La fabbrica abbandonata (parte 2)
di
Kugher
genere
sadomaso
(Due mesi prima)
La serata era stata una sorpresa per lei.
Avevano parlato, tempo addietro, di realizzare una fantasia simile, ma si erano limitati a un breve accenno.
Fabrizio, il Padrone, come suo solito si era presentato a casa di lei senza preavviso. Arianna odiava questo suo modo di fare, ma a lui non interessava e aveva continuato a presentarsi quando ne aveva voglia.
Quella sera, dopo un paio di settimane, lei era tornata da un viaggio all’estero. Era andata a vedere, con i colleghi, uno spazio che avrebbe dovuto ospitare un nuovo palazzo. Lo studio di architettura per il quale lavorava, era stato coinvolto in un progetto ancora agli albori. Il committente, una società di gestione del risparmio, voleva realizzare una serie di edifici ed i sopralluoghi iniziali avevano impegnato tanto tempo. I primi di una lunga serie.
Era tornata quel mattino stesso, dopo una notte passata in volo, riposando quel poco che gli scomodi sedili avevano consentito.
Era in doccia quando aveva sentito suonare il campanello. Lo aveva riconosciuto subito. Il suono era tipico di chi sa di poter suonare in quel modo ed ha impazienza.
Ebbe un moto di quasi stizza perché era stanca. Aveva passato la giornata a sistemare e a iniziare a catalogare le informazioni raccolte.
La innervosiva questo suo modo di fare, quello stesso modo di fare che l’aveva conquistata, sempre imperioso, scuro di sé, arrogante sicuramente oltre ill limite sopportabile per una relazione affettiva, ma sufficiente per quel rapporto di sesso/dominio che avevano.
Entrambi liberi da legami affettivi e senza voglia di averne uno, si incontravano quando volevano far respirare le reciproche anime. In realtà, si incontravano la maggior parte delle volte quando lui ne aveva voglia. A lei, tutto sommato e benché se ne lamentasse, questo suo modo di fare, che ormai aveva accettato, piaceva. La faceva sentire ulteriormente sottomessa, facendola sentire schiava in attesa del Padrone e che, in ogni caso, allontanava qualsiasi possibile accenno di sentimento, relegando sempre più quel rapporto al mero piacere sessuale ed erotico.
Avendo la certezza che dall’altra parte dell’intimità della casa ci fosse lui, andò ad aprire nuda, con l’acqua che ancora gocciolava dal suo corpo e si stendeva sul pavimento che, dopo, avrebbe pulito.
Le tracce che lasciava sembrava volessero testimoniare il disordine del rapporto.
Le piaceva la sensazione di regole infrante quando arrivava Fabrizio, che stravolgeva le regole della vita normale, in cui una donna libera diventava schiava dei piaceri altrui.
Forse nemmeno Fabrizio si aspettava di trovarla nuda, già pregustando il piacere di spogliarla. Sperava fortemente di dargli fastidio, privandolo del piacere di farla spogliare, magari ottenendo così una sua reazione fisica, quasi volesse punirla della libertà che si era presa.
L’uomo si fermò infatti sulla soglia, senza la preoccupazione che qualcuno potesse uscire sul pianerottolo oppure che potesse osservare la scena dallo spioncino della porta posta di fronte, circostanza che, invece, alimentava ciò che stava già salendo, cioè l’eccitazione.
Fabrizio era già eccitato e la vista aveva accentuato ciò che già sarebbe comunque stato.
La attirò a sé e le palpò il corpo, concentrandosi sulle natiche e sui seni, presi in mano e stretti.
Fabrizio aveva voglia, voglia pura, animalesca, voglia di godere, più di sesso che di dominio, voglia di lei, voglia di carne, di odore di figa bagnata e di cazzo, voglia di rumore della bocca mentre succhia.
Glielo leggeva negli occhi verdi, quelli che l’avevano conquistata con quello sguardo arrogante e irritante, sopportabile solo per i brevi periodi del sesso, che arrivavano a infastidirla ma anche ad eccitarla, in una danza di contrasti e di emozioni.
La prese per i capelli e la fece inginocchiare, tirandoglieli verso il basso, con gli occhi che sapevano di potere, di sesso, di voglia, con l’espressione di chi sa che sta procurando dolore e che da quello sta provando il piacere, il piacere del dominio, di colui che si prende perché può farlo, perché è suo diritto.
Le aveva spinto il cazzo in bocca, fino in fondo. Sapeva che le dava fastidio averlo in gola e lui, immancabilmente, fino alla gola glielo spingeva, godendo dei conati che fermava quando gli sembrava che si stesse avvicinando troppo alla reazione non voluta.
Le aveva scopato la bocca, con piacere, pensando solo a sé stesso.
Ecco un’altra cosa che la faceva incazzare ma che la eccitava: il profondo egoismo sessuale. Lei era solo uno strumento. Questa cosa la eccitava tanto quanto la faceva incazzare, ma alla quale non sapeva resistere e che, alla fine, la faceva bagnare.
All’inizio cercava di resistere e di opporsi, ottenendo solo una presa più stretta per i capelli che la riduceva in schiavitù, al servizio del suo cazzo che si induriva per la sua reazione di protesta, soffocata con le mani strette su di lei e dal cazzo in bocca.
Quando aveva sentito la resa della schiava che aveva iniziato a succhiare quel cazzo che la desiderava, pensando solo al piacere del Padrone, ormai domata, l’aveva fatta alzare, sempre presa per i capelli e spinta col viso contro il muro, posta a 90 gradi così da vedersi offerto, e preso, il culo, quel culo nel quale era entrato anche grazie al cazzo lubrificato dal liquido naturale e dalla saliva della schiava, quel culo nel quale aveva spinto fino a godere dentro, quel cazzo poi la cui pulitura aveva preteso quando, uscito, l’aveva fatta inginocchiare e spinto in bocca.
Quella sera, a cena, soddisfatti gli animi, Arianna gli aveva raccontato di un edificio abbandonato che avrebbero dovuto abbattere per costruire il nuovo centro residenziale. La donna vide accendersi una piccola luce nello sguardo arrogante di quell’uomo, quando le disse che sarebbe stato eccitante frustarla in una fabbrica dismessa.
Aveva poi cambiato subito argomento e lei non ci aveva pensato più anche se, nel suo inconscio, quell’immagine ormai era entrata.
La serata era stata una sorpresa per lei.
Avevano parlato, tempo addietro, di realizzare una fantasia simile, ma si erano limitati a un breve accenno.
Fabrizio, il Padrone, come suo solito si era presentato a casa di lei senza preavviso. Arianna odiava questo suo modo di fare, ma a lui non interessava e aveva continuato a presentarsi quando ne aveva voglia.
Quella sera, dopo un paio di settimane, lei era tornata da un viaggio all’estero. Era andata a vedere, con i colleghi, uno spazio che avrebbe dovuto ospitare un nuovo palazzo. Lo studio di architettura per il quale lavorava, era stato coinvolto in un progetto ancora agli albori. Il committente, una società di gestione del risparmio, voleva realizzare una serie di edifici ed i sopralluoghi iniziali avevano impegnato tanto tempo. I primi di una lunga serie.
Era tornata quel mattino stesso, dopo una notte passata in volo, riposando quel poco che gli scomodi sedili avevano consentito.
Era in doccia quando aveva sentito suonare il campanello. Lo aveva riconosciuto subito. Il suono era tipico di chi sa di poter suonare in quel modo ed ha impazienza.
Ebbe un moto di quasi stizza perché era stanca. Aveva passato la giornata a sistemare e a iniziare a catalogare le informazioni raccolte.
La innervosiva questo suo modo di fare, quello stesso modo di fare che l’aveva conquistata, sempre imperioso, scuro di sé, arrogante sicuramente oltre ill limite sopportabile per una relazione affettiva, ma sufficiente per quel rapporto di sesso/dominio che avevano.
Entrambi liberi da legami affettivi e senza voglia di averne uno, si incontravano quando volevano far respirare le reciproche anime. In realtà, si incontravano la maggior parte delle volte quando lui ne aveva voglia. A lei, tutto sommato e benché se ne lamentasse, questo suo modo di fare, che ormai aveva accettato, piaceva. La faceva sentire ulteriormente sottomessa, facendola sentire schiava in attesa del Padrone e che, in ogni caso, allontanava qualsiasi possibile accenno di sentimento, relegando sempre più quel rapporto al mero piacere sessuale ed erotico.
Avendo la certezza che dall’altra parte dell’intimità della casa ci fosse lui, andò ad aprire nuda, con l’acqua che ancora gocciolava dal suo corpo e si stendeva sul pavimento che, dopo, avrebbe pulito.
Le tracce che lasciava sembrava volessero testimoniare il disordine del rapporto.
Le piaceva la sensazione di regole infrante quando arrivava Fabrizio, che stravolgeva le regole della vita normale, in cui una donna libera diventava schiava dei piaceri altrui.
Forse nemmeno Fabrizio si aspettava di trovarla nuda, già pregustando il piacere di spogliarla. Sperava fortemente di dargli fastidio, privandolo del piacere di farla spogliare, magari ottenendo così una sua reazione fisica, quasi volesse punirla della libertà che si era presa.
L’uomo si fermò infatti sulla soglia, senza la preoccupazione che qualcuno potesse uscire sul pianerottolo oppure che potesse osservare la scena dallo spioncino della porta posta di fronte, circostanza che, invece, alimentava ciò che stava già salendo, cioè l’eccitazione.
Fabrizio era già eccitato e la vista aveva accentuato ciò che già sarebbe comunque stato.
La attirò a sé e le palpò il corpo, concentrandosi sulle natiche e sui seni, presi in mano e stretti.
Fabrizio aveva voglia, voglia pura, animalesca, voglia di godere, più di sesso che di dominio, voglia di lei, voglia di carne, di odore di figa bagnata e di cazzo, voglia di rumore della bocca mentre succhia.
Glielo leggeva negli occhi verdi, quelli che l’avevano conquistata con quello sguardo arrogante e irritante, sopportabile solo per i brevi periodi del sesso, che arrivavano a infastidirla ma anche ad eccitarla, in una danza di contrasti e di emozioni.
La prese per i capelli e la fece inginocchiare, tirandoglieli verso il basso, con gli occhi che sapevano di potere, di sesso, di voglia, con l’espressione di chi sa che sta procurando dolore e che da quello sta provando il piacere, il piacere del dominio, di colui che si prende perché può farlo, perché è suo diritto.
Le aveva spinto il cazzo in bocca, fino in fondo. Sapeva che le dava fastidio averlo in gola e lui, immancabilmente, fino alla gola glielo spingeva, godendo dei conati che fermava quando gli sembrava che si stesse avvicinando troppo alla reazione non voluta.
Le aveva scopato la bocca, con piacere, pensando solo a sé stesso.
Ecco un’altra cosa che la faceva incazzare ma che la eccitava: il profondo egoismo sessuale. Lei era solo uno strumento. Questa cosa la eccitava tanto quanto la faceva incazzare, ma alla quale non sapeva resistere e che, alla fine, la faceva bagnare.
All’inizio cercava di resistere e di opporsi, ottenendo solo una presa più stretta per i capelli che la riduceva in schiavitù, al servizio del suo cazzo che si induriva per la sua reazione di protesta, soffocata con le mani strette su di lei e dal cazzo in bocca.
Quando aveva sentito la resa della schiava che aveva iniziato a succhiare quel cazzo che la desiderava, pensando solo al piacere del Padrone, ormai domata, l’aveva fatta alzare, sempre presa per i capelli e spinta col viso contro il muro, posta a 90 gradi così da vedersi offerto, e preso, il culo, quel culo nel quale era entrato anche grazie al cazzo lubrificato dal liquido naturale e dalla saliva della schiava, quel culo nel quale aveva spinto fino a godere dentro, quel cazzo poi la cui pulitura aveva preteso quando, uscito, l’aveva fatta inginocchiare e spinto in bocca.
Quella sera, a cena, soddisfatti gli animi, Arianna gli aveva raccontato di un edificio abbandonato che avrebbero dovuto abbattere per costruire il nuovo centro residenziale. La donna vide accendersi una piccola luce nello sguardo arrogante di quell’uomo, quando le disse che sarebbe stato eccitante frustarla in una fabbrica dismessa.
Aveva poi cambiato subito argomento e lei non ci aveva pensato più anche se, nel suo inconscio, quell’immagine ormai era entrata.
2
voti
voti
valutazione
6
6
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
La fabbrica abbandonata (parte 1)
Commenti dei lettori al racconto erotico