Vacanza sullo yacht (parte 18)

Scritto da , il 2021-11-18, genere sadomaso

“Schiava, vai a gettare le carte che hai in bocca e corri a pulire i piedi della Signora”.
Abbey aspettò in piedi sul giovane che la moglie finisse di pulirle, con la lingua, i suoi piedi dallo sperma del marito.
Mentre i Signori continuarono a parlare, i due schiavi stettero inginocchiati reggendo i vassoi con i bicchieri e l’acqua fresca.
Dopo un po’ cominciavano ad accusare la stanchezza ma tutti se ne disinteressarono prendendo i bicchieri come se si servissero da un tavolino.
Quando fu evidente il loro sfinimento, lo schiavo venne fatto mettere a 4 zampe ed il vassoio poggiato sulla sua schiena. La schiava, inginocchiata, restava a disposizione e, ogni tanto, le gettavano a terra qualcosa da mangiare.
Prima di andare a dormire gli ospiti chiesero dove avrebbero dormito i ragazzi. Per tutta risposta i Padroni incatenarono i collari agli anelli infissi a terra, sotto la tettoia dove, come cani, avrebbero passato la notte.
“Ma fate loro passare lì tutta la notte, stesi a terra?”
“Certo, sono cani, vorrai mica metterli in un letto”.
Verso l’una Michael sentì un rumore in coperta e, incuriosito, uscì per trovare Enrico che, seduto sulla poltroncina, si gustava il cielo stellato.
“Ciao Michael, vieni, fammi compagnia. Vengo spesso qui a rimirare il cielo, cosa impossibile da fare in città, purtroppo.”
“Vero, è meraviglioso”.
“Vuoi una sigaretta?”
“Volentieri, vado a cercare un posacenere”.
“Lascia, vado io che so dov’è”.
Tornò tenendo al guinzaglio Marta che venne fatta stendere a terra tra le due poltroncine.
I due uomini poggiarono i piedi sul bel corpo della schiava.
Michael vide che aveva la bocca a perta ed ebbe la conferma della sua funzione quando vide Enrico chinarsi per scrollare la cenere nella bocca della ragazza.
Lo imitò, con piacere, cosa che non capita certo tutti i giorni.
Parlarono di amici comuni che da tempo non vedevano e di lavoro, affrontando anche tematiche caratterizzate dall’intimità che li univa, ignorando la poggiapiedi umana sulla quale ogni tanto spostavano i piedi per cercare migliore comodità.
Gettarono i mozziconi fuori bordo restando in silenzio a guardare la bellezza del Creato, cullati dal mare e protetti dall’oscurità ignara dell’esistenza, lontano, delle luci artificiali.
Al momento di andare a dormire Enrico mise il piede sul collo del tappeto e fece una piccola pressione. Era il comando per farle ingoiare tutta la cenere che aveva tenuto in bocca.
La riportò in catene accanto al marito e andarono a dormire dopo averle dato una carezza sul capo.
La mattina, fatta colazione, portarono gli ospiti in porto dove li aspettava il taxi.
Fecero gli scalini inversi, prima salirono sulla schiava e poi su suo marito.
Quando, a turno, erano sopra Marta, gli ospiti abbracciarono e salutarono i loro amici.
Abbey era ancora sulla ragazza e, prima di salire su Andrea, fece notare, ridendo, la persistente erezione sulla quale mise il piede calpestandola. Si fermò sul ragazzo e con la suola sfregò la parte del pene non protetta. La schiacciò come fosse una sigaretta roteando la scarpa e, poi, come se si pulisse la suola.
Avvertiva il dolore dello schiavo ma anche che il pene si induriva.
Enrico e Lia li accompagnarono fino alla fine della passerella senza scendere, non avendo indosso le scarpe.

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