Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 1 - prologo)

di
genere
sadomaso

Meddy era stesa sul letto macchiato di sangue, del suo sangue.
Lo sguardo, incredulo, era fisso sul soffitto bianco. Le palpebre sbattevano velocemente e le labbra tremavano, così come tremava tutto il suo giovane corpo.
Le mani erano sulla ferita dalla quale il coltello era stato estratto, lasciando una scia rossa sul ventre e a terra.
Fiona, accanto al letto sul quale giaceva la figlia, era paralizzata e con le mani si copriva la bocca, quasi a voler ricacciare indietro un urlo che restava muto, impossibilitato ad uscire dalle corde vocali per il forte shock, incredula alla sua stessa vista, come se in quel momento stesse guardando qualcosa che non esisteva, che non poteva esistere, che non doveva esistere, non lì, non in casa sua, non con sua figlia stesa su quel letto.
La sirena squarciava l’aria calda di quell’inizio estate, ed era in rapido avvicinamento. Altra sirena era vicinissima, sotto casa di quel palazzo signorile di 3 piani con vista sul mare.
I primi ad arrivare furono i Carabinieri. Entrarono in 4, con la pistola in mano posto che la telefonata concitata aveva parlato di un assassinio.
“Carabinieri. Fermi. Non muovetevi. Siamo armati”.
La porta dell’ampio appartamento era aperta e nell’ingresso non c’era nessuno.
I militari dell’Arma trovarono tutti in camera da letto.
Videro subito il sangue sul corpo di Meddy, vestita delle sole autoreggenti nere e scarpe del medesimo colore, dal tacco altissimo. Al collo vi era un collare da cani, in pelle nera, con un anello in corrispondenza della gola al quale sarebbe stato possibile attaccare un guinzaglio che, però, in stanza non c’era. Il resto del corpo non aveva veli e nemmeno peli, compresa la zona del sesso.
Fiona aveva cominciato a piangere. Dalla finestra aperta entravano i suoni di vita quotidiana, delle autovetture sulla strada poco distante, delle voci dal parco giochi.
Accanto al letto, il compagno di Fiona, Enrico, con una asciugamani bianco, cercava di tamponare la ferita e bloccare la fuoriuscita di sangue.
A terra, tra lui e Fiona, vi era un coltello da cucina, insanguinato.
Un militare allontanò Enrico dalla ragazza ferita, invitando ad uscire i due adulti dalla stanza, accompagnati da due Carabinieri che si assicurarono che non fuggissero. Un militare restò a tamponare la ferita ed il quarto scese per guidare l’arrivo dei soccorsi sanitari.
Fiona si mise ad urlare e a dimenarsi perché voleva rientrare nella stanza dove c’era sua figlia. Enrico si era irrigidito ed aveva lo sguardo perso nel vuoto, scioccato, seduto sul divano senza opporre alcuna resistenza o tentare alcun movimento.
I sanitari, nella stanza, stavano parlando ad alta voce ed il medico stava impartendo alcune disposizioni.
Un carabiniere chiamò la scientifica per i rilievi.
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2026-02-23
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