Alessia
di
passodalfiume
genere
tradimenti
LA FURIA DI UNA DONNA
Era giugno inoltrato. Nonostante il sole fosse calato da ore, l’aria della sera restava appiccicata alla pelle, densa come un respiro caldo intrappolato tra i palazzi. L'afa della giornata non voleva andarsene: si aggrappava ai muri umidi di pioggia e risaliva dall’asfalto bagnato, avvolgendo ogni cosa in una morsa invisibile.
Alessia camminava a grandi passi, mossa da una furia cieca che non badava alla direzione. Era impossibile non notarla. Indossava una minigonna e un top a tubino coordinati in similpelle nera; il tessuto lucido aderiva come una seconda pelle, stringendole il corpo flessuoso e lasciando scoperto quanto bastava per esaltarne le forme. Si muoveva con agilità felina su décolleté di vernice nera dai tacchi vertiginosi, che a ogni passo battevano un ritmo secco e rabbioso sul marciapiede.
Lungo il tragitto, i passanti e persino le auto rallentavano al suo fianco. Gli sguardi di approvazione e i commenti tipicamente maschili le scivolavano addosso; Alessia ci era abituata, non ne era offesa, e in fondo quel coro di attenzioni le confermava che almeno qualcuno apprezzava lo sforzo di essere bellissima.
Aveva passato il pomeriggio dall’estetista e ore intere a casa, studiando ogni singolo dettaglio e accessorio per creare un set perfetto, un'armatura di pura seduzione che la rendesse irresistibile. Tutto inutile. Attilio, il suo ragazzo, l’aveva fatta sentire trasparente, preferendo i suoi stupidi amici a lei. Così, senza dire una parola, Alessia aveva afferrato la borsa e se ne era andata, abbandonando il locale nel pieno della serata.
Attilio l’aveva seguita, raggiungendola in pochi passi.
«Cosa hai?» le chiese, afferrandola per un braccio. Le sue dita stringevano troppo, calde e umide sulla pelle nuda.
«Lasciami», gli rispose lei, fulminandolo con uno sguardo che tagliava come una lama. E lui, come sempre, obbedì, allentando la presa.
«Dai, ti prego. Ci stiamo divertendo, perché fai così?» insistette il ragazzo, tallonandola. Le tese di nuovo le mani, stringendola per i fianchi nel tentativo di bloccarle la marcia.
Quella vita sottile che tante volte aveva afferrato, che rendeva ancora più rotondi i suoi fianchi.
Alessia vacillo colta di sorpesa e si ritrovò tra le sue braccia. Quel contatto la fece fremere come tutte le volte che i loro due corpi erano stati abbastanza vicini.
Attilio, la strinse a se e prese a baciarle il collo, sapeva quali punti doveva sollecitare, sapeva che quello l’avrebbe portata a un più mite consiglio o meglio lo sperava.
Ma Alessia, sembrava più furiosa del solito.
«Lasciami o mi metto a urlare», intimò lei, con la voce ferma, il petto che si alzava e abbassava per il respiro corto, mentre una mano del ragazzo si era infilato sotto l’orlo corto della sua minigonna e trovato il tassello umido delle sue mutandine aveva preso ad accarezzarle le fica.
Attilio, si fermò, sapeva che Alessia ne sarebbe stata capace. In un altro momento avrebbe insistito; le avrebbe chiesto scusa pur senza capire quale fosse la sua colpa, guidato solo dal bisogno di calmarla. Ma quella sera aveva bevuto troppo. Il caldo opprimente gli faceva pulsare le tempie e i pensieri, nella sua testa, galleggiavano confusi, incapaci di trovare l'ordine e il tatto necessari per farla ravvedere.
La lasciò.
«Sai cosa?» disse alla fine, togliendole bruscamente le mani di dosso. Poco più avanti, due ragazzi robusti, appoggiati a un'auto, stavano fissando la scena con i muscoli tesi, pronti a intervenire in difesa di lei.
«Vai al diavolo!» sbottò sollevando le braccia al cielo, voltandosi verso il locale e prendendo la sua direzione.
Alessia si inchiodò sul posto. Il respiro le si bloccò in gola, stringendole il petto in un nodo di panico, più che di rimorso.
Era il compleanno di Attilio. Per un istante, la realtà dei fatti provò a farsi spazio tra i suoi pensieri: dopotutto era la sua festa, era giusto che per una volta fosse lui al centro del mondo, quel mondo di attenzioni che lei, inconsciamente, pretendeva orbitasse solo intorno a se stessa. Ma per Alessia l'attenzione degli altri non era solo un appagante piacere, era una dipendenza ossessiva, una droga quotidiana a cui non poteva rinunciare nemmeno per poche ore.
Cercava ossessivamente la validazione negli altri, nella sua vita quotidiana, i social avevano amplificato quel suo bisogno, social su cui si esponeva al giudizio di chiunque fosse disposto a cederle un like.
Tutto era iniziato come un gioco innocente, una scossa di pura vanità elettrica. Anni prima, quando forse era troppo giovane, una ragazzina con la pelle ancora troppo morbida e la mente poco consapevole, incapace di fiutare il pericolo che stava correndo. Non poteva sapere che quegli sguardi digitali, all'inizio così caldi e rassicuranti, si sarebbero trasformati in un ingranaggio spietato.
Tutti quei like, quegli iscritti al suo canale, quei commenti apparentemente innocenti, che la riempivano di orgoglio e la seducevano, la spinsero ad andare avanti.
Con il tempo, quel capriccio era diventato una trappola stringente, una competizione tossica contro se stessa in cui, pezzo dopo pezzo, Alessia aveva svenduto la propria immagine la propria intimità. Per compiacere, si era piegata a ogni richiesta diretta o indiretta, dei suoi follower. Aveva offerto il proprio corpo dentro tessuti sempre più striminziti e provocanti, immobilizzandosi in pose artificiali, quasi dolorose, pur di catturare l'angolazione perfetta. Sotto la luce fredda del telefono, la sua pelle diventava merce di scambio. Ogni millimetro di carne esposta serviva a un solo scopo: riempire la sezione commenti che in breve tempo divennero parole volgari e fameliche, e far lievitare quel contatore di like fino a cifre a tre zeri, l'unica valuta capace di farle sentire, per pochi secondi, il battito del cuore, tra imbarazzo, curiosità e orgoglio per le reazioni che era stata capace di suscitare, con un sorriso ammiccante, o con un pezzo del suo corpo.
Attilio non si era mai lamentato, di quel suo Hobby, anzi l’aveva sostenuta, aiutandola persino in più di un occasione a creare contenuti sempre più espliciti, audaci.
Eppure quella sera, qualcosa tra loro si era incrinato.
Cedere ad Attilio, quel centro del palco, anche se si trattava della sua serata speciale, le provocava una crisi d'astinenza fisica. Stava esagerando? Aveva preteso troppo? Per un secondo sentì le gambe cedere, sul punto di voltarsi e correre indietro a riprendersi il suo ragazzo.
Non gli avrebbe mai chiesto scusa, no, non si sarebbe mai abbassata a tanto, almeno non in pubblico e mai, con le parole, avrebbe trovato il modo ,sapeva quale corde pizzicare in Attilio per placarlo, ma in quel momento c’era dell’altro, una sensazione, dietro la nuca, quella che provava ,quando sentiva di essere osservata.
Sollevò le palpebre e incrociò gli occhi dei due sconosciuti davanti a lei. La stavano fissando immobili, come spettatori nel teatro della sua vita, pronti a vederla crollare, a vederla implorare.
Sentire quel peso addosso le incendiò il sangue: Non poteva permettere a nessuno di vederla fragile, emotivamente nuda, sconfitta.
Allora tese i muscoli del collo, spinse indietro le spalle e sollevò il mento, trasformando il vuoto interiore in una maschera fiera. Strinse i pugni, conficcando le unghie nei palmi, e riprese a camminare, calpestando l'asfalto con rinnovata violenza. Non sapeva dove stesse andando, ma finché c'erano sguardi a nutrirla, Alessia avrebbe continuato a sfilare.
Alessia camminava da quasi mezz’ora, senza mai rallentare. Fu solo la pioggia, esplosa all'improvviso con violenza primordiale, a costringerla a cercare un riparo. I goccioloni pesanti e gelidi iniziarono a schiaffeggiarle le spalle nude e il viso, colando sul top e rigando il trucco, interrompendo bruscamente quel flusso di pensieri tossici.
Infilò di corsa i tacchi sotto la pensilina di una fermata dell'autobus per riprendere fiato. Si guardò intorno e un brivido, stavolta non dovuto al freddo, le corse lungo la schiena. Non aveva idea di dove fosse finita. Era lontana chilometri dalla folla calda e rassicurante dei Navigli. Lì le corse notturne erano sospese e i cartelli logori indicavano linee che portavano in tutt’altra direzione, lontano da casa.
L'aria odorava di asfalto bagnato, immondizia e cemento vecchio. Intorno a lei si estendeva lo squallore di una periferia trascurata, una di quelle zone degradate che macchiano la città con palazzoni popolari e intonaci cadenti. Il silenzio era rotto solo dal picchiettare rabbioso dell'acqua sul plexiglass della pensilina.
Poi, nell'ombra, scorse dei movimenti. Un gruppo di ragazzi, poco più che adolescenti, si era fermato a pochi metri da lei. La stavano seguendo a piedi. Non si avvicinavano, restavano immobili sotto il porticato di un palazzo, studiandola in silenzio con sguardi famelici. La stavano pesando, centimetro dopo centimetro, come si fa con una preda isolata dal branco.
In quel momento, la collera che l'aveva nutrita fino ad allora evaporò, sostituita da un'inquietudine liquida e opprimente. Non era facile spaventare Alessia; era abituata a usare il proprio corpo come un'arma di controllo. Ma adesso, intrappolata in quella gabbia di similpelle bagnata che le si incollava addosso, mostrando più di quanto avesse voluto, sentì il cuore batterle selvaggiamente contro le costole. Per la prima volta nella sua vita, ebbe davvero paura per la propria incolumità.
Nel buio fitto della strada, a qualche centinaio di metri, si accese un barlume di speranza: la grande insegna rossa della metropolitana che tagliava la pioggia. Alessia sapeva che a quell’ora della notte i cancelli di ferro sarebbero stati sbarrati e le banchine deserte. Eppure, quell'icona luminosa significava salvezza. Molte stazioni ospitavano presidi di vigilanza e, soprattutto, i piazzali esterni erano punti di sosta strategici per i taxi.
Era la sua unica via di fuga.
Fissò il neon rosso come un faro nella nebbia. Sentì i muscoli delle gambe tendersi, pronti allo scatto. Senza attendere che la pioggia calasse la sua intensità, stringendo la borsa al petto con le nocche sbiancate dalla pressione, Alessia prese un respiro profondo, si lanciò in avanti, sfidando il buio ,mentre poteva sentire come aghi sulla sua pelle, gli sguardi dei ragazzi alle sue spalle.
Corse a perdifiato, con i tacchi che scivolavano pericolosamente sull'asfalto viscido e le gambe che bruciavano per lo sforzo, mettendo da parte l’ultimo lembo di pudore, senza rimettere al suo posto l’orlo della mini che nel tragitto era risalito fino a mostrare l’intimo rosso che indossava sotto di esso, non era una priorità, la decenza era secondaria al bisogno di sicurezza.
Ma quando raggiunse la meta, il mondo le crollò addosso. Il piazzale esterno della stazione era deserto. Nemmeno l'ombra di un taxi. Solo una distesa di asfalto bagnato che rifletteva la luce tremolante dei lampioni.
Il panico le bloccò i polmoni. Sentendo i passi del gruppetto che, come iene, pronte ad assaltare la loro preda, si avvicinavano ritmici alle sue spalle, si ricordò dello smartphone nella borsetta. Avrebbe potuto chiamare aiuto, la polizia, chiunque. Si maledisse mentalmente, un insulto rabbioso che le morì in gola per non averci pensato prima. Con le dita tremanti e bagnate aprì la cerniera e tirò fuori l'apparecchio, ma quella notte il destino sembrava volerle voltare le spalle. Lo schermo era nero. Morto. Forse la batteria si era azzerata, o forse la pioggia torrenziale era penetrata nei circuiti. Sotto i polpastrelli, quel dispositivo, che di solito era il suo intero universo, che le dava vita, sembrava solo una fredda e inutile mattonella. Alessia era senza via di scampo.
«Signorina… vuole un passaggio?»
Quella voce arrivò alle sue orecchie come un miraggio, tagliando il muro di suono della pioggia che tamburellava furiosa sulle lamiere delle auto in sosta. Alessia si voltò di scatto, con il cuore in gola.
Un uomo di mezza età apparve nella cornice del finestrino di una berlina nera. Era un’auto di lusso, un modello tedesco di fascia alta che Alessia, da sempre affascinata da tutto ciò che trasudava benessere e potere, riconobbe all'istante dal taglio dei fari.
«Sì, per favore», rispose con un filo di voce. Scattò rapida sull'asfalto, girando intorno al muso fumante del veicolo fino a raggiungere lo sportello del passeggero. L’uomo, leggendo il terrore nei suoi occhi e vedendola tremare sotto l'acqua, sbloccò la sicura.
Alessia aprì la portiera e scivolò dentro senza esitare. Venne immediatamente avvolta dall'odore intenso di pelle pregiata e dal calore asciutto del climatizzatore, un contrasto violento con l'aria gelida che aveva addosso. Accostò il pesante sportello, che si chiuse con un tonfo sordo, ovattato e sicuro, tagliando fuori di colpo il tamburellare della pioggia, la periferia squallida e gli sguardi minacciosi di quei ragazzi rimasti sul marciapiede. Era salva.
L’auto ripartì con uno scatto fluido, prima ancora che lei avesse il tempo di indicare la direzione.
L’abitacolo la avvolse in un abbraccio ovattato. L'aria fresca del condizionatore le accarezzò il viso, mentre il sedile avvolgente in pelle accoglieva i suoi fianchi stanchi, ancora roventi per la corsa e l'adrenalina. Solo in quel momento, immersa nel silenzio artificiale di quel salotto di lusso, Alessia si rese conto dello stato terribile in cui versava. Era fradicia, sudata, con i capelli incollati al collo e il trucco sciolto. La minigonna in similpelle, umida di pioggia, era risalita fin quasi alla vita, lasciando le gambe completamente scoperte.
Sentendo addosso il peso invisibile del giudizio dell'uomo, fu colta da un moto di finta decenza — o forse dal bisogno disperato di riprendere il controllo della propria immagine.
«Mi scusi, non vorrei imbarazzarla... chissà cosa pensa di me», disse con una voce che cercava di suonare fragile e mortificata. Intanto, con le dita ancora fredde, afferrò l'orlo bagnato della gonna, facendolo scivolare lentamente sulla pelle nuda per coprirsi, conscia che ogni suo minimo gesto veniva osservato.
«Non ti preoccupare», disse l’uomo. Il passaggio improvviso e inatteso da un formale "lei" a un più intimo "tu" fece vibrare l'aria nell'abitacolo. «Serata intensa?», chiese poi, la voce profonda mentre faceva uno sforzo visibile per staccarle gli occhi di dosso e rimetterli sulla strada bagnata.
«Direi», rispose lei, con un sorriso appena accennato che le premeva sulle labbra. Sentì una scossa calda lungo la schiena, profondamente compiaciuta per quell'attenzione che era bastata una sua mossa a generare. La macchina fotografica della sua mente si era riaccesa: i riflettori erano di nuovo puntati su di lei.
Il suo ospite, dopotutto, era un bell’uomo. Alessia lo studiò nella penombra dei cruscotti luminosi: capelli brizzolati tagliati corti, un mento squadrato e deciso su cui correva una profonda cicatrice, che gli dava un aria minacciosa pur mantenendo un innegabile eleganza, l'eleganza impeccabile di un completo sartoriale grigio. Ma il dettaglio che le catturò lo sguardo fu il riflesso metallico sul braccio sinistro: un Rolex Daytona d’acciaio che brillava al polso, sopra il volante. e sulla stessa mano ,al dito medio un anello nuziale, che comunque non scoraggio Alessia.
L’auto, l’abito, l’orologio. Quell'uomo trasudava un successo solido e sfacciato. E quel potere, per una ragazza abituata a valutare il mondo in base al valore dei propri like, esercitava un fascino magnetico e irresistibile, ben più pericoloso dei ragazzi lasciati sotto la pioggia.
Alessia decise che era il momento di riprendersi il centro della scena. Fece un respiro profondo, lasciando che il profumo di pelle dell'auto si mescolasse a quello del suo profumo dolce che nonostante la pioggia non sembrava aver perso di intensità, anzi il calore riacceso sulla sua pelle sembrava esaltarlo.
Con un movimento lento, quasi studiato per una clip video, si passò le dita tra i capelli bagnati dalla pioggia, portandoli tutti su un lato. Il gesto lasciò completamente scoperta la linea del collo e la spalla nuda, dove alcune gocce d'acqua brillavano ancora come piccoli cristalli sotto le luci dei lampioni che sfilavano veloci all'esterno.
Alessia stava facendo la sua mossa.
«Fa ancora così caldo fuori... eppure qui dentro tremo», sussurrò, abbassando il tono della voce per costringerlo a tendere l'orecchio.
Spostò leggermente il corpo sul sedile, orientando le ginocchia nude verso di lui. Nel farlo, tese la schiena e arcuò il busto, costringendo il tubino in similpelle a tirarsi ancora di più sul petto, esaltando il respiro che aveva fatto appositamente profondo e regolare. Sapeva esattamente quale angolazione valorizzasse le sue forme; lo aveva testato mille volte davanti all'obiettivo.
L’uomo con la coda dell’occhio non la perdeva di vista e Alessia ne era compiaciuta ,in maniera calcolata, aveva lasciato che l’orlo della mini risalisse, fino a mostrare il pizzo rosso delle sue mutandine.
Poi, allungò una mano verso la plancia dell'auto, sfiorando deliberatamente il cambio a pochi centimetri dalle dita dell'uomo, con la scusa di sistemare la borsa che aveva appoggiato a terra, di fianco ai piedi.
«Le dispiace se mi sistemo un secondo?», chiese, sollevando lo sguardo dal basso verso l'alto, con le ciglia bagnate di mascara. Non lo guardò negli occhi, ma cercò il suo riflesso nello specchietto del prendisole, per catturare il momento esatto in cui le pupille di lui avrebbero ceduto, abbandonando la strada per scendere lungo le sue gambe. Per Alessia, quel millesimo di secondo di esitazione dell'uomo alla guida era l'equivalente della notifica di un milione di like: la scarica elettrica di cui non poteva fare a meno.
Si guardò riflessa nello specchietto, I capelli erano bagnati, il mascara leggermente sbavato sotto le ciglia, le sue labbra sembravano brillare di un rosso pieno di passione.
Incrociando lo sguardo dell'uomo che continuava a lanciare occhiate incendiarie verso il suo sedile, Alessia provò un brivido di pura onnipotenza. Quella era la riprova definitiva del suo potere: riusciva a eccitare e a dominare la mente di un uomo di successo anche quando non era in condizioni perfette. La sua bellezza non aveva bisogno di filtri digitali.
Richiuse l'aletta con un colpo leggero, lasciando che l'abitacolo tornasse nella sua penombra calda.
Sorrise maliziosa, mentre cercava una posizione comoda nel suo sedile.
«Antonio», disse l’uomo all’improvviso. La sua voce profonda ruppe il silenzio, rispondendo a una domanda che lei non aveva ancora formulato ad alta voce, ma che era già scritta nei suoi occhi famelici.
«Alessia», rispose lei, lasciando che il proprio nome scivolasse fuori dalle labbra come una promessa.
Voltò il busto verso di lui e allungò la mano nello spazio stretto che li separava, cercando una stretta. Le sue dita, andarono a sfiorare la pelle calda di Antonio. L’uomo le strinse dimostrandole, forza e delicatezza al contempo. Fu un contatto deliberato, lento, studiato per far avvertire all'uomo la consistenza della sua pelle e la fragilità della sua carne, stringendo un patto silenzioso in quella notte di giugno.
«Allora, Alessia... quanto vuoi?», disse l’uomo. La domanda cadde tra loro con la freddezza chirurgica di una transazione d'affari.
Una prostituta. Antonio l’aveva scambiata per una prostituta. Alessia avvertì un brivido sottile, ma non era indignazione: era la folle lucidità della sua mente che rimetteva insieme i pezzi. In fondo, la cosa combaciava. Un uomo del genere, alla guida di quel bolide nel cuore della notte in un quartiere degradato, cos’altro poteva cercare se non un po’ di carne da comprare?
«Cosa... credi che sia una puttana?», chiese lei. La parola le uscì dalle labbra leggera, quasi sussurrata, più divertita che offesa.
«In mia discolpa: una ragazza come te, vestita in quel modo, a piedi da queste parti in piena notte...», rispose lui. Il tono non era affatto di scusa. Alessia ebbe l’impressione netta che Antonio non fosse un uomo abituato a giustificare le proprie azioni o i propri desideri. Quella sicurezza glaciale, anziché respingerla, la eccitò profondamente. Era il riflesso del potere vero.
«Ah... ah...», una risata cristallina e provocante risuonò nell'abitacolo, smorzando la tensione della pioggia esterna. «Certo, capisco. L’apparenza può generare confusione», disse Alessia, raddrizzando la schiena e lasciando volutamente la mano vicina alla sua. Voleva fargli capire, con il corpo prima che con le parole, che non c’era alcuna offesa. L'equivoco non aveva distrutto il suo ego; lo aveva esaltato. Se lui era disposto a pagare per averla, significava che il suo valore di mercato era altissimo.
«Posso chiederti una cosa, Antonio?», sussurrò lei, inclinando leggermente la testa di lato, un movimento che fece oscillare i capelli bagnati contro la spalla nuda.
«Certo.»
«Perché un uomo come te andrebbe con una... ragazza di strada?», chiese Alessia, calibrando le parole con una dolcezza studiata. «Ho l’impressione che potresti avere tutte le donne che desideri», aggiunse subito dopo. Il suo tono era morbido, quasi vellutato; voleva fargli capire che non c'era traccia di giudizio nella sua curiosità, ma solo il desiderio profondo di decifrare l’uomo che l'aveva salvata. In realtà, quel complimento era un’esca per nutrire l'orgoglio di lui e, di riflesso, il proprio.
Antonio rimase in silenzio per qualche secondo, mentre le spazzole del tergicristallo battevano un ritmo regolare sul parabrezza.
«Vecchie abitudini», rispose alla fine, e la sua voce sembrò farsi più ruvida, carica del peso degli anni passati. «Ho faticato parecchio per arrivare dove sono. All’inizio della mia carriera, questo tipo di svago era l’unico lusso che potevo permettermi.»
Le sue dita strinsero il volante in pelle con una forza improvvisa, un gesto istintivo che fece brillare l'acciaio del Daytona sotto la luce dei lampioni. Quella confessione non era un segno di debolezza, ma la rivendicazione di un potere conquistato con i denti. E Alessia, nel sentire la durezza di quelle parole, avvertì un calore nuovo farsi strada nello stomaco e irradiarsi fino tra le sue cosce.
«E per pura ipotesi... tanto per fare un esperimento di stile», disse lei, abbassando la voce fino a renderla un soffio caldo che andò a infrangersi contro il profilo di lui. «Quanto pagheresti per la mia compagnia?»
La domanda fluttuò nell'aria condizionata dell’abitacolo, densa e carica di elettricità. Alessia l'aveva buttata lì con un sorriso provocante, eppure, tra il picchiettare della pioggia sul tetto e il ronzio del motore, quella frase risuonò per entrambi come l'inizio di una vera, inevitabile trattativa.
Mentre aspettava la risposta, Alessia non gli staccò gli occhi di dosso. Il cuore le accennò un battito più rapido, un'eccitazione liquida che le scorreva sotto la pelle, inumidendo il tassello leggero delle sue mutandine. Spostò impercettibilmente il peso del corpo, facendo scricchiolare la pelle del sedile, un suono minimo ma incredibilmente intimo nello spazio ristretto che li divideva. Aprì leggermente le labbra, mordendole appena, lo sguardo fisso sulla linea forte della mascella di Antonio.
Voleva sentire la cifra. Le serviva quel numero, concreto e brutale, per dare un prezzo cartaceo alla sua onnipotenza e capire quanto quel re del mercato fosse disposto a spendere, anche solo per un’ora. Ma nell'attesa, all'eccitazione si mescolò un sudore freddo: se quel numero fosse stato davvero irrinunciabile, sarebbe riuscita a resistergli?
Alessia non era una prostituta, certo aveva monetizzato ,con sponsor e donazioni da parte dei suoi iscritti, sfruttando la sua immagine.
Il massimo che si era prestata a fare, fu durante una live, in un parco, dove seduta sulle ginocchia di un anziano con il cagnolino al seguito, si era fatta palpeggiare il seno, aveva rischiato il ban dalla piattaforma, ma aveva raccolto nuovi iscritti, tamte donazioni, ma Alessia non cercava denaro, cercava sguardi, adorazione, la prova di essere irresistibile. Eppure, in quella penombra che odorava di pelle e potere, sentì che il confine del suo gioco si stava facendo spaventosamente sottile.
Fissò il profilo di Antonio. Il respiro le si bloccò in gola chiedendosi quanto poteva valere per un uomo che sembrava aver ricevuto molto dalla vita
«Allora», disse Antonio, svoltando in una via più buia, «dici di non fare la vita, quindi non hai un prezzo di mercato. Ma non credo ti manchi l'esperienza in un certo senso. Sei una bellissima ragazza. In un'altra occasione, in un locale o per strada, ti avrei avvicinata e corteggiata. Hai stile. Gli orecchini che indossi, l'abito... non sono cose da poco. Conosci lo stile. Quindi...»
Fece una pausa calcolata. Fece scivolare la mano dal cambio e aprì il cassetto portaoggetti sul cruscotto. Con un fruscio secco e quasi chirurgico, tirò fuori una mazzetta di banconote ancora rigide, legate da un elastico. La posò sul tunnel centrale, vicino alle gambe nude di lei.
«Facciamo duemila euro. Solo per stanotte.» poi guardo l’orizzonte davanti a lui “almeno fino all’alba” aggiunse
Alessia fissò quel blocco di banconote. Sotto la similpelle bagnata, le si accapponò la pelle. Il confine era crollato: quel re del mercato aveva appena dato un valore cartaceo alla sua onnipotenza.
«Paghi sempre così tanto per una ragazza di strada?», domandò, la voce ridotta a un soffio.
«Li pagherei per te, Alessia.»
Sentire il proprio nome pronunciato in quel modo le diede la scossa: era tutto vero, maledettamente reale. Ora toccava a lei muovere. Per un secondo il pensiero volò ad Attilio, ponendo un freno gelido al suo istinto. Poi, riabbassò lo sguardo sulle banconote. Non era la cifra in sé a tentarla, ma la prospettiva di una mercificazione del suo corpo completamente nuova. Fino ad allora aveva ceduto la sua immagine in cambio di un'approvazione digitale.
Allora, cosa ne dici?», la incalzò lui.
Alessia guardò fuori dal finestrino. La città scorreva sbiadita oltre il vetro, rigata dalle gocce di pioggia che tracciavano solchi sul cristallo.
«Dove mi porti?», chiese, rompendo il silenzio. La sua domanda non cercava una coordinata geografica, ma la destinazione di una scelta che avrebbe cambiato per sempre il suo modo di stare al mondo.
«Dietro è molto spazioso.»
«Vuoi farlo in macchina?», chiese lei, avvertendo una fitta di delusione. Si era aspettata il lusso ovattato di un hotel a cinque stelle in centro.
«Non porto le ragazze di strada a casa mia», rispose lui, con una brutalità fredda che spezzò l'incantesimo.
Alessia si arrese all’evidenza, accettando i termini di quella transazione. In fondo, non era diversa da una di loro; era solo molto più cara.
La berlina accostò ai margini di un parco cittadino deserto. L'alba era vicina: di lì a poco la città si sarebbe ridestata, inghiottendo ogni barlume di privacy. Si spostarono sul sedile posteriore. Alessia mise da parte ogni esitazione, tentando disperatamente di mantenere il controllo del gioco, ma Antonio la dominò. Le impose i suoi ritmi, i suoi bisogni, i suoi capricci. Consapevole di essere diventata solo uno strumento per il piacere altrui, lei smise di lottare.
Antonio la prese con impeto. La cura e la galanteria iniziale svanirono in fretta, sostituite dall’urgenza febbrile di consumarla, di testarne i limiti, di possederla. La stringeva quasi volesse catalogarla, includerla in una collezione invisibile di cui Alessia, ormai, sentiva di fare parte.
Era mattina inoltrata quando la ragazza aprì la porta del suo appartamento. Attilio le corse incontro, ignaro di tutto. Non sapeva nulla della notte appena trascorsa, né dei duemila euro nascosti nella borsetta bagnata. La abbracciò, la baciò sulla bocca con foga, senza accorgersi che tra le labbra , sulla lingua, Alessia portava ancora il sapore amaro dell’uomo a cui si era appena venduta.
«Non mi chiedi nemmeno dove sono stata fino a quest’ora?», domandò lei, cercando disperatamente un briciolo di quell'attenzione per cui aveva quasi rischiato la vita.
«Non importa, piccola. Non litighiamo più. Tu sei il mio mondo», le rispose lui, stringendola forte contro il petto.
Alessia rimase immobile, sentendo di non meritare quell’uomo, eppure ritenendolo colpevole delle scelte fatte nelle ultime ore, se il suo fidanzato le avesse dato l’attenzione che lei gli chiedeva, nulla di tutto quello sarebbe avvenuto
Alessia fisso lo sguardo oltre la spalla di Attilio. Si osservò riflessa nello specchio dell’ingresso. La similpelle della sua mini era macchiata, era sgualcita, sotto non indossava gli slip, trattenuti come pegno, come souvenir dal suo, ospite, il trucco cancellato, disegnava un volto diverso dal solito. Sembrava sempre la stessa ragazza dello schermo, eppure, dentro, era diventata un'altra versione di se alternativa, qualcosa che forse era sempre stati li sotto il sottile strato del trucco, della pelle e dei vestiti , che presto ,avrebbe scoperto di essere molto più vera, di quella postata sui social.
Era giugno inoltrato. Nonostante il sole fosse calato da ore, l’aria della sera restava appiccicata alla pelle, densa come un respiro caldo intrappolato tra i palazzi. L'afa della giornata non voleva andarsene: si aggrappava ai muri umidi di pioggia e risaliva dall’asfalto bagnato, avvolgendo ogni cosa in una morsa invisibile.
Alessia camminava a grandi passi, mossa da una furia cieca che non badava alla direzione. Era impossibile non notarla. Indossava una minigonna e un top a tubino coordinati in similpelle nera; il tessuto lucido aderiva come una seconda pelle, stringendole il corpo flessuoso e lasciando scoperto quanto bastava per esaltarne le forme. Si muoveva con agilità felina su décolleté di vernice nera dai tacchi vertiginosi, che a ogni passo battevano un ritmo secco e rabbioso sul marciapiede.
Lungo il tragitto, i passanti e persino le auto rallentavano al suo fianco. Gli sguardi di approvazione e i commenti tipicamente maschili le scivolavano addosso; Alessia ci era abituata, non ne era offesa, e in fondo quel coro di attenzioni le confermava che almeno qualcuno apprezzava lo sforzo di essere bellissima.
Aveva passato il pomeriggio dall’estetista e ore intere a casa, studiando ogni singolo dettaglio e accessorio per creare un set perfetto, un'armatura di pura seduzione che la rendesse irresistibile. Tutto inutile. Attilio, il suo ragazzo, l’aveva fatta sentire trasparente, preferendo i suoi stupidi amici a lei. Così, senza dire una parola, Alessia aveva afferrato la borsa e se ne era andata, abbandonando il locale nel pieno della serata.
Attilio l’aveva seguita, raggiungendola in pochi passi.
«Cosa hai?» le chiese, afferrandola per un braccio. Le sue dita stringevano troppo, calde e umide sulla pelle nuda.
«Lasciami», gli rispose lei, fulminandolo con uno sguardo che tagliava come una lama. E lui, come sempre, obbedì, allentando la presa.
«Dai, ti prego. Ci stiamo divertendo, perché fai così?» insistette il ragazzo, tallonandola. Le tese di nuovo le mani, stringendola per i fianchi nel tentativo di bloccarle la marcia.
Quella vita sottile che tante volte aveva afferrato, che rendeva ancora più rotondi i suoi fianchi.
Alessia vacillo colta di sorpesa e si ritrovò tra le sue braccia. Quel contatto la fece fremere come tutte le volte che i loro due corpi erano stati abbastanza vicini.
Attilio, la strinse a se e prese a baciarle il collo, sapeva quali punti doveva sollecitare, sapeva che quello l’avrebbe portata a un più mite consiglio o meglio lo sperava.
Ma Alessia, sembrava più furiosa del solito.
«Lasciami o mi metto a urlare», intimò lei, con la voce ferma, il petto che si alzava e abbassava per il respiro corto, mentre una mano del ragazzo si era infilato sotto l’orlo corto della sua minigonna e trovato il tassello umido delle sue mutandine aveva preso ad accarezzarle le fica.
Attilio, si fermò, sapeva che Alessia ne sarebbe stata capace. In un altro momento avrebbe insistito; le avrebbe chiesto scusa pur senza capire quale fosse la sua colpa, guidato solo dal bisogno di calmarla. Ma quella sera aveva bevuto troppo. Il caldo opprimente gli faceva pulsare le tempie e i pensieri, nella sua testa, galleggiavano confusi, incapaci di trovare l'ordine e il tatto necessari per farla ravvedere.
La lasciò.
«Sai cosa?» disse alla fine, togliendole bruscamente le mani di dosso. Poco più avanti, due ragazzi robusti, appoggiati a un'auto, stavano fissando la scena con i muscoli tesi, pronti a intervenire in difesa di lei.
«Vai al diavolo!» sbottò sollevando le braccia al cielo, voltandosi verso il locale e prendendo la sua direzione.
Alessia si inchiodò sul posto. Il respiro le si bloccò in gola, stringendole il petto in un nodo di panico, più che di rimorso.
Era il compleanno di Attilio. Per un istante, la realtà dei fatti provò a farsi spazio tra i suoi pensieri: dopotutto era la sua festa, era giusto che per una volta fosse lui al centro del mondo, quel mondo di attenzioni che lei, inconsciamente, pretendeva orbitasse solo intorno a se stessa. Ma per Alessia l'attenzione degli altri non era solo un appagante piacere, era una dipendenza ossessiva, una droga quotidiana a cui non poteva rinunciare nemmeno per poche ore.
Cercava ossessivamente la validazione negli altri, nella sua vita quotidiana, i social avevano amplificato quel suo bisogno, social su cui si esponeva al giudizio di chiunque fosse disposto a cederle un like.
Tutto era iniziato come un gioco innocente, una scossa di pura vanità elettrica. Anni prima, quando forse era troppo giovane, una ragazzina con la pelle ancora troppo morbida e la mente poco consapevole, incapace di fiutare il pericolo che stava correndo. Non poteva sapere che quegli sguardi digitali, all'inizio così caldi e rassicuranti, si sarebbero trasformati in un ingranaggio spietato.
Tutti quei like, quegli iscritti al suo canale, quei commenti apparentemente innocenti, che la riempivano di orgoglio e la seducevano, la spinsero ad andare avanti.
Con il tempo, quel capriccio era diventato una trappola stringente, una competizione tossica contro se stessa in cui, pezzo dopo pezzo, Alessia aveva svenduto la propria immagine la propria intimità. Per compiacere, si era piegata a ogni richiesta diretta o indiretta, dei suoi follower. Aveva offerto il proprio corpo dentro tessuti sempre più striminziti e provocanti, immobilizzandosi in pose artificiali, quasi dolorose, pur di catturare l'angolazione perfetta. Sotto la luce fredda del telefono, la sua pelle diventava merce di scambio. Ogni millimetro di carne esposta serviva a un solo scopo: riempire la sezione commenti che in breve tempo divennero parole volgari e fameliche, e far lievitare quel contatore di like fino a cifre a tre zeri, l'unica valuta capace di farle sentire, per pochi secondi, il battito del cuore, tra imbarazzo, curiosità e orgoglio per le reazioni che era stata capace di suscitare, con un sorriso ammiccante, o con un pezzo del suo corpo.
Attilio non si era mai lamentato, di quel suo Hobby, anzi l’aveva sostenuta, aiutandola persino in più di un occasione a creare contenuti sempre più espliciti, audaci.
Eppure quella sera, qualcosa tra loro si era incrinato.
Cedere ad Attilio, quel centro del palco, anche se si trattava della sua serata speciale, le provocava una crisi d'astinenza fisica. Stava esagerando? Aveva preteso troppo? Per un secondo sentì le gambe cedere, sul punto di voltarsi e correre indietro a riprendersi il suo ragazzo.
Non gli avrebbe mai chiesto scusa, no, non si sarebbe mai abbassata a tanto, almeno non in pubblico e mai, con le parole, avrebbe trovato il modo ,sapeva quale corde pizzicare in Attilio per placarlo, ma in quel momento c’era dell’altro, una sensazione, dietro la nuca, quella che provava ,quando sentiva di essere osservata.
Sollevò le palpebre e incrociò gli occhi dei due sconosciuti davanti a lei. La stavano fissando immobili, come spettatori nel teatro della sua vita, pronti a vederla crollare, a vederla implorare.
Sentire quel peso addosso le incendiò il sangue: Non poteva permettere a nessuno di vederla fragile, emotivamente nuda, sconfitta.
Allora tese i muscoli del collo, spinse indietro le spalle e sollevò il mento, trasformando il vuoto interiore in una maschera fiera. Strinse i pugni, conficcando le unghie nei palmi, e riprese a camminare, calpestando l'asfalto con rinnovata violenza. Non sapeva dove stesse andando, ma finché c'erano sguardi a nutrirla, Alessia avrebbe continuato a sfilare.
Alessia camminava da quasi mezz’ora, senza mai rallentare. Fu solo la pioggia, esplosa all'improvviso con violenza primordiale, a costringerla a cercare un riparo. I goccioloni pesanti e gelidi iniziarono a schiaffeggiarle le spalle nude e il viso, colando sul top e rigando il trucco, interrompendo bruscamente quel flusso di pensieri tossici.
Infilò di corsa i tacchi sotto la pensilina di una fermata dell'autobus per riprendere fiato. Si guardò intorno e un brivido, stavolta non dovuto al freddo, le corse lungo la schiena. Non aveva idea di dove fosse finita. Era lontana chilometri dalla folla calda e rassicurante dei Navigli. Lì le corse notturne erano sospese e i cartelli logori indicavano linee che portavano in tutt’altra direzione, lontano da casa.
L'aria odorava di asfalto bagnato, immondizia e cemento vecchio. Intorno a lei si estendeva lo squallore di una periferia trascurata, una di quelle zone degradate che macchiano la città con palazzoni popolari e intonaci cadenti. Il silenzio era rotto solo dal picchiettare rabbioso dell'acqua sul plexiglass della pensilina.
Poi, nell'ombra, scorse dei movimenti. Un gruppo di ragazzi, poco più che adolescenti, si era fermato a pochi metri da lei. La stavano seguendo a piedi. Non si avvicinavano, restavano immobili sotto il porticato di un palazzo, studiandola in silenzio con sguardi famelici. La stavano pesando, centimetro dopo centimetro, come si fa con una preda isolata dal branco.
In quel momento, la collera che l'aveva nutrita fino ad allora evaporò, sostituita da un'inquietudine liquida e opprimente. Non era facile spaventare Alessia; era abituata a usare il proprio corpo come un'arma di controllo. Ma adesso, intrappolata in quella gabbia di similpelle bagnata che le si incollava addosso, mostrando più di quanto avesse voluto, sentì il cuore batterle selvaggiamente contro le costole. Per la prima volta nella sua vita, ebbe davvero paura per la propria incolumità.
Nel buio fitto della strada, a qualche centinaio di metri, si accese un barlume di speranza: la grande insegna rossa della metropolitana che tagliava la pioggia. Alessia sapeva che a quell’ora della notte i cancelli di ferro sarebbero stati sbarrati e le banchine deserte. Eppure, quell'icona luminosa significava salvezza. Molte stazioni ospitavano presidi di vigilanza e, soprattutto, i piazzali esterni erano punti di sosta strategici per i taxi.
Era la sua unica via di fuga.
Fissò il neon rosso come un faro nella nebbia. Sentì i muscoli delle gambe tendersi, pronti allo scatto. Senza attendere che la pioggia calasse la sua intensità, stringendo la borsa al petto con le nocche sbiancate dalla pressione, Alessia prese un respiro profondo, si lanciò in avanti, sfidando il buio ,mentre poteva sentire come aghi sulla sua pelle, gli sguardi dei ragazzi alle sue spalle.
Corse a perdifiato, con i tacchi che scivolavano pericolosamente sull'asfalto viscido e le gambe che bruciavano per lo sforzo, mettendo da parte l’ultimo lembo di pudore, senza rimettere al suo posto l’orlo della mini che nel tragitto era risalito fino a mostrare l’intimo rosso che indossava sotto di esso, non era una priorità, la decenza era secondaria al bisogno di sicurezza.
Ma quando raggiunse la meta, il mondo le crollò addosso. Il piazzale esterno della stazione era deserto. Nemmeno l'ombra di un taxi. Solo una distesa di asfalto bagnato che rifletteva la luce tremolante dei lampioni.
Il panico le bloccò i polmoni. Sentendo i passi del gruppetto che, come iene, pronte ad assaltare la loro preda, si avvicinavano ritmici alle sue spalle, si ricordò dello smartphone nella borsetta. Avrebbe potuto chiamare aiuto, la polizia, chiunque. Si maledisse mentalmente, un insulto rabbioso che le morì in gola per non averci pensato prima. Con le dita tremanti e bagnate aprì la cerniera e tirò fuori l'apparecchio, ma quella notte il destino sembrava volerle voltare le spalle. Lo schermo era nero. Morto. Forse la batteria si era azzerata, o forse la pioggia torrenziale era penetrata nei circuiti. Sotto i polpastrelli, quel dispositivo, che di solito era il suo intero universo, che le dava vita, sembrava solo una fredda e inutile mattonella. Alessia era senza via di scampo.
«Signorina… vuole un passaggio?»
Quella voce arrivò alle sue orecchie come un miraggio, tagliando il muro di suono della pioggia che tamburellava furiosa sulle lamiere delle auto in sosta. Alessia si voltò di scatto, con il cuore in gola.
Un uomo di mezza età apparve nella cornice del finestrino di una berlina nera. Era un’auto di lusso, un modello tedesco di fascia alta che Alessia, da sempre affascinata da tutto ciò che trasudava benessere e potere, riconobbe all'istante dal taglio dei fari.
«Sì, per favore», rispose con un filo di voce. Scattò rapida sull'asfalto, girando intorno al muso fumante del veicolo fino a raggiungere lo sportello del passeggero. L’uomo, leggendo il terrore nei suoi occhi e vedendola tremare sotto l'acqua, sbloccò la sicura.
Alessia aprì la portiera e scivolò dentro senza esitare. Venne immediatamente avvolta dall'odore intenso di pelle pregiata e dal calore asciutto del climatizzatore, un contrasto violento con l'aria gelida che aveva addosso. Accostò il pesante sportello, che si chiuse con un tonfo sordo, ovattato e sicuro, tagliando fuori di colpo il tamburellare della pioggia, la periferia squallida e gli sguardi minacciosi di quei ragazzi rimasti sul marciapiede. Era salva.
L’auto ripartì con uno scatto fluido, prima ancora che lei avesse il tempo di indicare la direzione.
L’abitacolo la avvolse in un abbraccio ovattato. L'aria fresca del condizionatore le accarezzò il viso, mentre il sedile avvolgente in pelle accoglieva i suoi fianchi stanchi, ancora roventi per la corsa e l'adrenalina. Solo in quel momento, immersa nel silenzio artificiale di quel salotto di lusso, Alessia si rese conto dello stato terribile in cui versava. Era fradicia, sudata, con i capelli incollati al collo e il trucco sciolto. La minigonna in similpelle, umida di pioggia, era risalita fin quasi alla vita, lasciando le gambe completamente scoperte.
Sentendo addosso il peso invisibile del giudizio dell'uomo, fu colta da un moto di finta decenza — o forse dal bisogno disperato di riprendere il controllo della propria immagine.
«Mi scusi, non vorrei imbarazzarla... chissà cosa pensa di me», disse con una voce che cercava di suonare fragile e mortificata. Intanto, con le dita ancora fredde, afferrò l'orlo bagnato della gonna, facendolo scivolare lentamente sulla pelle nuda per coprirsi, conscia che ogni suo minimo gesto veniva osservato.
«Non ti preoccupare», disse l’uomo. Il passaggio improvviso e inatteso da un formale "lei" a un più intimo "tu" fece vibrare l'aria nell'abitacolo. «Serata intensa?», chiese poi, la voce profonda mentre faceva uno sforzo visibile per staccarle gli occhi di dosso e rimetterli sulla strada bagnata.
«Direi», rispose lei, con un sorriso appena accennato che le premeva sulle labbra. Sentì una scossa calda lungo la schiena, profondamente compiaciuta per quell'attenzione che era bastata una sua mossa a generare. La macchina fotografica della sua mente si era riaccesa: i riflettori erano di nuovo puntati su di lei.
Il suo ospite, dopotutto, era un bell’uomo. Alessia lo studiò nella penombra dei cruscotti luminosi: capelli brizzolati tagliati corti, un mento squadrato e deciso su cui correva una profonda cicatrice, che gli dava un aria minacciosa pur mantenendo un innegabile eleganza, l'eleganza impeccabile di un completo sartoriale grigio. Ma il dettaglio che le catturò lo sguardo fu il riflesso metallico sul braccio sinistro: un Rolex Daytona d’acciaio che brillava al polso, sopra il volante. e sulla stessa mano ,al dito medio un anello nuziale, che comunque non scoraggio Alessia.
L’auto, l’abito, l’orologio. Quell'uomo trasudava un successo solido e sfacciato. E quel potere, per una ragazza abituata a valutare il mondo in base al valore dei propri like, esercitava un fascino magnetico e irresistibile, ben più pericoloso dei ragazzi lasciati sotto la pioggia.
Alessia decise che era il momento di riprendersi il centro della scena. Fece un respiro profondo, lasciando che il profumo di pelle dell'auto si mescolasse a quello del suo profumo dolce che nonostante la pioggia non sembrava aver perso di intensità, anzi il calore riacceso sulla sua pelle sembrava esaltarlo.
Con un movimento lento, quasi studiato per una clip video, si passò le dita tra i capelli bagnati dalla pioggia, portandoli tutti su un lato. Il gesto lasciò completamente scoperta la linea del collo e la spalla nuda, dove alcune gocce d'acqua brillavano ancora come piccoli cristalli sotto le luci dei lampioni che sfilavano veloci all'esterno.
Alessia stava facendo la sua mossa.
«Fa ancora così caldo fuori... eppure qui dentro tremo», sussurrò, abbassando il tono della voce per costringerlo a tendere l'orecchio.
Spostò leggermente il corpo sul sedile, orientando le ginocchia nude verso di lui. Nel farlo, tese la schiena e arcuò il busto, costringendo il tubino in similpelle a tirarsi ancora di più sul petto, esaltando il respiro che aveva fatto appositamente profondo e regolare. Sapeva esattamente quale angolazione valorizzasse le sue forme; lo aveva testato mille volte davanti all'obiettivo.
L’uomo con la coda dell’occhio non la perdeva di vista e Alessia ne era compiaciuta ,in maniera calcolata, aveva lasciato che l’orlo della mini risalisse, fino a mostrare il pizzo rosso delle sue mutandine.
Poi, allungò una mano verso la plancia dell'auto, sfiorando deliberatamente il cambio a pochi centimetri dalle dita dell'uomo, con la scusa di sistemare la borsa che aveva appoggiato a terra, di fianco ai piedi.
«Le dispiace se mi sistemo un secondo?», chiese, sollevando lo sguardo dal basso verso l'alto, con le ciglia bagnate di mascara. Non lo guardò negli occhi, ma cercò il suo riflesso nello specchietto del prendisole, per catturare il momento esatto in cui le pupille di lui avrebbero ceduto, abbandonando la strada per scendere lungo le sue gambe. Per Alessia, quel millesimo di secondo di esitazione dell'uomo alla guida era l'equivalente della notifica di un milione di like: la scarica elettrica di cui non poteva fare a meno.
Si guardò riflessa nello specchietto, I capelli erano bagnati, il mascara leggermente sbavato sotto le ciglia, le sue labbra sembravano brillare di un rosso pieno di passione.
Incrociando lo sguardo dell'uomo che continuava a lanciare occhiate incendiarie verso il suo sedile, Alessia provò un brivido di pura onnipotenza. Quella era la riprova definitiva del suo potere: riusciva a eccitare e a dominare la mente di un uomo di successo anche quando non era in condizioni perfette. La sua bellezza non aveva bisogno di filtri digitali.
Richiuse l'aletta con un colpo leggero, lasciando che l'abitacolo tornasse nella sua penombra calda.
Sorrise maliziosa, mentre cercava una posizione comoda nel suo sedile.
«Antonio», disse l’uomo all’improvviso. La sua voce profonda ruppe il silenzio, rispondendo a una domanda che lei non aveva ancora formulato ad alta voce, ma che era già scritta nei suoi occhi famelici.
«Alessia», rispose lei, lasciando che il proprio nome scivolasse fuori dalle labbra come una promessa.
Voltò il busto verso di lui e allungò la mano nello spazio stretto che li separava, cercando una stretta. Le sue dita, andarono a sfiorare la pelle calda di Antonio. L’uomo le strinse dimostrandole, forza e delicatezza al contempo. Fu un contatto deliberato, lento, studiato per far avvertire all'uomo la consistenza della sua pelle e la fragilità della sua carne, stringendo un patto silenzioso in quella notte di giugno.
«Allora, Alessia... quanto vuoi?», disse l’uomo. La domanda cadde tra loro con la freddezza chirurgica di una transazione d'affari.
Una prostituta. Antonio l’aveva scambiata per una prostituta. Alessia avvertì un brivido sottile, ma non era indignazione: era la folle lucidità della sua mente che rimetteva insieme i pezzi. In fondo, la cosa combaciava. Un uomo del genere, alla guida di quel bolide nel cuore della notte in un quartiere degradato, cos’altro poteva cercare se non un po’ di carne da comprare?
«Cosa... credi che sia una puttana?», chiese lei. La parola le uscì dalle labbra leggera, quasi sussurrata, più divertita che offesa.
«In mia discolpa: una ragazza come te, vestita in quel modo, a piedi da queste parti in piena notte...», rispose lui. Il tono non era affatto di scusa. Alessia ebbe l’impressione netta che Antonio non fosse un uomo abituato a giustificare le proprie azioni o i propri desideri. Quella sicurezza glaciale, anziché respingerla, la eccitò profondamente. Era il riflesso del potere vero.
«Ah... ah...», una risata cristallina e provocante risuonò nell'abitacolo, smorzando la tensione della pioggia esterna. «Certo, capisco. L’apparenza può generare confusione», disse Alessia, raddrizzando la schiena e lasciando volutamente la mano vicina alla sua. Voleva fargli capire, con il corpo prima che con le parole, che non c’era alcuna offesa. L'equivoco non aveva distrutto il suo ego; lo aveva esaltato. Se lui era disposto a pagare per averla, significava che il suo valore di mercato era altissimo.
«Posso chiederti una cosa, Antonio?», sussurrò lei, inclinando leggermente la testa di lato, un movimento che fece oscillare i capelli bagnati contro la spalla nuda.
«Certo.»
«Perché un uomo come te andrebbe con una... ragazza di strada?», chiese Alessia, calibrando le parole con una dolcezza studiata. «Ho l’impressione che potresti avere tutte le donne che desideri», aggiunse subito dopo. Il suo tono era morbido, quasi vellutato; voleva fargli capire che non c'era traccia di giudizio nella sua curiosità, ma solo il desiderio profondo di decifrare l’uomo che l'aveva salvata. In realtà, quel complimento era un’esca per nutrire l'orgoglio di lui e, di riflesso, il proprio.
Antonio rimase in silenzio per qualche secondo, mentre le spazzole del tergicristallo battevano un ritmo regolare sul parabrezza.
«Vecchie abitudini», rispose alla fine, e la sua voce sembrò farsi più ruvida, carica del peso degli anni passati. «Ho faticato parecchio per arrivare dove sono. All’inizio della mia carriera, questo tipo di svago era l’unico lusso che potevo permettermi.»
Le sue dita strinsero il volante in pelle con una forza improvvisa, un gesto istintivo che fece brillare l'acciaio del Daytona sotto la luce dei lampioni. Quella confessione non era un segno di debolezza, ma la rivendicazione di un potere conquistato con i denti. E Alessia, nel sentire la durezza di quelle parole, avvertì un calore nuovo farsi strada nello stomaco e irradiarsi fino tra le sue cosce.
«E per pura ipotesi... tanto per fare un esperimento di stile», disse lei, abbassando la voce fino a renderla un soffio caldo che andò a infrangersi contro il profilo di lui. «Quanto pagheresti per la mia compagnia?»
La domanda fluttuò nell'aria condizionata dell’abitacolo, densa e carica di elettricità. Alessia l'aveva buttata lì con un sorriso provocante, eppure, tra il picchiettare della pioggia sul tetto e il ronzio del motore, quella frase risuonò per entrambi come l'inizio di una vera, inevitabile trattativa.
Mentre aspettava la risposta, Alessia non gli staccò gli occhi di dosso. Il cuore le accennò un battito più rapido, un'eccitazione liquida che le scorreva sotto la pelle, inumidendo il tassello leggero delle sue mutandine. Spostò impercettibilmente il peso del corpo, facendo scricchiolare la pelle del sedile, un suono minimo ma incredibilmente intimo nello spazio ristretto che li divideva. Aprì leggermente le labbra, mordendole appena, lo sguardo fisso sulla linea forte della mascella di Antonio.
Voleva sentire la cifra. Le serviva quel numero, concreto e brutale, per dare un prezzo cartaceo alla sua onnipotenza e capire quanto quel re del mercato fosse disposto a spendere, anche solo per un’ora. Ma nell'attesa, all'eccitazione si mescolò un sudore freddo: se quel numero fosse stato davvero irrinunciabile, sarebbe riuscita a resistergli?
Alessia non era una prostituta, certo aveva monetizzato ,con sponsor e donazioni da parte dei suoi iscritti, sfruttando la sua immagine.
Il massimo che si era prestata a fare, fu durante una live, in un parco, dove seduta sulle ginocchia di un anziano con il cagnolino al seguito, si era fatta palpeggiare il seno, aveva rischiato il ban dalla piattaforma, ma aveva raccolto nuovi iscritti, tamte donazioni, ma Alessia non cercava denaro, cercava sguardi, adorazione, la prova di essere irresistibile. Eppure, in quella penombra che odorava di pelle e potere, sentì che il confine del suo gioco si stava facendo spaventosamente sottile.
Fissò il profilo di Antonio. Il respiro le si bloccò in gola chiedendosi quanto poteva valere per un uomo che sembrava aver ricevuto molto dalla vita
«Allora», disse Antonio, svoltando in una via più buia, «dici di non fare la vita, quindi non hai un prezzo di mercato. Ma non credo ti manchi l'esperienza in un certo senso. Sei una bellissima ragazza. In un'altra occasione, in un locale o per strada, ti avrei avvicinata e corteggiata. Hai stile. Gli orecchini che indossi, l'abito... non sono cose da poco. Conosci lo stile. Quindi...»
Fece una pausa calcolata. Fece scivolare la mano dal cambio e aprì il cassetto portaoggetti sul cruscotto. Con un fruscio secco e quasi chirurgico, tirò fuori una mazzetta di banconote ancora rigide, legate da un elastico. La posò sul tunnel centrale, vicino alle gambe nude di lei.
«Facciamo duemila euro. Solo per stanotte.» poi guardo l’orizzonte davanti a lui “almeno fino all’alba” aggiunse
Alessia fissò quel blocco di banconote. Sotto la similpelle bagnata, le si accapponò la pelle. Il confine era crollato: quel re del mercato aveva appena dato un valore cartaceo alla sua onnipotenza.
«Paghi sempre così tanto per una ragazza di strada?», domandò, la voce ridotta a un soffio.
«Li pagherei per te, Alessia.»
Sentire il proprio nome pronunciato in quel modo le diede la scossa: era tutto vero, maledettamente reale. Ora toccava a lei muovere. Per un secondo il pensiero volò ad Attilio, ponendo un freno gelido al suo istinto. Poi, riabbassò lo sguardo sulle banconote. Non era la cifra in sé a tentarla, ma la prospettiva di una mercificazione del suo corpo completamente nuova. Fino ad allora aveva ceduto la sua immagine in cambio di un'approvazione digitale.
Allora, cosa ne dici?», la incalzò lui.
Alessia guardò fuori dal finestrino. La città scorreva sbiadita oltre il vetro, rigata dalle gocce di pioggia che tracciavano solchi sul cristallo.
«Dove mi porti?», chiese, rompendo il silenzio. La sua domanda non cercava una coordinata geografica, ma la destinazione di una scelta che avrebbe cambiato per sempre il suo modo di stare al mondo.
«Dietro è molto spazioso.»
«Vuoi farlo in macchina?», chiese lei, avvertendo una fitta di delusione. Si era aspettata il lusso ovattato di un hotel a cinque stelle in centro.
«Non porto le ragazze di strada a casa mia», rispose lui, con una brutalità fredda che spezzò l'incantesimo.
Alessia si arrese all’evidenza, accettando i termini di quella transazione. In fondo, non era diversa da una di loro; era solo molto più cara.
La berlina accostò ai margini di un parco cittadino deserto. L'alba era vicina: di lì a poco la città si sarebbe ridestata, inghiottendo ogni barlume di privacy. Si spostarono sul sedile posteriore. Alessia mise da parte ogni esitazione, tentando disperatamente di mantenere il controllo del gioco, ma Antonio la dominò. Le impose i suoi ritmi, i suoi bisogni, i suoi capricci. Consapevole di essere diventata solo uno strumento per il piacere altrui, lei smise di lottare.
Antonio la prese con impeto. La cura e la galanteria iniziale svanirono in fretta, sostituite dall’urgenza febbrile di consumarla, di testarne i limiti, di possederla. La stringeva quasi volesse catalogarla, includerla in una collezione invisibile di cui Alessia, ormai, sentiva di fare parte.
Era mattina inoltrata quando la ragazza aprì la porta del suo appartamento. Attilio le corse incontro, ignaro di tutto. Non sapeva nulla della notte appena trascorsa, né dei duemila euro nascosti nella borsetta bagnata. La abbracciò, la baciò sulla bocca con foga, senza accorgersi che tra le labbra , sulla lingua, Alessia portava ancora il sapore amaro dell’uomo a cui si era appena venduta.
«Non mi chiedi nemmeno dove sono stata fino a quest’ora?», domandò lei, cercando disperatamente un briciolo di quell'attenzione per cui aveva quasi rischiato la vita.
«Non importa, piccola. Non litighiamo più. Tu sei il mio mondo», le rispose lui, stringendola forte contro il petto.
Alessia rimase immobile, sentendo di non meritare quell’uomo, eppure ritenendolo colpevole delle scelte fatte nelle ultime ore, se il suo fidanzato le avesse dato l’attenzione che lei gli chiedeva, nulla di tutto quello sarebbe avvenuto
Alessia fisso lo sguardo oltre la spalla di Attilio. Si osservò riflessa nello specchio dell’ingresso. La similpelle della sua mini era macchiata, era sgualcita, sotto non indossava gli slip, trattenuti come pegno, come souvenir dal suo, ospite, il trucco cancellato, disegnava un volto diverso dal solito. Sembrava sempre la stessa ragazza dello schermo, eppure, dentro, era diventata un'altra versione di se alternativa, qualcosa che forse era sempre stati li sotto il sottile strato del trucco, della pelle e dei vestiti , che presto ,avrebbe scoperto di essere molto più vera, di quella postata sui social.
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