La setta (parte 23)
di
Kugher
genere
sadomaso
Martina si sentiva sempre più presa da un vortice che, però, le dava sensazioni strane. Quel vortice la trascinava lentamente e le lasciava una sensazione di tranquillità.
Lavorava molto, o, meglio, la facevano lavorare molto.
Tuttavia le attività erano svolte con calma, senza generare ansia o troppe aspettative. Quello che non avrebbe finito oggi, lo avrebbe fatto domani.
L’ansia e lo stress non erano proprie di quel luogo.
Tutti si muovevano con calma.
Assaporò sempre più quella sensazione di vivere fuori dal mondo, dove la gente aveva le giornate caratterizzate da scadenze, costrette a muoversi sempre di fretta per raggiungere obiettivi sempre più lontani e difficili.
Lì dentro, invece, tutto era caratterizzato dalla calma. Le sembrava venisse recuperato il lato umano della vita, sentendosi sempre meno sola.
Lavorava molto, ma ovunque si trovasse trovava i sorrisi delle persone con le quali poteva scambiare parole.
Tutti lavoravano non per sé stessi ma per la comunità e, così, il lavoro di tanti generava benessere tra tutti. Non si chiedeva se ci fosse eccesso di guadagni non ripartiti e accumulati a favore dei leader.
Tutto le sembrava semplice, ma non povero, senza dispendi inutili ma ricco di dignità e decoro. I vestiti venivano forniti dalla comunità ed erano semplici ma sempre puliti.
Qualche volte era stata messa a lavorare in lavanderia.
Ciascuno aveva un ruolo. Chi lavorava fisicamente (non esistevano attività intellettuali) non doveva impiegare altro tempo per lavare gli abiti o le case.
Altri si occupavano di questo e, a loro volta, trovavano sempre i pasti pronti.
Il cibo scarseggiava e restava sempre con una sensazione di fame. Non tale da impedire di svolgere bene le attività giornaliere, ma abbastanza da avere sempre quella sensazione di leggero vuoto.
Si abituò anche a questo.
Lavorava molto. La stanchezza e la sensazione costante di fame lasciavano lei e tutti gli altri quasi assuefatti a quella leggera debolezza che, in ogni caso, impediva loro di avere pensieri diversi dallo svolgimento del loro lavoro.
Tutti la guardavano per ciò che era e non per la sua bellezza, coperta dai vestiti semplici.
Per troppi anni aveva usato il suo corpo per eccitare, richiamare, avere persone, attenzioni.
Per lei era naturale muoversi per piacere, anche quando i gesti avrebbero potuto apparire neutri, casuali.
Inconsciamente assumeva atteggiamenti sexy quando vedeva Mattia.
Soprattutto quando veniva chiamata, sempre più frequentemente, per pulire casa sua.
Per quell’attività, chiunque l'avesse compiuta, era vietato indossare vestiti. da sempre era così e tutte le schiave che si erano occupate di quelle incombenze, appena entrate si spogliavano.
Il divieto di comodità, come se fossero il male di una società alla deriva, strumento da evitare per restare nell'alveo protetto della salvezza dell'anima e dei costumi, si estendeva anche al più banale spazzolone per i pavimenti.
Così, il pavimento doveva essere pulito stando a quattro zampe, nude, usando solo le mani. Mattia ed Ilaria amavano vedere le schiave che lavavano il pavimento e, con quel gesto, muovevano il culo in un modo spettacolare.
Martina accentuava il gesto, incurvando la schiena verso il basso, accentuando così la sella naturale della schiena e spingendo in fuori ancor di più quel magnifico culo che tanto faceva impazzire gli uomini.
Mattia se lo godeva con gli occhi fino a che il cazzo non gli consentiva di attendere ulteriormente.
Tante volte le arrivava da dietro e, estratto il cazzo, la scopava così, a quattro zampe, come una cagna.
Appena lo sentiva arrivare, capendo che era giunto il momento, Martina non si fermava ma scodinzolava nel miglior modo che la sua abilità naturale le consentisse di fare.
Quando terminava il suono della cerniera che si abbassava, poneva la guancia a terra offrendo il culo al piacere del Padrone.
Lavorava molto, o, meglio, la facevano lavorare molto.
Tuttavia le attività erano svolte con calma, senza generare ansia o troppe aspettative. Quello che non avrebbe finito oggi, lo avrebbe fatto domani.
L’ansia e lo stress non erano proprie di quel luogo.
Tutti si muovevano con calma.
Assaporò sempre più quella sensazione di vivere fuori dal mondo, dove la gente aveva le giornate caratterizzate da scadenze, costrette a muoversi sempre di fretta per raggiungere obiettivi sempre più lontani e difficili.
Lì dentro, invece, tutto era caratterizzato dalla calma. Le sembrava venisse recuperato il lato umano della vita, sentendosi sempre meno sola.
Lavorava molto, ma ovunque si trovasse trovava i sorrisi delle persone con le quali poteva scambiare parole.
Tutti lavoravano non per sé stessi ma per la comunità e, così, il lavoro di tanti generava benessere tra tutti. Non si chiedeva se ci fosse eccesso di guadagni non ripartiti e accumulati a favore dei leader.
Tutto le sembrava semplice, ma non povero, senza dispendi inutili ma ricco di dignità e decoro. I vestiti venivano forniti dalla comunità ed erano semplici ma sempre puliti.
Qualche volte era stata messa a lavorare in lavanderia.
Ciascuno aveva un ruolo. Chi lavorava fisicamente (non esistevano attività intellettuali) non doveva impiegare altro tempo per lavare gli abiti o le case.
Altri si occupavano di questo e, a loro volta, trovavano sempre i pasti pronti.
Il cibo scarseggiava e restava sempre con una sensazione di fame. Non tale da impedire di svolgere bene le attività giornaliere, ma abbastanza da avere sempre quella sensazione di leggero vuoto.
Si abituò anche a questo.
Lavorava molto. La stanchezza e la sensazione costante di fame lasciavano lei e tutti gli altri quasi assuefatti a quella leggera debolezza che, in ogni caso, impediva loro di avere pensieri diversi dallo svolgimento del loro lavoro.
Tutti la guardavano per ciò che era e non per la sua bellezza, coperta dai vestiti semplici.
Per troppi anni aveva usato il suo corpo per eccitare, richiamare, avere persone, attenzioni.
Per lei era naturale muoversi per piacere, anche quando i gesti avrebbero potuto apparire neutri, casuali.
Inconsciamente assumeva atteggiamenti sexy quando vedeva Mattia.
Soprattutto quando veniva chiamata, sempre più frequentemente, per pulire casa sua.
Per quell’attività, chiunque l'avesse compiuta, era vietato indossare vestiti. da sempre era così e tutte le schiave che si erano occupate di quelle incombenze, appena entrate si spogliavano.
Il divieto di comodità, come se fossero il male di una società alla deriva, strumento da evitare per restare nell'alveo protetto della salvezza dell'anima e dei costumi, si estendeva anche al più banale spazzolone per i pavimenti.
Così, il pavimento doveva essere pulito stando a quattro zampe, nude, usando solo le mani. Mattia ed Ilaria amavano vedere le schiave che lavavano il pavimento e, con quel gesto, muovevano il culo in un modo spettacolare.
Martina accentuava il gesto, incurvando la schiena verso il basso, accentuando così la sella naturale della schiena e spingendo in fuori ancor di più quel magnifico culo che tanto faceva impazzire gli uomini.
Mattia se lo godeva con gli occhi fino a che il cazzo non gli consentiva di attendere ulteriormente.
Tante volte le arrivava da dietro e, estratto il cazzo, la scopava così, a quattro zampe, come una cagna.
Appena lo sentiva arrivare, capendo che era giunto il momento, Martina non si fermava ma scodinzolava nel miglior modo che la sua abilità naturale le consentisse di fare.
Quando terminava il suono della cerniera che si abbassava, poneva la guancia a terra offrendo il culo al piacere del Padrone.
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