Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 4)
di
Kugher
genere
sadomaso
Fiona, ancora in ginocchio, tenne il cazzo di Enrico in bocca fino a che non fosse tornato delle dimensioni e della consistenza naturali.
A lui piaceva questa cosa. Non era un piacere erotico, ovviamente, ma gli dava sensazioni che non disdegnava.
A lei piaceva accontentarlo, così lo sentiva in suo potere e pensava che se lo sarebbe legato ancor di più a sé.
Sapeva che aveva avuto tante esperienze in azienda e non solo.
Temeva maggiormente le prime in quanto, ogni giorno, quelle donne giravano per i corridoi, anche quelle puttane che lui si era già scopato e per le quali avrebbe potuto avere una tentazione tanto forte da dover cedere.
Aspettò che fu lui ad allontanarla dal suo sesso.
Enrico rimase seduto alla poltrona della scrivania senza cambiare posizione, con le gambe ancora larghe dopo avere riposto il cazzo nei pantaloni. Lei stette in ginocchio, spostando però il sedere a terra e tenendo le gambe raccolte sotto.
Le piastrelle erano fredde ma in quel locale faceva caldo. Poteva tranquillamente sopportare anche perché sapeva che la posizione era gradita.
Non vi era più nulla di eccitante, adesso, ma la situazione era comunque intima.
Ad Enrico piaceva il dominio, vedere la sottomissione altrui anche in piccoli gesti, non necessariamente volti ad ottenere il risultato dell’orgasmo o anche solo dell’eccitazione.
“Mi piacerebbe che tu conoscessi mia figlia, Meddy”.
Era da un po’ che Fiona glielo proponeva.
Ultimamente sempre con maggiore insistenza.
Enrico era titubante verso il coinvolgimento familiare. Non tanto per la conoscenza in sé dei parenti, ma perché gli dava la sensazione di legarsi eccessivamente verso la donna, come se la conoscenza di coloro che con lei condividevano il sangue, rendesse ufficiale una relazione che a lui piaceva più libera e meno impegnativa.
Aveva resistito fino a quel momento. Fiona gli piaceva, si trovava bene con lei.
Decise così di cedere, anche se a malincuore, pensando che, comunque, quando quella storia fosse finita, la conoscenza della figlia non lo avrebbe legato di sicuro.
“Ma perché Meddy se si chiama Maddalena? mi sarei aspettato Maddy, ma non Meddy”
Da piccolina non riusciva a chiamare sé stessa Maddalena e fu lei a presentarsi come Meddy, e Meddy è rimasta".
“Anche se adesso ha quasi 25 anni?”
“Guai a te se le dici che è vicina ai 25. Si incazza. Fino a che ne ha 24, il numero 25 è vietato”.
“Comincia presto la ragazza a temere la vecchiaia, tutta sua mamma”.
“Mi stai dicendo che sono vecchia?”
La donna, appoggiata col fianco ad una coscia dell’uomo, diede un piccola sberla sul pene e fece finta di alzarsi.
L’uomo reagì istintivamente sia nel cercare di chiudere le gambe, sia nel metterle la mano sulla spalla per tenerla ai suoi piedi.
Si chinò e le diede un bacio nella bocca che ancora sapeva del suo sperma.
“Ma tu non sei vecchia, gallinella che fa buon brodo”.
A questo punto, per prevenire ulteriori reazioni, si coprì l’inguine e cercò di ammansirla con un ulteriore bacio.
Lei fece qualche piccola resistenza e poi ricambiò il bacio, leccandogli la lingua ed il collo, anche se sapeva che non avrebbe ottenuto più reazioni fisiche. Voleva sempre, con piccoli gesti, fargli capire che lei era sempre pronta per lui.
Aveva avuto Meddy a 17 anni e l’aveva cresciuta da sola. Quello stronzo del padre si era dileguato e l’aveva lasciata nei casini. Era giovane, avrebbe dovuto fare troppe rinunzie ed aveva anche pensato all’aborto. Poi la madre l’aveva convinta a portare a termine la gravidanza, promettendole tutto l’aiuto possibile.
Seppure in ritardo, era comunque riuscita prima a finire il liceo e, poi, a laurearsi con solo 1 anno di fuori corso.
Non aveva mai rinunciato a divertirsi, anche se non si era legata sentimentalmente a nessuno, gelosissima del rapporto con la figlia e nel timore che un uomo non avrebbe potuto prendersi cura di Meddy come lei avrebbe meritato.
Adesso che la ragazza aveva acquistato sempre più autonomia, avvicinandosi la laurea ed il probabile allontanamento a seguito della ormai prossima indipendenza economica, sentiva la necessità di avere un uomo definitivo al fianco. Scontava gli anni, anche se l'esercizio fisico l’aveva tenuta giovanile, ma non certo giovane.
Aveva imparato che il sesso aiuta tantissimo a tenersi un uomo. Lei amava Enrico ed aveva paura che se ne andasse, che la lasciasse sola.
Così lo soddisfaceva in ogni modo fisicamente, anche se lui aveva quei gusti sessuali fortissimi ai quali lei cedeva.
Si lasciava frustare e sottomettere, come a lui piaceva. Strisciava ai suoi piedi sotto i quali soffriva quando lui voleva camminarle sopra e, soprattutto, gli leccava il cazzo in tutti i modi.
Aveva anche iniziato a gradire quelle pratiche ma sperava che, prima o poi, lui se ne stancasse a favore di un rapporto più tradizionale.
La sottomissione mentale però la eccitava, le piaceva sottostare ai suoi voleri e vedere la sua eccitazione.
Doveva abituarsi al dolore, alle pinzette ai capezzoli. Il collare le dava fastidio ma le manette le piacevano.
Doveva anche assicurarsi che le altre donne gli stessero alla larga.
Quando uscì dall’ufficio, ebbe cura, nel salutare la segretaria, di pulirsi l’angolo della bocca da un immaginario filo di sperma, sicura che Simona lo avrebbe raccontato in giro.
Mentre si allontanava, vista dalle altre donne che incontrava nei corridoi, soprattutto quelle giovani che sapevano chi lei fosse, fece in modo di far notare le autoreggenti allungando appena il passo, in modo che dal soprabito, non completamente chiuso, si vedesse il bordo dell’indumento e, sopra, la generosa scollatura.
Doveva essere chiaro a tutte le gallinelle che lui era suo e che se ne stessero alla larga, stronze!
A lui piaceva questa cosa. Non era un piacere erotico, ovviamente, ma gli dava sensazioni che non disdegnava.
A lei piaceva accontentarlo, così lo sentiva in suo potere e pensava che se lo sarebbe legato ancor di più a sé.
Sapeva che aveva avuto tante esperienze in azienda e non solo.
Temeva maggiormente le prime in quanto, ogni giorno, quelle donne giravano per i corridoi, anche quelle puttane che lui si era già scopato e per le quali avrebbe potuto avere una tentazione tanto forte da dover cedere.
Aspettò che fu lui ad allontanarla dal suo sesso.
Enrico rimase seduto alla poltrona della scrivania senza cambiare posizione, con le gambe ancora larghe dopo avere riposto il cazzo nei pantaloni. Lei stette in ginocchio, spostando però il sedere a terra e tenendo le gambe raccolte sotto.
Le piastrelle erano fredde ma in quel locale faceva caldo. Poteva tranquillamente sopportare anche perché sapeva che la posizione era gradita.
Non vi era più nulla di eccitante, adesso, ma la situazione era comunque intima.
Ad Enrico piaceva il dominio, vedere la sottomissione altrui anche in piccoli gesti, non necessariamente volti ad ottenere il risultato dell’orgasmo o anche solo dell’eccitazione.
“Mi piacerebbe che tu conoscessi mia figlia, Meddy”.
Era da un po’ che Fiona glielo proponeva.
Ultimamente sempre con maggiore insistenza.
Enrico era titubante verso il coinvolgimento familiare. Non tanto per la conoscenza in sé dei parenti, ma perché gli dava la sensazione di legarsi eccessivamente verso la donna, come se la conoscenza di coloro che con lei condividevano il sangue, rendesse ufficiale una relazione che a lui piaceva più libera e meno impegnativa.
Aveva resistito fino a quel momento. Fiona gli piaceva, si trovava bene con lei.
Decise così di cedere, anche se a malincuore, pensando che, comunque, quando quella storia fosse finita, la conoscenza della figlia non lo avrebbe legato di sicuro.
“Ma perché Meddy se si chiama Maddalena? mi sarei aspettato Maddy, ma non Meddy”
Da piccolina non riusciva a chiamare sé stessa Maddalena e fu lei a presentarsi come Meddy, e Meddy è rimasta".
“Anche se adesso ha quasi 25 anni?”
“Guai a te se le dici che è vicina ai 25. Si incazza. Fino a che ne ha 24, il numero 25 è vietato”.
“Comincia presto la ragazza a temere la vecchiaia, tutta sua mamma”.
“Mi stai dicendo che sono vecchia?”
La donna, appoggiata col fianco ad una coscia dell’uomo, diede un piccola sberla sul pene e fece finta di alzarsi.
L’uomo reagì istintivamente sia nel cercare di chiudere le gambe, sia nel metterle la mano sulla spalla per tenerla ai suoi piedi.
Si chinò e le diede un bacio nella bocca che ancora sapeva del suo sperma.
“Ma tu non sei vecchia, gallinella che fa buon brodo”.
A questo punto, per prevenire ulteriori reazioni, si coprì l’inguine e cercò di ammansirla con un ulteriore bacio.
Lei fece qualche piccola resistenza e poi ricambiò il bacio, leccandogli la lingua ed il collo, anche se sapeva che non avrebbe ottenuto più reazioni fisiche. Voleva sempre, con piccoli gesti, fargli capire che lei era sempre pronta per lui.
Aveva avuto Meddy a 17 anni e l’aveva cresciuta da sola. Quello stronzo del padre si era dileguato e l’aveva lasciata nei casini. Era giovane, avrebbe dovuto fare troppe rinunzie ed aveva anche pensato all’aborto. Poi la madre l’aveva convinta a portare a termine la gravidanza, promettendole tutto l’aiuto possibile.
Seppure in ritardo, era comunque riuscita prima a finire il liceo e, poi, a laurearsi con solo 1 anno di fuori corso.
Non aveva mai rinunciato a divertirsi, anche se non si era legata sentimentalmente a nessuno, gelosissima del rapporto con la figlia e nel timore che un uomo non avrebbe potuto prendersi cura di Meddy come lei avrebbe meritato.
Adesso che la ragazza aveva acquistato sempre più autonomia, avvicinandosi la laurea ed il probabile allontanamento a seguito della ormai prossima indipendenza economica, sentiva la necessità di avere un uomo definitivo al fianco. Scontava gli anni, anche se l'esercizio fisico l’aveva tenuta giovanile, ma non certo giovane.
Aveva imparato che il sesso aiuta tantissimo a tenersi un uomo. Lei amava Enrico ed aveva paura che se ne andasse, che la lasciasse sola.
Così lo soddisfaceva in ogni modo fisicamente, anche se lui aveva quei gusti sessuali fortissimi ai quali lei cedeva.
Si lasciava frustare e sottomettere, come a lui piaceva. Strisciava ai suoi piedi sotto i quali soffriva quando lui voleva camminarle sopra e, soprattutto, gli leccava il cazzo in tutti i modi.
Aveva anche iniziato a gradire quelle pratiche ma sperava che, prima o poi, lui se ne stancasse a favore di un rapporto più tradizionale.
La sottomissione mentale però la eccitava, le piaceva sottostare ai suoi voleri e vedere la sua eccitazione.
Doveva abituarsi al dolore, alle pinzette ai capezzoli. Il collare le dava fastidio ma le manette le piacevano.
Doveva anche assicurarsi che le altre donne gli stessero alla larga.
Quando uscì dall’ufficio, ebbe cura, nel salutare la segretaria, di pulirsi l’angolo della bocca da un immaginario filo di sperma, sicura che Simona lo avrebbe raccontato in giro.
Mentre si allontanava, vista dalle altre donne che incontrava nei corridoi, soprattutto quelle giovani che sapevano chi lei fosse, fece in modo di far notare le autoreggenti allungando appena il passo, in modo che dal soprabito, non completamente chiuso, si vedesse il bordo dell’indumento e, sopra, la generosa scollatura.
Doveva essere chiaro a tutte le gallinelle che lui era suo e che se ne stessero alla larga, stronze!
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