La setta (parte 19)
di
Kugher
genere
sadomaso
Vincenzo portò Martina ad un tavolo e la fece posizionare sulla schiena. Era corto e la testa era penzoloni, all’indietro.
Senza molta cura e attenzioni, l’uomo le fece avvicinare il bacino al bordo così che la figa fosse facilmente raggiungibile e penetrabile.
Le fece mettere i piedi sul tavolo, ma questi le sfuggivano, cadendo oltre il bordo. Vincenzo, con calma, le fece indossare cavigliere che incatenò al pianale del tavolo. In quel modo aveva le cosce allargate, la figa sul bordo del tavolo ed esposta.
Le passò dalla parte della testa.
Prese i suoi lunghi capelli neri, quel nero mediterraneo, bello, corposo, sensuale, e li raccolse a coda. Con una corda alla cui estremità vi era un nodo scorsoio, imprigionò i capelli. L’altro capo della corda venne fatto passare in un anello infisso nel pavimento. Vincenzo lo tirò in modo da avere la bocca della ragazza all’altezza del cazzo.
Le mise due morsetti ai capezzoli.
Prima di andare, chiese allo schiavo se voleva un po’ acqua, avendo visto la ciotolina posata a terra, vuota.
Non sentì la risposta. Probabilmente il ragazzo aveva fatto cenno affermativo con la testa.
Martina non poteva muovere la testa. Così non ebbe modo di vedere Vincenzo con una bottiglia di acqua in mano ed il piede infilato nella gabbia. Il ragazzo lo raggiunse e leccò la scarpa prima di ricevere l’acqua.
Vennero lasciati soli, con il solo rumore della lingua dello schiavo che cercava di bere.
Si guardò in giro per quel poco che riusciva a vedere.
La situazione le fece sentire odore di sesso. Vide la fonte di illuminazione che consisteva in lampade alle pareti che davano alla sala un aspetto medievale, complici i mobili in legno massiccio e le poltrone in pelle.
Restò sola con se stessa, con le sue emozioni, le sue sensazioni che la riempivano sempre più, fino a raggiungere ogni parte del suo corpo e della sua anima.
Rivide in quei minuti, o in quelle ore, non seppe dirlo, le sensazioni provate in quel posto in cui si sentiva sicura, alla gente che la salutava come amica di lunga data e la ascoltava, la ospitava, le parlava elogiando le sue qualità.
Non seppe dire quanto tempo passò prima che Mattia e Ilaria fecero il loro ingresso.
Ignorarono lo schiavo che inutilmente cercò le loro attenzioni.
Si avvicinarono a Martina e cominciarono ad accarezzare il suo corpo, giocando con i morsetti ai capezzoli.
“Sei stata brava questa sera, anche se hai fatto piccoli errori. Siamo molto contenti di te per lo sforzo che hai fatto nel reggermi”.
La ragazza si sentì pervasa da uno strano calore.
“Tu sei fragile nell’anima che, però, sa essere forte per reggere queste situazioni. Sei bella, bella dentro. Non vediamo l’ora di parlarti, ascoltare le tue sensazioni, emozioni, capirle e confrontarci con te, accogliere i tuoi pensieri e farli nostri in questa famiglia, lasciando fuori il mondo che della tua fragilità ne approfitta, così che noi possiamo prendercene cura”.
A Martina si illuminarono gli occhi, sentendo la sua fragilità farsi spazio dentro di lei, supportata dalla forza che quella gente poteva darle, con le loro regole, la loro severità ma anche il loro affetto ed il loro ascolto, il loro abbraccio.
Capì che stava per compiersi il passo, stava per essere presa e, in quella comunità, non era solo una scopata, era un ingresso, una accettazione.
Avrebbe potuto rifiutarsi e, benché legata e pronta all’uso, sapeva che l’avrebbero liberata ma, così fosse stato, avrebbe dovuto andarsene senza poter più ritornare.
Era al bivio e doveva scegliere la strada.
La mano di Ilaria continuò a giocare con i morsetti, i capezzoli e ad accarezzarle la pelle del ventre, sempre lontana dalla figa perché, per entrare lì, avrebbe dovuto dare lei il permesso.
In quei momenti è come se il tempo si rallentasse perché il cervello, in pochissimi secondi, è in grado di rivedere ed elaborare una quantità enorme di informazioni che, lì, stesa e incatenata, consistettero nelle immagini degli ultimi giorni, delle ultime visite, immagini di serenità, di lavori umili, di persone che portavano pesi sulle spalle legate ad un guonzaglio di corda ma anche di sorrisi, ascolti, dove la sottomissione non le parve schiavitù ma dono di sé alla comunità che, a sua volta, si sottometteva a lei e la accettava.
Senza molta cura e attenzioni, l’uomo le fece avvicinare il bacino al bordo così che la figa fosse facilmente raggiungibile e penetrabile.
Le fece mettere i piedi sul tavolo, ma questi le sfuggivano, cadendo oltre il bordo. Vincenzo, con calma, le fece indossare cavigliere che incatenò al pianale del tavolo. In quel modo aveva le cosce allargate, la figa sul bordo del tavolo ed esposta.
Le passò dalla parte della testa.
Prese i suoi lunghi capelli neri, quel nero mediterraneo, bello, corposo, sensuale, e li raccolse a coda. Con una corda alla cui estremità vi era un nodo scorsoio, imprigionò i capelli. L’altro capo della corda venne fatto passare in un anello infisso nel pavimento. Vincenzo lo tirò in modo da avere la bocca della ragazza all’altezza del cazzo.
Le mise due morsetti ai capezzoli.
Prima di andare, chiese allo schiavo se voleva un po’ acqua, avendo visto la ciotolina posata a terra, vuota.
Non sentì la risposta. Probabilmente il ragazzo aveva fatto cenno affermativo con la testa.
Martina non poteva muovere la testa. Così non ebbe modo di vedere Vincenzo con una bottiglia di acqua in mano ed il piede infilato nella gabbia. Il ragazzo lo raggiunse e leccò la scarpa prima di ricevere l’acqua.
Vennero lasciati soli, con il solo rumore della lingua dello schiavo che cercava di bere.
Si guardò in giro per quel poco che riusciva a vedere.
La situazione le fece sentire odore di sesso. Vide la fonte di illuminazione che consisteva in lampade alle pareti che davano alla sala un aspetto medievale, complici i mobili in legno massiccio e le poltrone in pelle.
Restò sola con se stessa, con le sue emozioni, le sue sensazioni che la riempivano sempre più, fino a raggiungere ogni parte del suo corpo e della sua anima.
Rivide in quei minuti, o in quelle ore, non seppe dirlo, le sensazioni provate in quel posto in cui si sentiva sicura, alla gente che la salutava come amica di lunga data e la ascoltava, la ospitava, le parlava elogiando le sue qualità.
Non seppe dire quanto tempo passò prima che Mattia e Ilaria fecero il loro ingresso.
Ignorarono lo schiavo che inutilmente cercò le loro attenzioni.
Si avvicinarono a Martina e cominciarono ad accarezzare il suo corpo, giocando con i morsetti ai capezzoli.
“Sei stata brava questa sera, anche se hai fatto piccoli errori. Siamo molto contenti di te per lo sforzo che hai fatto nel reggermi”.
La ragazza si sentì pervasa da uno strano calore.
“Tu sei fragile nell’anima che, però, sa essere forte per reggere queste situazioni. Sei bella, bella dentro. Non vediamo l’ora di parlarti, ascoltare le tue sensazioni, emozioni, capirle e confrontarci con te, accogliere i tuoi pensieri e farli nostri in questa famiglia, lasciando fuori il mondo che della tua fragilità ne approfitta, così che noi possiamo prendercene cura”.
A Martina si illuminarono gli occhi, sentendo la sua fragilità farsi spazio dentro di lei, supportata dalla forza che quella gente poteva darle, con le loro regole, la loro severità ma anche il loro affetto ed il loro ascolto, il loro abbraccio.
Capì che stava per compiersi il passo, stava per essere presa e, in quella comunità, non era solo una scopata, era un ingresso, una accettazione.
Avrebbe potuto rifiutarsi e, benché legata e pronta all’uso, sapeva che l’avrebbero liberata ma, così fosse stato, avrebbe dovuto andarsene senza poter più ritornare.
Era al bivio e doveva scegliere la strada.
La mano di Ilaria continuò a giocare con i morsetti, i capezzoli e ad accarezzarle la pelle del ventre, sempre lontana dalla figa perché, per entrare lì, avrebbe dovuto dare lei il permesso.
In quei momenti è come se il tempo si rallentasse perché il cervello, in pochissimi secondi, è in grado di rivedere ed elaborare una quantità enorme di informazioni che, lì, stesa e incatenata, consistettero nelle immagini degli ultimi giorni, delle ultime visite, immagini di serenità, di lavori umili, di persone che portavano pesi sulle spalle legate ad un guonzaglio di corda ma anche di sorrisi, ascolti, dove la sottomissione non le parve schiavitù ma dono di sé alla comunità che, a sua volta, si sottometteva a lei e la accettava.
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