La Vasca di Diana
di
Jan Zarik
genere
esibizionismo
Uno dei primi lavori che ho svolto, all’età di venticinque anni, fresco laureato alla triennale di Conservazione e Restauro dei Beni Culturali, è stato l’addetto alla reception di un noto impianto termale, nel centro Italia. Il posto, all’epoca, versava in uno stato di cattiva conservazione; i locali erano vecchi e privi della maggior parte dei comfort cui oggi siamo abituati. L’utenza media era di età avanzata, giungeva per lo più per effettuare trattamenti di medicina termale: I pazienti, persone più sane di me, venivano per risolvere i loro problemi di dolori o di respirazione. E sapete una cosa? Sembrava funzionare da Dio! Li vedevo entrare con grandi aspettative e tornavano rigenerati. Un bel modo per passare la pensione.
Cionondimeno, le giornate erano abbastanza abituali. Inizio turno alle 7.30, fine turno alle 17.00. Pausa dalle 13.30 alle 15.00. Ero un part-time, perciò lavoravo tre o massimo quattro giorni a settimana. Quando gli arzilli utenti delle terme arrivavano mostrandomi la ricetta rossa, li indirizzavo alla stanza del medico termale, che li avrebbe dunque visitati e inviati ai trattamenti. Quando invece arrivavano clienti solo per le terme, spiegavo loro la brochure, consegnavo loro le chiavi per gli armadietti e molto spesso le mie mansioni finivano lì, perché molti di loro erano abituali e sapevano già dove andare. Ciò che mi straniva, soprattutto nello sguardo di chi veniva spesso, era una specie di pacifica occhiata nei miei riguardi, come se fossero contenti di vedermi – ricordiamo: paganti! – più di me che invece dovevo sorridere per lavoro! Soltanto qualche tempo dopo, compresi le sfumature di questa dinamica.
Le terme erano di origine naturale, sulfuree e molto calde, anche quarantacinque gradi. Ricordo fossero gradevoli, morbide e accoglienti. Ricavate da terme antiche, di epoca romana, veniva custodita la loro autenticità e il loro fascino: si strutturavano in piccole cascatelle che generavano vapori a inondare tutto il percorso guidato; nei decenni, erano state ricavate delle piscinette, alcune più profonde, altre più basse dove stare comodamente sdraiati, oltre ai tradizionali calidarium, tepidarium e frigidarium. Esistevano anche i pediluvi e le piccole vasche fredde e calde per le gambe.
Il lavoro aveva anche i suoi piaceri segreti (non tanto segreti): quasi sempre, dopo ore interminabili passate in piedi dietro un bancone, avevo accesso da dipendente ai servizi delle terme, a ridosso dell’orario di chiusura. Questo significava che nella mia routine giornaliera riuscivo a inserire un momento di relax che appagava e compensava le fatiche e la staticità del resto della giornata.
Preferivo di gran lunga la piscina semi-circolare che si trovava a valle del percorso benessere. Era intitolata a Diana, la Dea romana protettrice tra le altre cose di fonti e correnti (tutte le piscine avevano un nome che richiamava divinità greco-romane). Essendo tra le più calde, piena di nubi e vapori, risultava meno affollata poiché la clientela soggiornava più volentieri nelle vicinanze del bar, inoltre era un pelo più profonda delle altre e soprattutto era circondata da mura vive e coperte da un lieve strato di mucillagine che scoraggiava i più snob e schizzinosi. Infine, gli utenti più anziani la raggiungevano con meno agilità, trovandosi al termine di una scalinata quasi sempre umida e potenzialmente pericolosa. Scoprii solo qualche tempo dopo che la vasca di Diana avesse anche altre caratteristiche, poco note agli utenti occasionali ma ben conosciute dagli habituèe.
Fu strano, i primi tempi, abituarsi a quel ritmo: prima c’era il lavoro, la noia, poche chiacchere, frustrazione, poi arrivava il mettersi in costume, ciabatte e immergersi nella pace e nella discrezione silenziosa. Ciò che mi aveva destabilizzato, quando ebbi tempo e modo di accorgermene e ragionarci sopra, fu che la vasca di Diana selezionava “naturalmente” un tipo di persone molto simili a me. Distaccate, bisognose di relax e isolamento, pacifiche e spirituali. Iniziammo quindi a riconoscerci in volto pur senza scambiare parole. Oltretutto, molti di loro mi riconoscevano poiché ero stato dietro al bancone e li aveva accolti e condotti ai percorsi termali soltanto poche ore prima. Esisteva dunque una specie di tacito accordo tra le parti: Ognuno era lì per sé, accettando la presenza dell’altro come eterea, fumosa ancora più che i vapori dell’acqua stessa.
Quando vidi il primo utente senza veli immerso in acqua, giudicai l’esperienza un po’ bizzarra. Mi domandai se fosse necessario segnalare la cosa agli addetti della sicurezza, poiché era pur sempre un luogo pubblico in cui il naturismo era formalmente vietato. Tuttavia, non stava accadendo in pieno giorno, durante l’ora di massima ricezione dell’impianto. Era piuttosto un evento raro, circostanziato a un preciso momento del pomeriggio, quella appena precedente alla chiusura. Era un luogo selezionato, con gente selezionata, garbata e discreta. La regola sembrava ormai metabolizzata da tutti e nessuno diceva alcunché: una sorta di legge non scritta, attuata in modo pre-verbale. Accadde altre volte, mentre galleggiavo in silenzio, di osservare i corpi liberi, pendenti, abbondanti, vigorosi e sinuosi dell’utenza variopinta del luogo, la quale, una volta immersa nei vapori, diventava un tuttuno con l’ambiente, omogenei, perfetti e spontanei. Nessuna differenza di classe, nessun giudizio dei corpi, nessun molestato e nessun molestatore. Il mio disagio fu solo all’inizio, data la mia posizione e forse per il mio background personale puritano, ma dopo qualche tempo mi abituai. Impiegai comunque un po’ di settimane prima di partecipare al rito in modo attivo.
Ricordo distintamente un pomeriggio uggioso, aveva piovuto buona parte della giornata e le terme erano dunque semi-vuote. Avevamo lavorato meno del solito e comunque faceva buio relativamente presto. Quando giunsi alla vasca di Diana c’era soltanto un altro utente oltre me. Era un uomo sulla cinquantina, capelli bianchissimi ma dal taglio moderno e curato, col ciuffo di lato, senza barba, occhi chiari. Feci un cenno col capo, che ricambiò, prima di immergermi. Notai che anche l’ospite aveva indosso un costume. Non scambiammo mai neanche una sillaba, per tutto il tempo in cui condividemmo la piscinetta. La pace era assoluta. Il brusìo dell’acqua che scendeva dalle canaline o dai doccioni sovrastava tutto come un morbido rumore bianco. Persino gli odori erano schermati dall’onnipresente aroma sulfureo e le sagome dei movimenti erano per buona parte offuscate dai vapori. In quel luogo non c’era spazio né per il pudore, né per l’assenza di pudore. Esso rappresentava un limbo dove tutto era condiviso intimamente e allo stesso tempo nulla veniva violato. Nel mio vagare a occhi chiusi, lasciandomi trasportare dalle piccole fluttuazioni del liquido caldo, mi ritrovai a una distanza tale per cui riuscimmo a distinguerci tra la nebbia. A quel punto, notai che l’uomo mi rivolgeva un sorriso particolare, molto sincero e soave ma senza malizia. Una specie di serenità estatica di condivisione. Accompagnato a tali espressioni, la sua schiena si inarcò appena, fino a issarsi quel poco che bastava per lasciar sfilare il pantaloncino da sotto le gambe. Al che, l’uomo poggiò l’indumento sulla roccia ai bordi della vasca e riprese la posizione di rilassamento.
Lì per lì, la scena non mi aveva coinvolto particolarmente. Tuttavia, l’aver atteso che il nostro sguardo si incrociasse e quel partecipare all’atto di spogliarsi fu per me un incontro nuovo. Sembrava fosse fatto apposta in quell’istante, appositamente agito in relazione alla mia presenza. Intuii che nel suo gesto ci fosse un messaggio silente, latente e implicito: “liberati anche tu.”
Mi guardai intorno. Carezzai il mio costume e tirai la cordicina per allentarlo. Una nuova trepidazione mi avvolse, poiché sapevo le implicazioni di quel gesto e nutrivo un sentimento di ambivalenza: Lo faccio perché sono stato incoraggiato o si tratta di una mia iniziativa? Sento di volerlo fare o avverto una pressione, un dovere? Quanto è lecito che un dipendente si denudi davanti a un cliente? Le domande iniziarono a frullarmi in testa e mi feci prendere dall’ansia. L’uomo canuto sembrò intuire la mia reticenza e quindi dissimulò una serie di gesti finalizzati al distogliere lo sguardo dal mio corpo: prima, si strofinò l’acqua sul viso, coprendosi gli occhi, poi si dispose dandomi le spalle, come a concedermi ulteriore privacy. A tale dimostrazione di rispetto non potei fare altro che rispondere con gratitudine, per cui sfilai il mio costume e lo estrassi dall’acqua. La sensazione del culo nudo, poggiato sulla pietra calda, così come quella dell’acqua che invade l’interno cosce fu intensissima. Inoltre, la presenza dell’estraneo assumeva una dimensione ancora più bizzarra, adesso che giacevamo insieme nella stessa pozza, consapevoli entrambi di non avere alcuna barriera a dividere la mia e la sua intimità, oltre l’acqua e il vapore. Ma d’altronde, dentro l’acqua chi dovrebbe mai notare alcunché? Ero già in erezione e forse mi sentivo un po’ in imbarazzo per questa cosa, ma sapevo che non potevo più farci niente. Il dado era tratto e io stavo godendo di una nuova bellissima senssazione: la palpitazione da esposizione.
Appoggiai il mio costume sulle spalle e mi bagnai il capo. Ogni tanto mi accertavo che il pene non fosse fuggito da qualche parte, come fossi preda di irrazionali paure. Non mi accorsi, nel frattempo, che l’uomo era già uscito dall’acqua. Svettava a pochi metri di distanza, sul ciglio della vasca, indecentemente ignudo e col membro in vista, quasi fosse una scultura romana, quasi sfacciato e per giunta potenzialmente capace di lasciarlo ondeggiare fino a colpirmi al viso, se avesse voluto. Al di là della mia iniziale paura atavica nei confronti di quell’individuo talmente libero da sembrare onnipotente, alla mia vista si mostrava con un corpo per niente atletico, eppure era un corpo vissuto, armonioso, per questo quasi attraente. Desiderai apparire come lui. Le fattezze materiali del suo sesso erano eleganti, un delicato scroto pendeva senza inestetismi da terza età e sorreggeva la lunghezza dell’asta, di cui notai perfino il dettaglio della circoncisione. Fu a quel punto che mi resi conto che stavo fissando il cazzo di uno sconosciuto! Distolsi lo sguardo in un guizzo di pudicizia, realizzando tuttavia che la mia erezione non era affatto svanita. Ero nudo, nel corpo e nell’animo. Probabilmente, lui se ne accorse ma con dignità e educazione non indulse mai lo sguardo più del dovuto, solo brevi e fugaci occhiate. Adorava, invece, fasi ammirare. E io, pur nell’assurdità del momento, facevo il suo gioco e guardavo. La potenza e la disinvoltura di quel soggetto furono per me particolarmente curiosi e fonte di ispirazione successiva.
Era diventata una abitudine, indipendentemente dalla presenza di altre persone. Finivo il turno di lavoro, indossavo il costume, mi immergevo nella vasca di Diana, mi toglievo il costume. Pace. Serenità. C’erano perfino momenti in cui sentivo di essere talmente isolato che ogni tanto mi lasciavo andare dall’estro; inizialmente mi limitavo a qualche tocco fugace, magari qualche breve movimento di polso. Poi, ammetto che ci presi gusto e iniziai a osare sempre di più. Alcuni giorni particolarmente stressanti, arrivavo alla masturbazione completa, venendo direttamente dentro l’acqua. Non mi pentivo di quel che facevo, razionalmente sapevo che l’acqua era sottoposta a depurazione e filtrazione continua, è molto probabile che la gente già pisciasse senza ritegno nelle altre vasche quindi non fui preda dei sensi di colpa per questo mio vandalismo, anzi il pensiero di fare qualcosa di controverso aggiungeva piacere al piacere. Credo di essere sempre stato bravo a dissimulare, cercando di non rendere quei gesti troppo eclatanti o offensivi alla prsenza degli altri. Mi rendo conto che sia una scusa infantile, però è anche la natura dell’uomo: Già Adamo ed Eva possedevano l’istinto di plagiare e tradire la purezza del giardino dell’Eden. Non ero dunque il primo né sarò l’ultimo. Inoltre, sono abbastanza convinto che loro (gli altri clienti) facessero esattamente le stesse cose mie. A differenza loro rischiavo il posto di lavoro, per cui su alcune cose dovetti adottare accortezze maggiori, ma come vi ho detto poc’anzi, quel luogo era quasi sospeso al di sopra del pensiero comune, al di sopra del bigottismo della società: Era una sublimazione edonistica.
Certe volte, soprattutto quando sapevo che nel centro termale non ci stava praticamente nessuno, arrivavo a darmi piacere perfino fuori dall’acqua, disteso sulla nuda pietra, fredda e umida. Immaginate che all’epoca ero abbastanza magro, non direi gracile ma neanche corpulento. Essendo mediamente alto e dotato di poca peluria in corpo, potevo quasi apparire un giovincello malizioso e ingenuo, come un allievo della scuola peripatetica, disteso sulle rocce, a meditare sul mondo: la barba era incolta, non particolarmente fitta, il pelo del pube molto riccio e le natiche lisce come quelle di una giovane donna. Se avessi mai avuto velleità da femboy, avrei potuto fare carriera alternativa, ma non ero interessato a travestirmi né esisteva OF o simili. Piuttosto, ero eccitato dall’idea che qualcuno potesse beccarmi, ma riuscivo abilmente a eludere questa evenienza, trovando stratagemmi utili che non attirassero troppo l’attenzione. Era diventata per me una specie di rito meditativo. Se ci fosse stata altra gente, sarei rimasto sott’acqua. Se invece fossi stato da solo, la vasca di Diana sarebbe diventato il mio legittimo regno. Io ero diventata Diana, la regina dei boschi e delle selve, protettrice degli animali, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne, Dea della Caccia che adora essere cacciata.
Ad incoraggiarmi, fu la vista di una vera donna, anch’essa non troppo giovane ma nemmeno anziana, capelli mori con una ciocca argentea al centro, talmente a suo agio da massaggiarsi i seni più volte, anche pizzicandosi i capezzoli. Era suadente. Fruivano molte ragazze, più o meno mature, molte delle quali si limitavano più spesso a guardare anziché mostrarsi. Al massimo, rimanevo in topless, come abitudine anche nelle spiagge. Oppure, quando c’era meno calca o addirittura solo io a guardare, sfilavano anche le mutandine. Evidentemente suscitavo abbastanza fiducia, come se fossi diventato parte dell’arredamento del posto. Nel caso della donna con la ciocca d’argento, ciò che più mi colpì fu che nei momenti in cui teneva gli occhi chiusi, appariva evidente che qualcosa sotto la superficie stesse ribollendo. Si appoggiava nei pressi delle bocche d’uscita dell’acqua calda a pressione, un perfetto idromassaggio naturale. La cifra stilistica si componeva inoltre di una smorfia della bocca semi-chiusa, a conferma del fatto che non si trattasse solo di relax ma di un vero e proprio orgasmo. Fui rapito dalla sua nonchalance, al punto da iniziare io stesso a masturbarmi. La mia audacia fu tale che non mi preoccupai delle conseguenze. Col senno di poi, avrebbe potuto offendersi, ma in fondo perché mai? Lei stava facendo qualcosa di sostanzialmente identico. Probabilmente, lei aveva notato i miei guizzi di piacere, tuttavia non disse nulla né si scompose, anzi continuò in silenzio la sua “terapia”. Fu un bel momento di condivisione e penso sia stato uno dei momenti più appaganti della mia esperienza alle terme.
Nel corso dei mesi sembrava che l’utenza si fosse ampliata, poiché vedevo gente nuova, sempre più variegata. Chissà se le voci, nel frattempo, fossero circolate negli ambienti del well-being termale! Eppure, da prassi rara e preziosa qual era quella della vasca di Diana, essa diventò consuetudine.
Si giungeva alla Vasca di Diana, ci si spogliava, se si avesse voluto, ci si sarebbe potuti toccare, si poteva godere e perfino far godere. Non era comunque permesso parlare, né toccare il prossimo. Ecco perché le coppie non c’erano. O meglio, forse le coppie entravano in acqua lo stesso ma perdevano la loro unione, assumendo identità separate. Si trattava di condivisione, non fusione. Era una effusione più che una confusione. Non esistevano eccezioni a questa regola e nessuno mai provò a tradire questo paradigma. Certe volte ho riflettuto su quanto forte fosse il rischio di finire tutti denunciati, poiché lo sapevano loro e lo sapevo io, che in quelle terme ci lavoravo. Anzi, proprio per la mia posizione scomoda, ero ancora più a rischio. Mi stranizzavo del fatto che nessuno dei miei colleghi frequentasse quella zona dell’impianto. E se invece i miei colleghi, tanto pigri nel posto di lavoro, fossero gli stessi che vedevo ignudi ma irriconoscibili proprio per l’assenza di vestiti? Chissà. Mi convinsi nel tempo che io ero un caso raro e che fossi il più giovane, il più libero, il più curioso. Più volte provai a suggerire ai nuovi clienti le peculiarità della Vasca di Diana. Cercavo di usare parole criptate, fraintendibili, implicite. I più ingenui non comprendevano bene e chiedevano spiegazioni ulteriori, i più navigati coglievano al volo e mi ringraziavano con laute mance. Quegli stessi utenti, poche ore dopo, avrebbero avuto gli occhi puntati sul mio uccello, o viceversa.
Capitò che dovessi prendere un breve periodo di ferie, sebbene non ne avessi davvero voglia. Infatti, ritornai al lavoro trepidante, ansioso di ricominciare quella routine, poiché era diventata parte di me. Prima ancora di iniziare il turno, fui chiamato in stanza dal titolare, un uomo pasciuto, anziano ma placido e cortese. Mi disse che non avrebbe rinnovato il mio contratto.
Disse che era dispiaciuto ma non poteva fare altrimenti. Chiesi se avessi fatto qualcosa di male (ero angosciato della sua possibile risposta) ma egli ribadì che il mio lavoro era stato impeccabile in quei mesi. Molti clienti avevano parlato bene di me e avevo dimostrato di contribuire a rendere il posto accogliente con la mia professionalità (qualunque cosa volesse dire con quella frase). Notando il mio straniamento per la situazione paradossale, l’uomo si alzò e mi chiese di seguirlo. Percorremmo il vialetto centrale in silenzio, come se mi attendesse la gogna; un nodo in gola si materializzò d’improvviso, poiché era il sentiero che giungeva alla vasca di Diana. Sapevo di averla combinata grossa. Sapevo che sarebbe stato rischioso. Evidentemente, qualcuno mi aveva visto, qualcuno mi aveva segnalato. D’altronde, tutti sapevano, tutti facevano e tutti ne godevano! Cosa ne sarà della mia reputazione? Come ho potuto essere così stupido?
“Osserva, adesso siamo costretti a chiudere per tutta la stagione.” Disse il titolare.
Ancora sbigottito, ruotai lo sguardo e vidi la piscina, vuota, mezza distrutta. “Cosa è successo?” chiesi. “La roccia ha ceduto. Il canale che porta acqua alla vasca si è intasato. Succedeva circa quattro giorni fa, mentre tu non c’eri. speravamo di riparare il danno in tempo ma gli architetti ci hanno prospettato costi ingenti e tempi lunghi. Le sale per i fumi e i fanghi sono inagibili, adesso, per cui non si possono fare i trattamenti in sicurezza. Il centro termale si tiene in piedi anche grazie alla presenza di questa vasca e tu sai bene il motivo. Senza di essa, non riusciremo a restare aperti. Mi spiace, non dipende da me.”
Non proferii parola, capii all’istante. “Tu sai bene il motivo”, risuonava in testa come una campana. Era talmente ovvio che quasi mi scappò un sorrisetto amaro. Il segreto della Vasca di Diana era che non esisteva alcun segreto. Banale, ma reale. Chissà, poi, se la storia del crollo sia vera o costruita per evitare danni peggiori in futuro, danni d’immagine. Non riuscii mai a capirlo.
Così dunque era finito. Il tanto idillio di pace e armonia, la libertà espressiva del corpo che si mostra, che si rilassa e che si rigenera, tutto cancellato dalla caducità del tempo, o dal bigottismo sociale. Chi può dirlo?
Nel tornare a testa bassa verso la hall di ingresso, vedevo i pochi utenti rimasti, alcuni dei quali vagamente familiari, rivolgermi lo sguardo apprensivo ma anche riconoscente, quasi ammirato, come se conoscessero una parte di me più profonda del solito. Avranno visto? Avranno goduto della vista? Avranno cercato anche loro quel pezzetto di pace?
Chissà.
La mia laurea, tuttavia, mi consentiva di ritornare in quei luoghi in veste diversa: Ero stato assunto da una ditta per la riparazione e restaurazione delle mura antiche. Non potevo essere più felice. Quei luoghi, uniti al mio percorso di studi, erano ciò che più desideravo. Purtroppo, la vasca di Diana rimase inagibile per molto tempo e quando ritornò funzionante alcuni obblighi per la sicurezza cambiarono l’accessibilità e si perse quel raro spazio di condivisione silenziosa. Tuttavia, durante i lavori, mi resi conto che una zona antistante la vasca, separata da alcuni arbusti e rocce frammentate, era sopravvissuta intatta. Da progetto, avrei potuto lavorare in piena comodità, permettendomi libertà creative di ricomposizione. Cosa che feci: ripristinai quindi lo spazio, garantendo una piccola porzione da cui si potesse ottenere una vista privilegiata sulla piscina. Se qualcuno avesse voluto, avrebbe potuto sfruttare una rientranza, nascosta alla vista ma visibile solo da quella loggia creata apposta. Era il mio omaggio a quel luogo magico, il mio piccolo contributo per salvare il paradiso.
Se mai doveste scoprire questo luogo, attendetemi in quel preciso punto; prima o poi giungerò alla vasca e mi accomoderò come è ormai nella mia natura fare. Sarete liberi di guardare, ovviamente.
cigno2017@gmail.com
Cionondimeno, le giornate erano abbastanza abituali. Inizio turno alle 7.30, fine turno alle 17.00. Pausa dalle 13.30 alle 15.00. Ero un part-time, perciò lavoravo tre o massimo quattro giorni a settimana. Quando gli arzilli utenti delle terme arrivavano mostrandomi la ricetta rossa, li indirizzavo alla stanza del medico termale, che li avrebbe dunque visitati e inviati ai trattamenti. Quando invece arrivavano clienti solo per le terme, spiegavo loro la brochure, consegnavo loro le chiavi per gli armadietti e molto spesso le mie mansioni finivano lì, perché molti di loro erano abituali e sapevano già dove andare. Ciò che mi straniva, soprattutto nello sguardo di chi veniva spesso, era una specie di pacifica occhiata nei miei riguardi, come se fossero contenti di vedermi – ricordiamo: paganti! – più di me che invece dovevo sorridere per lavoro! Soltanto qualche tempo dopo, compresi le sfumature di questa dinamica.
Le terme erano di origine naturale, sulfuree e molto calde, anche quarantacinque gradi. Ricordo fossero gradevoli, morbide e accoglienti. Ricavate da terme antiche, di epoca romana, veniva custodita la loro autenticità e il loro fascino: si strutturavano in piccole cascatelle che generavano vapori a inondare tutto il percorso guidato; nei decenni, erano state ricavate delle piscinette, alcune più profonde, altre più basse dove stare comodamente sdraiati, oltre ai tradizionali calidarium, tepidarium e frigidarium. Esistevano anche i pediluvi e le piccole vasche fredde e calde per le gambe.
Il lavoro aveva anche i suoi piaceri segreti (non tanto segreti): quasi sempre, dopo ore interminabili passate in piedi dietro un bancone, avevo accesso da dipendente ai servizi delle terme, a ridosso dell’orario di chiusura. Questo significava che nella mia routine giornaliera riuscivo a inserire un momento di relax che appagava e compensava le fatiche e la staticità del resto della giornata.
Preferivo di gran lunga la piscina semi-circolare che si trovava a valle del percorso benessere. Era intitolata a Diana, la Dea romana protettrice tra le altre cose di fonti e correnti (tutte le piscine avevano un nome che richiamava divinità greco-romane). Essendo tra le più calde, piena di nubi e vapori, risultava meno affollata poiché la clientela soggiornava più volentieri nelle vicinanze del bar, inoltre era un pelo più profonda delle altre e soprattutto era circondata da mura vive e coperte da un lieve strato di mucillagine che scoraggiava i più snob e schizzinosi. Infine, gli utenti più anziani la raggiungevano con meno agilità, trovandosi al termine di una scalinata quasi sempre umida e potenzialmente pericolosa. Scoprii solo qualche tempo dopo che la vasca di Diana avesse anche altre caratteristiche, poco note agli utenti occasionali ma ben conosciute dagli habituèe.
Fu strano, i primi tempi, abituarsi a quel ritmo: prima c’era il lavoro, la noia, poche chiacchere, frustrazione, poi arrivava il mettersi in costume, ciabatte e immergersi nella pace e nella discrezione silenziosa. Ciò che mi aveva destabilizzato, quando ebbi tempo e modo di accorgermene e ragionarci sopra, fu che la vasca di Diana selezionava “naturalmente” un tipo di persone molto simili a me. Distaccate, bisognose di relax e isolamento, pacifiche e spirituali. Iniziammo quindi a riconoscerci in volto pur senza scambiare parole. Oltretutto, molti di loro mi riconoscevano poiché ero stato dietro al bancone e li aveva accolti e condotti ai percorsi termali soltanto poche ore prima. Esisteva dunque una specie di tacito accordo tra le parti: Ognuno era lì per sé, accettando la presenza dell’altro come eterea, fumosa ancora più che i vapori dell’acqua stessa.
Quando vidi il primo utente senza veli immerso in acqua, giudicai l’esperienza un po’ bizzarra. Mi domandai se fosse necessario segnalare la cosa agli addetti della sicurezza, poiché era pur sempre un luogo pubblico in cui il naturismo era formalmente vietato. Tuttavia, non stava accadendo in pieno giorno, durante l’ora di massima ricezione dell’impianto. Era piuttosto un evento raro, circostanziato a un preciso momento del pomeriggio, quella appena precedente alla chiusura. Era un luogo selezionato, con gente selezionata, garbata e discreta. La regola sembrava ormai metabolizzata da tutti e nessuno diceva alcunché: una sorta di legge non scritta, attuata in modo pre-verbale. Accadde altre volte, mentre galleggiavo in silenzio, di osservare i corpi liberi, pendenti, abbondanti, vigorosi e sinuosi dell’utenza variopinta del luogo, la quale, una volta immersa nei vapori, diventava un tuttuno con l’ambiente, omogenei, perfetti e spontanei. Nessuna differenza di classe, nessun giudizio dei corpi, nessun molestato e nessun molestatore. Il mio disagio fu solo all’inizio, data la mia posizione e forse per il mio background personale puritano, ma dopo qualche tempo mi abituai. Impiegai comunque un po’ di settimane prima di partecipare al rito in modo attivo.
Ricordo distintamente un pomeriggio uggioso, aveva piovuto buona parte della giornata e le terme erano dunque semi-vuote. Avevamo lavorato meno del solito e comunque faceva buio relativamente presto. Quando giunsi alla vasca di Diana c’era soltanto un altro utente oltre me. Era un uomo sulla cinquantina, capelli bianchissimi ma dal taglio moderno e curato, col ciuffo di lato, senza barba, occhi chiari. Feci un cenno col capo, che ricambiò, prima di immergermi. Notai che anche l’ospite aveva indosso un costume. Non scambiammo mai neanche una sillaba, per tutto il tempo in cui condividemmo la piscinetta. La pace era assoluta. Il brusìo dell’acqua che scendeva dalle canaline o dai doccioni sovrastava tutto come un morbido rumore bianco. Persino gli odori erano schermati dall’onnipresente aroma sulfureo e le sagome dei movimenti erano per buona parte offuscate dai vapori. In quel luogo non c’era spazio né per il pudore, né per l’assenza di pudore. Esso rappresentava un limbo dove tutto era condiviso intimamente e allo stesso tempo nulla veniva violato. Nel mio vagare a occhi chiusi, lasciandomi trasportare dalle piccole fluttuazioni del liquido caldo, mi ritrovai a una distanza tale per cui riuscimmo a distinguerci tra la nebbia. A quel punto, notai che l’uomo mi rivolgeva un sorriso particolare, molto sincero e soave ma senza malizia. Una specie di serenità estatica di condivisione. Accompagnato a tali espressioni, la sua schiena si inarcò appena, fino a issarsi quel poco che bastava per lasciar sfilare il pantaloncino da sotto le gambe. Al che, l’uomo poggiò l’indumento sulla roccia ai bordi della vasca e riprese la posizione di rilassamento.
Lì per lì, la scena non mi aveva coinvolto particolarmente. Tuttavia, l’aver atteso che il nostro sguardo si incrociasse e quel partecipare all’atto di spogliarsi fu per me un incontro nuovo. Sembrava fosse fatto apposta in quell’istante, appositamente agito in relazione alla mia presenza. Intuii che nel suo gesto ci fosse un messaggio silente, latente e implicito: “liberati anche tu.”
Mi guardai intorno. Carezzai il mio costume e tirai la cordicina per allentarlo. Una nuova trepidazione mi avvolse, poiché sapevo le implicazioni di quel gesto e nutrivo un sentimento di ambivalenza: Lo faccio perché sono stato incoraggiato o si tratta di una mia iniziativa? Sento di volerlo fare o avverto una pressione, un dovere? Quanto è lecito che un dipendente si denudi davanti a un cliente? Le domande iniziarono a frullarmi in testa e mi feci prendere dall’ansia. L’uomo canuto sembrò intuire la mia reticenza e quindi dissimulò una serie di gesti finalizzati al distogliere lo sguardo dal mio corpo: prima, si strofinò l’acqua sul viso, coprendosi gli occhi, poi si dispose dandomi le spalle, come a concedermi ulteriore privacy. A tale dimostrazione di rispetto non potei fare altro che rispondere con gratitudine, per cui sfilai il mio costume e lo estrassi dall’acqua. La sensazione del culo nudo, poggiato sulla pietra calda, così come quella dell’acqua che invade l’interno cosce fu intensissima. Inoltre, la presenza dell’estraneo assumeva una dimensione ancora più bizzarra, adesso che giacevamo insieme nella stessa pozza, consapevoli entrambi di non avere alcuna barriera a dividere la mia e la sua intimità, oltre l’acqua e il vapore. Ma d’altronde, dentro l’acqua chi dovrebbe mai notare alcunché? Ero già in erezione e forse mi sentivo un po’ in imbarazzo per questa cosa, ma sapevo che non potevo più farci niente. Il dado era tratto e io stavo godendo di una nuova bellissima senssazione: la palpitazione da esposizione.
Appoggiai il mio costume sulle spalle e mi bagnai il capo. Ogni tanto mi accertavo che il pene non fosse fuggito da qualche parte, come fossi preda di irrazionali paure. Non mi accorsi, nel frattempo, che l’uomo era già uscito dall’acqua. Svettava a pochi metri di distanza, sul ciglio della vasca, indecentemente ignudo e col membro in vista, quasi fosse una scultura romana, quasi sfacciato e per giunta potenzialmente capace di lasciarlo ondeggiare fino a colpirmi al viso, se avesse voluto. Al di là della mia iniziale paura atavica nei confronti di quell’individuo talmente libero da sembrare onnipotente, alla mia vista si mostrava con un corpo per niente atletico, eppure era un corpo vissuto, armonioso, per questo quasi attraente. Desiderai apparire come lui. Le fattezze materiali del suo sesso erano eleganti, un delicato scroto pendeva senza inestetismi da terza età e sorreggeva la lunghezza dell’asta, di cui notai perfino il dettaglio della circoncisione. Fu a quel punto che mi resi conto che stavo fissando il cazzo di uno sconosciuto! Distolsi lo sguardo in un guizzo di pudicizia, realizzando tuttavia che la mia erezione non era affatto svanita. Ero nudo, nel corpo e nell’animo. Probabilmente, lui se ne accorse ma con dignità e educazione non indulse mai lo sguardo più del dovuto, solo brevi e fugaci occhiate. Adorava, invece, fasi ammirare. E io, pur nell’assurdità del momento, facevo il suo gioco e guardavo. La potenza e la disinvoltura di quel soggetto furono per me particolarmente curiosi e fonte di ispirazione successiva.
Era diventata una abitudine, indipendentemente dalla presenza di altre persone. Finivo il turno di lavoro, indossavo il costume, mi immergevo nella vasca di Diana, mi toglievo il costume. Pace. Serenità. C’erano perfino momenti in cui sentivo di essere talmente isolato che ogni tanto mi lasciavo andare dall’estro; inizialmente mi limitavo a qualche tocco fugace, magari qualche breve movimento di polso. Poi, ammetto che ci presi gusto e iniziai a osare sempre di più. Alcuni giorni particolarmente stressanti, arrivavo alla masturbazione completa, venendo direttamente dentro l’acqua. Non mi pentivo di quel che facevo, razionalmente sapevo che l’acqua era sottoposta a depurazione e filtrazione continua, è molto probabile che la gente già pisciasse senza ritegno nelle altre vasche quindi non fui preda dei sensi di colpa per questo mio vandalismo, anzi il pensiero di fare qualcosa di controverso aggiungeva piacere al piacere. Credo di essere sempre stato bravo a dissimulare, cercando di non rendere quei gesti troppo eclatanti o offensivi alla prsenza degli altri. Mi rendo conto che sia una scusa infantile, però è anche la natura dell’uomo: Già Adamo ed Eva possedevano l’istinto di plagiare e tradire la purezza del giardino dell’Eden. Non ero dunque il primo né sarò l’ultimo. Inoltre, sono abbastanza convinto che loro (gli altri clienti) facessero esattamente le stesse cose mie. A differenza loro rischiavo il posto di lavoro, per cui su alcune cose dovetti adottare accortezze maggiori, ma come vi ho detto poc’anzi, quel luogo era quasi sospeso al di sopra del pensiero comune, al di sopra del bigottismo della società: Era una sublimazione edonistica.
Certe volte, soprattutto quando sapevo che nel centro termale non ci stava praticamente nessuno, arrivavo a darmi piacere perfino fuori dall’acqua, disteso sulla nuda pietra, fredda e umida. Immaginate che all’epoca ero abbastanza magro, non direi gracile ma neanche corpulento. Essendo mediamente alto e dotato di poca peluria in corpo, potevo quasi apparire un giovincello malizioso e ingenuo, come un allievo della scuola peripatetica, disteso sulle rocce, a meditare sul mondo: la barba era incolta, non particolarmente fitta, il pelo del pube molto riccio e le natiche lisce come quelle di una giovane donna. Se avessi mai avuto velleità da femboy, avrei potuto fare carriera alternativa, ma non ero interessato a travestirmi né esisteva OF o simili. Piuttosto, ero eccitato dall’idea che qualcuno potesse beccarmi, ma riuscivo abilmente a eludere questa evenienza, trovando stratagemmi utili che non attirassero troppo l’attenzione. Era diventata per me una specie di rito meditativo. Se ci fosse stata altra gente, sarei rimasto sott’acqua. Se invece fossi stato da solo, la vasca di Diana sarebbe diventato il mio legittimo regno. Io ero diventata Diana, la regina dei boschi e delle selve, protettrice degli animali, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne, Dea della Caccia che adora essere cacciata.
Ad incoraggiarmi, fu la vista di una vera donna, anch’essa non troppo giovane ma nemmeno anziana, capelli mori con una ciocca argentea al centro, talmente a suo agio da massaggiarsi i seni più volte, anche pizzicandosi i capezzoli. Era suadente. Fruivano molte ragazze, più o meno mature, molte delle quali si limitavano più spesso a guardare anziché mostrarsi. Al massimo, rimanevo in topless, come abitudine anche nelle spiagge. Oppure, quando c’era meno calca o addirittura solo io a guardare, sfilavano anche le mutandine. Evidentemente suscitavo abbastanza fiducia, come se fossi diventato parte dell’arredamento del posto. Nel caso della donna con la ciocca d’argento, ciò che più mi colpì fu che nei momenti in cui teneva gli occhi chiusi, appariva evidente che qualcosa sotto la superficie stesse ribollendo. Si appoggiava nei pressi delle bocche d’uscita dell’acqua calda a pressione, un perfetto idromassaggio naturale. La cifra stilistica si componeva inoltre di una smorfia della bocca semi-chiusa, a conferma del fatto che non si trattasse solo di relax ma di un vero e proprio orgasmo. Fui rapito dalla sua nonchalance, al punto da iniziare io stesso a masturbarmi. La mia audacia fu tale che non mi preoccupai delle conseguenze. Col senno di poi, avrebbe potuto offendersi, ma in fondo perché mai? Lei stava facendo qualcosa di sostanzialmente identico. Probabilmente, lei aveva notato i miei guizzi di piacere, tuttavia non disse nulla né si scompose, anzi continuò in silenzio la sua “terapia”. Fu un bel momento di condivisione e penso sia stato uno dei momenti più appaganti della mia esperienza alle terme.
Nel corso dei mesi sembrava che l’utenza si fosse ampliata, poiché vedevo gente nuova, sempre più variegata. Chissà se le voci, nel frattempo, fossero circolate negli ambienti del well-being termale! Eppure, da prassi rara e preziosa qual era quella della vasca di Diana, essa diventò consuetudine.
Si giungeva alla Vasca di Diana, ci si spogliava, se si avesse voluto, ci si sarebbe potuti toccare, si poteva godere e perfino far godere. Non era comunque permesso parlare, né toccare il prossimo. Ecco perché le coppie non c’erano. O meglio, forse le coppie entravano in acqua lo stesso ma perdevano la loro unione, assumendo identità separate. Si trattava di condivisione, non fusione. Era una effusione più che una confusione. Non esistevano eccezioni a questa regola e nessuno mai provò a tradire questo paradigma. Certe volte ho riflettuto su quanto forte fosse il rischio di finire tutti denunciati, poiché lo sapevano loro e lo sapevo io, che in quelle terme ci lavoravo. Anzi, proprio per la mia posizione scomoda, ero ancora più a rischio. Mi stranizzavo del fatto che nessuno dei miei colleghi frequentasse quella zona dell’impianto. E se invece i miei colleghi, tanto pigri nel posto di lavoro, fossero gli stessi che vedevo ignudi ma irriconoscibili proprio per l’assenza di vestiti? Chissà. Mi convinsi nel tempo che io ero un caso raro e che fossi il più giovane, il più libero, il più curioso. Più volte provai a suggerire ai nuovi clienti le peculiarità della Vasca di Diana. Cercavo di usare parole criptate, fraintendibili, implicite. I più ingenui non comprendevano bene e chiedevano spiegazioni ulteriori, i più navigati coglievano al volo e mi ringraziavano con laute mance. Quegli stessi utenti, poche ore dopo, avrebbero avuto gli occhi puntati sul mio uccello, o viceversa.
Capitò che dovessi prendere un breve periodo di ferie, sebbene non ne avessi davvero voglia. Infatti, ritornai al lavoro trepidante, ansioso di ricominciare quella routine, poiché era diventata parte di me. Prima ancora di iniziare il turno, fui chiamato in stanza dal titolare, un uomo pasciuto, anziano ma placido e cortese. Mi disse che non avrebbe rinnovato il mio contratto.
Disse che era dispiaciuto ma non poteva fare altrimenti. Chiesi se avessi fatto qualcosa di male (ero angosciato della sua possibile risposta) ma egli ribadì che il mio lavoro era stato impeccabile in quei mesi. Molti clienti avevano parlato bene di me e avevo dimostrato di contribuire a rendere il posto accogliente con la mia professionalità (qualunque cosa volesse dire con quella frase). Notando il mio straniamento per la situazione paradossale, l’uomo si alzò e mi chiese di seguirlo. Percorremmo il vialetto centrale in silenzio, come se mi attendesse la gogna; un nodo in gola si materializzò d’improvviso, poiché era il sentiero che giungeva alla vasca di Diana. Sapevo di averla combinata grossa. Sapevo che sarebbe stato rischioso. Evidentemente, qualcuno mi aveva visto, qualcuno mi aveva segnalato. D’altronde, tutti sapevano, tutti facevano e tutti ne godevano! Cosa ne sarà della mia reputazione? Come ho potuto essere così stupido?
“Osserva, adesso siamo costretti a chiudere per tutta la stagione.” Disse il titolare.
Ancora sbigottito, ruotai lo sguardo e vidi la piscina, vuota, mezza distrutta. “Cosa è successo?” chiesi. “La roccia ha ceduto. Il canale che porta acqua alla vasca si è intasato. Succedeva circa quattro giorni fa, mentre tu non c’eri. speravamo di riparare il danno in tempo ma gli architetti ci hanno prospettato costi ingenti e tempi lunghi. Le sale per i fumi e i fanghi sono inagibili, adesso, per cui non si possono fare i trattamenti in sicurezza. Il centro termale si tiene in piedi anche grazie alla presenza di questa vasca e tu sai bene il motivo. Senza di essa, non riusciremo a restare aperti. Mi spiace, non dipende da me.”
Non proferii parola, capii all’istante. “Tu sai bene il motivo”, risuonava in testa come una campana. Era talmente ovvio che quasi mi scappò un sorrisetto amaro. Il segreto della Vasca di Diana era che non esisteva alcun segreto. Banale, ma reale. Chissà, poi, se la storia del crollo sia vera o costruita per evitare danni peggiori in futuro, danni d’immagine. Non riuscii mai a capirlo.
Così dunque era finito. Il tanto idillio di pace e armonia, la libertà espressiva del corpo che si mostra, che si rilassa e che si rigenera, tutto cancellato dalla caducità del tempo, o dal bigottismo sociale. Chi può dirlo?
Nel tornare a testa bassa verso la hall di ingresso, vedevo i pochi utenti rimasti, alcuni dei quali vagamente familiari, rivolgermi lo sguardo apprensivo ma anche riconoscente, quasi ammirato, come se conoscessero una parte di me più profonda del solito. Avranno visto? Avranno goduto della vista? Avranno cercato anche loro quel pezzetto di pace?
Chissà.
La mia laurea, tuttavia, mi consentiva di ritornare in quei luoghi in veste diversa: Ero stato assunto da una ditta per la riparazione e restaurazione delle mura antiche. Non potevo essere più felice. Quei luoghi, uniti al mio percorso di studi, erano ciò che più desideravo. Purtroppo, la vasca di Diana rimase inagibile per molto tempo e quando ritornò funzionante alcuni obblighi per la sicurezza cambiarono l’accessibilità e si perse quel raro spazio di condivisione silenziosa. Tuttavia, durante i lavori, mi resi conto che una zona antistante la vasca, separata da alcuni arbusti e rocce frammentate, era sopravvissuta intatta. Da progetto, avrei potuto lavorare in piena comodità, permettendomi libertà creative di ricomposizione. Cosa che feci: ripristinai quindi lo spazio, garantendo una piccola porzione da cui si potesse ottenere una vista privilegiata sulla piscina. Se qualcuno avesse voluto, avrebbe potuto sfruttare una rientranza, nascosta alla vista ma visibile solo da quella loggia creata apposta. Era il mio omaggio a quel luogo magico, il mio piccolo contributo per salvare il paradiso.
Se mai doveste scoprire questo luogo, attendetemi in quel preciso punto; prima o poi giungerò alla vasca e mi accomoderò come è ormai nella mia natura fare. Sarete liberi di guardare, ovviamente.
cigno2017@gmail.com
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