Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 3)
di
Kugher
genere
sadomaso
Fiona sapeva che la segretaria, dopo il suo ingresso, avrebbe bloccato ogni ulteriore accesso o telefonata.
Si sentiva tranquilla anche se, come aveva detto ad Enrico, le piaceva che la donna là fuori immaginasse cosa stessero facendo, regalandole, a suo beneficio, alcuni gridolini, in modo che fosse sicura che ben comprendesse ciò che accadeva lì dentro.
Non si domandava se questo piacere le derivasse da una sorta di esibizionismo o se le servisse per marcare ulteriormente il territorio. Fiona agiva di istinto e non si poneva domande.
Carponi, incurante del dolore che le piastrelle le procuravano dopo avere superato il tappeto, si diresse verso l’uomo che stava ancora parlando.
Sapeva che lui non era interessato all’eventuale dolore o fastidio o disagio in alcune posizioni della donna, era semplicemente molto concentrato sul proprio piacere, anche visivo. Per lui, il dolore della donna era una prova della sua devozione. Era questo che gli eccitava la testa. Lei lo sapeva e voleva soddisfarlo. E questo era il suo piacere.
Pertanto non pensò al duro pavimento ma si concentrò a sculettare nell’avvicinarsi. Le piaceva moltissimo vedere gli occhi di lui che brillavano dall’eccitazione, come le piaceva il fatto che Enrico, impegnato al telefono, non potesse parlare ma, invece, solo “subire” ciò che lei aveva intenzione di fare, divenendo suo complice, “passivo” nella sua posizione di dominio.
Quando ormai lei gli era vicina, l’uomo arretrò con la sedia e allargò le gambe, girando la poltrona in modo da accogliere la cagnetta che stava arrivando.
Fiona, nell’ultimo tratto, abbassò la testa al pavimento e iniziò a baciargli le scarpe, avendo cura di premere con le labbra in modo che lui potesse sentire l’atto di adorazione.
Sapeva che gli piaceva tantissimo quel gesto e non ometteva mai di omaggiarlo, immaginando l’effetto che avrebbe ottenuto sul cazzo, su quel cazzo che poi lei avrebbe tenuto in bocca, sapendo che era diventato duro anche grazie alla somma dei suoi gesti precedenti. La eccitava il pensiero che dietro a quel turgore non vi fosse solo sesso ma atti erotici, ben più eccitanti.
Infatti, quando alzò la testa e si sistemò bene in ginocchio tra le sue gambe, seduta sui talloni, gli slacciò la cintura e gli aprì i pantaloni, trovando, sotto le mutande, un cazzo già duro.
Il sesso avrebbe dovuto attendere ancora un po’ e sperava che la telefonata sarebbe durata a lungo. Aveva intenzione di divertirsi con l’eccitazione del suo amato.
Spostò bene l’intimo in modo da liberare anche i testicoli, sui quali si concentrò.
Piaceva ad entrambi quell’operazione in quanto, per poterlo fare, era in grado di tenere la testa rivolta verso l’alto, stando prostrata. Da lì, poteva guardargli gli occhi avendo, però, in primo piano il cazzo che svettava verso l’alto. Si sentiva potente, in quell’atto di sottomissione.
Mentre leccava, faceva in modo che dai suoi occhi trasparisse la sua devozione e sottomissione, pronta a soddisfarlo ma, finchè fosse stato al telefono, la regia sarebbe spettata a lei.
Adorava stimolarlo mentre lui non aveva il potere di prendere in mano la situazione. Sarebbe accaduto dopo, ma, intanto, il potere dell’eccitazione era nelle sue mani e nella sua bocca.
Con una mano impugnò il cazzo stringendolo, mentre la lingua leccava ancora le palle. Stringeva e lasciava la presa. Alternò questa operazione ancora una decina di volte, quando, lasciato il cazzo, con la lingua iniziò a salire verso la sommità.
Fu lento il percorso, alternando leccate piene a piccoli colpetti di lingua. La mano, intanto, era passata ad accarezzare le palle.
Per quanto possibile, non aveva mai smesso di ancheggiare o, come lui preferiva definire quel gesto, scodinzolare.
Ormai non poteva più vedergli gli occhi, ma non le interessava, conoscendo già la luce che li illuminava.
Sapeva anche che Enrico si stava sforzando di non prenderle la testa con la mano libera e dirigere la bocca e la lingua a piacimento.
Lo avrebbe fatto, dopo, ne era sicura, ma intanto si godeva la sua autonomia.
La bocca salì ancora, lentamente e, quando era ormai vicina al glande, scese nuovamente, fino alle palle, per poi salire e scendere.
Voleva provocarlo, voleva che le prendesse la testa tra le mani, voleva sentire la sua autorità.
Enrico non si muoveva. Lo stronzo conosceva il suo gioco e, evidentemente, aveva deciso di non sottostare alle sue provocazioni e la lasciava stare.
Quanto lo odiava quando faceva così, perché, lasciandola libera, le dava la sensazione di non avere ceduto al suo controllo ma, invece, di volerlo mantenere, in quanto sarebbe stato lui a decidere il quando ed il come.
Con una nota di frustrazione, si diresse al glande e lo infilò in bocca.
A questo punto, punta sul vivo, voleva vendicarsi del fatto che lui non avesse ceduto alla sua provocazione.
Così mosse lingua e bocca nel modo in cui sapeva che lo avrebbe fatto impazzire di piacere.
Lui adorava che, con la lingua rigida, lei desse frequenti colpetti sulla corona del cazzo e sul prepuzio, per poi risalire e prenderlo in bocca, schiacciandolo sul palato con la lingua mentre succhiava appena.
A quel punto voleva farlo godere prima della fine della telefonata.
Evidentemente stava lavorando bene ed ottenendo il raggiungimento del suo scopo. Sentiva le reazioni del suo cazzo che si induriva sempre più.
A quel punto, sicura di essere vicino al risultato desiderato, con la mano iniziò nuovamente ad accarezzare le palle.
Ma il suo obiettivo venne fermato da Enrico che fece volgere al termine la telefonata e riattaccò.
“Ho capito cosa volevi fare, puttanella”.
Le prese la testa per i capelli e la fece spostare, tirando in modo da farle sentire quel dolore che serviva a confermare il suo potere su di lei.
La fece girare lasciandola a 4 zampe e, piegandosi sulle gambe, la montò come una cagna, tenendole una mano sul collo, come se fosse un collare naturale.
Uscì dalla figa e le entrò nel culo.
La donna aveva lavorato bene e sapeva che l’eccitazione cresciuta non gli avrebbe consentito di durare a lungo.
La mano dal collo passò ai capelli e le tirò indietro la testa. Aiutandosi con l’altra mano nel mantenere la posizione, le lasciò la presa ai capelli per sculacciarla forte.
Fiona si scoprì a sperare che il rumore della sculacciata arrivasse all'orecchio della segretaria e, per essere sicura, emise lamenti maggiori di quelli che il dolore avrebbe richiesto.
Enrico le godette nel culo mentre le tirava i capelli.
Poi si sedette nuovamente in poltrona.
Lei sapeva che avrebbe dovuto girarsi e pulirlo con la bocca.
Ipotizzando che l’avrebbe usata da dietro, si era pulita bene dietro prima di andare lui.
Si sentiva tranquilla anche se, come aveva detto ad Enrico, le piaceva che la donna là fuori immaginasse cosa stessero facendo, regalandole, a suo beneficio, alcuni gridolini, in modo che fosse sicura che ben comprendesse ciò che accadeva lì dentro.
Non si domandava se questo piacere le derivasse da una sorta di esibizionismo o se le servisse per marcare ulteriormente il territorio. Fiona agiva di istinto e non si poneva domande.
Carponi, incurante del dolore che le piastrelle le procuravano dopo avere superato il tappeto, si diresse verso l’uomo che stava ancora parlando.
Sapeva che lui non era interessato all’eventuale dolore o fastidio o disagio in alcune posizioni della donna, era semplicemente molto concentrato sul proprio piacere, anche visivo. Per lui, il dolore della donna era una prova della sua devozione. Era questo che gli eccitava la testa. Lei lo sapeva e voleva soddisfarlo. E questo era il suo piacere.
Pertanto non pensò al duro pavimento ma si concentrò a sculettare nell’avvicinarsi. Le piaceva moltissimo vedere gli occhi di lui che brillavano dall’eccitazione, come le piaceva il fatto che Enrico, impegnato al telefono, non potesse parlare ma, invece, solo “subire” ciò che lei aveva intenzione di fare, divenendo suo complice, “passivo” nella sua posizione di dominio.
Quando ormai lei gli era vicina, l’uomo arretrò con la sedia e allargò le gambe, girando la poltrona in modo da accogliere la cagnetta che stava arrivando.
Fiona, nell’ultimo tratto, abbassò la testa al pavimento e iniziò a baciargli le scarpe, avendo cura di premere con le labbra in modo che lui potesse sentire l’atto di adorazione.
Sapeva che gli piaceva tantissimo quel gesto e non ometteva mai di omaggiarlo, immaginando l’effetto che avrebbe ottenuto sul cazzo, su quel cazzo che poi lei avrebbe tenuto in bocca, sapendo che era diventato duro anche grazie alla somma dei suoi gesti precedenti. La eccitava il pensiero che dietro a quel turgore non vi fosse solo sesso ma atti erotici, ben più eccitanti.
Infatti, quando alzò la testa e si sistemò bene in ginocchio tra le sue gambe, seduta sui talloni, gli slacciò la cintura e gli aprì i pantaloni, trovando, sotto le mutande, un cazzo già duro.
Il sesso avrebbe dovuto attendere ancora un po’ e sperava che la telefonata sarebbe durata a lungo. Aveva intenzione di divertirsi con l’eccitazione del suo amato.
Spostò bene l’intimo in modo da liberare anche i testicoli, sui quali si concentrò.
Piaceva ad entrambi quell’operazione in quanto, per poterlo fare, era in grado di tenere la testa rivolta verso l’alto, stando prostrata. Da lì, poteva guardargli gli occhi avendo, però, in primo piano il cazzo che svettava verso l’alto. Si sentiva potente, in quell’atto di sottomissione.
Mentre leccava, faceva in modo che dai suoi occhi trasparisse la sua devozione e sottomissione, pronta a soddisfarlo ma, finchè fosse stato al telefono, la regia sarebbe spettata a lei.
Adorava stimolarlo mentre lui non aveva il potere di prendere in mano la situazione. Sarebbe accaduto dopo, ma, intanto, il potere dell’eccitazione era nelle sue mani e nella sua bocca.
Con una mano impugnò il cazzo stringendolo, mentre la lingua leccava ancora le palle. Stringeva e lasciava la presa. Alternò questa operazione ancora una decina di volte, quando, lasciato il cazzo, con la lingua iniziò a salire verso la sommità.
Fu lento il percorso, alternando leccate piene a piccoli colpetti di lingua. La mano, intanto, era passata ad accarezzare le palle.
Per quanto possibile, non aveva mai smesso di ancheggiare o, come lui preferiva definire quel gesto, scodinzolare.
Ormai non poteva più vedergli gli occhi, ma non le interessava, conoscendo già la luce che li illuminava.
Sapeva anche che Enrico si stava sforzando di non prenderle la testa con la mano libera e dirigere la bocca e la lingua a piacimento.
Lo avrebbe fatto, dopo, ne era sicura, ma intanto si godeva la sua autonomia.
La bocca salì ancora, lentamente e, quando era ormai vicina al glande, scese nuovamente, fino alle palle, per poi salire e scendere.
Voleva provocarlo, voleva che le prendesse la testa tra le mani, voleva sentire la sua autorità.
Enrico non si muoveva. Lo stronzo conosceva il suo gioco e, evidentemente, aveva deciso di non sottostare alle sue provocazioni e la lasciava stare.
Quanto lo odiava quando faceva così, perché, lasciandola libera, le dava la sensazione di non avere ceduto al suo controllo ma, invece, di volerlo mantenere, in quanto sarebbe stato lui a decidere il quando ed il come.
Con una nota di frustrazione, si diresse al glande e lo infilò in bocca.
A questo punto, punta sul vivo, voleva vendicarsi del fatto che lui non avesse ceduto alla sua provocazione.
Così mosse lingua e bocca nel modo in cui sapeva che lo avrebbe fatto impazzire di piacere.
Lui adorava che, con la lingua rigida, lei desse frequenti colpetti sulla corona del cazzo e sul prepuzio, per poi risalire e prenderlo in bocca, schiacciandolo sul palato con la lingua mentre succhiava appena.
A quel punto voleva farlo godere prima della fine della telefonata.
Evidentemente stava lavorando bene ed ottenendo il raggiungimento del suo scopo. Sentiva le reazioni del suo cazzo che si induriva sempre più.
A quel punto, sicura di essere vicino al risultato desiderato, con la mano iniziò nuovamente ad accarezzare le palle.
Ma il suo obiettivo venne fermato da Enrico che fece volgere al termine la telefonata e riattaccò.
“Ho capito cosa volevi fare, puttanella”.
Le prese la testa per i capelli e la fece spostare, tirando in modo da farle sentire quel dolore che serviva a confermare il suo potere su di lei.
La fece girare lasciandola a 4 zampe e, piegandosi sulle gambe, la montò come una cagna, tenendole una mano sul collo, come se fosse un collare naturale.
Uscì dalla figa e le entrò nel culo.
La donna aveva lavorato bene e sapeva che l’eccitazione cresciuta non gli avrebbe consentito di durare a lungo.
La mano dal collo passò ai capelli e le tirò indietro la testa. Aiutandosi con l’altra mano nel mantenere la posizione, le lasciò la presa ai capelli per sculacciarla forte.
Fiona si scoprì a sperare che il rumore della sculacciata arrivasse all'orecchio della segretaria e, per essere sicura, emise lamenti maggiori di quelli che il dolore avrebbe richiesto.
Enrico le godette nel culo mentre le tirava i capelli.
Poi si sedette nuovamente in poltrona.
Lei sapeva che avrebbe dovuto girarsi e pulirlo con la bocca.
Ipotizzando che l’avrebbe usata da dietro, si era pulita bene dietro prima di andare lui.
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