La setta (parte 24)

di
genere
sadomaso

Mattia e Ilaria temevano il momento in cui la madre si sarebbe affacciata per avere notizie di Martina e pretendere che tornasse, soprattutto dopo avere avuto informazioni sul quel sito.
Attendevano l'evento ed erano preparati. A parte che per gli orfani, ovviamente, era un momento che si verificava quasi sempre ed era abbastanza traumatico.
La madre, invece, aveva quasi lavorato per loro, paradossalmente.
Dopo un po’ di tempo, Martina aveva insistito per accendere il telefono e vedere se la madre l’avesse cercata. Avevano cercato di ritardare il più possibile ma, ad un certo punto, la cosa non fu più rinviabile senza destare nella ragazza eccessivi sospetti. Le avevano così dato il permesso al termine di una giornata nella quale l’avevano fatta lavorare molto e dormire poco, così che la stanchezza avrebbe potuto farla reagire in maniera più controllata.
Fu Mattia ad accendere il telefono mentre la ragazza era accucciata a terra accanto a lui. Ciò che lei aveva interpretato come cura ed attenzione, in realtà era la volontà di controllare quel momento di probabile difficoltà, nel quale, se vi fosse stata una crepa che loro non avevano visto, il contatto con la famiglia, per quanto non solido, avrebbe potuto avere l’effetto del cuneo che si insinuava nella frattura per allargarla e, una volta piantato dentro, il cuneo non sarebbe uscito più.
Aveva perso troppe schiave e schiavi in quel momento, merce preziosa vista andare via, scivolargli dalle mani come se stesse impugnando un bastone di legno liscio cosparso di olio.
Mattia si fece dare il pin ed entrò nei messaggi, voleva essere pronto a cancellare l’eventuale messaggio della madre.
Quando lesse l’unico sms arrivato, fece fatica a nascondere la soddisfazione e il piacere. Porse il telefono alla ragazza che lo ricevette con un piccolo lumino di speranza negli occhi.
Lo schermo si era spento e con il tocco Martina lo riaccese per leggere.
“Spero tu stia bene dove sei adesso. Ti ricordi per caso la password per il wi-fi di casa?”.
Un paio di giorni dopo era registrato un altro messaggio.
“Lascia stare, l’ho recuperato. Baci. Mamma”.
Mattia vide gli occhi della ragazza ai suoi piedi che restarono fissi sullo schermo del telefono, immobile. Poi alzò la testa e, quando lo guardò per consegnarglielo, negli occhi vide il buio, come se fossero spenti, con la delusione tipica di chi sperava, fino all’ultimo, di trovare un messaggio in cui la madre le comunicasse il suo amore, dicendole di tornare, come se il tempo che aveva atteso per riaccendere lo smartphone fosse stato fatto passare per lasciare la madre nella sofferenza di una mancata risposta e, invece, si rese conto che aveva sperato inutilmente di farla soffrire. Voleva farla soffrire per vendetta, per essersi sentita respinta e, essendosene andata, aveva così modo di vendicarsi e farle sentire la mancanza così che, una volta tornata, la madre l’avrebbe accolta a braccia aperte.
Invece niente, il nulla. Era stata solo Martina, nella speranza che la madre potesse capire quanto avesse bisogno di lei, a comprendere che ciò di cui aveva bisogno proprio non c’era.
Si sentì sola, non tanto abbandonata in quanto l’abbandono presuppone che prima qualcosa ci fosse stato. Rivide con altri occhi gli anni passati e capì di essere stata sola anche quando non pensava di esserlo.
Guardò Mattia e si rese conto che il salvagente della comunità, in quel momento per lei si era trasformato in un’isola, stabile, solida, ricca di verde, acqua, cibo e, soprattutto, affetti, l’unica nella quale avrebbe potuto e voluto stare.
Il suo sguardo verso quell’uomo cambiò in un attimo e lui se ne accorse, grazie anche alla sua capacità innata di capire le persone, leggerle dentro, insinuarsi e riempire il vuoto che vi trovava.
Sin da ragazzo aveva capito di questa sua abilità e l’aveva sempre sfruttata, frequentando ragazzi che pagavano per lui, ragazze disposte a fare di tutto per accontentarlo.
Vide gli occhi di Martina che dalla delusione si riempirono di rabbia trattenuta, come di una tormenta vista da una parete fatta da vetri spessi, capaci di trattenere una furia che dietro di essi impera.
Martina sentì che l’uomo aveva spento il telefono. Quel suono rappresentò il taglio definitivo con la sua non famiglia.
Si chinò ai piedi di Mattia senza ancora riuscire a far passare tutta la rabbia che aveva dentro. Voleva piangere ma non riusciva.
L’uomo conosceva quel momento e sapeva come usarlo.
Sapeva che avrebbe potuto scacciare quel dolore con altro dolore.
“Mettiti in ginocchio e appoggia le mani alla parete”.
Si sfilò la cinghia e iniziò a frustare quel corpo meraviglioso. Andò avanti fino a che la ragazza, col pianto, iniziò a liberarsi. Proseguì quando il dolore per le frustate aveva superato e schiacciato il dolore per la delusione.
Non si fermò fino a quando la schiena non fu rossa dalle cinghiate e la ragazza si accasciò a terra.
Si avvicinò e le pose sopra un piede, un gesto che lei colse come atto di protezione, di possibilità di affidamento a qualcuno che, finalmente, si sarebbe preso cura di lei.
Mattia si sentiva il cazzo duro. Non gli interessava del dolore della ragazza. Sapeva che lei avrebbe colto come interesse e cura ciò che per lui era solo una manipolazione ed un gesto erotico che gli faceva diventare il cazzo durissimo.
“Mettiti in ginocchio".
In qualche modo la ragazza ubbidì.
Non le disse nulla, dai pantaloni si vedeva il suo cazzo.
Lei gli abbassò la cerniera e lo prese in bocca.
Si concentrò su quell’atto come se fosse l’unica cosa che le potesse e dovesse interessare.
Si fermò solo quando lui le godette in bocca.
Mattia si sedette e la fece accucciare ai suoi piedi, accarezzandola a lungo, dolcemente, come se dal palmo delle mani volesse trasferire a lei il calore dell’anima, portando via, ad ogni tocco, il dolore che aveva dentro.
La ragazza pianse fino a che non si addormentò.
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scritto il
2026-08-05
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