Camila ,el Goyo.
di
passodalfiume
genere
dominazione
Non capitava spesso che Camila uscisse con le amiche. Non che le ragazze del barrio si potessero veramente definire tali: la fame scatena una competizione terribile e spesso porta a gelosie e tradimenti. Ma le ragazze con cui aveva preso l'impegno di uscire erano, forse, le "meno peggio" del suo isolato.
Yailén e Lisandra erano gemelle, mentre Mailén era loro cugina. Le prime due erano bellissime ragazze di colore dal fisico asciutto, esuberanti ed egocentriche, con un passato nell’atletica sfumato appena maggiorenni; questo perché i genitori, anziché sostenerle, avevano preferito avviarle al lavoro come ballerine in un locale del centro. La terza, invece, era una ragazza sinuosa, un po' goffa, dai lineamenti latini e dalle curve piene. Dietro la pesante montatura dove nascondeva gli occhi nocciola, era facile – almeno per chi aveva abbastanza senso di osservazione come Camila – vedere lo sguardo di una persona intelligente.
Mailén era l'unica chama ad essere arrivata fino in fondo. Era stata l’orgoglio di suo padre Carmelo, stringendo tra le mani il diploma del dodicesimo grado. Aveva sudato su libri consumati per prendersi quel titolo di Bachiller, una cosa più unica che rara nel barrio, dove la maggior parte dei ragazzi mollava la scuola non appena finite le medie , se non prima, per andare a inventarsi la vita in strada. Proprio per questo, le cugine la sfottevano chiamandola «la profesora», e qualcuno nel quartiere l’aveva persino derisa:
«Beh, con quel pezzo di carta puoi sempre usarlo come tovaglia per appoggiarci un piatto!», dimostrando di non capire nulla dell’importanza dell’istruzione. Ma lei non si era mai abbattuta, ne, quel pezzo di carta non sembrava averle tolto di dosso il candore, non si sentiva superiore, ne dava sfoggio delle sue nozioni, restava modesta e silenziosa.
A Camila piaceva molto, anche se non era mai riuscita a stabilire una connessione con lei. Mailén era troppo riservata, forse persino intimorita dall’esuberanza e dal fascino dirompente della stessa Camila.
A differenza delle cugine, Mailén era di una riservatezza tale da infastidire le altre due, che spesso le davano della stupida quando lei, a qualunque domanda, rispondeva semplicemente con un filo di voce: «Bah, qué sé yo... non lo so».
Camila, dal canto suo, provava una certa empatia per lei. Sapeva che tra le strade de L'Avana una chama così timida aveva poche speranze di farcela, eppure il suo candore le faceva immaginare che potesse esistere un altro modo di vivere in mezzo alla povertà.
Mentre le gemelle vivevano di attenzioni e sguardi per strada, Mailén sembrava preferire la riservatezza. A volte Camila la immaginava come la fidanzata perfetta per suo fratello Julio. Se non fosse stato per il fatto – che il ragazzo aveva confessato solo a lei, il suo interesse ricadeva sui ragazzi dell’isola e non sul gentil sesso, li avrebbe fatti incontrare.
«Ti piacciono i maschi, asere? Sei gay?», gli aveva chiesto a bruciapelo un giorno Camila, quando ormai la cosa era evidente. Soprattutto dopo averlo sorpreso nell'oscurità di un vicolo vicino a casa, nascosto a baciarsi con il figlio del vicino.
«Shhhh… cállate, ti prego, sorella, non dirlo alla vecchia!», l’aveva supplicata lui con gli occhi spalancati dal terrore.
Margherita era una donna paziente e tollerante su una pila di cose. Anche se l’avesse saputo, o meglio, se ne avesse avuto la conferma, visto che di certo non era una donna stupida, non si sarebbe opposta al figlio. Il vero problema, però, erano gli altri fratelli , la cui mascolinità spesso sfiorava la tossicità e, soprattutto, Yuri. Suo padre non l’avrebbe mai accettato ,anzi da uomo violento quale era, non per modo di dire, avrebbe preferito vederlo morire, piuttosto cha accogliere la diversità del figlio. Così Camila, per difendere la vita di suo fratello, aveva deciso di cucirsi la bocca.
“vivi e si felice” si era limitata a dirgli abbracciandolo forte ,per rassicurarlo in quell’occasione.
Quando le luci calde, soffuse del centro dell'Avana accompagnate dalle note della musica alta degli impianti seminati ovunque, presero il posto dei vicoli bui del barrio, il gruppo rallentò il passo, quasi a voler coordinare l'ingresso in scena. Era il momento di farsi notare.
Yailén e Lisandra camminavano affiancate tenendosi a braccetto, quasi danzando, muovendosi con la sincronia perfetta che solo due gemelle ballerine potevano avere. Indossavano due tubini senza spalline in lycra speculari, che offrivano molto a chi le guardava, uno fucsia acceso e uno giallo neon, che fasciavano i loro corpi asciutti arrampicati sui zatteroni bianchi. Ad ogni passo, i grandi orecchini , di perle “false” ai lobi lanciavano lampi di luce sotto i lampioni, attirando i primi sguardi della serata. Le gemelle si nutrivano di quell'attenzione, e il loro pasto, tra tutti gli uomini che incontravano, era servito.
Un moto di rabbia saliva in entrambe quando ,il pubblico notava Camila e si distraeva.
La competizione tra loro non si spegneva mai, era un fuoco silenzioso, una gara costante.
Camila, però, era di un altro livello, nemmeno loro potevano negarlo.
Avanzava fiera, consapevole del dirompente contrasto che creava: quel vestito nero a rete, preso in spiaggia dalla borsa incustodita di una turista poco avveduta, era totalmente trasparente sopra il bikini scuro a triangolo composto da un micro-tanga e un regiseno con laccetti che ,poco lasciava alla fantasia, era audace, sfrontato per le strade del centro. La trama del tessuto esaltava la sua pelle chiarissima, costellata, sul naso e sulle clavicole la costellazione di lentiggini dorate sembrava quasi brillare sotto i sguardi famelici.
«Mierda», borbottò Lisandra vedendo un gruppetto di ragazzi staccarsi dal muretto, dove fino a un attimo prima erano rimasti seduti, per correre dietro alla bionda e corteggiarla, rallentando fino a fermarsi, spaventata solo in parte per come la situazione avrebbe potuto evolvere, più che altro la infastidiva ,essere messa in secondo piano.
«¡Mami, estás riquísima! Chica, sei rovente!», le sibilò contro il primo, stringendosi spavaldamente il pacco.
«Mi amor, vieni a bere con noi?», aggiunse un altro, portandosi le mani al petto come in una supplica a una santa.
Yailén le scoccò un’occhiata obliqua, stringendo leggermente le labbra; un piccolo segno di stizza che a Camila non sfuggì, aprendole in volto un sorriso sottile.
«¡Ay, ay, amigos! Fate i bravi», si limitò a rispondere Camila, dribblandoli e affrettandosi per non perdere il passo.
Un po più indietro, quasi a voler fare da contraltare a quel trio accecante ma senza sfigurare, camminava Mailén. La profesora non aveva l'esuberanza aggressiva delle cugine, ma a modo suo si era preparata per la serata, coltivando in segreto il desiderio di catturare lo sguardo giusto, quello di uno spasimante capace di guardare oltre. Uno simile a quegli uomini di cui leggeva nei romanzi rosa, che il padre riusciva a recuperarle al mercato nero a caro prezzo e di cui lei, un giorno, sperava di innamorarsi. La gonna di jeans rigida a vita alta fasciava ed esaltava le sue curve latine e piene, muovendosi in un dondolio sinuoso che non aveva nulla da invidiare al passo da passerella delle altre. Sopra, un top con le spalline sottili, color pastello e dal tessuto leggero, accarezzava le sue forme morbide senza nasconderle. Cercava di stare al passo con il gruppo, sperando di non perderlo nella ressa, mentre si sistemava la pesante montatura degli occhiali che le scivolava sul naso per l'umidità.
Fu proprio lei la prima ad accorgersi che Camila era finita vittima delle attenzioni di quel gruppetto di ragazzi, che non avevano alcuna intenzione di sentirsi dire di no.
I tizi, quattro in tutto due dei quali sembravano turisti, forse americani, forse europei, avevano circondato la ragazza. Uno quello dall’aspetto piu straniero e in evidente stato intossicato chi sa da quale sostanza, in maniera prepotente, le afferrò i polsi sollevandoli, mentre gli altri le si erano avvicinati fin troppo, rompendo ogni distanza di sicurezza.
«¡Chicos, ya, dejen il chucho! lasciatemi andare.» disse Camila. Non era intimorita; si era trovata molte volte in quella situazione, soprattutto in centro dove in pochi la conoscevano. Sapeva che mantenere la calma e mostrarsi determinata era il modo migliore per uscirne.
«¡Ay, chica! Fammi sentire questa carne», le sussurrò il ragazzo davanti a lei, stretta a sé e, sollevato l’orlo del vestito, palpeggiandola con prepotenza tra le cosce li dove il sesso era appena celato sotto gli slip del bikini.
Mentre le cugine, come molti dei presenti in quella strada affollata, si tenevano in disparte, Mailén, vestita di un coraggio che rasentava l’imprudenza, si preparò a intervenire a favore di quella ragazza. Camila la metteva in soggezione con la sua sola presenza, ma allo stesso tempo non aveva mai avuto una singola parola sgradevole nei suoi confronti; anzi, spesso era stata gentile.
Mailén fece un passo avanti, brandendo la borsetta come un'arma, pronta a colpire. Ma prima che potesse aprire bocca, l'aria della sera fu squarciata dal suono sinistro e acuto di una sirena.
Il gruppetto di ragazzi si irrigidì all'istante. Dal fondo della strada, facendosi largo tra la gente, sbucò un enorme pickup americano nero con un lampeggiante sul tettuccio. Non era una normale pattuglia della polizia: quel mezzo scuro, imponente e minaccioso era il simbolo stesso del potere, del sopruso e della violenza istituzionale. Tutti nel quartiere conoscevano quel pickup, soprattutto per l'aquila che aveva disegnata sul cofano; in molti tremavano al solo vederlo girare per i vicoli.
Al volante c'era un uomo che Camila conosceva troppo bene, fin da quando era una bambina. Non era un benefattore, tutt'altro. Dietro il distintivo nascondeva una natura spietata e corrotta: era lo stesso uomo che ogni mese taglieggiava sua madre Margherita, pretendendo denaro per non farli sfollare dall'appartamento che la famiglia aveva occupato anni prima. E da quando Camila era diventata una giovane e attraente donna, quell'uomo aveva iniziato a pretendere altro, approfittandosi di lei sotto la costante minaccia di sbattere in galera i suoi fratelli, che con la legge avevano sempre un conto aperto. Accanto a lui, sul sedile del passeggero, sedeva il suo fidato luogotenente che, tra l'altro, era anche suo nipote: una fotocopia più giovane della stessa arroganza.
Il pickup frenò bruscamente a pochi centimetri dal gruppo, con gli abbaglianti sparati su di loro. Dalla portiera del guidatore scese , facendo ondeggiare il mezzo e mettendo sotto stress le sospensioni ,un uomo enorme, visibilmente sovrappeso, la cui stazza riempiva lo spazio del veicolo. Si chiamava Goyo. Camila lo sapeva fin troppo bene: aveva inciso quel nome sul corpo, nella memoria e nell’anima.
L'uomo non indossava alcuna divisa. Portava una camicia scura, sbiadita dal sudore, che faceva fatica a contenerlo, sbottonata sul petto. Al collo esibiva pesanti catene d’oro a cui erano appesi un enorme crocefisso e un volto di Cristo. I pantaloni erano consumati, neri come la pece, e su ogni dito di entrambe le mani portava anelli d’oro massiccio; quegli anelli avevano rotto parecchi nasi e fatto saltare dozzine di denti in tutta L'Avana. Un delinquente con il distintivo. A qualificarlo come uomo di legge, o meglio, come padrone assoluto della strada ,erano solo la placca di metallo agganciata alla cinta e un grosso revolver americano argentato, con una canna da sei pollici, che riposava minaccioso nella fondina di cuoio fatta a mano, simbolo del suo status.
Goyo aveva la pelle di un color olivastro, piena di tatuaggi, segnata dal sole e dal vizio, ma il dettaglio che tutti nel barrio conoscevano, oltre all’immancabile cappello da cowboy arrivato dal Messico, era la sua andatura: avanzava zoppicando vistosamente sulla gamba sinistra. Quella menomazione era il ricordo di una vecchia resa dei conti con una banda di criminali del porto, a cui Goyo aveva cercato di estorcere una percentuale più alta rispetto a quella pattuita; ci erano volute otto persone per metterlo KO, e quasi la metà era finita peggio di lui. Goyo non difendeva lo Stato, non difendeva il popolo cubano: difendeva unicamente la propria fame insaziabile. Aveva intrallazzi ovunque: racket, prostituzione, droga. Nel quartiere si diceva: «Non c’è foglia che si muova, che El Goyo non voglia».
«Cristo santo...», grugnì uno dei ragazzi riconoscendolo, capendo di trovarsi davanti a un predatore più grosso e letale.
Zoppicando con pesantezza, l'uomo si avvicinò fissando i quattro ragazzi con uno sguardo gelido che non ammetteva repliche.
«¡Oye, cabrones, lárguense! Levatevi dai piedi!», urlò.
Non servirono molte parole: bastò la sua mole fisica , un cenno secco del mento e della mano verso l'arma per far capire al gruppetto che era il caso di sparire. I ragazzi, fino a un attimo prima spavaldi e violenti, si dileguarono nell'ombra del vicolo senza fiatare, terrorizzati da quel tizio che sapevano essere più spietato di loro.
Camila si massaggiò i polsi liberati e accennò un timido ringraziamento a denti stretti, cercando di mantenere la maschera di ferro che usava in strada. Ma mentre guardava l’uomo, il senso di disagio crebbe. Goyo la divorava con gli occhi. Appoggiandosi con tutto il suo peso sulla gamba sana, non le staccava lo sguardo di dosso, un brivido freddo le corse lungo la schiena. Quei quattro balordi erano niente in confronto al mostro, a quel T-Rex che aveva davanti. Sapeva benissimo che il suo aiuto pagava a caro prezzo, e in quel momento sentì che, se possibile, era persino più in pericolo di prima.
«¡Oye, Camila», disse l’uomo salutandola con un gesto teatrale. Si tolse il cappello da cowboy, fissando i suoi occhi porcini in quelli della ragazza e leccandosi le labbra. Camila avrebbe preferito essere dimenticata da quell’autentico orco.
«Oye, Goyo. Buonasera, signore», rispose lei, con una formalità a cui non era affatto abituata.
«Stai bene, señorita?», le chiese lui, stringendo una ciocca dei suoi lunghi capelli biondi tra le dita grassocce e portandosela al naso per annusarla. Camila sapeva di non potersi opporre; cercò solo di restare completamente impassibile.
«Bene. Erano solo ragazzi che cercavano di fare amicizia», rispose lei, mentre l’uomo, con totale arroganza, le passava una mano sulla spalla scoperta, fissando la carne nuda sotto la trama trasparente del suo vestito a rete.
«Sembri scossa», le sussurrò lui, avvicinando il viso viscido al suo. «Ti riaccompagno a casa», aggiunse, indicando con un cenno il pickup dietro di sé.
A sentire quelle parole, le gemelle azzardarono una reazione.
«Ehi, non puoi portarla via, la serata è appena iniziata...», disse la prima.
«Già, non abbiamo nemmeno bevuto qualcosa», aggiunse l’altra.
Solo Mailén rimase in silenzio. Conosceva bene le storie d'orrore che ruotavano attorno a quell'uomo e ricordava perfettamente le raccomandazioni di suo padre Carmelo di tenersi sempre alla larga da lui.
«Voi siete le figlie di Ignazio e Consuela?», chiese l’uomo con aria di sfida. In quella semplice domanda c’era tutta la minaccia possibile dell'universo. Le due ragazze si zittirono all'istante, limitandosi ad annuire con gli occhi lucidi e tremanti, percependo il pericolo.
«Tornate a casa anche voi, prima che chiami la centrale per una retata», sbuffò l’uomo.
Le ragazze fecero alcuni passi all’indietro e sparirono tra la folla. La minaccia di Goyo era più che reale: avrebbe chiamato i rinforzi, le avrebbe fatte arrestare con accuse false e sbattute in galera chissà per quanto. Pure la profesora era sparita, anche se, essendosi tenuta in disparte, nessuna minaccia era stata rivolta a lei o alla sua famiglia.
Poi lui si voltò di nuovo verso Camila, posandole una mano dietro la schiena. La fece scivolare fino alla vita e la spinse con una fermezza che non ammetteva alcuna resistenza.
«¡Dale, mami! Sali, che il retro del mio carro è comodo... tú lo sabes bien»
Camila, tesa come chi si prepara prima di un salto nell’oscurità, senza conoscerne il fondo, guardò il mezzo davanti a lei. Con il cuore che le batteva in gola, sapeva di non avere scampo: resistere le sarebbe costato carissimo.
Sapeva che sul retro di quel pickup non c’era né comfort né comodità.
Mezz'ora dopo, Camila stava in ginocchio sull’asfalto. Per guadagnarsi la libertà, era costretta a soddisfare le fantasie dell'uomo che, a causa della sua impotenza sessuale, doveva vivere attraverso il nipote, diventato da tempo suo partner non solo per gli affari.
Luis, che grazie allo zio aveva fatto carriera rapidamente fino a ottenere i gradi ben prima di altri colleghi molto più anziani, onesti ed esperti, era devoto all’uomo e non gli dispiaceva affatto fare da surrogato. Camila doveva praticare a lui il sesso orale preteso, in ginocchio sull'asfalto, non troppo lontano dalla folla della movida, mentre il ragazzo ,uno smilzo sui trentacinque anni, tanto brutto da non meravigliarsi che non avesse mai avuto una ragazza, magro come se lo zio avesse divorato anche il suo cibo per anni , restava seduto sul pickup dal lato del passeggero. El Goyo, dal lato del conducente, li guardava divertito, fumando un sigaro e borbottando.
“aye chica le tue labbra sono fatte di zucchero" disse il ciccione, con voce profonda.
Camila, ci metteva tutto il suo impegno, mettendo in atto la pratica acquisita nel tempo, sperando che tutto quello sarebbe finito, presto.
“Ay, tío, esta perra muerde” disse Luis faticando a trattenersi ,visto l’abilità della ragazza in quella prattica:
«¡Suave, suave, mami! Che se no questo qui, se mi va via troppo presto, finisce il divertimento.» disse l’uomo allungandosi su di loro e afferrando la ragazza per i capelli per rallentarla.
Camila con la bocca piena di saliva, spalancata cercava di trattenere il gemito di dolore per la presa alla radice dei propri capelli con cui l’uomo la teneva.
“Ok chica, se hai cosi fretta, allora cambiamo gioco” le disse Goyo aprendo la portiera e scendendo.
Camila tremò, al pensiero di cosa l’uomo avrebbe potuto immaginarsi per divertirsi con lei.
Arrivato dal suo lato la prese per un gomito e la portò sul retro del mezzo aprendo il portellone che teneva chiuso il pianale del cassone
“Stenditi!” le ordinò
Camila saltò sul mezzo eseguendo il comando
“Ya tú, idiota, ¿a qué esperas, a un invito?” sbraitò verso il nipote.
“Arrivo zio” corse Luis sapendo che farlo aspettare avrebbe avuto conseguenze.
Quando il ragazzo li raggiunse, Goyo sollevò l’orlo del vestito di Camila, strappò via gli slip della ragazza e con gesto frettoloso disse al ragazzo:
"Que le jodan a esta zorra… muoviti che ho fame e devo pisciare”.
Luis davanti all’opportunita di andare fino in fondo con una delle ragazze più corteggiate del barrio non se lo fece ripetere due volte.
Nel cassone del pickup, l'aria della notte sembrava essersi fermata, densa di un calore che amplificava ogni minima percezione. mentre non lontano i suoni della movida arrivavano indifferenti. Camila si abbandonò arresa, sul fondo del mezzo, distendendo la schiena contro la superficie rigida e metallica, mentre Luis dopo averla tirata a se, e spalancato le cosce, la sovrastava, in piedi tra le sue gambe.
“Sí… ¡qué zorra tan guapa!” disse ammirato dalla bellezza unica della ragazza.
Luis si sporse in avanti, scaricando il peso sulle braccia per tenerla ferma anche se non c’era bisogno , Camila non avrebbe opposto resistenza, avvicinando il viso al suo in un calore asfissiante.Poi, senza alcuna premura, fu dentro di lei, mossa dal ritmo lento ma crescente, sapeva che doveva mostrarsi coinvolta, anche se voleva solo scappar via.
Prese a gemere, sollevò una gamba oltre i fianchi di lui, incastrando la caviglia dietro la schiena del ragazzo per guidare i suoi movimenti e accorciare ogni distanza, in quel modo ne manteneva il controllo, ne guidava il ritmo.
"Oye, tío, mira, le gusta" ridacchiò Luis senza sapere che di li a poco avrebbe perso il controllo della situazione.
"Ten cuidado, hijo, esta chica es una vípera!" rispose el Goyo guardandoli.
Pelle contro pelle, lucida di sudore, entrambi nudi dalla vita in giu, mentre le linee dei loro corpi si fondevano sotto la luce argentea e spietata della luna. Camila teneva gli occhi semichiusi, immaginando di essere altrove, con un altro uomo, assecondando ogni spinta con piccoli sussurri e gemiti caldi che morivano sul collo di Luis, mentre le mani del ragazzo cercavano presa sui suoi fianchi nudi, completamente rapito dall'audacia e dalla sensualità magnetica della ragazza.
Tutto quello faceva parte del gioco della ragazza, gioco al quale Luis non sarebbe resistito a lungo.
"¡Ya voy! ¡Ya voy!" Urlò il ragazzo scaricandosi dentro di lei, e accasciandosi un attimo dopo al suo fianco.
Camila, recuperata la sua determinazione, lo spinse via senza riguardo, mentre el Goyo applaudiva per la performance.
«¡Bien!» disse l’uomo, mentre guardava il nipote incapace di recuperare l’equilibrio. «¡Bravo!» gli disse, dandogli un’energica pacca sulla spalla che quasi gli fece piegare le ginocchia.
«Anche tu sei stata brava, chica. Ora vai a casa», le disse congedandola.
Camila, sapendo di essere finalmente libera, non se lo fece dire due volte. Sapeva benissimo di aver lasciato gli slip sul cassone del mezzo, ma mettere la maggior distanza possibile tra sé e quel duo era la sua priorità assoluta.
«¡Oye, chica!» le urlò da dietro il grassone.
Quella voce le fece raggelare il sangue nelle vene. Camila si voltò lentamente.
«Salutami tua madre», le disse, facendole un cenno sprezzante con il cappello.
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