Una Nuova Storia: Paola
di
passodalfiume
genere
interviste
Simone uscì dalla metropolitana ritrovandosi tra i palazzoni del centro, costruzioni in acciaio e vetro che cercavano di imitare i grattacieli americani. Per lui, abituato alla provincia, agli edifici bassi e agli spazi aperti dove lo sguardo può correre fino all’orizzonte, quelle masse di cemento erano una trappola.
A peggiorare il disagio, in quella calda giornata di fine maggio, c’era il completo che sua madre lo aveva costretto a indossare. A ventun anni, lei non sopportava più di vederlo chiuso in casa tutto il giorno. Secondo la sua ignoranza, lui stava sprecando il suo tempo tra videogiochi e dirette al computer.
Simone aveva un canale su una nota piattaforma di streaming, dove condivideva con altri appassionati notizie e recensioni sul mondo videoludico e sul fitness, le uniche due cose che davvero lo interessavano. Per sua madre, quelle cose, erano sciocchezze incomprensibili. Così, senza nemmeno parlargli, gli aveva organizzato un colloquio in un albergo come fattorino.
Il completo, di una taglia più grande del necessario, gli stava addosso come una colata di cemento: rigido, scomodo, e lo faceva sentire ancora più impacciato del solito.
Si presentò alla reception. La ragazza che lo accolse lo guardò con un’aria che gli parve di sufficienza, come se stonasse con l’ambiente elegante dell’hotel. Dopo aver controllato il suo nome, gli disse che era in anticipo e che avrebbe dovuto aspettare, indicandogli alcune poltroncine vicino all’ingresso.
Simone si sedette e attese pazientemente. Il luogo emanava lusso in ogni dettaglio: i marmi che rivestivano pareti e pavimento, i tavolini di cristallo, la pelle lucida dei divanetti.
Passò un’ora prima che qualcuno si ricordasse di lui. Trasalii quando sentì il suo nome pronunciato da una voce femminile. Si voltò e si trovò davanti una donna sui quarant’anni, elegante e di grande presenza. Indossava un tailleur bianco che ne valorizzava la figura senza eccessi, portava con naturalezza un’aria di sicurezza che lo intimidì.
La seguì come gli era stato chiesto, cercando di non fissarla troppo. Presero l’ascensore insieme ad altre persone. Nello spazio ristretto Simone si ritrovò molto vicino alla donna, percependo un profumo delicato, una nota di vaniglia e sapone che gli arrivò alle narici, era profumo di femminilità e lo mise ancora più in agitazione.
Non riuscì a tenere gli occhi lontani da lei, l’abito bianco che la donna vestiva, ne esaltava le forme, il seno pieno ma non enorme, la vita stretta , i fianchi un po abbondanti ma sodi, e le gambe snelle e toniche sotto la gonna appena un pò corta, arrampicate su delle decoltè nere con tacco vertiginoso che ne slanciava la postura.
La donna sembrava ignara dell’esame a cui il ragazzo dietro di lei la stava sottoponendo.
Entrarono in un ufficio luminoso. Lei gli fece cenno di sedersi sulla poltrona di fronte alla scrivania. Proprio in quel momento il telefono che teneva in mano vibrò. Con un gesto rapido scostò una ciocca dei suoi capelli biondi, sganciò il pesante orecchino d’oro e se lo portò all’orecchio per rispondere.
Simone ebbe subito l’impressione che la donna fosse contrariata. La voce che usò al telefono era tesa, e quando chiuse la chiamata sembrò ancora più distante, come se qualcosa le avesse rovinato la giornata.
«Sei qui per il colloquio?» disse, sedendosi davanti a lui.
Simone cercò di non guardare tra le sue gambe mentre lei le accavallava con naturalezza, ma la tentazione fu immediata e feroce. Distolse lo sguardo un attimo prima che lei potesse accorgersene. Aveva intravisto qualcosa, un dettaglio fugace, un lembo di tessuto chiaro, l’intarsio del pizzo messo a decoro delle mutandine indossate da lei. Quel dettaglio, gli fece sgranare gli occhi per un attimo e accelerare il battito.
«Hai portato il curriculum?» chiese lei. Ogni parola che usciva dalle sue labbra color corallo sembrava un invito, il ragazzo , tra la tensione del colloquio, il profumo che emanava da lei, il disagio di un abito che non sapeva portare, l’attrazione che provava per la donna, si sentì quasi stordito.
«Certo…» rispose trasalendo, mentre la fantasia cercava di completare ciò che aveva appena intravisto.
La osservò mentre leggeva il foglio: gli occhi di un azzurro brillante appena truccati, scorrevano sulle righe, e lei teneva l’asta degli occhiali tra le labbra, mordicchiandola in un gesto nervoso che, mentre dondolava una coscia accavallata sull’altra, in un gesto distratto e allo stesso tempo calcolato, agli occhi di lui, risultava incredibilmente seducente.
«Il signor Nicola sta arrivando?» chiese Simone, nel tentativo disperato di tagliare la tensione che gli si era annidata nello stomaco.
«Sono io il signor Nicola» disse lei, senza alzare lo sguardo.
«…È uno scherzo?» balbettò con voce sommessa.
«Ti sorprende che sia una donna a farti il colloquio?» domandò inclinando leggermente la testa.
«No… è che mia madre aveva detto di essere amica di sua moglie…» provò a spiegare.
«Ed è vero. Tua madre e mia moglie si conoscono, frequentano lo stesso corso di pilates.»
Ci fu un attimo di imbarazzante silenzio
«Quindi… lei…» Simone lasciò la frase sospesa, temendo di essere scivolato in qualcosa di inopportuno.
«Sono lesbica?» disse lei, fissandolo con un lampo di attenzione negli occhi che simone non avrebbe mai voluto suscitare.
«Mi scusi, non volevo essere offensivo…» Il ragazzo si irrigidì, sentendosi ancora più a disagio.
«Essere lesbica non è offensivo.» La sua voce si fece seria, quasi un rimprovero.
«No, non è quello che volevo dire…» Simone era ormai nel panico. Avrebbe voluto alzarsi, ringraziare e scappare via. Ma prima che potesse farlo, la donna rise.
«Stai tranquillo» disse chinandosi verso di lui e sfiorandogli il ginocchio con un gesto leggero. «Mi diverte sempre vedere la reazione delle persone quando glielo dico»
Simone sospirò, sollevato. «Ah… grazie. Me la stavo facendo addosso.»
«E poi, tra l’altro, non è nemmeno del tutto esatto.» Lo disse con un tono ambiguo, sostituendo il panico del ragazzo con un dubbio ancora più destabilizzante.
Vedendo la sua espressione confusa, Nicola si sporse appena in avanti. Portò le mani ai lati della bocca, come per confidare qualcosa che non aveva mai detto a nessuno, e quasi sussurrò:
«Mi piacciono anche gli uomini.»
Simone rimase a osservare, quasi ipnotizzato, il modo in cui le sue labbra piene modulavano quelle parole.
«Tu, per esempio… credo che sia un bel ragazzo» aggiunse, senza guardarlo.
Il volto di Simone avvampò all’istante. Lei se ne accorse: la sensazione di averlo in pugno le attraversò lo sguardo.
«Togliti la giacca» disse con naturalezza.
«Come, scusi?»
«Su, fa caldo. Siamo quasi in estate, e poi è così formale.» La sua voce era morbida, ma ferma.
“Guarda, sai cosa?” aggiunse muovendosi sulla sua poltrona “lo faccio prima io” togliendosi la giacca del suo Tailleur, mostrando sotto di essa una camicetta in viscosa semi trasparente dal cui tessuto era possibile vedere senza difficoltà il reggiseno push-up che la donna indossava.
“ora mi sento molto più a mio aggio” aggiunse piegando la giacca sul bracciolo della poltrona alla sua destra
Simone esitò alla visione del seno di lei dentro la lingerie raffinata, appena celato sotto il velo della sua camicia, imbarazzato cominciò a muoversi, lentamente fece ciò che gli era stato chiesto.
«Guarda, sei tutto sudato» osservò lei. «Togli anche la camicia, lascia respirare un po’ la pelle.»
«Non so… quanto sia opportuno.»
«Non preoccuparti. Potresti essere mio figlio» rispose lei con un mezzo sorriso.
«Ha figli?»
«No»
Nel suo sguardo, Simone colse qualcosa che non sapeva interpretare.
Era sempre stato così: non aveva mai capito davvero i segnali che le donne lanciano quando sono interessate. Quella difficoltà gli aveva complicato la vita sentimentale, e ora non riusciva a capire se quella donna stesse davvero cercando di avvicinarsi a lui o se volesse soltanto apparire rilassata, sicura, confidente.
«Va bene» disse Simone, e seguì la sua indicazione.
Quando la camicia scivolò via, Nicola dovette trattenere una risata. Sotto, il ragazzo indossava una canotta color menta pallida, con un draghetto rosa stampato sul petto: un capo che avrebbe potuto appartenere a un bambino più che a un ventenne. Quel dettaglio, quel lampo di innocenza inattesa, la divertì e la intrigò allo stesso tempo.
«Mi scusi» balbettò lui, cercando di giustificarsi. «Mia madre mi ha preparato tutto per oggi… tranne la biancheria. Ho preso una canotta di mio fratello.»
Nicola lo osservò un istante soffermandosi sul torace del ragazzo più a lungo del necessario, come se stesse valutando qualcosa che non voleva dire ad alta voce.
Il suo fisico era atletico, giovane, un boccone succulento su cui lei avrebbe volentieri affondato i denti.
Il suo sguardo era un misto di tenerezza , curiosità, interesse, di un turbamento che le fece strofinare le cosce l’una all’altra.
“anche le mutandine sono del tuo fratellino?” chiese maliziosa senza staccargli gli occhi di dosso.
A quella domanda, Simone non trovava il coraggio di rispondere, incapace di dare un senso a quello che stava accadendo.
“no… sono le mie” disse infine senza riuscire a guardarla, quel modo di definirle “ mutandine” aveva acceso un campanello nella sua testa.
“Vediamo” disse lei.
“cosa?”
“le tue mutandine…” lo incoraggiò “tu hai visto le mie, ora per correttezza dovresti mostrarmi le tue” aggiunse
In quel momento fu palese per il ragazzo che la donna era stata tutt’altro che ignara del fascino che esercitava, e che forse voleva prendersi una sorta di rivalsa su di lui per averla violata con gli occhi.
“non le ho viste cosi bene come crede” disse in un attimo di coraggio
“a questo posso porre subito rimedio” annunciò Nicola
Sollevò i fianchi dal divano quel tanto fosse necessario a far scorrere l’orlo della gonna in alto ,per poi aprire le gambe in modo da mostrargli il perizoma di pizzo bianco che indossava.
“Cosi va bene?” chiese lei ormai completamente esposta e offerta al suo sguardo.
Simone deglutì a fatica incapace di muoversi e fissando il sottile triangolo di stoffa che comprai a stento il pube della donna sotto il quale poteva intravedere le labbra della sua fica e l’ombra di peli che ne decoravano la parte superiore.
“Su forza” lo incoraggiò lei mantenendo la posizione e Simone cosi fece, lasciando scivolare il pantalone fino alle caviglie.
Sotto al tessuto dei suoi slip azzurri in microfibra, Simone celava qualcosa che non poteva essere nascosto e la donna lo trovava di suo gradimento.
“credo che tu abbia bisogno di alleggerire il carico” disse lei maliziosa ,sul volto della donna si era acceso un leggero rossore.
Nicola sembrava cambiata, i suoi occhi sembravano più grandi e sulle labbra si era allargato un sorriso che non era di divertimento ma espressione di un appetito che andava appagato.
“Avvicinati” gli disse.
Simone impacciato avendo le caviglie ancora dentro i pantaloni le si avvicino strisciando i piedi sul pavimento, lei restando seduta davanti a lui, lo accolse tra le cosce spalancate, poi senza dargli il tempo di protestare, se mai ce ne fosse stato bisogno, cominciò a accarezzargli l’inguine, seguendo con il palmo della mano la forma allungata del suo pene eretto sotto al tessuto.
“non male” sussurrò, una volta liberato il suo uccello dall’ostacolo degli slip.
“Ti radi , mi piace” aggiunse lei notando che aveva i genitali completamente glabri.
“Faccio nuoto” si giustificò lui.
“Si vede” aggiunse la donna , ammirando la definizione dei muscoli dovuta di certo da un intensa attività fisica, poi dopo aver giocato con il suo pene e averne esposto il glande celato sotto la pelle se lo portò alla bocca e prese a sollecitarne la punta umida che ormai irrorata dal sangue la rendeva di un rosso acceso.
Il ragazzo non doveva essere molto accurato nell’igiene, sentiva oltre l’odore di sudore per il caldo della giornata, una nota di sperma raffermo e urina, non le dispiaceva.
“hai anche un buon sapore” dichiarò dopo averlo succhiato lentamente
“ti andrebbe di scoparmi?” gli chiese Nicola
“oh…io non chiedo altro” rispose lui.
“togli i pantaloni e siediti” le ordinò lei.
Quando il ragazzo ebbe ultimato il suo compito lei salì cavalcioni su di lui
“Voi vedere le mie tette?” chiese sorridendogli
Simone annui, incredulo per tutto quello che stava succedendo, sapendo che se lo avesse raccontato in giro, nessuno gli avrebbe mai creduto.
Nicola si disfò dell camicia lanciandola sul tavolino dietro di lei e un attimo dopo anche il reggiseno fece lo stesso percorso.
Tra le mani del ragazzo, i seni della donna sembravano più grandi di quelli che gli erano apparsi, erano morbidi, pure mantenendo un certo peso e consistenza, caldi , emanavano un calore intenso e piacevole.
le areole erano quelle di una donna matura, un pò scuri ,i capezzoli si ergevano fieri a mostrarsi sopra di essi.
“vuoi succhiarli” non era una domanda ma un ordine e cosi Simone fece.
Li sentiva sotto la lingua prendere ancora più consistenza ,spessore.
Intanto quel profumo che aveva appena sentito accennato di sapone e vaniglia, ora, ancora più forte fino quasi a stordirlo.
Senza nemmeno averne completamente coscienza, si ritrovò il suo cazzo turgido dentro di lei, tra le mutandine della donna messe di lato.
Bagnata, calda e morbida, la sua fica l’accoglieva e ad ogni affondo si stringeva attorno all’asta, Simone era gia stato con altre donne, tutte sue coetanee ma, quella di Nicola, era la fica che gli stava regalando un emozione che non aveva mai provato.
Era la passera di una donna matura, con chi sa quanta esperienza, più semplice entrare dentro di lei, ma non per questo, risultava meno in grado di donare sensazioni.
Nicola a differenza delle ragazzine che frequentava di solito ,era consapevole, sicura, sapeva bene ciò che voleva, e come ottenerlo, paradossalmente, non era lui a condurre era lei che, lo stava scopando.
La donna, senza dargli modo di sottrarsi al suo desiderio, si muoveva sopra di lui, con movimenti decisi dei fianchi, lo cavalcava come se ne dichiarasse il possesso.
“Dammi il tuo cazzo, dammelo tutto” gli sussurro fissandolo negli occhi.
Simone fece appello a tutto il suo coraggio, alla sua resistenza per prolungare l’amplesso ma quella femmina era troppo.
“Aspetta” le disse “non ce la faccio” la supplicò “sto per venire” l’avverti.
Ma lei crudele, non gli diete tregua, anzi accelerò il ritmo della sua cavalcata, era li per qualcosa che solo lui in quel momento poteva dargli e non si sarebbe fermata fino a quando non l’avrebbe ottenuto.
Simone ormai al limite, l’afferrò per i fianchi e spingendo dentro di lei il suo cazzo venne .ripetutamente, riempiendola.
Rimasero immobili per un istante, ancora troppo vicini, il respiro dell’uno che sfiorava quello dell’altra.
Si scambiarono un bacio lungo e appassionato, come a suggellare la loro breve e appassionata unione. Poi, quasi all’unisono, si ricomposero in silenzio, raccogliendo i vestiti con una fretta trattenuta. Non fecero in tempo a scambiarsi altro che uno sguardo carico quando .
La porta che li aveva separati del resto del mondo, si aprì di colpo.
«Scusate il ritardo, c’è un traffico pazzesco» disse un uomo entrando con passo sicuro. Si voltò verso Simone, gli tese la mano. «Tu devi essere Simone.»
«Sì…» rispose lui, ancora disorientato.
L’uomo colse l’incertezza nei suoi occhi e aggiunse con un sorriso cordiale: «Sono Nicola. Sei qui per il colloquio, giusto?» Poi si chinò verso la donna, sfiorandole la guancia con un bacio rapido e familiare. «Vedo che hai già conosciuto mia moglie, Paola.»
«Sì» mormorò Simone. Sentì un ronzio salire alle tempie, come se la stanza si fosse improvvisamente ristretta.
Paola, seduta accanto al marito, gli rivolse un sorriso appena accennato, carico di malizia.
“Vedo che hai portato il curriculum, bene” disse l’uomo prendendolo dal tavolino su cui era stato lasciato
Mentre il marito leggeva con attenzione quel pezzo di carta Paola, portò un dito alle labbra, leggero come una piuma, e rivolto al ragazzo, gli fece segno di tacere.
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