla. Il viso è a pochi centimetri dal mio, bagnato di lacrime, gli occhi arrossati ma limpidi. Mi guarda nell'oscurità. I nostri respiri si incrociano, nuvole bianche nel freddo pungente.
Non dico nulla. Non mi muovo. È lei a colmare l'ultimo, sottilissimo spazio che ci separa.
Mi posa una mano sul collo, le dita fredde contro la pelle, e preme le labbra sulle mie. Non c'è niente di dolce in questo bacio. È salato dalle sue lacrime, il bacio di due persone che hanno sfiorato la morte troppe volte nella stessa giornata e hanno bisogno di sentirsi vive. Le mie mani le stringono i fianchi, tirandola ancora più vicina. Lei schiude le labbra, approfondendo il bacio con una fame che mi sorprende e mi infiamma il sangue. Si stacca per riprendere fiato e torna immediatamente a baciarmi.

Poi, qualcosa di freddo e leggero mi si posa sulla guancia, sciogliendosi all'istante. Un altro tocco sul naso. Un altro ancora sulle ciglia di Meave.
Ci separiamo a fatica, i respiri sono frenetici. Apriamo gli occhi. Piccoli puntini bianchi vorticano silenziosi nel buio intorno a noi.
I primi fiocchi di neve della stagione hanno iniziato a cadere.

Meave alza il viso verso il cielo per un istante, un fiocco che le si posa su un ciglio senza sciogliersi subito. Quando torna a guardarmi, quello che le resta negli occhi non è più la disperazione di un minuto fa. È qualcosa di più stanco, più onesto — come se il pianto avesse ripulito anche la vista, non solo il petto.
«Non so come si fa a smettere di avere paura, Trevis,» dice, la voce ridotta a un soffio bianco nell'aria gelida. «Paura di fallire ancora. Di essere quella che si blocca proprio mentre qualcuno muore per colpa mia.»

Resto in silenzio un momento, guardando i fiocchi posarsi tra i suoi capelli senza sciogliersi più, il freddo che torna lentamente a reclamare lo spazio tra i nostri corpi.
«Devi ancora capire una cosa fondamentale per smettere di avere paura, Meave.»
«Che cosa?»
«Smetterai di aver paura quando capirai che siamo noi i morti che camminano.»

Non aggiungo altro. Lascio che la frase resti lì, sospesa nell'aria insieme alla neve, mentre dietro di noi il fuoco si è già spento e la brace si è raffreddata.

CONTINUA...
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2026-08-06
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