La setta (parte 21)
di
Kugher
genere
sadomaso
Tornò Vincenzo.
Martina temette che avrebbe potuto approfittare di lei. L’uomo, invece, non la toccò se non per scioglierla e metterle il guinzaglio.
La fece mettere in ginocchio.
“Pulisci a terra”.
Quell’uomo non riusciva ad essere gentile come tutti gli altri in comunità, era come se fosse fuori luogo, non appartenesse a quel posto in cui non sembrava si trovasse a suo agio.
Le procurava timore, ma non paura. Tuttavia alla sua presenza avvertiva una sensazione di disagio.
Martina si chinò e iniziò a leccare dal pavimento lo sperma colato dalla sua figa. Solo dopo i primi passaggi con la lingua si rese conto di ciò che stava facendo e, soprattutto, della naturalezza con la quale l’uomo glielo aveva ordinato (a differenza degli altri Vincenzo sembrava desse ordini) e la naturalezza con la quale lei aveva ubbidito.
Non ci pensò più e terminò il suo lavoro, complice, forse, anche la stanchezza ed il turbinio di emozioni che aveva passato. Vedeva vicino ai propri occhi le scarpe sporche di quell’uomo poco curato, ma la cosa, ancora con stupore, non le diede fastidio.
Essere in quella comunità la faceva sentire come in una bolla.
“Alzati”.
Vincenzo accompagnò l’ordine (tale era il tono secco) con un colpo verso l’alto del guinzaglio.
Quella ragazza lo eccitava. Si sentiva il cazzo duro ed avrebbe avuto voglia di usarla quando era ancora incatenata. Queste limitazioni cominciavano a pesargli. Erano solo delle schiave, non capiva questi divieti nei suoi confronti.
L’indomani pomeriggio sarebbe andato da Mattia pretendendo di usare Elena, altra gran gnocca che lo eccitava.
Gliel’aveva già prestata qualche volta ed aveva goduto in una maniera esaltante.
Confidava che, col tempo, gli avrebbe fatto usare anche questa, decisamente meglio di quella bionda.
La portò, tenendola per il guinzaglio, nel locale dove avevano cenato e dove tutto era ancora come quando era stata portata via.
Le tavolate erano ancora imbandite con quel tipico disordine di fine cena, con gli ultimi piatti e bicchieri evidentemente usati, i tovaglioli appallottolati e le posate sparse disordinatamente sulla tovaglia.
“Ritira, sparecchia, lava piatti e pentole. Fai trovare tutto pronto per domani mattina a colazione”.
Sganciò il guinzaglio e se ne andò. Aveva voglia di scopare perché quella stronza l’aveva eccitato. Sarebbe andato da Monica, quella che, tra tutte coloro che avrebbe potuto usare, gli piaceva di più. Non gliene fregava un cazzo delle panzane della comunità. Una volta ci era cascato anche lui e aveva lasciato lì dentro una marea di soldi. Adesso, invece, Mattia lo pagava per fargli da cane da guardia. Lo pagava anche bene, ma nulla in confronto ai guadagni dalle attività produttive di quegli stupidi che non si rendevano conto di essere schiavi a costo zero, oppure di tutti i soldi che Mattia li convinceva a consegnare dai loro patrimoni con la scusa del benessere della comunità.
Avrebbe meritato maggior stipendio e poteri più ampi sugli schiavi e, soprattutto, sulle schiave.
Ne avevano già parlato, più volte e si erano sempre scontrati con reciproco nervosismo.
Martina, nuda, iniziò a ritirare i piatti e a portarli nel locale dedicato al lavaggio delle stoviglie.
In quel momento si accorse che non c’era lavastoviglie e avrebbe dovuto lavarli tutti a mano.
Venne presa da un momento di sconforto. Subito però si chiese come aveva fatto ad aspettarsi quel elettrodomestico. Vivevano tutti in maniera semplice e spartana, evitando il più possibile il ricorso alla tecnologia. Non avevano collegamenti internet e, in effetti, non sarebbero serviti in quanto non potevano usare i cellulari. Nessuno aveva un computer, ad eccezione di Mattia ed Ilaria, ma trovò ovvio che loro lo avessero in quanto la comunità doveva essere gestita al meglio.
Era stanca, era tardi. L’uso durante la cena e poi quello sessuale l’avevano sfiancata. Dopo che i Padroni avevano goduto, in lei era subentrata una sorta di rilassamento, quella che prende a fine giornata quando ti rendi conto che tutto è andato a posto e ti puoi fermare.
Invece avrebbe dovuto rimettersi in pista, con tutti quei piatti, posate, pentole lasciate accatastate dai cuochi.
Si aggiunga anche che non aveva mangiato se non quei pochi bocconi che aveva fatto cadere e raccolto con la bocca. Al pensiero provò una piacevole sensazione.
Rallentò un attimo il lavoro per ripensare al peso della Padrona sopra di sé, prima durante la cena seduta sulla sua schiena usata come sedia umana e, poi, ancora seduta ma sul suo petto mentre Mattia la scopava. Aveva sofferto tanto ma, adesso, ripensando a bocce ferme, le era piaciuto il peso, essere schiacciata.
La mente andò a Elena stesa a terra in funzione di poggiapiedi per i Padroni seduti sul divano e si immaginò al suo posto o, anche, stesa a terra a tappeto ed Ilaria che camminava sopra di lei, schiacciandola sotto i suoi piedi.
Si ridestò e osservò il disastro in sala mensa.
Doveva sbrigarsi. La roba da ritirare e lavare era tantissima ed era tardi. Non pensò a mangiare e si mise a lavorare.
La stanchezza e la fame erano qualcosa di latente che cercò di ignorare anche se per tutta la notte le fecero compagnia, ricordandole che c’erano e che lei doveva mettere in un angolo, fino al punto in cui imparò a conviverci senza soffrire, dandole per scontate, così da concentrarsi meglio sul lavoro.
Si sentiva bene. Il lavoro fisico in quella comunità dove tutti lavoravano manualmente senza ricorrere alle macchine, la collocò fuori dal mondo, come in un’epoca sospesa, oltre il caos della città al quale era abituata.
La fatica le pesava di meno e si concentrò solo sul fare un ottimo lavoro.
Martina temette che avrebbe potuto approfittare di lei. L’uomo, invece, non la toccò se non per scioglierla e metterle il guinzaglio.
La fece mettere in ginocchio.
“Pulisci a terra”.
Quell’uomo non riusciva ad essere gentile come tutti gli altri in comunità, era come se fosse fuori luogo, non appartenesse a quel posto in cui non sembrava si trovasse a suo agio.
Le procurava timore, ma non paura. Tuttavia alla sua presenza avvertiva una sensazione di disagio.
Martina si chinò e iniziò a leccare dal pavimento lo sperma colato dalla sua figa. Solo dopo i primi passaggi con la lingua si rese conto di ciò che stava facendo e, soprattutto, della naturalezza con la quale l’uomo glielo aveva ordinato (a differenza degli altri Vincenzo sembrava desse ordini) e la naturalezza con la quale lei aveva ubbidito.
Non ci pensò più e terminò il suo lavoro, complice, forse, anche la stanchezza ed il turbinio di emozioni che aveva passato. Vedeva vicino ai propri occhi le scarpe sporche di quell’uomo poco curato, ma la cosa, ancora con stupore, non le diede fastidio.
Essere in quella comunità la faceva sentire come in una bolla.
“Alzati”.
Vincenzo accompagnò l’ordine (tale era il tono secco) con un colpo verso l’alto del guinzaglio.
Quella ragazza lo eccitava. Si sentiva il cazzo duro ed avrebbe avuto voglia di usarla quando era ancora incatenata. Queste limitazioni cominciavano a pesargli. Erano solo delle schiave, non capiva questi divieti nei suoi confronti.
L’indomani pomeriggio sarebbe andato da Mattia pretendendo di usare Elena, altra gran gnocca che lo eccitava.
Gliel’aveva già prestata qualche volta ed aveva goduto in una maniera esaltante.
Confidava che, col tempo, gli avrebbe fatto usare anche questa, decisamente meglio di quella bionda.
La portò, tenendola per il guinzaglio, nel locale dove avevano cenato e dove tutto era ancora come quando era stata portata via.
Le tavolate erano ancora imbandite con quel tipico disordine di fine cena, con gli ultimi piatti e bicchieri evidentemente usati, i tovaglioli appallottolati e le posate sparse disordinatamente sulla tovaglia.
“Ritira, sparecchia, lava piatti e pentole. Fai trovare tutto pronto per domani mattina a colazione”.
Sganciò il guinzaglio e se ne andò. Aveva voglia di scopare perché quella stronza l’aveva eccitato. Sarebbe andato da Monica, quella che, tra tutte coloro che avrebbe potuto usare, gli piaceva di più. Non gliene fregava un cazzo delle panzane della comunità. Una volta ci era cascato anche lui e aveva lasciato lì dentro una marea di soldi. Adesso, invece, Mattia lo pagava per fargli da cane da guardia. Lo pagava anche bene, ma nulla in confronto ai guadagni dalle attività produttive di quegli stupidi che non si rendevano conto di essere schiavi a costo zero, oppure di tutti i soldi che Mattia li convinceva a consegnare dai loro patrimoni con la scusa del benessere della comunità.
Avrebbe meritato maggior stipendio e poteri più ampi sugli schiavi e, soprattutto, sulle schiave.
Ne avevano già parlato, più volte e si erano sempre scontrati con reciproco nervosismo.
Martina, nuda, iniziò a ritirare i piatti e a portarli nel locale dedicato al lavaggio delle stoviglie.
In quel momento si accorse che non c’era lavastoviglie e avrebbe dovuto lavarli tutti a mano.
Venne presa da un momento di sconforto. Subito però si chiese come aveva fatto ad aspettarsi quel elettrodomestico. Vivevano tutti in maniera semplice e spartana, evitando il più possibile il ricorso alla tecnologia. Non avevano collegamenti internet e, in effetti, non sarebbero serviti in quanto non potevano usare i cellulari. Nessuno aveva un computer, ad eccezione di Mattia ed Ilaria, ma trovò ovvio che loro lo avessero in quanto la comunità doveva essere gestita al meglio.
Era stanca, era tardi. L’uso durante la cena e poi quello sessuale l’avevano sfiancata. Dopo che i Padroni avevano goduto, in lei era subentrata una sorta di rilassamento, quella che prende a fine giornata quando ti rendi conto che tutto è andato a posto e ti puoi fermare.
Invece avrebbe dovuto rimettersi in pista, con tutti quei piatti, posate, pentole lasciate accatastate dai cuochi.
Si aggiunga anche che non aveva mangiato se non quei pochi bocconi che aveva fatto cadere e raccolto con la bocca. Al pensiero provò una piacevole sensazione.
Rallentò un attimo il lavoro per ripensare al peso della Padrona sopra di sé, prima durante la cena seduta sulla sua schiena usata come sedia umana e, poi, ancora seduta ma sul suo petto mentre Mattia la scopava. Aveva sofferto tanto ma, adesso, ripensando a bocce ferme, le era piaciuto il peso, essere schiacciata.
La mente andò a Elena stesa a terra in funzione di poggiapiedi per i Padroni seduti sul divano e si immaginò al suo posto o, anche, stesa a terra a tappeto ed Ilaria che camminava sopra di lei, schiacciandola sotto i suoi piedi.
Si ridestò e osservò il disastro in sala mensa.
Doveva sbrigarsi. La roba da ritirare e lavare era tantissima ed era tardi. Non pensò a mangiare e si mise a lavorare.
La stanchezza e la fame erano qualcosa di latente che cercò di ignorare anche se per tutta la notte le fecero compagnia, ricordandole che c’erano e che lei doveva mettere in un angolo, fino al punto in cui imparò a conviverci senza soffrire, dandole per scontate, così da concentrarsi meglio sul lavoro.
Si sentiva bene. Il lavoro fisico in quella comunità dove tutti lavoravano manualmente senza ricorrere alle macchine, la collocò fuori dal mondo, come in un’epoca sospesa, oltre il caos della città al quale era abituata.
La fatica le pesava di meno e si concentrò solo sul fare un ottimo lavoro.
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