Camila 4
di
passodalfiume
genere
incesti
Camila, quella mattina, aveva un compito da eseguire. Era seduta da più di un'ora sotto il sole accecante dell'Avana a un tavolino del Gran Hotel Mirador Caribe; l'ombrellone sopra la sua testa schermava i raggi diretti, ma non attenuava l'aria immobile e rovente. Cercava sollievo muovendo un piccolo ventaglio bianco a ritmo costante. Il flusso d'aria, però, smuoveva solo calore: il cotone leggero del prendisole le si incollava alla pelle umida di sudore. L'abito, corto e candido, era chiuso sul davanti da una fila di bottoni metallici, lasciati aperti sul seno quel tanto che bastava a svelare le forme senza esagerare, e sulle gambe fino a metà coscia, per esaltarne la linea slanciata.
Dietro le ampie lenti scure della montatura bianca, i suoi occhi mapparono la piazza. Yuniel e Reinier, i suoi fratelli, erano seduti poco più in là su una panchina esterna all'albergo. La tenevano d'occhio, vigili, pronti a scattare al minimo accenno di pericolo o a un suo semplice cenno, se ci fosse stato bisogno di allontanare un cliente non gradito.
A sua madre, Margherita, costava un nodo allo stomaco chiederle quel sacrificio. Le vicine di casa glielo ripetevano sempre: con una figlia così bella, la famiglia avrebbe potuto vivere come i signori. Ma Margherita portava addosso i segni di un passato di abusi, venduta alla strada prima dal padre e poi da Yuri, suo marito. Conosceva quell'inferno e avrebbe voluto tenere Camila il più lontano possibile.
La morale, tuttavia, perdeva colpi non appena la dispensa restava vuota. Non c'era costrizione: tutto era stato concordato tra madre e figlia. Avevano escluso la notte: troppo pericolosa, troppa concorrenza. Il giorno, invece, garantiva a Camila il potere di scegliere e selezionare i clienti. Di notte l'Avana si popolava di turisti ed emigrati cubani tornati a trovare le famiglie, spesso alterati da alcol e droghe, imprevedibili. E poi le altre ragazze di strada diventavano aggressive, i protettori spietati, e la svendita dei corpi legata al ribasso dei prezzi non avrebbe comunque garantito il denaro necessario per mantenere la casa.
La notte era un azzardo a perdere. Il giorno, al contrario, offriva signori attempati ed educati, disposti a pagare cifre generose anche solo per la compagnia e il fascino di una ragazza come lei. I fratelli avevano persino stretto un accordo con il concierge dell'hotel: un venti per cento di commissione sulla tariffa di Camila in cambio della sua complicità. Un affare conveniente per tutti, dato che la bellezza di Camila, seduta a quei tavolini, attirava i clienti come falene verso una lampadina.
«Ancora niente?» chiese il cameriere. Posò davanti a lei un bicchiere alto, appannato dalla condensa e colmo di ghiaccio con un analcolico colorato. Era ben conscio del motivo per cui lei si trovasse lì.
«No, niente di interessante» rispose Camila. Gli sorrise per nascondere l'imbarazzo. Sapeva che quell'uomo conosceva ogni dettaglio della sua vita, ma si sforzava di non darlo a vedere, mantenendo alta la maschera della ragazza sofisticata.
Il cameriere si guardò intorno, poi si chinò leggermente. «Victor dice che la bevanda la devi pagare. La tratterrà dal tuo prossimo compenso», le sussurrò, prima di girare i tacchi e allontanarsi tra i tavoli.
Camila fissò le gocce d'acqua che scivolavano sul vetro freddo. Dodici dollari americani per un analcolico. Un brivido di colpa la colse in pieno sole. Dodici dollari erano il riso, le uova, la sopravvivenza di sua madre e dei suoi sei fratelli per i prossimi due giorni. Li stava letteralmente bevendo.
Certo, se non avesse trovato un cliente quella mattina, Victor le avrebbe semplicemente segnato la cifra sul conto. Ma in quel paese ogni centesimo contava. Quel debito continuava a crescere e lei sapeva bene che Victor, prima o poi, avrebbe riscosso il pagamento. In un modo o nell'altro.
Era già successo alcuni mesi prima. I turisti "buoni" scarseggiavano e per tre giorni Camila non aveva fatto altro che sedersi a quel tavolino e consumare analcolici. Alla fine, il suo debito con Victor era diventato insostenibile e, quando lui le aveva presentato il conto, era rimasta una sola via per saldarlo.
Dietro la divisa impeccabile e i modi cortesi, l'uomo nascondeva una natura viscida. Aveva un'ossessione per i piedi di Camila e così, nell'ombra del retro della reception, la ragazza era stata costretta ad assecondare le sue fantasie.
Era stato imbarazzante, umiliante. In altre circostanze, data la sua natura disinibita, Camila non avrebbe avuto problemi a giocare con quel tipo di desideri. Ma l'obbligo spegneva ogni traccia di entusiasmo. Sentirsi incastrata, senza via di scampo, trasformava il sesso in un baratto freddo e sgradevole, svuotandolo di qualsiasi piacere.
Camila si guardò i piedi, stretti nei sandali con la zeppa che li slanciavano, sperando con tutta se stessa di non doverli barattare un'altra volta per il prezzo di una bevanda.
«È una bellissima giornata, miss.»
La voce la riscosse dai suoi pensieri. «Come, scusi?» domandò, voltandosi a osservare l'uomo piuttosto anziano che sembrava apparso dal nulla al tavolino accanto al suo.
L’estraneo indossava un completo di lino color panama, una camicia bianca immacolata e occhiali da sole Aviator. Si riparava la testa con un elegante fedora e al polso esibiva un cronografo d'acciaio. Era senza dubbio uno straniero e, a giudicare dall'aspetto, molto benestante.
«Dicevo che è una bellissima giornata», ripeté lui con un sorriso cortese.
«Sì, lo è di certo», rispose Camila, ricambiando il sorriso. Forse la ruota della fortuna stava girando dalla sua parte.
«È ospite dell'albergo?» chiese l'uomo.
«No, solo una cliente abituale.»
«Capisco», disse lui, per poi tenderle la mano. «Paul.»
«Melissa», rispose lei. Quando si dedicava a quel lavoro, preferiva sempre usare un nome d'arte. Era il suo modo per proteggere la vera Camila, lasciandola fuori da quella trattativa.
«Melissa...», ripeté Paul, quasi stesse assaggiando un frutto dolcissimo. «Mi dica, cara: si usa ancora, da queste parti, offrire da bere a una bella signorina?»
«Sì, si usa ancora. Ma, come vede, sono appena stata servita», sorrise Camila, indicando il bicchiere alto senza però osare toccarlo. Ne avrebbe centellinato ogni singola goccia, sapendo quanto le sarebbe costato.
«Che disdetta. Quindi, come posso garantirmi la sua compagnia?»
A quella domanda, Camila si chiese se l'uomo non avesse già intuito il vero motivo della sua presenza.
«Beh... potremmo parlare, per conoscerci meglio», rispose. Avrebbe potuto andare dritta al punto e far partire la trattativa economica, ma scelse di non farlo. Voleva mostrare la versione migliore di sé a quello straniero. Inoltre, temporeggiando, avrebbe avuto l'occasione di studiarlo, per capire se fosse davvero la persona giusta con cui intrattenersi.
«È un'ottima idea», disse Paul. Si alzò dal suo tavolo prendendo il proprio bicchiere di rum e andò a sedersi accanto a lei.
Paul si tolse gli occhiali da sole, rivelando due occhi di un azzurro intensissimo, incorniciati dalle rughe profonde dell'età. Il suo sguardo, carico di mistero e di esperienza, fece provare a Camila un piacevole brivido, accendendo in lei una curiosità inaspettata.
«È di qui, Melissa?» chiese Paul.
«Sì, sono una figlia di Cuba.»
“il suo inglese è ottimo”
“Grazie” sorrise lei
«Una bellissima figlia di Cuba» aggiunse lui in modo galante. Quel tono piacque molto alla ragazza. Non che non fosse abituata alle lusinghe e ai complimenti, ma quando erano sinceri , e la voce di Paul suonava dannatamente sincera, li gradiva molto di più.
«E lei, Paul? Da dove viene?»
«Da New York, anche se viaggio parecchio. Ma ho i natali nella vecchia Scozia, a Dundee. Sono cresciuto sulle rive del fiume Tay.»
Camila non aveva la minima idea di dove fossero la Scozia o il fiume Tay. La sua cultura era limitata a ciò che vedeva intorno a sé, alle riviste patinate che recuperava in giro o a quello che aveva imparato dai film in DVD. Erano dischi che suo zio le spediva dall'estero e che lei guardava su un vecchio laptop: commedie romantiche, film d'azione con i gangster, horror pieni di sangue e, quando era diventata abbastanza grande, gli immancabili porno. L'uomo glieli inviava per una forma di perversione personale, un tentativo viscido di corromperla; Camila, però, non si faceva turbare e puntualmente li girava ai fratelli. Preferiva di gran lunga il sesso dal vivo, anche se doveva ammettere che alcune di quelle pellicole erano state, in un certo senso, educative.
Per il resto, la sua istruzione era limitatissima, proprio come quella di molte altre ragazze del barrio. Era andata a scuola per pochissimo tempo: sua madre l'hai ritirata in quarta elementare, quando a L'Avana alcune bambine avevano cominciato a sparire nel nulla. Margherita, terrorizzata all'idea di perderla, l'aveva tenuta in casa insegnandole a leggere, a scrivere e a fare i conto. Il minimo indispensabile per sopravvivere. Nient'altro.
Il resto, Camila lo aveva imparato dalla strada e dal bisogno quotidiano di sopravvivere.
«Allora, Melissa, mi racconti un po' di lei», la incalzò Paul, appoggiando un braccio sul tavolo.
«Cosa vuole sapere?» chiese lei, inclinando leggermente la testa.
«Sogni, ambizioni, progetti.»
Camila si sentì improvvisamente a disagio. Non che avesse molte ambizioni o progetti concreti, ma di sogni ne aveva tanti, forse troppi.
«Vorrei che la mia famiglia stesse bene... che fosse felice», disse. Si morse il labbro nell'istante esatto in cui l'ultima sillaba le lasciò la bocca. Stupida, rovinerai tutto, pensò tra sé, presa da una fitta di panico. Sapeva bene come funzionavano le cose con i turisti: erano lì per divertirsi. Non volevano sentire i patemi d'animo, la miseria o i drammi familiari delle ragazze che si concedevano a loro. Cercavano un'illusione di leggerezza, non il peso della realtà.
«Avete difficoltà economiche?» chiese Paul. Un istante dopo, scuotendo leggermente la testa, aggiunse: «Mi scusi, forse sono stato indiscreto».
«Chi non ne ha a Cuba?» rispose lei, allargando le mani con un sorriso ironico.
L'uomo la osservò a lungo, in silenzio. Camila colse quel momento di esitazione per ricordargli esattamente cosa avesse da offrire. Accavallò le gambe con studiata lentezza, lasciando che il movimento del prendisole svelasse per un attimo il pizzo leggero delle mutandine. Poi si sporse in avanti per raggiungere il bicchiere sul tavolo, offrendogli una visuale generosa sulla scollatura. Infine, accostata la cannuccia alle labbra, iniziò a sorseggiare la bevanda con deliberata sensualità, tenendo gli occhi fissi nei suoi.
«È per questo che si trova qui?»
La domanda diretta di Paul fece cadere l'ultimo velo che Camila cercava di tenere alzato. Non c'era più bisogno di fingere. Gli sorrise di rimando, con uno sguardo complice, consapevole che quella risposta sarebbe stata più che sufficiente.
Paul, intanto, osservava le gocce di sudore che le imperlavano la clavicola e il bicchiere di analcolico stretto tra le sue dita lunghe e affusolate. Quella era forse una delle donne più belle che avesse mai incontrato nella sua lunga vita, e l'idea di averla era un'occasione che non poteva assolutamente lasciarsi sfuggire.
«Melissa, qui fuori si soffoca», disse, asciugandosi la fronte con un fazzoletto di lino. «La mia stanza ha l'aria condizionata regolata al minimo e una splendida vista sull'oceano. Mi farebbe molto piacere continuare questa piacevole conversazione lassù, al fresco. Naturalmente...» aggiunse, abbassando la voce con un sorriso accattivante mentre le posava una mano sul ginocchio, «sarei felice di passare più tempo con lei e di ricompensare il tempo che deciderà di dedicarmi. Diciamo cento dollari per iniziare?»
«Che ne dice di centocinquanta?» rilanciò lei. «Le assicuro che sarebbero soldi ben spesi», aggiunse, prendendo con discrezione la mano dell'uomo per guidarla nell'incavo tra le sue cosce.
«Duecentocinquanta dollari. È un prezzo che pagherò volentieri», sorrise Paul.
A New York o in Europa, Paul era abituato a pagare molto di più per le donne; garantirsi la compagnia di una ragazza con la classe di Camila sarebbe costato almeno il doppio. Per lui era un affare d'oro, tanto che iniziò quasi a pensare di stare approfittando della sua situazione.
Camila, dal canto suo, non aveva termini di paragone. A sentire quella cifra il cuore le fece un balzo in petto: cento dollari in più di quanti ne avesse chiesti. Abbastanza da far respirare la sua famiglia per settimane, cancellando d'un colpo l'incubo di Victor.
Gli sorrise, si alzò e seguì l'uomo verso la sua camera.
“la prego si accomodi” fece gli onori di casa Paul precedendo la sua ospite.
Non appena la porta della suite si chiuse alle loro spalle, l'aria condizionata investì Camila con un getto gelato. Fu un sollievo immediato per la sua pelle accaldata.
Camila era gia stata in altre stanze di quell’albergo ma mai in una del genere.
La suite presidenziale, era enorme, sospesa in un lusso coloniale che sembrava appartenere a un'altra epoca. Camila valutò che ci avrebbe potuto vivere comodamente con tutta la sua famiglia, ma tutto quel lusso la faceva sentire aliena.
Il pavimento era una distesa di grandi marmette di marmo lucido, gelido sotto i piedi nudi se solo avesse osato togliere i sandali. Al centro della stanza troneggiava un immenso letto king size, su cui avrebbe potuto dormire con tutti i fratelli era in legno di mogano scuro, le cui venature profonde brillavano sotto la luce che filtrava dalle grandi porte-finestre. Le persiane di legno erano accostate, tagliando la stanza con lame di luce e d'ombra che danzavano sui mobili massicci e sulle tende di lino grezzo.
Nell'aria c'era un odore particolare, tipico degli hotel esclusivi dell'Avana: una nota di cera per pavimenti mischiata all'aroma pungente di tabacco pregiato e al salmastro che saliva dal mare. Oltre il vetro del balcone, l'oceano si stendeva immenso e di un azzurro accecante, incorniciato in lontananza dai tetti scrostati e decadenti del barrio. Era la stanza dei desideri, un'isola di ricchezza isolata dal resto del mondo, accessibile solo a chi possedeva i dollari come Paul.
«Ora, mia cara... spero mi conceda un pò di tempo», disse Paul, sedendosi sulla poltrona di velluto di fronte al letto, tenendo tra le mani un blister di pillole azzurre.
“Certo sono qui per lei Paul” sorrise lei. “le dispiace se bevo?” chiese, la bibita gasata che aveva consumato aveva aumentato la sua arsura.
“Certo prenda pure quello che vuole dal mini bar” disse l’uomo
Camila scelse una bottiglia di Evian, 8 dollari, c’era scritto sul listino appeso allo sportello, si sentii in colpa. Mandò giù un sorso d'acqua ghiacciata. Sentire quel freddo scendere nello stomaco, mentre l'aria condizionata le asciugava il sudore sul collo, le diede quasi un senso di vertigine.
“la prego mia cara, venga a sedersi accanto a me” la invitò lui.
«Mi racconti della sua Cuba, Melissa», ruppe il ghiaccio lui, incrociando le gambe. «Non quella dei depliant turistici. La Cuba di una ragazza che ha i suoi sogni»
Camila esitò, accarezzando l'orlo del prendisole bianco. La tentazione di recitare la parte della ragazza spensierata era forte, ma lo sguardo azzurro di Paul la spingeva a confessarsi.
«La mia Cuba è un posto dove si impara a fare i conti prima di saper leggere», rispose, con una nota di fiera malinconia.
«È il rumore del mare che non puoi permetterti di navigare. Ma è anche la musica che senti uscire dalle finestre sgangherate del mio barrio, la sera, quando manca la corrente e la gente si siede sui gradini solo per respirare l'aria della notte. Si vive alla giornata, Paul. Se oggi c'è il riso, siamo felici. Al domani ci penseremo domani.»
Paul rimase in silenzio a lungo, lo sguardo fisso su di lei.
«La capisco più di quanto crede», disse poi, a bassa voce. «Crescere sul fiume Tay, in Scozia, non è stato molto diverso negli anni del dopoguerra. Mio padre lavorava nei cantieri navali, le mani spaccate dal freddo e dal ferro. C'erano giorni in cui la nebbia ti entrava nelle ossa e in casa non c'era carbone per scalderci. So cos'è il sapore della fame. Ti lascia un vuoto dentro che nessuna ricchezza, dopo, riesce mai a colmare del tutto.»
A quelle parole, Camila sentì una morsa al petto. Quell'uomo ricchissimo, con il completo di lino perfetto e l'orologio d'acciaio che scintillava sotto la luce della stanza, condivideva con lei lo stesso fantasma. La distanza tra una ragazza del barrio dell'Avana e un vecchio signore di New York si azzerò in un istante. Non era più solo una trattativa da duecentocinquanta dollari. Erano due anime che si riconoscevano nella stessa cicatrice.
«Posso chiederle, Paul... come...?» Si interruppe Camila, sapendo che certe domande avrebbero potuto rovinare l'atmosfera che si stava creando.
«ho raggiunto la mia posizione?» anticipò l'uomo. Camila annuì, pentendosi subito per quella maledetta curiosità.
«In modi di cui non sempre vado fiero», rispose lui con un sorriso amaro.
Paul si alzò dalla poltrona con movimenti calmi. L'orologio sul comodino segnava che erano passati quaranta minuti da quando avevano lasciato il bar sulla strada e lui aveva assunto il suo farmaco.
«Mi scusi, forse sono stata indelicata.»
«Il passato appartiene al passato, mia cara», le rispose lui, voltandosi a osservare il panorama oltre il vetro. Poi, forse per una forma di innata decenza, le chiese senza guardarla: «Posso chiederle di spogliarsi?».
Camila non esitò. Portò le mani al petto e iniziò a sganciare, uno a uno, i bottoni metallici del prendisole bianco. Il clic ritmico del metallo risuonò nitido nel silenzio della suite. Si alzò, aprì l'abito e lo lasciò scivolare via dalle spalle, abbandonandolo ai suoi piedi sul pavimento di marmo.
Rimase immobile al centro della stanza, esposta allo sguardo azzurro dell'uomo che si era appena voltato. Non provava vergogna, né cercava l'ostentazione: in quel momento, stare nuda davanti a un estraneo le sembrava la cosa più naturale del mondo. Addosso le restavano solo i sandali con la zeppa, che le forzavano l'inarcatura della schiena allungandole le gambe e sollevando la curva dei glutei, e quel bizzarro slip color cipria che si fondeva quasi completamente con la sfumatura dorata della sua pelle. Il getto gelato dell'aria condizionata le colpì il corpo, facendo imperlare i seni nudi di piccoli brividi improvvisi.
«Meravigliosa», sussurrò Paul con autentica ammirazione.
Camila non aveva scelto di indossare il solito perizoma, sfacciato ,visto l’ambiente e il tipo di cliente che cercava, si era orientata su qualcosa di più elegante.
Il fronte dello slip, in tulle liscio e semitrasparente, accennava appena alle sue forme con una discrezione studiata. Ma quando Camila fece per avvicinarsi al letto, la luce della vetrata tagliò la stanza, rivelando a Paul la trama fitta e preziosa del pizzo floreale sul retro. Quel tessuto leggero non stringeva la carne, ma ne incorniciava i fianchi con un'eleganza seducente.
«Lei è bellissima, Melissa.»
Camila sorrise, abbassando lo sguardo in una sorta di studiata timidezza. Mentre l'uomo la contemplava, lei si domandò cosa avrebbe pensato Paul se avesse saputo che ogni cosa — dal vestito ai sandali, dagli accessori fino a quella raffinata biancheria intima — era stata rubata dai suoi fratelli dalle valigie di turisti sprovveduti. La sua famiglia non avrebbe mai avuto il potere economico di spendere il denaro necessario a procurarle quella... maschera.
L'uomo rimase a fissarla, respirando lentamente, con gli occhi pieni di uno stupore sincero e quasi reverenziale davanti a quella bellezza intatta. Camila lo guardava e, in silenzio, sognava il giorno in cui avrebbe potuto vestirsi così per davvero, con abiti suoi, senza dover dipendere dagli espedienti e dai furti dei fratelli.
«Non viene a farmi compagnia?» chiese infine, porgendogli la mano con il palmo rivolto verso il basso.
«E i tatuaggi?» chiese Paul, notando i segni di inchiostro scuro che decoravano la pelle altrimenti perfetta della ragazza.
«Non li approva?» domandò lei, accennando un lieve broncio per stare al gioco.
«Non sembrano parte di lei», rispose l'uomo con sincerità.
«Sono stati... un capriccio», tagliò corto lei. E in un certo senso lo erano stati sul serio. Erano la testimonianza della costante e asfissiante presenza di Tio Alejandro nella sua vita. Marchi con cui quell'uomo l'aveva segnata, il prezzo invisibile di un compromesso a cui la povertà l'aveva costretta. Perché in quel suo mondo capovolto, il fratello di sua madre, nonostante le avance e le continue pretese morbose, era anche l'unico che la riempiva di regali. Rappresentava l'unica, concreta possibilità di ottenere un visto, lasciare l'isola e cercare una nuova vita negli Stati Uniti.
«Lei sembra essere un mistero, Melissa», disse l'uomo, accorciando finalmente la distanza che li separava. «Credo che in lei ci sia molto più da scoprire di quanto si possa immaginare.»
Camila sostenne il suo sguardo azzurro, fiera nella sua nudità. «Allora venga... lasci che le mostri il mio mistero», gli disse lei, con una voce che era un sussurro caldo, mentre le sue dita stringevano finalmente la mano dell'uomo, invitandolo a fare un passo avanti.
Quando Paul le fu vicino, le sfiorò il viso con il dorso della mano in un gesto colmo di tenerezza, paterno, per poi fermare le dita sulle sue labbra, quasi a voler trattenere il respiro di lei.
«Divina», sussurrò, con il fiato corto e gli occhi accesi da una meraviglia sincera.
Camila rimase quasi disarmata dalla gentilezza con cui lui la trattava. Non c'era mai stato spazio per la galanteria nella sua vita. Di solito gli uomini con cui era stata prendevano ciò che lei aveva da offrire nel modo più rapido e crudo possibile, per poi andarsene senza voltarsi; Paul, invece, sembrava muoversi in un mondo a parte. Quel rispetto inaspettato le insinuava sottopelle un calore strano, che la fece arrossire.
«Venga, Paul... lasci che l'aiuti a mettersi più comodo», gli disse lei, avvicinandosi per armeggiare con la fibbia dei suoi pantaloni.
Paul la lasciò fare, con un'indulgenza silenziosa. Capiva che Camila aveva bisogno di quel gesto, anche solo per darsi la sicurezza di mantenere il controllo della situazione. Nel frattempo, l'uomo si liberò della giacca di lino facendola scivolare sulla poltrona e iniziò a slacciare i bottoni della camicia bianca, rivelando la pelle segnata dagli anni ma ancora fiera.
Camila aprì gli ultimi bottoni della camicia di lino e la fece scivolare via dalle spalle di Paul. Nell'istante in cui il tessuto cadde, la ragazza trattenne il fiato. Il mezzo busto dell'uomo non era la tela pulita che si aspettava.
Il fisico dell’uomo era forte, allenato, definito era chiaro che Paul, nonostante l’età si teneva ancora in forma.
Sulla pelle anziana, segnata dal tempo, spiccavano vecchi tatuaggi dall'inchiostro ormai sbiadito, virato in un bluastro opaco e dai contorni sfocati. Sul petto, parzialmente nascosta dai peli grigi, c'era una ragnatela stilizzata che si estendeva verso la spalla, il tipico marchio di chi aveva passato anni dietro le sbarre. Poco più in basso, inciso vicino al cuore con un inchiostro verde scuro, spiccava un fiore stilizzato dalle spine pronunciate. Sotto il disegno, una scritta in caratteri gotici ruvidi recitava il vecchio motto della sua terra: Nemo me impune lacessit.
Camila ne ignorava la traduzione letterale, ma ne intuiva il senso profondo: il simbolo di un uomo che non aveva mai permesso a nessuno di pestargli i piedi e che aveva sempre risposto alla violenza con la violenza. Ma a colpirla furono soprattutto le cicatrici. Vicino alla clavicola destra la pelle si stringeva in un cerchio lucido e biancastro, la firma inconfondibile di un vecchio foro di proiettile. Poco più in basso, una linea frastagliata e profonda tagliava il costato, come il ricordo impresso da una lama affilata.
Camila conosceva bene quel genere di ferite. Le aveva viste decine di volte sulla pelle dei suoi fratelli, degli amici del barrio, dei vicini di casa. Sull'isola quei solchi erano il marchio di fabbrica di una vita fatta di sofferenza, rabbia e fatica quotidiana per sopravvivere. Trovarle addosso a quel ricco straniero la destabilizzò, ma le tolse anche ogni timore.
Sollevò gli occhi, incrociando lo sguardo azzurro di Paul. Capì in quel momento cosa intendesse l'uomo quando aveva detto di aver fatto i soldi «in modi di cui non sempre vado fiero».
Per far sì che lui capisse che non aveva domande e che non era affatto intimorita, Camila fece un passo in avanti. Accorciò l'ultimo briciolo di distanza e prese a baciare quelle cicatrici e quei segni di inchiostro sbiadito. Lo fece con rispetto, quasi con devozione, appoggiando appena le labbra calde su quel tessuto di pelle lucida e guarita. A ogni bacio, la corazza che entrambi avevano indossato fino a quel momento sembrava sgretolarsi, lasciando spazio a un'intimità silenziosa e potente.
Dopo avergli sfiorato il petto, lo sguardo di Camila scivolò lungo le braccia di Paul, fino a posarsi sulle sue mani. Le prese tra le proprie dita affusolate, sollevandole con delicatezza. Erano le mani di un uomo che aveva usato i pugni come unica legge.
Le nocche erano larghe, appiattite e deformate da decine di vecchie fratture d’ossatura, quasi fuse insieme in un'unica callosità rigida. La pelle che le ricopriva era lucida, priva delle normali venature, segnata da una costellazione di micro-cicatrici biancastre che testimoniavano quante volte si fosse spaccata per colpire. Le dita, nodose e leggermente storte a causa degli anni e dell'artrite, raccontavano una storia di violenza.
Voltò i palmi di Paul verso l'alto e vi posò le labbra, baciando la pelle ruvida del centro e poi, una a una, quelle nocche indurite che avevano seminato dolore e protetto la vita del vecchio gangster. Con quel gesto, gli stava dicendo che accettava ogni singola parte del suo passato.
Paul sembrava gradire l’approccio di Camila.
“la prego paul, si stenda sul letto” le chiese lei dopo averlo librato dai pantaloni.
Paul si lasciò guidare, abbandonandosi sui cuscini della suite con un sospiro profondo. Per un uomo abituato a imporre la propria volontà sul mondo, quel momento di totale sottomissione era un lusso inesprimibile. Camila salì sul letto con la grazia fluida di un felino, inginocchiandosi a cavalcioni su di lui. Lo slip color cipria scivolò via, lasciandola completamente nuda sotto la luce azzurrina che arrivava dall'oceano.
Camila si chinò su di lui con movimenti lenti, baciandogli prima il petto, poi gli addominali, tonici fino a scendere sul suo pube, li dove un erezione piena l’attendeva, pronta a regalargli un'intimità profonda e silenziosa.
Paul chiuse gli occhi, abbandonando la testa sui cuscini, mentre le sue dita nodose si impigliavano delicatamente tra i capelli della ragazza. Sotto le labbra e il respiro caldo di Camila il suo membro veniva accolto.
“Sei un dono del cielo ragazza” le disse, Camila capì che il suo amante era ormai pronto, si alzò sopra di lui allargando le gambe e lentamente si accovaccio sul suo sesso eretto.
Iniziò a muoversi con lentezza, dettando il ritmo dell'incontro, mentre Paul teneva le mani grandi e nodose ancorate ai suoi fianchi dorati. L'uomo la guardava dal basso, gli occhi azzurri accesi.
“Sciogliti i capelli” le disse Paul e lei esaudì il suo desiderio, una cornice bionda le cadde sulle spalle le coprii in parte il viso facendola apparire selvaggia e naturale.
Camila con gli occhi incollati a quelli dell’uomo ,cominciò a gemere, muovendosi flessuosa sopra di lui, mentre il suo corpo ospitava, accogliente e caldo, il sesso dell’uomo.
Ma la natura di Paul non era fatta per restare passiva a lungo. Quando il ritmo si fece più serrato e il calore tra le lenzuola divenne intollerabile, le sue dita si serrarono con forza attorno alla vita sottile di lei. Con un movimento calmo, calibrato ma irresistibile, facendola sentire priva di peso. Paul invertì le posizioni, portandola sotto di sé sul cotone che cominciava a impregnarsi del loro sudore.
L’uomo conosceva bene le donne, sapeva come stimolare certe zone.
La sovrastò, ma non fu un gesto di fretta o di sottomissione brutale. Si posizionò tra le sue gambe aperte, cercando di mantenere i corpi vicini, ma prima di spingersi oltre, le sue dita calde e nodose afferrarono con delicatezza la caviglia.
Con un movimento lento e misurato, sollevò le lunghe gambe di Camila, flettendo le ginocchia e portando la coscia a ridosso del proprio petto, fino ad appoggiare l'inarcatura morbida del piede contro la propria spalla. Quella postura allungò la linea slanciata del corpo della ragazza, sollevandole leggermente il bacino e aprendola completamente alla penetrazione.
Camila inarcò la schiena, stringendo le dita contro il tessuto del materasso mentre sentiva il peso e il calore dell'uomo riprendere e accorciare ogni distanza, unendosi in lei in un ritmo che toglieva il respiro.
Tornato padrone del gioco, l'uomo si immerse totalmente nella grazia offerta da Camila, cercando i suoi occhi mentre l'amplesso trovava il suo culmine in un incrocio di respiri affannati e sguardi che non avevano più bisogno di alcuna maschera.
“non fermarti!” fu una supplica quella espressa dalla ragazza.
Camila, coinvolta come raramente le capitava durante il sesso, si abbandonò a quel flusso e lasciò che lui la baciasse. Le loro bocche si fusero insieme, mentre le lingue si cercavano e si legavano fino a diventare una cosa sola, mentre le mani di Paul cercavano sul suo corpo dettagli da ricordare.
Camila, sentì Paul farsi pesante sopra di se, affondare dentro di lei, raggiungere recessi profondi della sua carne e della sua anima, guidato da un'energia fiera, che non poteva venire da dal farmaco che l’uomo aveva assunto, no, era il fuoco che l’uomo , nonostante l’età, ancora portava ,vigoroso dentro di se e che la divorava.
Il climax li colse insieme, in un gemito generato all’unisono, come un brivido acuto che bloccò l'aria nei polmoni di entrambi. Camila tese ogni muscolo, le dita dei piedi contratte ancora dentro i sandali, le labbra premute contro quelle dell'uomo in un bacio disperato e bellissimo, fino a quasi togliere il fiato ad entrambi.
Fu un istante infinito in cui il tempo si fermò, prima che i loro corpi si rilassassero sul cotone intriso di sudore delle lenzuola, restituendoli alla realtà della suite, finalmente salvi e svuotati.
«Duecentocinquanta dollari?» chiese Yuniel, il fratello più grande, sgranando gli occhi davanti alla mazzetta di banconote che la sorella gli aveva allungato appena li aveva raggiunti in strada.
“ricordati la parte di Victor” le rammentò lei.
«Ma che cosa ti ha fatto fare, lo straniero, per una cifra del genere?» gli fece eco Reinier, incredulo.
Camila si limitò a sorridere, restando in silenzio. Con la mente era ancora lassù, nella suite con Paul, e in quel fresco pulito avrebbe voluto rimanere per sempre.
«La mamma sarà fiera di te, hermanita», aggiunse Yuniel, stringendole una spalla.
«Lo siamo tutti, Camila, amor mio.» aggiunse l’altro schioccandole n bacio sulla guancia.
A lei, in quel momento, non importava nulla del denaro. Contavano solo l'esperienza che aveva appena vissuto e le cose che si erano detti nella mezz'ora successiva, quando erano rimasti a letto, abbracciati l'uno all'altra, a parlare a bassa voce. Camila non aveva trovato soltanto un amante eccezionale: aveva scoperto un'anima affine. E il biglietto da visita nascosto dentro la borsetta ,il primo che aveva stretto tra le dita in tutta la sua vita.
“se credi puoi venire a trovarmi” le aveva detto Paul mentre glielo aveva consegnato prima di congedarsi. Camila già sognava di farlo, era la speranza concreta di potersi rincontrare, un giorno ma, soprattutto di lasciare quella vita alle spalle.
Dietro le ampie lenti scure della montatura bianca, i suoi occhi mapparono la piazza. Yuniel e Reinier, i suoi fratelli, erano seduti poco più in là su una panchina esterna all'albergo. La tenevano d'occhio, vigili, pronti a scattare al minimo accenno di pericolo o a un suo semplice cenno, se ci fosse stato bisogno di allontanare un cliente non gradito.
A sua madre, Margherita, costava un nodo allo stomaco chiederle quel sacrificio. Le vicine di casa glielo ripetevano sempre: con una figlia così bella, la famiglia avrebbe potuto vivere come i signori. Ma Margherita portava addosso i segni di un passato di abusi, venduta alla strada prima dal padre e poi da Yuri, suo marito. Conosceva quell'inferno e avrebbe voluto tenere Camila il più lontano possibile.
La morale, tuttavia, perdeva colpi non appena la dispensa restava vuota. Non c'era costrizione: tutto era stato concordato tra madre e figlia. Avevano escluso la notte: troppo pericolosa, troppa concorrenza. Il giorno, invece, garantiva a Camila il potere di scegliere e selezionare i clienti. Di notte l'Avana si popolava di turisti ed emigrati cubani tornati a trovare le famiglie, spesso alterati da alcol e droghe, imprevedibili. E poi le altre ragazze di strada diventavano aggressive, i protettori spietati, e la svendita dei corpi legata al ribasso dei prezzi non avrebbe comunque garantito il denaro necessario per mantenere la casa.
La notte era un azzardo a perdere. Il giorno, al contrario, offriva signori attempati ed educati, disposti a pagare cifre generose anche solo per la compagnia e il fascino di una ragazza come lei. I fratelli avevano persino stretto un accordo con il concierge dell'hotel: un venti per cento di commissione sulla tariffa di Camila in cambio della sua complicità. Un affare conveniente per tutti, dato che la bellezza di Camila, seduta a quei tavolini, attirava i clienti come falene verso una lampadina.
«Ancora niente?» chiese il cameriere. Posò davanti a lei un bicchiere alto, appannato dalla condensa e colmo di ghiaccio con un analcolico colorato. Era ben conscio del motivo per cui lei si trovasse lì.
«No, niente di interessante» rispose Camila. Gli sorrise per nascondere l'imbarazzo. Sapeva che quell'uomo conosceva ogni dettaglio della sua vita, ma si sforzava di non darlo a vedere, mantenendo alta la maschera della ragazza sofisticata.
Il cameriere si guardò intorno, poi si chinò leggermente. «Victor dice che la bevanda la devi pagare. La tratterrà dal tuo prossimo compenso», le sussurrò, prima di girare i tacchi e allontanarsi tra i tavoli.
Camila fissò le gocce d'acqua che scivolavano sul vetro freddo. Dodici dollari americani per un analcolico. Un brivido di colpa la colse in pieno sole. Dodici dollari erano il riso, le uova, la sopravvivenza di sua madre e dei suoi sei fratelli per i prossimi due giorni. Li stava letteralmente bevendo.
Certo, se non avesse trovato un cliente quella mattina, Victor le avrebbe semplicemente segnato la cifra sul conto. Ma in quel paese ogni centesimo contava. Quel debito continuava a crescere e lei sapeva bene che Victor, prima o poi, avrebbe riscosso il pagamento. In un modo o nell'altro.
Era già successo alcuni mesi prima. I turisti "buoni" scarseggiavano e per tre giorni Camila non aveva fatto altro che sedersi a quel tavolino e consumare analcolici. Alla fine, il suo debito con Victor era diventato insostenibile e, quando lui le aveva presentato il conto, era rimasta una sola via per saldarlo.
Dietro la divisa impeccabile e i modi cortesi, l'uomo nascondeva una natura viscida. Aveva un'ossessione per i piedi di Camila e così, nell'ombra del retro della reception, la ragazza era stata costretta ad assecondare le sue fantasie.
Era stato imbarazzante, umiliante. In altre circostanze, data la sua natura disinibita, Camila non avrebbe avuto problemi a giocare con quel tipo di desideri. Ma l'obbligo spegneva ogni traccia di entusiasmo. Sentirsi incastrata, senza via di scampo, trasformava il sesso in un baratto freddo e sgradevole, svuotandolo di qualsiasi piacere.
Camila si guardò i piedi, stretti nei sandali con la zeppa che li slanciavano, sperando con tutta se stessa di non doverli barattare un'altra volta per il prezzo di una bevanda.
«È una bellissima giornata, miss.»
La voce la riscosse dai suoi pensieri. «Come, scusi?» domandò, voltandosi a osservare l'uomo piuttosto anziano che sembrava apparso dal nulla al tavolino accanto al suo.
L’estraneo indossava un completo di lino color panama, una camicia bianca immacolata e occhiali da sole Aviator. Si riparava la testa con un elegante fedora e al polso esibiva un cronografo d'acciaio. Era senza dubbio uno straniero e, a giudicare dall'aspetto, molto benestante.
«Dicevo che è una bellissima giornata», ripeté lui con un sorriso cortese.
«Sì, lo è di certo», rispose Camila, ricambiando il sorriso. Forse la ruota della fortuna stava girando dalla sua parte.
«È ospite dell'albergo?» chiese l'uomo.
«No, solo una cliente abituale.»
«Capisco», disse lui, per poi tenderle la mano. «Paul.»
«Melissa», rispose lei. Quando si dedicava a quel lavoro, preferiva sempre usare un nome d'arte. Era il suo modo per proteggere la vera Camila, lasciandola fuori da quella trattativa.
«Melissa...», ripeté Paul, quasi stesse assaggiando un frutto dolcissimo. «Mi dica, cara: si usa ancora, da queste parti, offrire da bere a una bella signorina?»
«Sì, si usa ancora. Ma, come vede, sono appena stata servita», sorrise Camila, indicando il bicchiere alto senza però osare toccarlo. Ne avrebbe centellinato ogni singola goccia, sapendo quanto le sarebbe costato.
«Che disdetta. Quindi, come posso garantirmi la sua compagnia?»
A quella domanda, Camila si chiese se l'uomo non avesse già intuito il vero motivo della sua presenza.
«Beh... potremmo parlare, per conoscerci meglio», rispose. Avrebbe potuto andare dritta al punto e far partire la trattativa economica, ma scelse di non farlo. Voleva mostrare la versione migliore di sé a quello straniero. Inoltre, temporeggiando, avrebbe avuto l'occasione di studiarlo, per capire se fosse davvero la persona giusta con cui intrattenersi.
«È un'ottima idea», disse Paul. Si alzò dal suo tavolo prendendo il proprio bicchiere di rum e andò a sedersi accanto a lei.
Paul si tolse gli occhiali da sole, rivelando due occhi di un azzurro intensissimo, incorniciati dalle rughe profonde dell'età. Il suo sguardo, carico di mistero e di esperienza, fece provare a Camila un piacevole brivido, accendendo in lei una curiosità inaspettata.
«È di qui, Melissa?» chiese Paul.
«Sì, sono una figlia di Cuba.»
“il suo inglese è ottimo”
“Grazie” sorrise lei
«Una bellissima figlia di Cuba» aggiunse lui in modo galante. Quel tono piacque molto alla ragazza. Non che non fosse abituata alle lusinghe e ai complimenti, ma quando erano sinceri , e la voce di Paul suonava dannatamente sincera, li gradiva molto di più.
«E lei, Paul? Da dove viene?»
«Da New York, anche se viaggio parecchio. Ma ho i natali nella vecchia Scozia, a Dundee. Sono cresciuto sulle rive del fiume Tay.»
Camila non aveva la minima idea di dove fossero la Scozia o il fiume Tay. La sua cultura era limitata a ciò che vedeva intorno a sé, alle riviste patinate che recuperava in giro o a quello che aveva imparato dai film in DVD. Erano dischi che suo zio le spediva dall'estero e che lei guardava su un vecchio laptop: commedie romantiche, film d'azione con i gangster, horror pieni di sangue e, quando era diventata abbastanza grande, gli immancabili porno. L'uomo glieli inviava per una forma di perversione personale, un tentativo viscido di corromperla; Camila, però, non si faceva turbare e puntualmente li girava ai fratelli. Preferiva di gran lunga il sesso dal vivo, anche se doveva ammettere che alcune di quelle pellicole erano state, in un certo senso, educative.
Per il resto, la sua istruzione era limitatissima, proprio come quella di molte altre ragazze del barrio. Era andata a scuola per pochissimo tempo: sua madre l'hai ritirata in quarta elementare, quando a L'Avana alcune bambine avevano cominciato a sparire nel nulla. Margherita, terrorizzata all'idea di perderla, l'aveva tenuta in casa insegnandole a leggere, a scrivere e a fare i conto. Il minimo indispensabile per sopravvivere. Nient'altro.
Il resto, Camila lo aveva imparato dalla strada e dal bisogno quotidiano di sopravvivere.
«Allora, Melissa, mi racconti un po' di lei», la incalzò Paul, appoggiando un braccio sul tavolo.
«Cosa vuole sapere?» chiese lei, inclinando leggermente la testa.
«Sogni, ambizioni, progetti.»
Camila si sentì improvvisamente a disagio. Non che avesse molte ambizioni o progetti concreti, ma di sogni ne aveva tanti, forse troppi.
«Vorrei che la mia famiglia stesse bene... che fosse felice», disse. Si morse il labbro nell'istante esatto in cui l'ultima sillaba le lasciò la bocca. Stupida, rovinerai tutto, pensò tra sé, presa da una fitta di panico. Sapeva bene come funzionavano le cose con i turisti: erano lì per divertirsi. Non volevano sentire i patemi d'animo, la miseria o i drammi familiari delle ragazze che si concedevano a loro. Cercavano un'illusione di leggerezza, non il peso della realtà.
«Avete difficoltà economiche?» chiese Paul. Un istante dopo, scuotendo leggermente la testa, aggiunse: «Mi scusi, forse sono stato indiscreto».
«Chi non ne ha a Cuba?» rispose lei, allargando le mani con un sorriso ironico.
L'uomo la osservò a lungo, in silenzio. Camila colse quel momento di esitazione per ricordargli esattamente cosa avesse da offrire. Accavallò le gambe con studiata lentezza, lasciando che il movimento del prendisole svelasse per un attimo il pizzo leggero delle mutandine. Poi si sporse in avanti per raggiungere il bicchiere sul tavolo, offrendogli una visuale generosa sulla scollatura. Infine, accostata la cannuccia alle labbra, iniziò a sorseggiare la bevanda con deliberata sensualità, tenendo gli occhi fissi nei suoi.
«È per questo che si trova qui?»
La domanda diretta di Paul fece cadere l'ultimo velo che Camila cercava di tenere alzato. Non c'era più bisogno di fingere. Gli sorrise di rimando, con uno sguardo complice, consapevole che quella risposta sarebbe stata più che sufficiente.
Paul, intanto, osservava le gocce di sudore che le imperlavano la clavicola e il bicchiere di analcolico stretto tra le sue dita lunghe e affusolate. Quella era forse una delle donne più belle che avesse mai incontrato nella sua lunga vita, e l'idea di averla era un'occasione che non poteva assolutamente lasciarsi sfuggire.
«Melissa, qui fuori si soffoca», disse, asciugandosi la fronte con un fazzoletto di lino. «La mia stanza ha l'aria condizionata regolata al minimo e una splendida vista sull'oceano. Mi farebbe molto piacere continuare questa piacevole conversazione lassù, al fresco. Naturalmente...» aggiunse, abbassando la voce con un sorriso accattivante mentre le posava una mano sul ginocchio, «sarei felice di passare più tempo con lei e di ricompensare il tempo che deciderà di dedicarmi. Diciamo cento dollari per iniziare?»
«Che ne dice di centocinquanta?» rilanciò lei. «Le assicuro che sarebbero soldi ben spesi», aggiunse, prendendo con discrezione la mano dell'uomo per guidarla nell'incavo tra le sue cosce.
«Duecentocinquanta dollari. È un prezzo che pagherò volentieri», sorrise Paul.
A New York o in Europa, Paul era abituato a pagare molto di più per le donne; garantirsi la compagnia di una ragazza con la classe di Camila sarebbe costato almeno il doppio. Per lui era un affare d'oro, tanto che iniziò quasi a pensare di stare approfittando della sua situazione.
Camila, dal canto suo, non aveva termini di paragone. A sentire quella cifra il cuore le fece un balzo in petto: cento dollari in più di quanti ne avesse chiesti. Abbastanza da far respirare la sua famiglia per settimane, cancellando d'un colpo l'incubo di Victor.
Gli sorrise, si alzò e seguì l'uomo verso la sua camera.
“la prego si accomodi” fece gli onori di casa Paul precedendo la sua ospite.
Non appena la porta della suite si chiuse alle loro spalle, l'aria condizionata investì Camila con un getto gelato. Fu un sollievo immediato per la sua pelle accaldata.
Camila era gia stata in altre stanze di quell’albergo ma mai in una del genere.
La suite presidenziale, era enorme, sospesa in un lusso coloniale che sembrava appartenere a un'altra epoca. Camila valutò che ci avrebbe potuto vivere comodamente con tutta la sua famiglia, ma tutto quel lusso la faceva sentire aliena.
Il pavimento era una distesa di grandi marmette di marmo lucido, gelido sotto i piedi nudi se solo avesse osato togliere i sandali. Al centro della stanza troneggiava un immenso letto king size, su cui avrebbe potuto dormire con tutti i fratelli era in legno di mogano scuro, le cui venature profonde brillavano sotto la luce che filtrava dalle grandi porte-finestre. Le persiane di legno erano accostate, tagliando la stanza con lame di luce e d'ombra che danzavano sui mobili massicci e sulle tende di lino grezzo.
Nell'aria c'era un odore particolare, tipico degli hotel esclusivi dell'Avana: una nota di cera per pavimenti mischiata all'aroma pungente di tabacco pregiato e al salmastro che saliva dal mare. Oltre il vetro del balcone, l'oceano si stendeva immenso e di un azzurro accecante, incorniciato in lontananza dai tetti scrostati e decadenti del barrio. Era la stanza dei desideri, un'isola di ricchezza isolata dal resto del mondo, accessibile solo a chi possedeva i dollari come Paul.
«Ora, mia cara... spero mi conceda un pò di tempo», disse Paul, sedendosi sulla poltrona di velluto di fronte al letto, tenendo tra le mani un blister di pillole azzurre.
“Certo sono qui per lei Paul” sorrise lei. “le dispiace se bevo?” chiese, la bibita gasata che aveva consumato aveva aumentato la sua arsura.
“Certo prenda pure quello che vuole dal mini bar” disse l’uomo
Camila scelse una bottiglia di Evian, 8 dollari, c’era scritto sul listino appeso allo sportello, si sentii in colpa. Mandò giù un sorso d'acqua ghiacciata. Sentire quel freddo scendere nello stomaco, mentre l'aria condizionata le asciugava il sudore sul collo, le diede quasi un senso di vertigine.
“la prego mia cara, venga a sedersi accanto a me” la invitò lui.
«Mi racconti della sua Cuba, Melissa», ruppe il ghiaccio lui, incrociando le gambe. «Non quella dei depliant turistici. La Cuba di una ragazza che ha i suoi sogni»
Camila esitò, accarezzando l'orlo del prendisole bianco. La tentazione di recitare la parte della ragazza spensierata era forte, ma lo sguardo azzurro di Paul la spingeva a confessarsi.
«La mia Cuba è un posto dove si impara a fare i conti prima di saper leggere», rispose, con una nota di fiera malinconia.
«È il rumore del mare che non puoi permetterti di navigare. Ma è anche la musica che senti uscire dalle finestre sgangherate del mio barrio, la sera, quando manca la corrente e la gente si siede sui gradini solo per respirare l'aria della notte. Si vive alla giornata, Paul. Se oggi c'è il riso, siamo felici. Al domani ci penseremo domani.»
Paul rimase in silenzio a lungo, lo sguardo fisso su di lei.
«La capisco più di quanto crede», disse poi, a bassa voce. «Crescere sul fiume Tay, in Scozia, non è stato molto diverso negli anni del dopoguerra. Mio padre lavorava nei cantieri navali, le mani spaccate dal freddo e dal ferro. C'erano giorni in cui la nebbia ti entrava nelle ossa e in casa non c'era carbone per scalderci. So cos'è il sapore della fame. Ti lascia un vuoto dentro che nessuna ricchezza, dopo, riesce mai a colmare del tutto.»
A quelle parole, Camila sentì una morsa al petto. Quell'uomo ricchissimo, con il completo di lino perfetto e l'orologio d'acciaio che scintillava sotto la luce della stanza, condivideva con lei lo stesso fantasma. La distanza tra una ragazza del barrio dell'Avana e un vecchio signore di New York si azzerò in un istante. Non era più solo una trattativa da duecentocinquanta dollari. Erano due anime che si riconoscevano nella stessa cicatrice.
«Posso chiederle, Paul... come...?» Si interruppe Camila, sapendo che certe domande avrebbero potuto rovinare l'atmosfera che si stava creando.
«ho raggiunto la mia posizione?» anticipò l'uomo. Camila annuì, pentendosi subito per quella maledetta curiosità.
«In modi di cui non sempre vado fiero», rispose lui con un sorriso amaro.
Paul si alzò dalla poltrona con movimenti calmi. L'orologio sul comodino segnava che erano passati quaranta minuti da quando avevano lasciato il bar sulla strada e lui aveva assunto il suo farmaco.
«Mi scusi, forse sono stata indelicata.»
«Il passato appartiene al passato, mia cara», le rispose lui, voltandosi a osservare il panorama oltre il vetro. Poi, forse per una forma di innata decenza, le chiese senza guardarla: «Posso chiederle di spogliarsi?».
Camila non esitò. Portò le mani al petto e iniziò a sganciare, uno a uno, i bottoni metallici del prendisole bianco. Il clic ritmico del metallo risuonò nitido nel silenzio della suite. Si alzò, aprì l'abito e lo lasciò scivolare via dalle spalle, abbandonandolo ai suoi piedi sul pavimento di marmo.
Rimase immobile al centro della stanza, esposta allo sguardo azzurro dell'uomo che si era appena voltato. Non provava vergogna, né cercava l'ostentazione: in quel momento, stare nuda davanti a un estraneo le sembrava la cosa più naturale del mondo. Addosso le restavano solo i sandali con la zeppa, che le forzavano l'inarcatura della schiena allungandole le gambe e sollevando la curva dei glutei, e quel bizzarro slip color cipria che si fondeva quasi completamente con la sfumatura dorata della sua pelle. Il getto gelato dell'aria condizionata le colpì il corpo, facendo imperlare i seni nudi di piccoli brividi improvvisi.
«Meravigliosa», sussurrò Paul con autentica ammirazione.
Camila non aveva scelto di indossare il solito perizoma, sfacciato ,visto l’ambiente e il tipo di cliente che cercava, si era orientata su qualcosa di più elegante.
Il fronte dello slip, in tulle liscio e semitrasparente, accennava appena alle sue forme con una discrezione studiata. Ma quando Camila fece per avvicinarsi al letto, la luce della vetrata tagliò la stanza, rivelando a Paul la trama fitta e preziosa del pizzo floreale sul retro. Quel tessuto leggero non stringeva la carne, ma ne incorniciava i fianchi con un'eleganza seducente.
«Lei è bellissima, Melissa.»
Camila sorrise, abbassando lo sguardo in una sorta di studiata timidezza. Mentre l'uomo la contemplava, lei si domandò cosa avrebbe pensato Paul se avesse saputo che ogni cosa — dal vestito ai sandali, dagli accessori fino a quella raffinata biancheria intima — era stata rubata dai suoi fratelli dalle valigie di turisti sprovveduti. La sua famiglia non avrebbe mai avuto il potere economico di spendere il denaro necessario a procurarle quella... maschera.
L'uomo rimase a fissarla, respirando lentamente, con gli occhi pieni di uno stupore sincero e quasi reverenziale davanti a quella bellezza intatta. Camila lo guardava e, in silenzio, sognava il giorno in cui avrebbe potuto vestirsi così per davvero, con abiti suoi, senza dover dipendere dagli espedienti e dai furti dei fratelli.
«Non viene a farmi compagnia?» chiese infine, porgendogli la mano con il palmo rivolto verso il basso.
«E i tatuaggi?» chiese Paul, notando i segni di inchiostro scuro che decoravano la pelle altrimenti perfetta della ragazza.
«Non li approva?» domandò lei, accennando un lieve broncio per stare al gioco.
«Non sembrano parte di lei», rispose l'uomo con sincerità.
«Sono stati... un capriccio», tagliò corto lei. E in un certo senso lo erano stati sul serio. Erano la testimonianza della costante e asfissiante presenza di Tio Alejandro nella sua vita. Marchi con cui quell'uomo l'aveva segnata, il prezzo invisibile di un compromesso a cui la povertà l'aveva costretta. Perché in quel suo mondo capovolto, il fratello di sua madre, nonostante le avance e le continue pretese morbose, era anche l'unico che la riempiva di regali. Rappresentava l'unica, concreta possibilità di ottenere un visto, lasciare l'isola e cercare una nuova vita negli Stati Uniti.
«Lei sembra essere un mistero, Melissa», disse l'uomo, accorciando finalmente la distanza che li separava. «Credo che in lei ci sia molto più da scoprire di quanto si possa immaginare.»
Camila sostenne il suo sguardo azzurro, fiera nella sua nudità. «Allora venga... lasci che le mostri il mio mistero», gli disse lei, con una voce che era un sussurro caldo, mentre le sue dita stringevano finalmente la mano dell'uomo, invitandolo a fare un passo avanti.
Quando Paul le fu vicino, le sfiorò il viso con il dorso della mano in un gesto colmo di tenerezza, paterno, per poi fermare le dita sulle sue labbra, quasi a voler trattenere il respiro di lei.
«Divina», sussurrò, con il fiato corto e gli occhi accesi da una meraviglia sincera.
Camila rimase quasi disarmata dalla gentilezza con cui lui la trattava. Non c'era mai stato spazio per la galanteria nella sua vita. Di solito gli uomini con cui era stata prendevano ciò che lei aveva da offrire nel modo più rapido e crudo possibile, per poi andarsene senza voltarsi; Paul, invece, sembrava muoversi in un mondo a parte. Quel rispetto inaspettato le insinuava sottopelle un calore strano, che la fece arrossire.
«Venga, Paul... lasci che l'aiuti a mettersi più comodo», gli disse lei, avvicinandosi per armeggiare con la fibbia dei suoi pantaloni.
Paul la lasciò fare, con un'indulgenza silenziosa. Capiva che Camila aveva bisogno di quel gesto, anche solo per darsi la sicurezza di mantenere il controllo della situazione. Nel frattempo, l'uomo si liberò della giacca di lino facendola scivolare sulla poltrona e iniziò a slacciare i bottoni della camicia bianca, rivelando la pelle segnata dagli anni ma ancora fiera.
Camila aprì gli ultimi bottoni della camicia di lino e la fece scivolare via dalle spalle di Paul. Nell'istante in cui il tessuto cadde, la ragazza trattenne il fiato. Il mezzo busto dell'uomo non era la tela pulita che si aspettava.
Il fisico dell’uomo era forte, allenato, definito era chiaro che Paul, nonostante l’età si teneva ancora in forma.
Sulla pelle anziana, segnata dal tempo, spiccavano vecchi tatuaggi dall'inchiostro ormai sbiadito, virato in un bluastro opaco e dai contorni sfocati. Sul petto, parzialmente nascosta dai peli grigi, c'era una ragnatela stilizzata che si estendeva verso la spalla, il tipico marchio di chi aveva passato anni dietro le sbarre. Poco più in basso, inciso vicino al cuore con un inchiostro verde scuro, spiccava un fiore stilizzato dalle spine pronunciate. Sotto il disegno, una scritta in caratteri gotici ruvidi recitava il vecchio motto della sua terra: Nemo me impune lacessit.
Camila ne ignorava la traduzione letterale, ma ne intuiva il senso profondo: il simbolo di un uomo che non aveva mai permesso a nessuno di pestargli i piedi e che aveva sempre risposto alla violenza con la violenza. Ma a colpirla furono soprattutto le cicatrici. Vicino alla clavicola destra la pelle si stringeva in un cerchio lucido e biancastro, la firma inconfondibile di un vecchio foro di proiettile. Poco più in basso, una linea frastagliata e profonda tagliava il costato, come il ricordo impresso da una lama affilata.
Camila conosceva bene quel genere di ferite. Le aveva viste decine di volte sulla pelle dei suoi fratelli, degli amici del barrio, dei vicini di casa. Sull'isola quei solchi erano il marchio di fabbrica di una vita fatta di sofferenza, rabbia e fatica quotidiana per sopravvivere. Trovarle addosso a quel ricco straniero la destabilizzò, ma le tolse anche ogni timore.
Sollevò gli occhi, incrociando lo sguardo azzurro di Paul. Capì in quel momento cosa intendesse l'uomo quando aveva detto di aver fatto i soldi «in modi di cui non sempre vado fiero».
Per far sì che lui capisse che non aveva domande e che non era affatto intimorita, Camila fece un passo in avanti. Accorciò l'ultimo briciolo di distanza e prese a baciare quelle cicatrici e quei segni di inchiostro sbiadito. Lo fece con rispetto, quasi con devozione, appoggiando appena le labbra calde su quel tessuto di pelle lucida e guarita. A ogni bacio, la corazza che entrambi avevano indossato fino a quel momento sembrava sgretolarsi, lasciando spazio a un'intimità silenziosa e potente.
Dopo avergli sfiorato il petto, lo sguardo di Camila scivolò lungo le braccia di Paul, fino a posarsi sulle sue mani. Le prese tra le proprie dita affusolate, sollevandole con delicatezza. Erano le mani di un uomo che aveva usato i pugni come unica legge.
Le nocche erano larghe, appiattite e deformate da decine di vecchie fratture d’ossatura, quasi fuse insieme in un'unica callosità rigida. La pelle che le ricopriva era lucida, priva delle normali venature, segnata da una costellazione di micro-cicatrici biancastre che testimoniavano quante volte si fosse spaccata per colpire. Le dita, nodose e leggermente storte a causa degli anni e dell'artrite, raccontavano una storia di violenza.
Voltò i palmi di Paul verso l'alto e vi posò le labbra, baciando la pelle ruvida del centro e poi, una a una, quelle nocche indurite che avevano seminato dolore e protetto la vita del vecchio gangster. Con quel gesto, gli stava dicendo che accettava ogni singola parte del suo passato.
Paul sembrava gradire l’approccio di Camila.
“la prego paul, si stenda sul letto” le chiese lei dopo averlo librato dai pantaloni.
Paul si lasciò guidare, abbandonandosi sui cuscini della suite con un sospiro profondo. Per un uomo abituato a imporre la propria volontà sul mondo, quel momento di totale sottomissione era un lusso inesprimibile. Camila salì sul letto con la grazia fluida di un felino, inginocchiandosi a cavalcioni su di lui. Lo slip color cipria scivolò via, lasciandola completamente nuda sotto la luce azzurrina che arrivava dall'oceano.
Camila si chinò su di lui con movimenti lenti, baciandogli prima il petto, poi gli addominali, tonici fino a scendere sul suo pube, li dove un erezione piena l’attendeva, pronta a regalargli un'intimità profonda e silenziosa.
Paul chiuse gli occhi, abbandonando la testa sui cuscini, mentre le sue dita nodose si impigliavano delicatamente tra i capelli della ragazza. Sotto le labbra e il respiro caldo di Camila il suo membro veniva accolto.
“Sei un dono del cielo ragazza” le disse, Camila capì che il suo amante era ormai pronto, si alzò sopra di lui allargando le gambe e lentamente si accovaccio sul suo sesso eretto.
Iniziò a muoversi con lentezza, dettando il ritmo dell'incontro, mentre Paul teneva le mani grandi e nodose ancorate ai suoi fianchi dorati. L'uomo la guardava dal basso, gli occhi azzurri accesi.
“Sciogliti i capelli” le disse Paul e lei esaudì il suo desiderio, una cornice bionda le cadde sulle spalle le coprii in parte il viso facendola apparire selvaggia e naturale.
Camila con gli occhi incollati a quelli dell’uomo ,cominciò a gemere, muovendosi flessuosa sopra di lui, mentre il suo corpo ospitava, accogliente e caldo, il sesso dell’uomo.
Ma la natura di Paul non era fatta per restare passiva a lungo. Quando il ritmo si fece più serrato e il calore tra le lenzuola divenne intollerabile, le sue dita si serrarono con forza attorno alla vita sottile di lei. Con un movimento calmo, calibrato ma irresistibile, facendola sentire priva di peso. Paul invertì le posizioni, portandola sotto di sé sul cotone che cominciava a impregnarsi del loro sudore.
L’uomo conosceva bene le donne, sapeva come stimolare certe zone.
La sovrastò, ma non fu un gesto di fretta o di sottomissione brutale. Si posizionò tra le sue gambe aperte, cercando di mantenere i corpi vicini, ma prima di spingersi oltre, le sue dita calde e nodose afferrarono con delicatezza la caviglia.
Con un movimento lento e misurato, sollevò le lunghe gambe di Camila, flettendo le ginocchia e portando la coscia a ridosso del proprio petto, fino ad appoggiare l'inarcatura morbida del piede contro la propria spalla. Quella postura allungò la linea slanciata del corpo della ragazza, sollevandole leggermente il bacino e aprendola completamente alla penetrazione.
Camila inarcò la schiena, stringendo le dita contro il tessuto del materasso mentre sentiva il peso e il calore dell'uomo riprendere e accorciare ogni distanza, unendosi in lei in un ritmo che toglieva il respiro.
Tornato padrone del gioco, l'uomo si immerse totalmente nella grazia offerta da Camila, cercando i suoi occhi mentre l'amplesso trovava il suo culmine in un incrocio di respiri affannati e sguardi che non avevano più bisogno di alcuna maschera.
“non fermarti!” fu una supplica quella espressa dalla ragazza.
Camila, coinvolta come raramente le capitava durante il sesso, si abbandonò a quel flusso e lasciò che lui la baciasse. Le loro bocche si fusero insieme, mentre le lingue si cercavano e si legavano fino a diventare una cosa sola, mentre le mani di Paul cercavano sul suo corpo dettagli da ricordare.
Camila, sentì Paul farsi pesante sopra di se, affondare dentro di lei, raggiungere recessi profondi della sua carne e della sua anima, guidato da un'energia fiera, che non poteva venire da dal farmaco che l’uomo aveva assunto, no, era il fuoco che l’uomo , nonostante l’età, ancora portava ,vigoroso dentro di se e che la divorava.
Il climax li colse insieme, in un gemito generato all’unisono, come un brivido acuto che bloccò l'aria nei polmoni di entrambi. Camila tese ogni muscolo, le dita dei piedi contratte ancora dentro i sandali, le labbra premute contro quelle dell'uomo in un bacio disperato e bellissimo, fino a quasi togliere il fiato ad entrambi.
Fu un istante infinito in cui il tempo si fermò, prima che i loro corpi si rilassassero sul cotone intriso di sudore delle lenzuola, restituendoli alla realtà della suite, finalmente salvi e svuotati.
«Duecentocinquanta dollari?» chiese Yuniel, il fratello più grande, sgranando gli occhi davanti alla mazzetta di banconote che la sorella gli aveva allungato appena li aveva raggiunti in strada.
“ricordati la parte di Victor” le rammentò lei.
«Ma che cosa ti ha fatto fare, lo straniero, per una cifra del genere?» gli fece eco Reinier, incredulo.
Camila si limitò a sorridere, restando in silenzio. Con la mente era ancora lassù, nella suite con Paul, e in quel fresco pulito avrebbe voluto rimanere per sempre.
«La mamma sarà fiera di te, hermanita», aggiunse Yuniel, stringendole una spalla.
«Lo siamo tutti, Camila, amor mio.» aggiunse l’altro schioccandole n bacio sulla guancia.
A lei, in quel momento, non importava nulla del denaro. Contavano solo l'esperienza che aveva appena vissuto e le cose che si erano detti nella mezz'ora successiva, quando erano rimasti a letto, abbracciati l'uno all'altra, a parlare a bassa voce. Camila non aveva trovato soltanto un amante eccezionale: aveva scoperto un'anima affine. E il biglietto da visita nascosto dentro la borsetta ,il primo che aveva stretto tra le dita in tutta la sua vita.
“se credi puoi venire a trovarmi” le aveva detto Paul mentre glielo aveva consegnato prima di congedarsi. Camila già sognava di farlo, era la speranza concreta di potersi rincontrare, un giorno ma, soprattutto di lasciare quella vita alle spalle.
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