La setta (parte 18)

di
genere
sadomaso

Martina era stremata.
Non aveva idea di quanto tempo fosse passato a svolgere, carponi, la funzione di sedia umana per Ilaria, comodamente seduta sulla schiena in quella sala mentre moltissime persone stavano cenando.
Martina, in quella posizione, aveva una vista privilegiata sull’altra schiava, Elena, che potè osservare mentre raccoglieva da terra il cibo che il Padrone le gettava. Non aveva però la serenità tale da poter guardare gli occhi della schiava che, a sua volta, la stava guardando. Se ci fosse riuscita vi avrebbe letto preoccupazione.
Prima che la fatica fosse eccessiva, ebbe però modo di ripensare alle proprie emozioni quando si era chinata per raccogliere da terra il cibo che aveva fatto cadere.
Si stupì nello scoprire una sorta di eccitazione, comprendendo meglio ciò che aveva avvertito quando aveva visto Elena mangiare da terra. Si era riservata di analizzare maggiormente più tardi, magari parlandone con Mattia e Ilaria.
La possibilità di poter parlare in libertà di una emozione provata con le persone che l'avevano generata, le aprì il cuore. Mai aveva potuto parlare di sé, delle proprie sensazioni. Gli uomini che le davano attenzioni la volevano solo scopare e quelle erano le sole attenzioni che era abituata a ricevere, senza pensare che potessero essercene altre.
Le piacque moltissimo questa sua consapevolezza. Parlare, riflettere assieme, analizzare e analizzarsi. Non vedeva l’ora di farlo, immaginandosi in ginocchio davanti a loro, dopo avere servito qualcosa di fresco da bere.
Sua madre non l’aveva mai ascoltata e lei aveva smesso di cercare le sue parole. Per quel motivo aveva cercato altre attenzioni che, da quando aveva iniziato a frequentare la comunità, aveva scoperto essere effimere, false, vuote, inutili.
Ilaria le pesava sulla schiena e si muoveva continuamente, come se si trovasse su una sedia vera.
Cercò tutte le energie in ogni parte del suo corpo per poter resistere e non deludere ulteriormente quelle due persone, con le quali poi avrebbe esaminato la propria anima, sicura di trovare ascolto.
Finalmente la cena finì anche se, una volta che Ilaria si fu alzata, quasi le dispiacque di non sentire più quel peso rassicurante su di lei.
La donna si chinò ad accarezzarla.
“Brava”.
Quella parola singola le entrò dentro e infuse nel suo corpo spossato tutte le energie che aveva prelevato e speso o, meglio, investito.
“Aspetta qui”.
Prima che si allontanasse, trovò naturale chinarsi e baciarle entrambi i piedi.
Raggiunse anche quelli di Mattia ai quali dedicò le stesse attenzioni.
I Padroni apprezzarono e si guardarono compiaciuti.
La sala si svuotò. Rimase solo lei, ancora carponi, nello stesso posto in cui aveva svolto la funzione di sedia umana.
Arrivò Vincenzo che le mise il guinzaglio e, fatta alzare, si fece seguire.
Martina, ubbidiente, andò dietro a quell’uomo che le faceva quasi paura.
Non osò chiedere nulla sulla loro destinazione né, ne era sicura, lui le avrebbe risposto.
Il suo atteggiamento era quello di qualcuno che eseguiva un ordine senza doverci pensare molto.
Vincenzo percorse alcune scale in salita, verso ambienti che non aveva mai visto.
Entrarono in un locale ampio, buio, con alcuni mobili in legno. Vi erano anelli alle pareti e sul pavimento.
Posata a terra, vide anche qualche gabbia piccola ma sufficiente per ospitare una persona.
Dentro ad una di queste c’era un ragazzo. Solo qualche giorno dopo apprese che si chiamava Fabrizio ed era solito essere schiavo personale di Ilaria.
Era accucciato. Il ragazzo mosse appena il viso e vide uno sguardo speranzoso che si spense subito quando vide che non era la sua Padrona.
Riposizionò il capo a terra. Sembrava un cane.
Scoprì che la gabbia era un’altra forma di punizione.
Infatti ne aveva viste nel campo, alcune sul cemento altre sulla terra polverosa, ma non aveva chiesto la loro funzione. Evidentemente vi erano anche punizioni pubbliche. Venne poi a sapere che lo schiavo era lì dentro da un giorno. Sul corpo vi erano segni di frustino.
Era compito di Vincenzo, ogni 4 ore, portarlo a fare i suoi bisogni, a quattro zampe. A volte si sedeva sulla sua schiena e lo costringeva a portarlo, come fosse un cavallo.
Vincenzo era pesante, lo schiavo era magro. Lo portava solo per pochi metri e, così, veniva punito col frustino, come se quello strumento potesse fargli trovare forze che non aveva.
Ma queste informazioni le avrebbe avute solo tempo dopo.
In quel momento restò colpita da ciò che vide ma subito si disinteressò quando fu portata all’attrezzo a lei destinato.
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2026-07-31
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