La fabbrica abbandonata (parte 3)

di
genere
sadomaso

(Oggi)
Arianna non sapeva come era riuscita ad arrivare all’interno di quella fabbrica dismessa senza mai cadere.
Fabrizio, quello stronzo, l’aveva tirata col guinzaglio ed era evidente che aveva tutta l'intenzione di metterla in difficoltà.
Lo conosceva, ormai, e se lo aspettava.
Non arrivava mai a superare il limite. Riusciva sempre ad arrivarci vicino e a giocare con il confine.
Tante volte la portava vicina all’orgasmo e si fermava, più e più volte nella stessa sera, legandola e impedendole di prendere iniziativa su di lui e sul proprio corpo.
A volte la frustava e si fermava prima del suo pianto liberatorio, tenendole sempre il dolore fin sulla soglia, impedendole di liberarlo, farlo uscire, farla crollare a terra, dopo avere resistito fino all’ultimo, perché lei sapeva che lui voleva portarla a cedere, a farla crollare a terra, ai suoi piedi piangente, godendo della sua sconfitta. Lui, quel bastardo, la conosceva bene. Questo l’aveva attirata di lui. Sapeva guardarle dentro, nell'anima delle emozioni e della lussuria, di quella bestia nera che era il suo masochismo guidato dall'orgoglio di fargli vedere che, nonostante il dolore, era lei la più forte.
Così lui la portava a resistere fino al limite e poi fermarsi, per non farla crollare ai suoi piedi, non subito almeno, e continuare così il controllo. Si fermava quando lei stava per gettare la spugna. Le faceva prendere fiato e poi ricominciava. Stronzo. Lei glielo urlava in faccia e lui la guardava con quegli occhi carichi di eccitazione, nei quali lei traeva forza e adrenalina.
Così quella sera. Il bastardo la tirava fino al limite della sua caduta.
La sentiva resistere col collo che tirava indietro per guadagnare centimetri utili per l’equilibrio, fino ad allungare il passo per non cadere, quel passo che incespicava sui tacchi e sul terreno accidentato.
Lei vedeva il terreno pieno di arbusti, rovi, piante e sporcizia. I polsi legati dietro la schiena le avrebbero impedito di proteggersi e così rubava ogni millimetro di equilibrio che lui le concedeva per poi tirarla.
“Dai cagna”.
Dio quanto lo odiava e quanto la eccitava quell’emozione forte che provava per lui, quella sensazione che la costringeva a cercarlo dopo un po’ di tempo che magari lui non si faceva vedere per scoparla, perché quell’adrenalina, quel sentimento che trovava eccitazione nell’odio, la mandava fuori di testa.
Cazzo, si detestava e, forse, l’odio che provava era per sé stessa, perché sapeva che per quanto lei resistesse, lui l’avrebbe fatta cadere ai suoi piedi. Lei lo sapeva, lo temeva, lo insultava, ma questa cosa la eccitava.
Dietro, Arturo usava implacabile il frustino.
Si sentiva legata, un animale, portata alla gogna.
“Dai schiava, muoviti”.
Quello era, una schiava, senza poter scappare anche se cercava di resistere a ciò cui voleva cedere.
Fabrizio si fermò. Lei non se lo aspettava e quasi gli finì addosso.
Si sentì tirata indietro. Arturo l’aveva presa per i capelli lunghi e biondi, quei capelli ai quali aveva, inutilmente, dedicato attenzione per farsi bella, per eccitare i suoi aguzzini che l’avrebbe scopata con maggior forza.
La avvolse tra le braccia e la lingua dell’uomo assaporò il suo sudore sul collo, quello della tensione, dell’eccitazione.
Le dita di Fabrizio trovarono i suoi capezzoli e li strinsero, fino a provocare un lamento ad alta voce, un lamento inutile o, meglio, utile solo alla loro eccitazione, un lamento che lei aveva trattenuto e col quale quello stronzo di Fabrizio aveva giocato, tenendolo sulla soglia e poi facendolo uscire. Un lamento perso nel buio della notte illuminata dalla luna e da quelle stelle che tante volte Arianna ammirato col telescopio e che quella sera erano a loro volta spettatrici del piacere di colei che le aveva studiate e amate.
Arturo le infilò la mano nel perizoma, indumento che le sarebbe stato strappato e che, in quel momento, copriva una figa che l’uomo trovò bagnata.
“E’ bagnata la cagna”.
Lo sapevano tutti che quello era il suo stato.
Lo sapevano tutti che la frase ad alta voce era solo servita per prendere coscienza dello stato di esposizione e di attesa di quella cagna che li avrebbe soddisfatti, in quella notte il cui silenzio avrebbe fatto da contorno al suono della frusta e del loro orgasmo.
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2026-01-22
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