Sottomesse ai servi (parte 3)

Scritto da , il 2022-01-09, genere sadomaso

Subirono passivamente l’apposizione di un collare e, subito dopo, l’aggancio dei guinzagli, la cui altra estremità era tenuta in ciascuna mano di Matteo.
Gesti fortissimi che delineavano e rafforzavano i poteri in gioco, ricordando alle “due parti” i rispettivi ruoli.
Il click del moschettone risuonò fortissimo nella testa di tutti, completando quella linea di
confine tra chi è dominante (ed i corrispondenti diritti) e chi, invece, sottomessa (ed i corrispondenti doveri).
Due cagne, quello erano, due cagne al guinzaglio del Padrone, di quell’uomo che, in quel momento, non ricordavano nemmeno più che apriva loro le portiere tutti i giorni, prese solo dall’ansia di seguirlo senza scontentarlo, altrimenti quel frustino che si abbatteva sulle loro schiene per divertimento, sarebbe divenuto strumento di punizione con ben altra forza e frequenza.
Quell’uomo adesso era il loro punto di riferimento, colui che aveva il potere ed il diritto di decidere di loro e per loro.
Le ginocchia facevano male ma non pensarono nemmeno un istante di fermarsi o
lamentarsi, sollecitate dai colpi sulle loro schiene, attente a conservare compostezza nella postura.
Il Padrone pretendeva non solo la velocità desiderata ma anche e soprattutto l’eleganza del gesto, anch’essa fonte di piacere ed eccitazione.
Altra e più forte umiliazione venne provata quando, arrivate davanti alla domestica-Padrona comodamente seduta, dovettero chinarsi a terra per baciarle i piedi.
Ci fu un attimo di resistenza vinta dal frustino sulle natiche.
Non avevano modo o tempo per accorgersi che l’umiliazione aveva già prodotto risultati facendo bagnare le fighe.
Se ne accorse Matteo che, chinatosi per passare la mano, le trovò umide. Le due donne non pensavano si stesse riferendo a loro quando lo sentirono dire che “queste cagne sono già eccitate”.
Umiliazione per umiliazione.
L’una, quella che divertiva ed eccitava le due donne nel sentirsi “padrone” della servitù, la seconda quella che eccitava le due donne nel “servire la servitù”.
Ma anche quella di Matteo e Luisa, i quali sapevano che ogni giorno il comportamento della signora caricava piccoli e continui pesi sul piatto di quella bilancia che costituiva il loro rapporto, sino a quando il “piatto della servitù”, troppo colmo e giunto al termine della corsa, abbisognasse di contrappeso per essere riportato in alto.
Quelle serate avevano lo scopo di spostare i piatti della bilancia e portare quello dei domestici dal punto più basso a quello più alto.
Era una questione di tempi, e parti in gioco.
Era una partita, nella quale i giocatori avevano le loro mosse. Più concentrate nel tempo quelle dei domestici, più dilatate quelle delle signore.
Vi era un ulteriore giocatore: Ettore, il compagno “Padrone” di Simona, che, in quel caso, fungeva da “arbitro” e decideva quando fosse giunto il momento per riequilibrare la bilancia, traendo anch’egli il proprio piacere nel poter disporre a piacimento della sua compagna, anche cedendola a terzi.
Questo è un atto connotato da forza maggiore rispetto a quella che caratterizzava il potere dei domestici, limitato nel tempo e dipendente dal volere altrui.
Disporre di una persona significa avere potere su essa e, quindi, dominio. Quest’ultimo era l'obiettivo di Ettore e di altro “gioco” tra lui e Simona, nel quale Viola, a volte, era comparsa ma non attrice.
Luisa allargò le cosce e, alzatasi la gonna il cui pregio e fattura era molto distante da quelle solitamente indossate dalla signora, pretese il servizio alla figa dalla lingua di Simona.
Questa cominciò a servirla attenta al solo piacere della donna, dimenticando il proprio.
Eppure, per un attimo irrazionale, le due schiave osservarono la gonna alzata non
trovandola di loro gusto, quasi a voler rimarcare la differenza sociale che, in quel momento, era capovolta.
Simona non si chiese quale sorte fosse toccata a Viola sino a che, alle sue spalle, non sentì il tipico suono dello scudiscio su un corpo umano.
In quel momento seppe quando sarebbe toccato a lei e chi l’avrebbe frustata. Capì immediatamente che avrebbe dovuto soddisfare al meglio la “Padrona” per evitare che si vendicasse quando su quella poltrona vi sarebbe stato Matteo, per essere soddisfatto dalla bocca di Viola.
Quando fu turno di Matteo a stare seduto su quella poltrona, momentaneo simbolo di dolore e piacere, Luisa non risparmiò la schiena di Simona e diede modo alla stessa di osservare
quella di Viola che, segnata, stava dando piacere a quel cazzo duro che aveva in bocca.
L’uso sessuale portò le due schiave a pensare che presto tutto sarebbe finito sino a che non sentirono l’ordine di non arrivare a farli godere.
Questo procurò la sensazione tipica che si può provare in un sogno, quando, in un incubo eccitante, si vede svanire l’illusoria visione del traguardo che, inspiegabilmente, si allontana,
sino a non vederne nuovamente la fine che si credeva invece già raggiunta.
Per le due “schiave” l’unico tempo era ormai il presente. Prese dal vortice delle sensazioni, concentrate sul nuovo ordine: strisciare a terra dopo che fu loro strappato il perizoma, ultimo indumento che dava una falsa sensazione di estrema protezione.
Non pensarono nemmeno per un secondo di resistere e cominciarono l’umiliante
processione sino al tavolo da pranzo, procedendo a terra avendo il pavimento troppo vicino ai loro occhi.
Anche in questo caso, al pari di quanto accadde per la gonna, furono attratte dalla differenza delle piastrelle con il marmo della loro abitazione, con conseguente analoga sensazione della scala sociale capovolta.
I “Padroni” le incitavano coi piedi e le denigravano, a volte rendendo impossibile il loro procedere posando sadicamente il piede sulle loro schiene.
Furono costrette a servire la cena ai “Padroni”, quella che alle “schiave” era stata preclusa da Ettore.
Per la seconda volta il pasto fu loro negato.
Probabilmente in quel momento anche Ettore stava tranquillamente pasteggiando e
bevendo vino dai bicchieri di cristallo che Simona aveva comperato qualche mese addietro, quando erano andati in vacanza a Parigi e che Matteo aveva caricato nel bagagliaio
dell’auto uscendo carico dal negozio.
Durante il pasto i domestici, quelli veri, non le risparmiarono dalle angherie fisiche e verbali, pretendendo che, a turni, posassero il busto sulla tavola per avere accesso alle loro fighe con le mani o con qualche oggetto che spingevano dentro fino a divertirsi con il lamento della malcapitata di turno, mentre l’altra riempiva i bicchieri o portava le pietanze in attesa di prendere il posto sulla tavola.
A che punto era l’equilibrio dei piatti della bilancia?
Non avere notizie è fonte di ulteriore tensione, sapendo che l’informazione è nota ma solo ai Padroni.
Quella cazzo di cena sembrava non finire oppure sembrava procedesse troppo
speditamente, nell’alternanza di umiliazione e piacere che coincidevano nelle fighe bagnate.
Alla fine della cena Matteo non riuscì più a ritardare ciò che aveva l’esigenza di trovare soddisfazione.
Il piacere e l’eccitazione sono come il percorso di un fiume, che inizia ruscello per raccogliere altra acqua durante il tragitto, finché la portata comincia ad essere troppa e gli argini sembrano restringersi sempre più per rendere più veloce e tumultuoso il procedere del liquido cristallino.
Vano è il tentativo di ritardare l’arrivo alla cascata.
Quando la pressione fu eccessiva, Matteo, avendo a disposizione Simona appoggiata al
tavolo, la usò per scaricare il piacere accumulato, scopandola in figa.
Dolore e piacere possono coesistere, per la sottomessa ma anche per il dominante, il quale trova ulteriore eccitazione nel dolore procurato dal frustino sulla schiena della schiava mentre le esplode dentro l’orgasmo divenuto non più rimandabile.
La vista del piacere (e del dolore) altrui, procudono ulteriore eccitazione in chi osserva e, così, divenne incontenibile anche il piacere di Luisa che approfittò delle due lingue a disposizione per raggiungere quell’orgasmo liberatorio che già dall’inizio della cena premeva per uscire e veniva ritardato accumulando altro piacere.
Il punto più basso del piatto della bilancia venne raggiunto quando le due “schiave, cagne, puttane” furono fatte uscire dalla casa del piacere nude, per ritornare nella casa padronale e ritornare ad essere due “Signore”.

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