Il compleanno di Monica (parte 3)
di
Kugher
genere
sadomaso
Monica era stupita, eccitata, contenta, eccitata, stupita.
Tutte queste sensazioni si accavallano sommandosi tra loro.
Si girò e infilò la sua lingua nella bocca di Marco, cercando con la mano il cazzo che era durissimo.
La donna sentì che lui si era girato per cercare qualcosa sotto al cuscino del divano. Era però concentrata sullo schiavo che stava avanzando con fare sottomesso verso di lei.
Non ne sapeva il nome, non le interessava, non ne conosceva le preferenze sessuali, non le interessavano. Quello era un oggetto, uno strumento erotico, un regalo, il suo regalo!
L’eccitazione saliva e con le natiche cercava di stimolare sempre più il cazzo di colui che, a quel punto, era destinato ad entrare dentro di lei, ormai “perdonato” per una offesa che lui non aveva mai conosciuto.
Il “cane” si avvicinava piano e lo sguardo della donna era concentrata nell’attesa che le consentiva di alimentare il piacere destinato ad avere luogo nell’immediato futuro.
Marco, che evidentemente aveva avuto successo nella sua ricerca sotto il cuscino, le porse un frustino nero.
Lo schiavo la raggiunse. Aveva i capelli lunghi e neri che coprivano il collo, sotto al quale vi era un tatuaggio. Monica intravide sotto di essi qualcosa che subito identificò con un collare. Il ragazzo alzò appena il collo per farle vedere un piccolo fiocco rosso, tipico ornamento dei regali che, solitamente, viene messo sopra i pacchi ancora chiusi per anticipare la proprietà e la destinazione di ciò che il cartone contiene.
Il cane si abbassò a baciare le scarpe. La lingua si avventurò sul piede non coperto dalla calzatura. Le venne tolta la scarpa sinistra. Il ragazzo, tenendo tra le mani il piede con l’attenzione che si dedica ad un oggetto prezioso di cristallo, prese in bocca ciascun dito, a partire dal mignolino, passando la lingua tra un dito e l’altro.
Monica decise di provare la schiena dello schiavo e la colpì con il frustino, apprezzando la piccola reazione che, però, non distolse attenzione dall’adorazione.
Lasciando a terra il piede oggetto di attenzione, Monica pose il tacco sulla schiena del ragazzo prostrato, schiacciando e, nel contempo, allargando le cosce per consentire al dito di Marco di accarezzare ancora il clitoride.
Monica prese per i capelli l’oggetto sessuale e attirò la bocca sulla figa, schiacciandola contro, quasi a voler essere penetrata dalla lingua che si era fatta rigida. Calmatasi appena, pur coservando la presa ai capelli, la lingua del cane iniziò ad esplorare l’interno del sesso, uscendo sulle grandi labba per concentrarsi sul clitoride, dove prima vi era il dito del compagno.
Monica reclinò indietro la testa per offrire il collo a Marco e, poi, la propria lingua nella bocca dell’uomo.
Quest’ultimo la fece alzare e sollevò la gonna.
“Voglio il tuo culo”.
Monica si alzò quel tanto per indietreggiare e, lentamente, farsi penetrare dal cazzo che da tempo era duro e necessitava di entrare in lei.
Lo schiavo continuò a leccarle la figa concentrandosi sul clitoride, mentre la Padrona si muoveva per sentire dentro di sé il membro, al cui turgore contribuiva contraendo lo sfintere per sollecitarlo.
Lo schiavo le accarezzava le cosce mentre Marco ancora si concentrava sul suo collo.
Il ritmo della leccata alla figa era dato col frustino, la cui forza dettava la frequenza delle leccate che diminuivano con il minor dolore alla schiena, così come aumentavano quando lo strumento calava con più forza.
Marco cercava di muovere il bacino quel tanto che il peso su di lui lo consentisse. Il palmo della mano sfiorava ripetutamente i capezzoli e la lingua dello schiavo entrava nella figa simulando il cazzo e, una volta dentro, accarezzava le pareti fino a tornare ancora sul clitoride, girandoci attorno.
Fu Monica a prendere l’iniziativa, desiderando il membro di Marco dentro di sè, in sostituzione di quella lingua che, invece, le avrebbe accarezzato il culo.
Si alzò, si mise inginocchioni sul divano offrendo i seni alla lingua dell’uomo che, abbasatale la testa, entrò nella sua bocca, così come il cazzo in figa.
Lo schiavo partì a leccare dalla pianta dei piedi per risalire fino al culo, leccandone il bordo ed entrando dove prima era stato il cazzo dell’uomo.
Monica stava ferma per consentire al cane di penetrarla con la lingua e, nel contempo, cercava di contrarre la figa per dare piacere al compagno dentro di lei.
L’eccitazione era denunciata dall’intensità e frequenza dei respiri. Il movimento del bacino di Monica stimolava il cazzo che sentiva sempre più duro ed ormai prossimo all’orgasmo per una eccitazione che era iniziata tanto tempo addietro, quando aveva fatto entrare lo schiavo e, spogliato, lo aveva lasciato in camera in attesa che loro arrivassero. Il pensiero lo aveva accompagnato in ogni momento della passeggiata nel paese vecchio, ed in ogni istante dei giochi di rifiuto e ricerca, avvertendo la frustrazione della donna con la quale giocò sia per divertimento proprio, sia per creare il maggior effetto possibile quando avrebbe visto l’arrivo dello schiavo.
“Scopami”.
L’invito alla donna venne accompagnato dalle mani sulle cosce che, tenute strette, venivano alzate ed abbassate nel tentativo di dare il ritmo alla scopata per raggiungere il culmine del piacere.
Monica cercò di non godere, di ritardare il più possibile il proprio orgasmo mentre si concentrava nell’accelerare quello di Marco che, presto, sentì dentro di lei mentre con le labbra le succhiava i capezzoli.
“Stenditi sulla schiena, cane”.
La voce roca di Monica era un ordine equiparabile ad una frustata.
Si accovacciò sul viso dello schiavo, riversando nella sua bocca tutto lo sperma che era dentro di lei.
Il ragazzo asportò il contenuto entrando anche con la lingua che, nel frattempo, nuovamente si concentrò sul clitoride.
Monica iniziò a giocare col cazzo duro dello schiavo, masturbandolo per fermarsi quando lo sentiva crescere troppo.
Ebbe un orgasmo e, mentre godeva, strinse forte il cazzo del ragazzo fino a procurargli male pur senza fargli perdere rigidità.
Era proprio un bel pezzo di carne, sia il cazzo sia lo schiavo.
Si mise cavalcioni e, appoggiate le mani sui pettorali, si fece penetrare ed iniziò a scoparlo, cercando di non farlo venire mentre, invece, giocava col cazzo dentro di lei per arrivare al secondo orgasmo.
Tutte queste sensazioni si accavallano sommandosi tra loro.
Si girò e infilò la sua lingua nella bocca di Marco, cercando con la mano il cazzo che era durissimo.
La donna sentì che lui si era girato per cercare qualcosa sotto al cuscino del divano. Era però concentrata sullo schiavo che stava avanzando con fare sottomesso verso di lei.
Non ne sapeva il nome, non le interessava, non ne conosceva le preferenze sessuali, non le interessavano. Quello era un oggetto, uno strumento erotico, un regalo, il suo regalo!
L’eccitazione saliva e con le natiche cercava di stimolare sempre più il cazzo di colui che, a quel punto, era destinato ad entrare dentro di lei, ormai “perdonato” per una offesa che lui non aveva mai conosciuto.
Il “cane” si avvicinava piano e lo sguardo della donna era concentrata nell’attesa che le consentiva di alimentare il piacere destinato ad avere luogo nell’immediato futuro.
Marco, che evidentemente aveva avuto successo nella sua ricerca sotto il cuscino, le porse un frustino nero.
Lo schiavo la raggiunse. Aveva i capelli lunghi e neri che coprivano il collo, sotto al quale vi era un tatuaggio. Monica intravide sotto di essi qualcosa che subito identificò con un collare. Il ragazzo alzò appena il collo per farle vedere un piccolo fiocco rosso, tipico ornamento dei regali che, solitamente, viene messo sopra i pacchi ancora chiusi per anticipare la proprietà e la destinazione di ciò che il cartone contiene.
Il cane si abbassò a baciare le scarpe. La lingua si avventurò sul piede non coperto dalla calzatura. Le venne tolta la scarpa sinistra. Il ragazzo, tenendo tra le mani il piede con l’attenzione che si dedica ad un oggetto prezioso di cristallo, prese in bocca ciascun dito, a partire dal mignolino, passando la lingua tra un dito e l’altro.
Monica decise di provare la schiena dello schiavo e la colpì con il frustino, apprezzando la piccola reazione che, però, non distolse attenzione dall’adorazione.
Lasciando a terra il piede oggetto di attenzione, Monica pose il tacco sulla schiena del ragazzo prostrato, schiacciando e, nel contempo, allargando le cosce per consentire al dito di Marco di accarezzare ancora il clitoride.
Monica prese per i capelli l’oggetto sessuale e attirò la bocca sulla figa, schiacciandola contro, quasi a voler essere penetrata dalla lingua che si era fatta rigida. Calmatasi appena, pur coservando la presa ai capelli, la lingua del cane iniziò ad esplorare l’interno del sesso, uscendo sulle grandi labba per concentrarsi sul clitoride, dove prima vi era il dito del compagno.
Monica reclinò indietro la testa per offrire il collo a Marco e, poi, la propria lingua nella bocca dell’uomo.
Quest’ultimo la fece alzare e sollevò la gonna.
“Voglio il tuo culo”.
Monica si alzò quel tanto per indietreggiare e, lentamente, farsi penetrare dal cazzo che da tempo era duro e necessitava di entrare in lei.
Lo schiavo continuò a leccarle la figa concentrandosi sul clitoride, mentre la Padrona si muoveva per sentire dentro di sé il membro, al cui turgore contribuiva contraendo lo sfintere per sollecitarlo.
Lo schiavo le accarezzava le cosce mentre Marco ancora si concentrava sul suo collo.
Il ritmo della leccata alla figa era dato col frustino, la cui forza dettava la frequenza delle leccate che diminuivano con il minor dolore alla schiena, così come aumentavano quando lo strumento calava con più forza.
Marco cercava di muovere il bacino quel tanto che il peso su di lui lo consentisse. Il palmo della mano sfiorava ripetutamente i capezzoli e la lingua dello schiavo entrava nella figa simulando il cazzo e, una volta dentro, accarezzava le pareti fino a tornare ancora sul clitoride, girandoci attorno.
Fu Monica a prendere l’iniziativa, desiderando il membro di Marco dentro di sè, in sostituzione di quella lingua che, invece, le avrebbe accarezzato il culo.
Si alzò, si mise inginocchioni sul divano offrendo i seni alla lingua dell’uomo che, abbasatale la testa, entrò nella sua bocca, così come il cazzo in figa.
Lo schiavo partì a leccare dalla pianta dei piedi per risalire fino al culo, leccandone il bordo ed entrando dove prima era stato il cazzo dell’uomo.
Monica stava ferma per consentire al cane di penetrarla con la lingua e, nel contempo, cercava di contrarre la figa per dare piacere al compagno dentro di lei.
L’eccitazione era denunciata dall’intensità e frequenza dei respiri. Il movimento del bacino di Monica stimolava il cazzo che sentiva sempre più duro ed ormai prossimo all’orgasmo per una eccitazione che era iniziata tanto tempo addietro, quando aveva fatto entrare lo schiavo e, spogliato, lo aveva lasciato in camera in attesa che loro arrivassero. Il pensiero lo aveva accompagnato in ogni momento della passeggiata nel paese vecchio, ed in ogni istante dei giochi di rifiuto e ricerca, avvertendo la frustrazione della donna con la quale giocò sia per divertimento proprio, sia per creare il maggior effetto possibile quando avrebbe visto l’arrivo dello schiavo.
“Scopami”.
L’invito alla donna venne accompagnato dalle mani sulle cosce che, tenute strette, venivano alzate ed abbassate nel tentativo di dare il ritmo alla scopata per raggiungere il culmine del piacere.
Monica cercò di non godere, di ritardare il più possibile il proprio orgasmo mentre si concentrava nell’accelerare quello di Marco che, presto, sentì dentro di lei mentre con le labbra le succhiava i capezzoli.
“Stenditi sulla schiena, cane”.
La voce roca di Monica era un ordine equiparabile ad una frustata.
Si accovacciò sul viso dello schiavo, riversando nella sua bocca tutto lo sperma che era dentro di lei.
Il ragazzo asportò il contenuto entrando anche con la lingua che, nel frattempo, nuovamente si concentrò sul clitoride.
Monica iniziò a giocare col cazzo duro dello schiavo, masturbandolo per fermarsi quando lo sentiva crescere troppo.
Ebbe un orgasmo e, mentre godeva, strinse forte il cazzo del ragazzo fino a procurargli male pur senza fargli perdere rigidità.
Era proprio un bel pezzo di carne, sia il cazzo sia lo schiavo.
Si mise cavalcioni e, appoggiate le mani sui pettorali, si fece penetrare ed iniziò a scoparlo, cercando di non farlo venire mentre, invece, giocava col cazzo dentro di lei per arrivare al secondo orgasmo.
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