Amarcord
di
Serena Rossi
genere
sentimentali
A m’arcôrd, come un’eco lontana che risuona nelle notti solitarie, quando il vento dell’Adriatico porta con sé l’odore salmastro del mare e i sussurri di un amore che il tempo non ha cancellato. Era l’estate del 1938, o forse del ‘39 – i ricordi si intrecciano come i rami di un albero antico, carichi di frutti proibiti. Io ero Miranda, non la madre severa e malinconica del film, ma una giovane donna di vent’anni, con la pelle olivastra bruciata dal sole romagnolo, i capelli corvini che cascavano in onde ribelli sulle spalle nude, e un corpo sinuoso che attirava gli sguardi famelici degli uomini al Grand Hotel. Lì, tra i tavolini all’aperto e le luci sfavillanti, danzavo con l’ingenuità di chi non sa ancora quanto il desiderio possa bruciare. Lui era Aurelio, un anarchico con gli occhi scuri come la notte fascista, le mani ruvide da muratore che odoravano di calce e terra, ma capaci di carezze che facevano vibrare l’anima. Non lo vedo da anni, da quando la guerra l’ha strappato via come un’onda impetuosa, portandolo in chissà quali terre lontane. Ma nei miei pomeriggi pigri, sdraiata sul letto con le lenzuola umide di sudore, o nelle sere in cui la nebbia avvolge Rimini come un velo misterioso, chiudo gli occhi e lo rivivo. Il mio corpo, ancora vivo di quel fuoco, si tende al solo pensiero, e le mie mani scivolano piano sulla pelle, cercando di evocare il suo tocco perduto.
Tutto iniziò con il falò della segavecchia, quella festa pagana che segnava la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, proprio come nel sogno felliniano. Il villaggio era in fermento: la folla si radunava sulla spiaggia, con le fiamme che salivano alte verso il cielo stellato, crepitando come risate ubriache. L’aria era pregna dell’odore di legna bruciata, miscelato al profumo di vino rosso e di corpi sudati che si muovevano al ritmo di una fisarmonica lontana. Io indossavo una gonna leggera di cotone bianco, che frusciava contro le mie cosce nude ogni volta che camminavo, e una camicetta sbottonata quel tanto da lasciare intravedere la curva generosa del seno. Ero la Gradisca del paese, bella e irraggiungibile, con i tacchi alti che affondavano nella sabbia morbida, e un rossetto rosso fuoco che prometteva baci ardenti. Ma quella notte, i miei occhi incontrarono quelli di Aurelio, in piedi ai margini del cerchio di luce, con una sigaretta tra le labbra e un sorriso obliquo che mi fece accelerare il cuore.
Mi avvicinai a lui, fingendo indifferenza, ma il mio corpo tradiva l’eccitazione: i capezzoli si indurirono sotto il tessuto sottile, sfregando contro la stoffa con ogni respiro. “Balliamo?”, gli dissi, con una voce che voleva essere provocante ma uscì tremula. Lui rise piano, una risata profonda che mi vibrò nel petto, e mi prese per la vita, tirandomi contro di sé. Le sue mani erano calde, possessive, e sentii il suo corpo premere contro il mio – il torace muscoloso, i fianchi stretti, e più in basso, l’evidenza del suo desiderio che si gonfiava contro il mio ventre. Danzammo al ritmo del fuoco, i nostri corpi che si sfioravano in un preludio sensuale: le sue dita scivolarono lungo la mia schiena, tracciando linee invisibili che mi fecero inarcare, mentre il suo respiro caldo mi solleticava l’orecchio. “Voglio una donna”, mi sussurrò, eco dello zio Teo arrampicato sull’albero nel manicomio della follia, ma le sue parole erano cariche di una promessa carnale, non di disperazione. “E tu sei la mia, Miranda. Stanotte e per sempre.”
Ci allontanammo dalla folla, mano nella mano, verso le dune nascoste dove la spiaggia incontrava l’erba alta e selvatica. La luna illuminava il mare come un transatlantico fantasma – il Rex, forse, che passava al largo con le sue luci sfavillanti, testimone silente dei nostri peccati. Ci sdraiammo sulla sabbia ancora tiepida dal sole del giorno, e lui mi baciò con una fame che mi travolse. Le sue labbra erano morbide ma insistenti, la lingua che invadeva la mia bocca in un duello umido e appassionato, assaporando il sapore di vino e desiderio. Le mie mani affondarono nei suoi capelli folti, tirandolo più vicino, mentre le sue dita slacciavano lentamente i bottoni della camicetta, esponendo la mia pelle alla brezza marina. L’aria fresca mi fece rabbrividire, ma il suo tocco era fuoco: le sue mani grandi accarezzarono i miei seni, palpandoli con gentilezza prima, poi con più urgenza, i pollici che sfregavano i capezzoli eretti fino a farmi gemere contro la sua bocca. “Sei così bella”, mormorò, chinandosi per prendere un capezzolo tra le labbra, succhiandolo piano, la lingua che roteava in cerchi lenti e torturanti. Sentii un calore liquido diffondersi tra le mie cosce, il mio sesso che si bagnava di eccitazione, pulsando al ritmo del suo assalto sensuale.
Le sue mani scesero più in basso, sollevando la gonna con deliberata lentezza, esponendo le mie gambe nude alla notte. Le sue dita tracciarono linee leggere lungo l’interno delle cosce, facendomi tremare di anticipazione. “Aprile per me”, ordinò con voce rauca, e io obbedii, divaricando le gambe mentre il suo tocco raggiungeva il centro del mio desiderio. Sentii le sue dita sfiorare le mutandine umide, premendo contro il tessuto sottile, strofinando il clitoride gonfio con movimenti circolari che mi fecero inarcare i fianchi. “Dio, quanto sei bagnata”, gemette, scostando l’indumento per toccarmi direttamente. Le sue dita scivolarono tra le pieghe calde e scivolose, esplorando ogni piega, penetrandomi piano con un dito, poi due, curvandoli per sfregare quel punto sensibile all’interno che mi fece vedere le stelle. Io ansimavo, le unghie conficcate nelle sue spalle, il corpo che si contorceva sotto di lui mentre l’orgasmo saliva come una marea.
Ma non era abbastanza. Lo spinsi via quel tanto da slacciare i suoi pantaloni, liberando la sua erezione dura e pulsante. Era magnifico, grosso e venoso, con la pelle calda che si tendeva sotto il mio tocco. Lo accarezzai piano, dalla base alla punta, sentendolo pulsare nella mia mano, mentre lui gemeva il mio nome. “Prendimi”, lo implorai, e lui non se lo fece ripetere. Mi penetrò con un’unica spinta lenta e profonda, riempiendomi completamente, il suo membro che si adattava al mio calore stretto come se fossimo fatti l’uno per l’altra. Iniziò a muoversi, ritmi lenti all’inizio, ogni affondo che mi faceva sentire piena, posseduta. Le sue mani afferrarono i miei fianchi, guidandomi nel nostro ritmo primordiale, mentre le onde del mare scandivano il tempo dei nostri gemiti. Accelerò, i colpi più forti, più urgenti, il suo corpo che sbatteva contro il mio con un suono umido e carnale. Sentii l’orgasmo montare di nuovo, un’onda travolgente che mi fece urlare il suo nome, le pareti del mio sesso che si contraevano intorno a lui, spremendolo fino a quando anche lui cedette, riversando il suo seme caldo dentro di me in fiotti potenti, il corpo che tremava contro il mio.
Restammo lì, ansimanti e sudati, con la sabbia che si attaccava alla pelle umida, mentre il falò lontano si spegneva in brace. Lui mi baciò la fronte, le labbra, il collo, sussurrando promesse d’amore eterno. Ma la vita, come nel film, è un susseguirsi di episodi fugaci: la nevicata invernale ci separò, la guerra lo portò via, lasciandomi con i ricordi e un vuoto che solo il tocco delle mie mani può colmare parzialmente.
Ora, nella mia casa silenziosa, con il vento che ulula come il motociclista esibizionista di Amarcord, mi sdraio nuda sul letto e rivivo quella notte. Le mie dita tracciano i contorni del mio corpo, sfiorando i seni ancora sodi, pizzicando i capezzoli fino a farli dolere di piacere. Scendono più in basso, tra le cosce, dove il desiderio si accende di nuovo, bagnato e insistente. Mi tocco piano, immaginando le sue mani, i suoi baci, la sua penetrazione. L’orgasmo arriva come una nebbia che dissolve tutto, ma è solo un’eco pallida di ciò che fu. A m’arcôrd, Aurelio, e il mio cuore, il mio corpo, brucia ancora per te. Chissà se tornerai, come la primavera che dissolve l’inverno, per riaccendere quel falò eterno tra noi.
Tutto iniziò con il falò della segavecchia, quella festa pagana che segnava la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, proprio come nel sogno felliniano. Il villaggio era in fermento: la folla si radunava sulla spiaggia, con le fiamme che salivano alte verso il cielo stellato, crepitando come risate ubriache. L’aria era pregna dell’odore di legna bruciata, miscelato al profumo di vino rosso e di corpi sudati che si muovevano al ritmo di una fisarmonica lontana. Io indossavo una gonna leggera di cotone bianco, che frusciava contro le mie cosce nude ogni volta che camminavo, e una camicetta sbottonata quel tanto da lasciare intravedere la curva generosa del seno. Ero la Gradisca del paese, bella e irraggiungibile, con i tacchi alti che affondavano nella sabbia morbida, e un rossetto rosso fuoco che prometteva baci ardenti. Ma quella notte, i miei occhi incontrarono quelli di Aurelio, in piedi ai margini del cerchio di luce, con una sigaretta tra le labbra e un sorriso obliquo che mi fece accelerare il cuore.
Mi avvicinai a lui, fingendo indifferenza, ma il mio corpo tradiva l’eccitazione: i capezzoli si indurirono sotto il tessuto sottile, sfregando contro la stoffa con ogni respiro. “Balliamo?”, gli dissi, con una voce che voleva essere provocante ma uscì tremula. Lui rise piano, una risata profonda che mi vibrò nel petto, e mi prese per la vita, tirandomi contro di sé. Le sue mani erano calde, possessive, e sentii il suo corpo premere contro il mio – il torace muscoloso, i fianchi stretti, e più in basso, l’evidenza del suo desiderio che si gonfiava contro il mio ventre. Danzammo al ritmo del fuoco, i nostri corpi che si sfioravano in un preludio sensuale: le sue dita scivolarono lungo la mia schiena, tracciando linee invisibili che mi fecero inarcare, mentre il suo respiro caldo mi solleticava l’orecchio. “Voglio una donna”, mi sussurrò, eco dello zio Teo arrampicato sull’albero nel manicomio della follia, ma le sue parole erano cariche di una promessa carnale, non di disperazione. “E tu sei la mia, Miranda. Stanotte e per sempre.”
Ci allontanammo dalla folla, mano nella mano, verso le dune nascoste dove la spiaggia incontrava l’erba alta e selvatica. La luna illuminava il mare come un transatlantico fantasma – il Rex, forse, che passava al largo con le sue luci sfavillanti, testimone silente dei nostri peccati. Ci sdraiammo sulla sabbia ancora tiepida dal sole del giorno, e lui mi baciò con una fame che mi travolse. Le sue labbra erano morbide ma insistenti, la lingua che invadeva la mia bocca in un duello umido e appassionato, assaporando il sapore di vino e desiderio. Le mie mani affondarono nei suoi capelli folti, tirandolo più vicino, mentre le sue dita slacciavano lentamente i bottoni della camicetta, esponendo la mia pelle alla brezza marina. L’aria fresca mi fece rabbrividire, ma il suo tocco era fuoco: le sue mani grandi accarezzarono i miei seni, palpandoli con gentilezza prima, poi con più urgenza, i pollici che sfregavano i capezzoli eretti fino a farmi gemere contro la sua bocca. “Sei così bella”, mormorò, chinandosi per prendere un capezzolo tra le labbra, succhiandolo piano, la lingua che roteava in cerchi lenti e torturanti. Sentii un calore liquido diffondersi tra le mie cosce, il mio sesso che si bagnava di eccitazione, pulsando al ritmo del suo assalto sensuale.
Le sue mani scesero più in basso, sollevando la gonna con deliberata lentezza, esponendo le mie gambe nude alla notte. Le sue dita tracciarono linee leggere lungo l’interno delle cosce, facendomi tremare di anticipazione. “Aprile per me”, ordinò con voce rauca, e io obbedii, divaricando le gambe mentre il suo tocco raggiungeva il centro del mio desiderio. Sentii le sue dita sfiorare le mutandine umide, premendo contro il tessuto sottile, strofinando il clitoride gonfio con movimenti circolari che mi fecero inarcare i fianchi. “Dio, quanto sei bagnata”, gemette, scostando l’indumento per toccarmi direttamente. Le sue dita scivolarono tra le pieghe calde e scivolose, esplorando ogni piega, penetrandomi piano con un dito, poi due, curvandoli per sfregare quel punto sensibile all’interno che mi fece vedere le stelle. Io ansimavo, le unghie conficcate nelle sue spalle, il corpo che si contorceva sotto di lui mentre l’orgasmo saliva come una marea.
Ma non era abbastanza. Lo spinsi via quel tanto da slacciare i suoi pantaloni, liberando la sua erezione dura e pulsante. Era magnifico, grosso e venoso, con la pelle calda che si tendeva sotto il mio tocco. Lo accarezzai piano, dalla base alla punta, sentendolo pulsare nella mia mano, mentre lui gemeva il mio nome. “Prendimi”, lo implorai, e lui non se lo fece ripetere. Mi penetrò con un’unica spinta lenta e profonda, riempiendomi completamente, il suo membro che si adattava al mio calore stretto come se fossimo fatti l’uno per l’altra. Iniziò a muoversi, ritmi lenti all’inizio, ogni affondo che mi faceva sentire piena, posseduta. Le sue mani afferrarono i miei fianchi, guidandomi nel nostro ritmo primordiale, mentre le onde del mare scandivano il tempo dei nostri gemiti. Accelerò, i colpi più forti, più urgenti, il suo corpo che sbatteva contro il mio con un suono umido e carnale. Sentii l’orgasmo montare di nuovo, un’onda travolgente che mi fece urlare il suo nome, le pareti del mio sesso che si contraevano intorno a lui, spremendolo fino a quando anche lui cedette, riversando il suo seme caldo dentro di me in fiotti potenti, il corpo che tremava contro il mio.
Restammo lì, ansimanti e sudati, con la sabbia che si attaccava alla pelle umida, mentre il falò lontano si spegneva in brace. Lui mi baciò la fronte, le labbra, il collo, sussurrando promesse d’amore eterno. Ma la vita, come nel film, è un susseguirsi di episodi fugaci: la nevicata invernale ci separò, la guerra lo portò via, lasciandomi con i ricordi e un vuoto che solo il tocco delle mie mani può colmare parzialmente.
Ora, nella mia casa silenziosa, con il vento che ulula come il motociclista esibizionista di Amarcord, mi sdraio nuda sul letto e rivivo quella notte. Le mie dita tracciano i contorni del mio corpo, sfiorando i seni ancora sodi, pizzicando i capezzoli fino a farli dolere di piacere. Scendono più in basso, tra le cosce, dove il desiderio si accende di nuovo, bagnato e insistente. Mi tocco piano, immaginando le sue mani, i suoi baci, la sua penetrazione. L’orgasmo arriva come una nebbia che dissolve tutto, ma è solo un’eco pallida di ciò che fu. A m’arcôrd, Aurelio, e il mio cuore, il mio corpo, brucia ancora per te. Chissà se tornerai, come la primavera che dissolve l’inverno, per riaccendere quel falò eterno tra noi.
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