Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 24)
di
Kugher
genere
sadomaso
Il telefono di Enrico suonava insistentemente.
La prima volta lo aveva silenziato in quanto stava parlando al fisso. La conversazione era di particolare importanza, così aveva silenziato il cellulare senza guardare chi lo stesse chiamando.
Subito dopo ricevette ancora una chiamata e, questa volta, guardò chi ne fosse l’autore.
Guardò il telefono con una certa sorpresa: era Meddy.
Non era mai accaduto che lo chiamasse il giorno stesso dell’incontro. Le regole non scritte prevedevano il silenzio tra loro.
Magari doveva comunicargli un suo impedimento.
Il pensiero gli creò fastidio ma, poi, pensò che le sarebbe stato sufficiente un sms, salvo scontare poi le frustate di punizione, soprattutto per avere disdettato un appuntamento per il quale aveva lavorato parecchio per curarne l’organizzazione nei minimi dettagli.
Niente, richiamò per la terza volta con un tempismo che trasmetteva il senso dell’urgenza. Le chiamate erano una successiva all’altra, praticamente il tempo di cliccare su “richiama”.
Preso da un senso di angoscia, concluse in fretta la chiamata che, pur importante, a quel punto poteva aspettare.
Le tensioni in Fiona, che cominciavano a stancarlo, furono il campanello di allarme che lo spinsero a rispondere senza aggredire per l’insistenza inopportuna.
Appena risposto, Meddy non gli diede nemmeno il tempo di parlare.
“Mamma ha scoperto tutto! E’ impazzita! Dice che sta soffrendo troppo e devi soffrire anche tu! Dice che non è possibile che tu ti sia innamorato di me! Ho paura! Vieni subito!”.
Enrico fece il più in fretta possibile, violando tutto ciò che poteva violare alla guida dell’auto.
La comunicazione era allarmante e si chiese se avrebbe dovuto chiamare o meno la polizia. Non sapeva cosa fare e temeva di sbagliare se l’avesse chiamata ma, soprattutto, se non l’avesse chiamata.
D’altro canto Fiona non ha mai dato segni di squilibrio tale da poter pensare che Meddy fosse in pericolo.
Quando arrivò trovò la porta chiusa ma sentiva Meddy che chiedeva aiuto e Fiona che urlava cose che non riusciva a capire se non le parole “ti ammazzo”, ripetute in continuazione.
Corse su per le scale con una velocità compatibile con il battito impaurito del suo cuore, ora pentito di non avere chiamato la polizia.
In camera di Meddy vide la ragazza in autoreggenti e decollete. Al collo vi era il collare da cani, in pelle nera con un anello in corrispondenza della gola al quale sarebbe stato possibile attaccare un guinzaglio. Evidentemente, si stava preparando per la serata.
Fiona la minacciava con un coltello come impazzita, con gli occhi fuori dalle orbite.
“Mi stai rubando l’uomo! Volevo solo essere felice con lui! Ci saremmo sposati! Hai rovinato tutto! Hai voluto portarmelo via!”
Enrico non ritenne utile, per calmarla, dirle che non avevano mai parlato di matrimonio. Tuttavia forse l’avrebbe indotta a ritenere inutile la minaccia.
Intervenne per cercare di calmarla.
“Fiona, calmati! Non mi ha portato via! Era solo sesso! Pensavamo di dirtelo e di coinvolgerti!”.
Solo in quel momento Fiona si rese conto della sua presenza.
Si voltò a guardarlo con occhi da matta.
“Mi hai tradito con mia figlia! Hai idea della sofferenza? Pensavo avessimo un rapporto serio tu ed io! Soffro troppo! Devi soffrire anche tu!”
“Mamma fermati! Metti giù quel coltello! non ci vedremo più! Scusaci, abbiamo sbagliato!”
A questo punto Fiona cominciò a ripetere sempre le stesse parole, ossessivamente.
Si rivolgeva evidentemente a Enrico anche se stava guardando Meddy”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
Fece un salto in avanti e accoltellò Meddy.
Subito dopo fu come se si fosse risvegliata e fosse tornata in sé.
Si rese conto di ciò che aveva fatto.
Gettò a terra il coltello e si portò le mani al viso.
Meddy era stesa sul letto macchiato di sangue, del suo sangue.
Lo sguardo, incredulo, era fisso sul soffitto bianco. le palpebre sbattevano velocemente e le labbra tremavano, così come tremava tutto il corpo.
Le mani erano sulla ferita dalla quale il coltello era stato estratto lasciando una scia rossa sul ventre e a terra.
Fiona, accanto al letto sul quale giaceva la figlia, era paralizzata e aveva le mani che si coprivano la bocca, quasi a voler ricacciare indietro un urlo che restava muto, impossibilitato ad uscire dalle corde vocali per il forte shock, incredula alla sua stessa vista, come se in quel momento stesse guardando qualcosa che non esisteva, che non poteva esistere, che non doveva esistere, non lì, non in casa sua, non con sua figlia stesa su quel letto.
Enrico cercava di tamponare la ferita mentre, con una mano insanguinata, chiamò i soccorsi.
“Tranquilla Meddy, ora arrivano i soccorsi, resisti, resisti”.
Fiona, muta, guardava la scena come se fosse un film e non le appartenesse.
In lontananza si iniziarono a sentire le sirene.
La prima volta lo aveva silenziato in quanto stava parlando al fisso. La conversazione era di particolare importanza, così aveva silenziato il cellulare senza guardare chi lo stesse chiamando.
Subito dopo ricevette ancora una chiamata e, questa volta, guardò chi ne fosse l’autore.
Guardò il telefono con una certa sorpresa: era Meddy.
Non era mai accaduto che lo chiamasse il giorno stesso dell’incontro. Le regole non scritte prevedevano il silenzio tra loro.
Magari doveva comunicargli un suo impedimento.
Il pensiero gli creò fastidio ma, poi, pensò che le sarebbe stato sufficiente un sms, salvo scontare poi le frustate di punizione, soprattutto per avere disdettato un appuntamento per il quale aveva lavorato parecchio per curarne l’organizzazione nei minimi dettagli.
Niente, richiamò per la terza volta con un tempismo che trasmetteva il senso dell’urgenza. Le chiamate erano una successiva all’altra, praticamente il tempo di cliccare su “richiama”.
Preso da un senso di angoscia, concluse in fretta la chiamata che, pur importante, a quel punto poteva aspettare.
Le tensioni in Fiona, che cominciavano a stancarlo, furono il campanello di allarme che lo spinsero a rispondere senza aggredire per l’insistenza inopportuna.
Appena risposto, Meddy non gli diede nemmeno il tempo di parlare.
“Mamma ha scoperto tutto! E’ impazzita! Dice che sta soffrendo troppo e devi soffrire anche tu! Dice che non è possibile che tu ti sia innamorato di me! Ho paura! Vieni subito!”.
Enrico fece il più in fretta possibile, violando tutto ciò che poteva violare alla guida dell’auto.
La comunicazione era allarmante e si chiese se avrebbe dovuto chiamare o meno la polizia. Non sapeva cosa fare e temeva di sbagliare se l’avesse chiamata ma, soprattutto, se non l’avesse chiamata.
D’altro canto Fiona non ha mai dato segni di squilibrio tale da poter pensare che Meddy fosse in pericolo.
Quando arrivò trovò la porta chiusa ma sentiva Meddy che chiedeva aiuto e Fiona che urlava cose che non riusciva a capire se non le parole “ti ammazzo”, ripetute in continuazione.
Corse su per le scale con una velocità compatibile con il battito impaurito del suo cuore, ora pentito di non avere chiamato la polizia.
In camera di Meddy vide la ragazza in autoreggenti e decollete. Al collo vi era il collare da cani, in pelle nera con un anello in corrispondenza della gola al quale sarebbe stato possibile attaccare un guinzaglio. Evidentemente, si stava preparando per la serata.
Fiona la minacciava con un coltello come impazzita, con gli occhi fuori dalle orbite.
“Mi stai rubando l’uomo! Volevo solo essere felice con lui! Ci saremmo sposati! Hai rovinato tutto! Hai voluto portarmelo via!”
Enrico non ritenne utile, per calmarla, dirle che non avevano mai parlato di matrimonio. Tuttavia forse l’avrebbe indotta a ritenere inutile la minaccia.
Intervenne per cercare di calmarla.
“Fiona, calmati! Non mi ha portato via! Era solo sesso! Pensavamo di dirtelo e di coinvolgerti!”.
Solo in quel momento Fiona si rese conto della sua presenza.
Si voltò a guardarlo con occhi da matta.
“Mi hai tradito con mia figlia! Hai idea della sofferenza? Pensavo avessimo un rapporto serio tu ed io! Soffro troppo! Devi soffrire anche tu!”
“Mamma fermati! Metti giù quel coltello! non ci vedremo più! Scusaci, abbiamo sbagliato!”
A questo punto Fiona cominciò a ripetere sempre le stesse parole, ossessivamente.
Si rivolgeva evidentemente a Enrico anche se stava guardando Meddy”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
“Come soffro io, devi soffrire tu!”
Fece un salto in avanti e accoltellò Meddy.
Subito dopo fu come se si fosse risvegliata e fosse tornata in sé.
Si rese conto di ciò che aveva fatto.
Gettò a terra il coltello e si portò le mani al viso.
Meddy era stesa sul letto macchiato di sangue, del suo sangue.
Lo sguardo, incredulo, era fisso sul soffitto bianco. le palpebre sbattevano velocemente e le labbra tremavano, così come tremava tutto il corpo.
Le mani erano sulla ferita dalla quale il coltello era stato estratto lasciando una scia rossa sul ventre e a terra.
Fiona, accanto al letto sul quale giaceva la figlia, era paralizzata e aveva le mani che si coprivano la bocca, quasi a voler ricacciare indietro un urlo che restava muto, impossibilitato ad uscire dalle corde vocali per il forte shock, incredula alla sua stessa vista, come se in quel momento stesse guardando qualcosa che non esisteva, che non poteva esistere, che non doveva esistere, non lì, non in casa sua, non con sua figlia stesa su quel letto.
Enrico cercava di tamponare la ferita mentre, con una mano insanguinata, chiamò i soccorsi.
“Tranquilla Meddy, ora arrivano i soccorsi, resisti, resisti”.
Fiona, muta, guardava la scena come se fosse un film e non le appartenesse.
In lontananza si iniziarono a sentire le sirene.
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