Irene

di
genere
tradimenti

Il bar era lo stesso di sempre. Una piccola vetrina d’angolo, luci calde e profumo di brioches appena sfornate. Le prime ore della mattina erano sempre frenetiche, eppure per Irene avevano una loro sacralità. Il tempo della colazione era solo suo, un piccolo rituale prima di iniziare la giornata d’ufficio. Aprì la porta a vetri con la consueta sicurezza nel passo, il ticchettio dei tacchi alti sul pavimento si confuse per un attimo con il sottofondo jazz che usciva dalle casse.
Indossava una minigonna color panna, corta quanto bastava per scoprire le ginocchia, stretta sui fianchi e perfetta per la sua figura alta e slanciata. Le gambe, lunghe e curate, erano nude, e i tacchi neri lucidi le obbligavano a una camminata elegante, quasi ipnotica. Sopra, una camicetta in seta blu scuro, appena sbottonata, lasciava intravedere una pelle chiara e compatta, e i capelli biondi, sciolti e leggermente mossi, cadevano con naturalezza sulle spalle. Il trucco era leggero ma preciso: matita sottile sugli occhi castani, rossetto neutro che faceva risaltare le labbra sottili, e un accenno di blush che dava colore a un volto già naturalmente affascinante.
Al bancone la salutarono con il solito sorriso. «Il solito, Irene?»
Annunciò un “Sì” con un cenno, senza parole. Prese il suo caffè ristretto, lo bevve in piedi, in pochi secondi, come faceva ogni mattina. Una chiacchiera veloce con una collega in arrivo, un’occhiata distratta all’orologio, poi si voltò verso l’uscita.
Fu mentre spingeva la porta che accadde qualcosa. Nulla di concreto, nessuna voce, nessun contatto. Ma la percezione fu netta. Come se da un angolo non visibile, qualcuno l’avesse osservata per tutto il tempo. Un fremito sottile le corse dietro la nuca. Non paura, no. Qualcosa di più intimo. Un senso di esposizione.
Non si voltò. Uscì con lo stesso passo con cui era entrata, ma più lento. Come se quel breve istante le avesse lasciato qualcosa da decifrare.
A mezzogiorno, il bar era pieno come sempre. Le voci si mescolavano al rumore dei piatti e al profumo di sugo e pane caldo. Irene entrò insieme alle due colleghe, come ogni giorno. Parlavano di una mail di lavoro finita in copia al capo sbagliato, risate sussurrate e gesti nervosi, la classica pausa di chi non riesce a staccare davvero.
Scelsero il tavolo vicino alla vetrata. Ordinazioni rapide, acqua frizzante e piatti leggeri. Lei ascoltava, annuiva, interveniva ogni tanto con osservazioni brillanti ma misurate. Nulla lasciava trasparire ciò che aveva sentito al mattino. O almeno, nulla in superficie.
Poi accadde di nuovo.
Un attimo preciso, come un colpo d’aria fredda sulla nuca. Non era un pensiero. Era qualcosa di più fisico, un fremito leggero tra le scapole, una tensione che nasceva nel corpo prima ancora che nella mente. Fece finta di cercare qualcosa nella sala, si voltò con lentezza, e lo vide.
In fondo al bar, seduto da solo. Nessun gesto, nessuna parola. Solo uno sguardo che non si abbassava, non si spostava. Non era volgare né sfacciato. Era fermo. Attento. Come se sapesse già tutto, e aspettasse solo il momento giusto per farlo notare. Irene lo guardò per qualche secondo, immobile, poi tornò al suo posto. Nessuna reazione visibile sul volto, nessuna espressione di sorpresa.
Ma qualcosa, dentro, aveva registrato ogni dettaglio. Il pranzo continuò come sempre. Le colleghe parlavano, ridevano. Lei rispondeva, muoveva la forchetta nel piatto, ma senza più sentire davvero quello che dicevano.
Quando si alzò per uscire, le colleghe ancora discutevano dei programmi per il weekend. Lei le seguì con passo tranquillo verso l’ingresso. Un gesto automatico, come tutte le altre volte. Ma, giunta sulla soglia, si fermò un istante. Fingendo di controllare qualcosa nella sala, si voltò di nuovo.
E non c’era più.
Il tavolo in fondo era vuoto. Nessuna traccia. Nessuna sedia spostata, nessun bicchiere lasciato a metà. Solo il brusio consueto del locale, le cameriere che si muovevano tra i tavoli, il rumore delle stoviglie e dei telefoni.
Per un attimo rimase lì, in piedi, indecisa. Poi riprese a camminare. Il sole del primo pomeriggio la colpì in pieno viso mentre attraversava la strada. Ma dentro, qualcosa si era incrinato. Non era delusione. Era… assenza. Un’assenza che lasciava spazio.
I giorni si susseguirono come fotocopie l’uno dell’altro. Ogni mattina Irene entrava nel bar alle otto e diciassette, ordinava il suo caffè, rispondeva con un sorriso appena accennato a chi la salutava, poi usciva. A mezzogiorno tornava, accompagnata dalle colleghe, prendeva posto al solito tavolo vicino alla vetrata, ordinava qualcosa di leggero e ascoltava distrattamente le conversazioni.
E ogni giorno, in fondo al bar, c’era quella presenza.
Non faceva nulla. Non diceva nulla. Non si muoveva quasi. Ma c’era. Fermo. Puntuale. Sempre allo stesso tavolo, sempre con quello sguardo silenzioso che non chiedeva nulla, ma che Irene finì per aspettare. All’inizio era solo una sensazione, poi divenne certezza, poi — senza rendersene conto — abitudine.
Era diventato parte della scenografia delle sue giornate. Come il caffè amaro, come il profumo del pane caldo, come il cigolio della porta che si chiudeva dietro di lei. Ogni tanto si voltava un istante prima di uscire. Non per cercarlo, ovviamente. Solo per… guardare.
Poi venne quel giovedì.
Entrò come sempre, stessa ora, stessi gesti. Ma appena varcata la soglia, lo sentì. O meglio, non lo sentì. Il vuoto. Una lieve vibrazione mancante. Si voltò con discrezione verso il fondo del locale. Il tavolo era libero. Nessuno sguardo. Nessuna presenza.
Non si fermò. Andò al bancone, prese il suo caffè, scambiò due parole con il barista. Poi uscì. Ma stavolta non si voltò. Neppure a mezzogiorno, quando tornò con le colleghe. Stesso tavolo, stesso pranzo, stesso posto vuoto in fondo al locale. Fissò il piatto per qualche secondo più del solito. Le posate le scivolarono tra le dita, e una delle due amiche le chiese: «Tutto bene?»
Lei sorrise, con naturalezza. «Sì, sì. Solo un po’ distratta.»
Ma mentre rispondeva, si rese conto che qualcosa dentro si stava muovendo. Qualcosa di leggero, inquieto, che non aveva nome. Un fastidio? Una mancanza? O forse… desiderio.
Nei giorni successivi, Irene non fece nulla di diverso.
Stessi orari. Stessi gesti. Stessi luoghi.
Ma ora, ogni volta che varcava la soglia del bar, lo sguardo correva d’istinto verso il fondo della sala. All’inizio cercava di mascherarlo con movimenti naturali, accennando un saluto a qualcuno o fingendo di osservare la disposizione dei tavoli. Poi, quando si rese conto che non c’era davvero, non si sforzò più nemmeno di nasconderlo. Lo cercava e basta.
Ogni giorno, lo stesso vuoto. Nessuno al tavolo in fondo. Nessuna presenza. Nessuno sguardo. Eppure, l’abitudine a essere osservata si era radicata così a fondo che l’assenza le lasciava addosso una sensazione inquieta. Una parte di sé la respingeva, l’altra la aspettava.
Poi arrivò il lunedì.
Era una mattina qualunque. Irene entrò nel bar, prese il caffè, salutò con un cenno. E mentre si voltava per uscire, lo vide.
Era di nuovo lì.
Seduto al solito tavolo. Solo. Immobile. Con lo stesso sguardo.
Questa volta, fu lei ad accennare un sorriso. Leggero. Quasi impercettibile. Un gesto che non aveva programmato. Che non aveva nemmeno deciso. Semplicemente, accadde. Come se il corpo sapesse prima della mente.
E lui si alzò.
Con passo lento, sicuro, attraversò la sala. Non disse nulla fino a che non le fu accanto. Lei lo guardò, trattenendo il fiato per un istante.
Sul bancone, lasciò un biglietto bianco piegato in due.
Poi si avvicinò all’orecchio. La sua voce fu un sussurro basso, senza esitazione.
«Ti sono mancato?»
Non attese la risposta. Non cercò reazioni. Uscì dal bar con la stessa calma con cui era entrato, lasciando dietro di sé solo il rumore dei passi e il biglietto sul legno chiaro del bancone.
Irene lo prese con due dita. Lo aprì con lentezza, quasi temendo di trovarci qualcosa di troppo diretto. Ma dentro c’era solo un numero. Scritto a mano, con una grafia ferma, maschile. Nessun nome. Nessuna firma.
Il cuore le batté più forte, e per un istante il tempo parve sospeso. Non sapeva ancora cosa avrebbe fatto. Ma una cosa era certa: quel numero, non lo avrebbe dimenticato.
Quella sera, Irene era stanca. Il lavoro era stato caotico, come sempre il lunedì. Si era fatta una doccia lunga, aveva indossato una maglia larga e dei leggings morbidi, raccolto i capelli in una coda e si era lasciata sprofondare sul divano, gambe incrociate, il plaid piegato accanto a sé.
Dalla camera da letto, la voce della telecronaca sportiva arrivava attutita. Luca era lì, steso davanti alla TV, assorto nella sua partita, nel suo mondo. Tra loro c’era da tempo una distanza tranquilla, fatta di abitudini consolidate e silenzi comodi. Nessuna tensione. Ma nemmeno passione.
Il cellulare era sul bracciolo del divano. Il bigliettino era ancora nella tasca della borsa, ripiegato in due come glielo aveva lasciato. Lo tirò fuori, lo guardò per un attimo. Poi, senza pensarci troppo, aprì WhatsApp. Inserì il numero. Nessun nome. Nessuna foto. Nessun indizio.
Scrisse una frase breve, asciutta.

Irene:
Chi sei?
Tre minuti di silenzio. Poi il messaggio arriva.
Sconosciuto:
Quella che sorride e fa finta di non sapere perché viene guardata.
Ma che lo sa benissimo.
Irene:
Non ho sorriso per te.
Sconosciuto:
Non importa. È stato comunque il sorriso più bello che io abbia visto da mesi.
Irene:
Complimenti così li scrivevano nei Baci Perugina.
Sconosciuto:
I Baci Perugina non guardano le persone come ti ho guardata io.
Pausa. Poi lei scrive di nuovo.
Irene:
Sei sempre così teatrale?
Sconosciuto:
Solo quando qualcosa mi colpisce profondamente.
Tu l’hai fatto. Non so ancora perché.
Irene:
E tu invece? Cosa fai quando non guardi donne sconosciute al bar?
Sconosciuto:
Bevo caffè lunghi. Leggo troppo. Dormo poco.
Tu?
Irene:
Mi liscio le gonne. Lavoro. Fingo di ascoltare chi parla troppo.
Ogni tanto cucino.
Sconosciuto:
Piatti elaborati?
Irene:
No. Semplici. Ma precisi.
Sconosciuto:
Come te.
Irene:
Non mi conosci.
Sconosciuto:
Per ora.
Seguono alcuni secondi di silenzio. Lei guarda il telefono, lo accarezza con le dita. Poi scrive.
Irene:
Vado a dormire. Domani sveglia alle sette.
Sconosciuto:
Buonanotte, donna precisa.
Sogna di sorridere.
Irene:
Solo se nessuno mi guarda.
Sconosciuto:
Non prometto niente.
Il giorno dopo Irene si svegliò come sempre. Ma qualcosa, sotto la superficie, era cambiato.
Non aveva pianificato nulla. Nessuna decisione consapevole. Eppure, davanti all’armadio, la mano scelse una gonna più corta del solito. Aderente, morbida sui fianchi, con quell’orlo che saliva appena sopra la metà coscia. La camicetta era chiara, leggera, leggermente trasparente: nulla di scandaloso, ma abbastanza da lasciare intuire il completino nuovo che aveva indossato sotto. Push-up color cipria, con perizoma coordinato. Aveva impiegato qualche secondo in più del solito davanti allo specchio per sfumare gli occhi, aggiungere un tocco di mascara in più, un rossetto un filo più deciso.
Si guardò. Non si disse nulla. Ma sapeva.
Quando entrò nel bar, tutto era come sempre. Solito profumo di caffè, stessi rumori. Ma mentre camminava verso il bancone, sentiva lo sguardo.
Non doveva nemmeno controllare. Era lì.
Seduto al solito tavolo. Immobile. Presente. I suoi occhi su di lei, senza sorriso, senza espressione. Uno sguardo che non cercava il suo corpo, ma lo riconosceva. Lo confermava. E lo desiderava.
Irene prese il caffè, scambiò qualche parola con il barista, fece finta di nulla. Ma sentiva ogni centimetro della pelle rispondere, come se fosse stata sfiorata senza essere toccata. Poi uscì. Non si voltò. Non questa volta.
Fu solo quando salì in auto e poggiò il telefono sul sedile che vide il messaggio. Nessun nome in rubrica. Solo il numero.
“Oggi sei davvero bellissima.”
Lo rilesse tre volte, come se le parole avessero un doppio fondo da scoprire.
E mentre accendeva il motore, Irene sorrise. Ma non il sorriso educato che regalava ogni giorno a colleghi e conoscenti.
Quello, era solo per lui.
L’ufficio era come sempre. Scrivanie in ordine, luci fredde, voci basse, il rumore dei tasti premuti e delle mail che si rincorrevano.
Irene si tolse il cappotto, lo appese con cura, poi si sedette alla sua postazione. Accese il computer, si sistemò i capelli dietro le orecchie e fece un respiro profondo. Cercò di concentrarsi. Un cliente le aveva scritto durante la notte, c’era da rispondere. Aprì la casella, iniziò a digitare.
Ma lo schermo del telefono si illuminò accanto alla tastiera.
Sconosciuto:
Buongiorno, bellissima.
Grazie per esserti fatta così bella, oggi.
Irene restò a fissare il messaggio. Non c’era arroganza, solo una calma sicurezza. E qualcosa di più sottile: un’intimità che non avrebbe dovuto esistere. Dopo qualche secondo, le dita si mossero da sole.
Irene:
Non l’ho fatto per te.
Risposta secca. Difensiva. Ma già compromessa.
Sconosciuto:
No?
Il push-up l’hai messo per i tuoi colleghi d’ufficio?
Il sangue le salì al volto. Non tanto per le parole — quanto per il modo in cui le arrivavano. Precise. Puntuali. Come se sapesse. Come se l’avesse vista spogliarsi, piegarsi davanti allo specchio, scegliere proprio quel completo per lui.
Sconosciuto:
Scommetto che è coordinato con il tanga.
Vero?
Il respiro si fece più corto.
Non c’erano mani, non c’era voce, non c’erano occhi davanti a lei. Ma quelle parole le toccarono la pelle come dita esperte. Il pensiero le si concentrò basso, profondo, dove non voleva guardare. Un sussulto caldo, improvviso, diretto. Un languore che non poteva nascondere nemmeno a sé stessa.
Chiuse il telefono di scatto.
Inspirò a fondo. Si sforzò di tornare allo schermo. Di leggere il testo della mail. Ma le parole scorrevano senza senso. Il corpo era in allerta, il cuore un po’ troppo veloce, le gambe incrociate per istinto.
Irene:
A pranzo non c’eri.
Sconosciuto:
Mi hai cercato?
Irene:
Forse.
Pausa di qualche minuto. Poi scrive di nuovo.
Irene:
Comunque sì, il tanga è coordinato.
Ma è solo una coincidenza.
Sconosciuto:
Ma certo.
Come il push-up.
Come il rossetto.
Tutto un grande caso.
Irene:
Se vuoi crederlo…
Sconosciuto:
No.
Voglio solo immaginarlo.
Quel bordo di pizzo che si muove quando cammini.
La camicetta che sfiora appena le curve.
La pelle sotto.
Sì, posso crederti.
Se vuoi, ti credo.
Ancora silenzio. Poi, un ultimo messaggio.
Sconosciuto:
E comunque, grazie per avermelo detto.
Irene:
Non so nemmeno io perché l’ho fatto.
Sconosciuto:
Sì che lo sai.
Ma non oggi.
Oggi basta così.
Visualizzato. Nessuna risposta. Irene resta a guardare lo schermo per qualche secondo. Poi lo blocca, lo spegne, lo infila nella borsa.
[Chat – WhatsApp, ore 22:41]
Irene:
Mi spieghi cos’hai fatto a me?
Sconosciuto:
Ti ho guardata.
Irene:
Non basta.
Sconosciuto:
Non è bastato a me.
Ma forse a te sì.
Irene:
Mi sento attratta.
Ma non ne capisco il motivo.
Non lo voglio.
Sconosciuto:
Lo vuoi eccome.
Ma non sai ancora se puoi permettertelo.
Irene:
Sono una donna sposata.
Sconosciuto:
Lo so.
Irene:
Non cerco un’avventura.
Sconosciuto:
Nemmeno io.
Irene:
Allora cosa stiamo facendo?
Sconosciuto:
Ci stiamo osservando.
Ci stiamo riconoscendo.
E tu stai lottando.
Irene:
Con me stessa?
Sconosciuto:
Con la parte che si bagna anche solo a leggere un messaggio.
Irene:
Non mi piaci.
Sconosciuto:
Non è un requisito.
Non sono qui per piacerti.
Sono qui per accendere ciò che hai spento troppo a lungo.
Silenzio. Lei resta con il telefono in mano. Lui aspetta. Poi scrive:
Sconosciuto:
Se domani verrai senza reggiseno,
so che lo hai fatto per me.
Messaggio visualizzato. Nessuna risposta.
La mattina dopo Irene si svegliò più stanca del solito. Aveva dormito male, o forse troppo profondamente. Si vestì con cura, ma senza cambiare nulla. Stessa gonna aderente, stessa camicia leggermente trasparente. Stesso reggiseno. Il pensiero del messaggio ricevuto la sera prima la pungeva appena sotto la pelle, ma non bastò a farle cedere. Non era pronta. Non ancora.
Entrò nel bar alle otto e diciassette. Come sempre.
E lui era lì.
Seduto al solito tavolo. Lo vide subito. Ma fu il suo sguardo a colpirla con violenza. Non un’espressione, non un gesto. Solo quegli occhi fermi che la scrutavano come se l’avessero attraversata. Come se già sapessero che lei aveva fallito. Che il reggiseno era lì, nascosto sotto la stoffa leggera, a proteggerla.
Irene arrossì.
Fu un lampo improvviso, involontario. Ma il rossore le salì al viso come una rivelazione. Si voltò di scatto, andò al bancone, ordinò il caffè. Le mani tremavano appena. Quando il bicchierino fu davanti a lei, non lo prese subito. Guardò il barista.
«Posso usare il bagno, un attimo?»
Lui annuì, indicandole la porta in fondo.
Entrò e chiuse a chiave dietro di sé. Il silenzio era assoluto, rotto solo dal ronzio dello specchio illuminato. Si guardò. Si vide. Il viso ancora arrossato, gli occhi lucidi, il respiro appena più veloce. Poi le mani si mossero da sole.
Sbottonò due ganci. Sfilò lentamente le spalline. Fece scivolare il reggiseno giù per il busto, lo accartocciò e lo infilò in borsa. Quando si rivide allo specchio, sentì un brivido. I capezzoli, duri, spingevano con decisione sotto il tessuto sottile della camicetta. Non c'era volgarità. Solo evidenza. Una consapevolezza che la faceva tremare.
Uscì con calma. Tornò al bancone. Bevve il caffè d’un sorso.
Poi si voltò.
Lui non la guardava più. Fingeva di essere immerso nel suo bicchiere. Ma il mezzo sorriso sulle labbra diceva tutto. Aveva visto. Aveva capito.
Irene:
Hai gradito lo spettacolo?
Sconosciuto:
Molto.
Sei stata… disarmante.
Irene:
E allora? Soddisfatto?
Sconosciuto:
No.
Non ancora.
Irene:
Perché? Cosa manca?
Sconosciuto:
Tu.
Pausa. Poi un altro messaggio.
Sconosciuto:
Quelle gambe chilometriche meritano delle calze.
Non collant.
Autoreggenti.
Di quelle vere, con la balza.
Per render loro onore.
E per farmi impazzire.
Irene:
Devi essere impazzito a chiedermi una cosa del genere.
Visualizzato. Nessuna risposta.
Il mattino successivo Irene si alzò senza fretta. Si sentiva stranamente calma. Come se qualcosa fosse già stato deciso durante la notte, senza bisogno di parole.
Aprì l’armadio. Scelse una gonna appena più lunga del solito. Sfiorava il ginocchio, morbida, elegante. Ma non era prudenza. Era strategia. Sotto, indossò un completino coordinato: reggiseno e perizoma color avorio, semplice e raffinato. E sopra la pelle liscia delle gambe, fece scivolare lentamente un paio di autoreggenti in voile sottile, con la balza ricamata in pizzo. Le sistemò con cura, poi si guardò allo specchio.
Era bellissima. E lo sapeva.
Uscì di casa con passo sicuro. Non pensava. Non si interrogava. Seguiva un impulso. Un’urgenza che non veniva da fuori, ma da dentro.
Entrò nel bar all’ora di sempre.
E lui c’era.
Seduto al solito posto. Solo. Il volto impassibile. Ma quando i loro occhi si incrociarono, il tempo parve sospendersi.
Lei non sorrise. Non ancora.
Si avvicinò al bancone, ordinò il caffè come sempre. Lo prese in mano. Poi, con un gesto misurato, studiato, si voltò leggermente di lato, poggiò il piede sinistro sul gradino sotto il banco… e alzò il bordo della gonna. Un gesto millimetrico. Quanto bastava per far comparire la balza dell’autoreggente, aderente, perfetta. Un flash di seta e pizzo che parlava più di ogni parola.
Poi si voltò lentamente verso di lui.
Il sorriso che si allargò sul volto dell’uomo non fu ironico, né compiaciuto.
Fu un sorriso di soddisfazione piena. Come di chi ha appena visto un’opera d’arte fatta solo per lui.
Irene abbassò la gonna con eleganza. Bevve il caffè. Poi uscì.
Senza voltarsi.
Ma dentro, bruciava.
Sconosciuto:
Sapevo che lo avresti fatto.
Ne ero certo.
Pausa. Lei legge. Non risponde subito.
Sconosciuto:
Ora entra in bagno.
Togli la gonna.
Fatti una foto.
Mandamela.
Silenzio. Poi, qualche secondo dopo:
Irene:
Sei completamente pazzo.
Sconosciuto:
Lo ero anche per le calze.
Eppure… eccole.
L’ufficio era pieno di rumori familiari: stampanti, telefoni, voci ovattate. Irene era alla sua scrivania, lo sguardo fisso sul monitor, le dita che digitavano meccanicamente sulla tastiera. Da quando aveva lasciato il bar non aveva ricevuto nulla. Nessun messaggio. Nessun segnale.
Eppure, dentro di lei, tutto era ancora acceso.
Il calore le risalì dalla pancia al petto, sottile e costante. Prese il telefono con due dita, lo abbassò sulle ginocchia, sotto la scrivania. Poi si alzò. Disse a una collega: «Vado un attimo in bagno.»
Nello specchio della toilette femminile, la luce era cruda. I suoi occhi sembravano più grandi, più vivi. Tirò su la gonna con lentezza. La balza dell’autoreggente apparve subito, precisa, perfetta. Sotto, il perizoma avorio si tendeva tra i fianchi. La visione era mozzafiato.
Aprì la fotocamera. Si voltò di lato, regolò l’inquadratura. Scattò.
Una sola foto. La curva delle cosce, la trama del pizzo, un angolo di pelle nuda. Nessun volto. Nessuna firma.
Aprì WhatsApp.
Aprì la loro chat.
Allegò la foto.
Il dito tremava sul tasto invia.
Ma non lo fece.
Chiuse tutto. Salvò l’immagine. Non la cancellò. La lasciò lì. Come una confessione non pronunciata.
Si ricompose in silenzio, senza guardarsi di nuovo allo specchio. Uscì dal bagno, tornò alla scrivania. Nessuno notò nulla. Ma qualcosa, dentro di lei, era cambiato per sempre.
E sul telefono, nel silenzio, il messaggio era ancora lì.
"Togli la gonna.
Fatti una foto.
Mandamela."
Il pomeriggio trascorse lento, sospeso. Irene era tornata alla scrivania, aveva risposto a mail, parlato con due clienti, firmato documenti, partecipato a una riunione. Tutto in apparenza normale.
Ma dentro, no.
La foto era ancora lì, salvata nella memoria del telefono. Ogni tanto, senza volerlo, lo sguardo le scivolava verso la borsa. Sentiva la sua presenza come si sente il battito sotto la pelle.
Alle 16:07, mentre la collega parlava al telefono accanto a lei, Irene prese il cellulare, lo sbloccò. Nessun nuovo messaggio da lui. Solo il silenzio.
Aprì WhatsApp. Aprì la chat.
Scelse la foto dalla galleria.
La riguardò. Un secondo. Due.
Poi cliccò invia.
Il file partì. Nessuna parola. Nessuna spiegazione.
Solo l’immagine: la curva del fianco, la balza dell’autoreggente, il pizzo che tagliava l’aria, la pelle tesa, offerta.
Posò il telefono accanto alla tastiera. Non lo guardò più.
Ma sapeva che da quel momento, tutto era cambiato
Alle 16:23, mentre Irene stava correggendo un documento, il telefono vibrò piano.
Un solo messaggio.
Sconosciuto:
Fantastica.
Lei lo lesse una volta sola. Non serviva altro.
Non sorrise. Non si mosse. Ma il respiro cambiò ritmo, impercettibilmente. La pelle sotto i vestiti sembrava più viva, più esposta.
Era la prima volta che sentiva così chiaramente di essere vista.
Sconosciuto:
Prenditi il sabato libero da tuo marito.
Dì che hai una riunione urgente.
Domani mattina, stesso posto, stessa ora.
E compra qualcosa di molto sexy. Per me.
Pausa. Irene legge. Non crede a ciò che sta leggendo. Poi scrive:
Irene:
Di cosa stai parlando?
Pensi davvero che io sia una donna facile?
Sconosciuto:
No.
So che sei una donna che ha bisogno di sentirsi viva.
Irene:
Non succederà mai.
Scordatelo.
Sconosciuto:
A domani mattina.

La schermata si chiude. Irene rimane a fissare il telefono, immobile.
Quella notte non dice nulla a Luca. A cena parla poco, ascolta ancora meno. Alle ventuno prende la borsa, dice che ha bisogno di passare in farmacia, poi torna subito. Luca annuisce senza alzare gli occhi dalla TV.
Non va in farmacia.
Va al centro commerciale.
Cammina tra i reparti, senza guardare le vetrine. Non sta cercando qualcosa da mettere. Sta cercando qualcosa per essere vista. Da lui. Solo da lui.
Dopo dieci minuti entra in un negozio di lingerie. Ne esce con una bustina piccola, discreta, che nasconde subito sotto il cappotto. Dentro, un completino che non avrebbe mai nemmeno provato con suo marito. Tulle nero, trasparente. Tanga sottile. Reggiseno a mezza coppa, con inserti a vista.
Torna a casa in silenzio. Appoggia la busta in fondo all’armadio. La chiude dentro. Ma la sente. È lì.
La notte fu lunga. Irene si rigirò tra le lenzuola senza mai trovare pace. Luca dormiva già da un’ora quando lei si sdraiò. Rimase a fissare il soffitto, ascoltando il battito del cuore. Non era paura. Era altro. Un’ansia più sottile, più profonda. Come se il suo corpo sapesse già ciò che avrebbe fatto.
Alle sei in punto era già in piedi. Si fece una doccia rapida, si truccò con più cura del solito. Indossò il nuovo completino: il tanga la lasciava quasi del tutto nuda, il reggiseno a mezza coppa sosteneva senza nascondere. Sopra, una camicetta bianca leggerissima, la stessa gonna del venerdì. Ai piedi, tacchi neri.
Uscì dalla camera prima ancora che Luca si alzasse. «Hanno anticipato una riunione importante, torno nel pomeriggio» disse, lasciando una scia di profumo nell’aria. Lui rispose solo con un cenno.
Alle otto e diciassette in punto entrava nel bar.
Lui era già lì, come sempre. Stavolta si alzò appena la vide, le andò incontro, le aprì la portiera dell’auto parcheggiata poco più avanti. Nessuna parola. Nessuna esitazione.
Durante il tragitto nessuno parlò. Irene guardava fuori dal finestrino, sentiva il respiro più corto, il corpo contratto. L’auto si fermò davanti a un hotel elegante ma discreto, in una via appartata. Lui scese, fece il giro della macchina, le aprì la portiera.
Salivano senza guardarsi, senza toccarsi. Ma l’aria era satura.
La camera era già pronta. Chiave magnetica, corridoio lungo, silenzioso. Entrarono.
Appena la porta si chiuse alle loro spalle, lui le fu addosso.
La spinse contro la parete con forza, ma senza violenza. Le mani sulla vita, le labbra sul collo, poi sulla bocca. Le mordeva le labbra con fame, il respiro ruvido, caldo. Le mani già sotto la camicetta, tra i fianchi. Il corpo contro il suo, come se la volesse bere.
Lei ansimava. Poi lo fermò, le mani sul suo petto.
«Aspetta… io… non so nemmeno come ti chiami.»
Lui la guardò negli occhi, il viso a pochi centimetri dal suo.
«Ha davvero importanza?»
Rimasero immobili un istante.
Poi lei abbassò lo sguardo, respirò piano.
«Fammi preparare.»
Si staccò da lui, aprì la porta del bagno e si chiuse dentro.
La luce fredda, lo specchio, il battito nelle orecchie. Si guardò. Si vide come non si era mai vista.
E lì, da sola, capì che non stava più scegliendo se.
Stava solo decidendo come.
Il bagno era ampio, silenzioso, con la luce che filtrava dal soffitto opaco. Irene si fermò davanti allo specchio. Il volto era teso, gli occhi fissi nei propri. Respirava a labbra socchiuse, il petto si sollevava lento, regolare, come se stesse contenendo una tempesta.
Si voltò verso il lavandino. Si lavò le mani con un sapone dal profumo morbido, quasi vanigliato. Le dita tremavano appena. Poi sfilò con lentezza la camicetta, aprendola un bottone alla volta. Ogni piccolo clic sembrava un colpo al centro del petto.
La lasciò scivolare giù dalle braccia. Rimase con il busto nudo, rivestita solo dal reggiseno a mezza coppa che metteva in evidenza il seno senza comprimerlo, le punte dei capezzoli che già premevano contro il pizzo sottile. Si guardò di lato: il ventre piatto, la pelle liscia, le autoreggenti che incorniciavano le cosce come un disegno erotico troppo perfetto per essere nascosto.
Aprì la borsa e ne tirò fuori una piccola boccetta trasparente. Il profumo era diverso da quello che usava ogni giorno. Più caldo. Più carnale. Ne vaporizzò poco: dietro le orecchie, tra i seni, all’interno delle cosce. Si accorse che la pelle vibrava sotto quel tocco.
Poi rimise la camicetta. La lasciò aperta, indossata senza chiuderla, come una veste leggera. L’orlo sfiorava appena il bordo alto della gonna. Ma sotto non c’era più nulla da nascondere. Solo pelle, seta, e quel desiderio che si era fatto corpo.
Si sistemò i capelli con le dita, lisciandoli dietro le spalle. Le labbra erano ancora leggermente colorate, gli occhi pieni. Si guardò un’ultima volta allo specchio.
Quella donna… era lei.
Aprì la porta.
Uscì nella stanza.
Avvolta in una nuvola di profumo e sensualità, di elettricità silenziosa. Ogni passo era un invito. Ogni gesto, un richiamo.
E davanti a lei, lui la stava aspettando.
Non disse nulla.
Lui non si mosse. Non parlò.
Fu lei ad avvicinarsi.
Con calma.
Con grazia.
Senza fretta.
Si fermò davanti a lui, a pochi centimetri. I suoi occhi erano lucidi, le labbra leggermente umide. Non lo toccò subito. Solo il respiro di lei sfiorava il suo petto. Poi alzò lentamente le mani e gli prese il volto. Lo guardò dritto negli occhi.
«Non toccarmi» disse piano. «Non ancora.»
Poi si chinò. E fu lei a baciarlo.
Un bacio lento, pieno, profondo. Le labbra si cercavano con fame, ma senza violenza. Il suo corpo si avvicinava al suo, aderente, come se volesse sciogliersi contro di lui. Le mani gli scorrevano sul petto, sul collo, tra i capelli. Lo conduceva. Lo guidava.
E lui… la lasciava fare.
Irene lo spinse piano verso il letto. Lo fece sedere. Poi si mise davanti a lui, in piedi, alta sui tacchi, fiera. Allargò lentamente la camicetta, la lasciò cadere a terra. Rimase in lingerie, nuda quasi del tutto, perfetta. Poi si chinò.
Gli sussurrò all’orecchio:
«Ora puoi guardarmi.
Ma toccherai solo quando te lo dirò io.»
Lui annuì senza una parola.
Lui era seduto sul bordo del letto, le braccia sulle cosce, i pugni chiusi, lo sguardo fisso su di lei. Non diceva nulla. Non si muoveva. Ma ogni muscolo del suo corpo vibrava.
Irene rimase in piedi, a un passo da lui. Le gambe lunghe, forti, disegnate dalle autoreggenti. Il reggiseno lasciava intravedere la forma piena dei seni, la curva morbida che pulsava con il respiro. Il tanga, sottile, segnava appena la linea dei fianchi. La luce della stanza accarezzava la pelle, rendendola più viva, più vera.
Fece un passo avanti. Poi si inginocchiò davanti a lui.
Con movimenti lenti, gli aprì la camicia. Un bottone alla volta. Le mani tremavano, ma non di paura. Di attesa. Di desiderio. Lo guardava negli occhi mentre lo spogliava, come se ogni centimetro di pelle nuda fosse una risposta che cercava da giorni.
Gli baciò il petto. Prima il centro, poi il lato, poi più giù. Lo sfiorava con le labbra, con la lingua, con la punta del naso. Lentamente, senza fretta. Voleva farlo impazzire. E lo stava facendo.
Poi salì di nuovo, e si sedette a cavalcioni sulle sue gambe. Le autoreggenti a contatto con i suoi jeans, il tanga che premeva sulla stoffa dura. Il suo bacino si muoveva appena, un ondeggiare lento, provocante. Ogni sfioramento era un invito.
Lui cercò di toccarla. Una mano si sollevò.
Lei la fermò.
«Ho detto: solo quando te lo dirò io.»
Gli prese il polso, glielo riportò sulle gambe. Poi si avvicinò all’orecchio, la voce roca, calda, bagnata di brividi.
«Mi vuoi?»
Lui annuì, appena. Ma era un gesto denso come un grido.
Irene sorrise. Si abbassò piano. Il seno sfiorò il suo petto nudo. Le labbra sul collo, sulla mandibola, infine ancora sulla bocca. Gli diede un bacio lungo, profondo, senza fine. Mentre il suo bacino si muoveva appena, il sesso bagnato che sfregava contro la sua erezione ancora imprigionata nei jeans.
Lo stava punendo con il piacere. Stava danzando su di lui. E ancora non gli aveva concesso nulla.
Ma lo voleva. Lo voleva dentro. Lo voleva completamente.
Lo guardò. Lo prese per il mento. E disse:
«Ora sì.
Irene era sotto di lui.
La schiena affondata tra le lenzuola bianche, i capelli sparsi sul cuscino, la camicetta abbandonata a terra. Il corpo ancora vestito di pizzo e desiderio. Lui la guardava come se fosse un miracolo fragile, eppure incandescente. La sfiorava con le dita aperte, come se volesse impararla a memoria.
Le baciò il ventre, lentamente. Poi più giù.
Le aprì le cosce con delicatezza, le mani sulle autoreggenti, le dita che accarezzavano la pelle come una preghiera. Il profumo del suo sesso gli arrivò al viso. Caldo. Vivo. Intenso.
Quando la leccò, lei gemette. Un suono roco, profondo, involontario.
La lingua scivolava tra le pieghe, dentro, sopra, attorno. Le dita la penetravano con lentezza, trovando il punto, sentendo i muscoli contrarsi. Ogni gesto era preciso, misurato, ma intriso di fame. Irene si contorceva, il bacino che cercava, spingeva, si apriva.
Venne la prima volta così, con la testa rovesciata all’indietro e le mani che stringevano il lenzuolo. Un orgasmo lungo, pulsante, che le attraversò il corpo in onde larghe.
Lui salì su di lei.
Le tolse il reggiseno, la baciò sul seno, poi sulla bocca. Lei si aggrappò a lui con le gambe, lo guidò dentro. Lo accolse con un gemito profondo, gutturale.
La penetrava con forza, ma con rispetto. Ogni colpo era pieno, deciso, mentre le prendeva i polsi e li teneva sopra la sua testa. I loro corpi si cercavano, si urtavano, si fondevano.
Un secondo orgasmo le arrivò improvviso, mentre lo sentiva crescere dentro, più duro, più profondo. Lei lo chiamava con la voce rotta, gli graffiava la schiena, si apriva sempre di più. Senza più pudore. Senza più passato.
Poi lui si fermò un istante.
La guardò negli occhi, sudato, teso, bellissimo.
«Fammi venire con la bocca» disse piano, senza pretesa. Solo desiderio.
Lei lo fissò. Il cuore impazzito.
«Io… non l’ho mai fatto.»
«Nemmeno con tuo marito?»
Scosse la testa. Aveva paura. Ma anche fame.
Lui non disse altro. Si sollevò.
Irene si mise lentamente in ginocchio, davanti a lui, tra le lenzuola stropicciate. Lo prese con una mano. Guardò quel corpo duro, palpitante, lucido del suo stesso desiderio.
Poi si chinò. E lo prese in bocca.
Lo succhiava piano, con attenzione, all’inizio. Poi con più sicurezza. Lo guardava mentre lo faceva, le labbra che scorrevano, la lingua che lo accoglieva. Lui gemeva appena, trattenendo il fiato, accarezzandole i capelli.
Quando venne, lo fece con un sussulto. Forte. Lungo. E lei non si fermò.
Lo bevve tutto. Fino all’ultima goccia.
Poi si tirò indietro. Lo guardò. Le labbra lucide. Gli occhi brillanti.
E in quel momento, senza dire una parola, Irene capì che non sarebbe più tornata indietro.
Dopo quel gesto, Irene rimase inginocchiata, il respiro lento, la bocca ancora calda del suo sapore. Lui la guardava con occhi pieni, profondi, colmi di qualcosa che non era solo desiderio. Era possesso. Era adorazione.
Le prese il viso tra le mani, le baciò la fronte. Poi la guidò di nuovo sul letto.
«Sdraiati» disse con voce bassa, roca.
Lei si adagiò a pancia sotto, le guance sulle lenzuola ancora tiepide dei loro corpi. Le gambe allungate, i talloni sollevati sui tacchi ancora ai piedi. Indossava solo le autoreggenti, e il tanga… che lui le sfilò con un gesto lento, quasi cerimoniale, lasciandola completamente esposta.
Il suo sguardo si posò su quel corpo nudo, pronto, aperto.
Aprì una boccetta d’olio. Il profumo era dolce, speziato, intimo.
Versò poche gocce sul centro della schiena. Il liquido caldo cominciò a scivolare lungo la colonna vertebrale. Poi le mani di lui iniziarono a muoversi.
Con gesti lunghi, profondi, la massaggiava. Prima le spalle, poi la schiena, poi i fianchi. Le dita affondavano nei muscoli, li scioglievano. Irene gemeva piano, non di piacere sessuale, ma di abbandono. Il corpo si rilassava sotto quelle carezze esperte, attente.
L’olio scendeva tra i glutei, li bagnava, li faceva brillare. Le sue mani li accarezzarono, li modellarono. Poi scesero sulle cosce, sulle gambe, fino alle ginocchia. Le autoreggenti creavano una cornice perfetta alla sua pelle nuda.
Poi risalì.
E il massaggio cambiò.
Le dita non erano più neutre. Erano attente. Decise. Cercavano.
L’olio colava lungo l’interno coscia, sfiorava la fessura già bagnata. Le dita la trovarono, l’aprirono, la unsero con lentezza, accarezzando ogni millimetro, ogni curva, ogni tremore.
Lei si muoveva appena. Il corpo tremava.
Poi sentì il dito salire più in alto. Più indietro. Fermarsi lì. Ungerla. Prepararla.
«No…» mugolò, con la fronte schiacciata contro il cuscino. «Lì no…»
Lui si chinò, le sussurrò all’orecchio.
«Qui sì.»
E poi, mentre le sue dita scivolavano lentamente dentro, lo disse:
«Sarà la tua consacrazione a nuova femmina.»
quel “no” sussurrato che ormai non conteneva più rifiuto, ma resa.
Lui non le parlava più. Ma le mani dicevano tutto.
Era dietro di lei. Nudo. Teso. In silenzio.
Irene giaceva ancora a pancia sotto, con le gambe leggermente divaricate, i fianchi nudi e lucidi d’olio, le autoreggenti che stringevano le cosce, i tacchi ancora ai piedi. Il cuore le batteva forte, il respiro rotto, la pelle in fiamme. Sapeva cosa stava per accadere. Lo sentiva da come lui la stava guardando.
Lui si inginocchiò, le passò una mano tra i glutei, lentamente, poi la baciò proprio lì, al centro. Lei si irrigidì.
Poi sentì la punta. Calda. Gonfia. Unguentata.
Premeva.
Piano.
Ma deciso.
Il suo corpo si rifiutò all’inizio. Un bruciore netto, secco, le fece stringere le dita nel lenzuolo. «No…» mugolò ancora, quasi senza fiato. Ma non lo fermò.
Lui spinse.
Ancora.
Un altro millimetro.
Il dolore era reale. Vivo. Incontrollabile. Ma il corpo — il suo corpo — stava cedendo. Cedeva come la cera al calore.
E poi accadde: superò quel punto. Quella barriera. Entrò. Lentamente. Tutto.
Irene si tese, il respiro le mancò. Il viso affondato nel cuscino, le cosce che si chiudevano d’istinto. Ma lui era dentro. Caldo. Profondo. Inarrestabile.
E quando cominciò a muoversi, a spingere in quel punto mai toccato prima, qualcosa cambiò.
Il dolore diventava piacere.
Crudo.
Sconosciuto.
Lento.
Irene gemette. Le mani che graffiavano le lenzuola, le gambe tremanti. Ogni colpo dentro di lei era una scossa, una vibrazione che saliva lungo la schiena e si rifletteva nel ventre. Poi lo sentì.
Il suo corpo stava venendo. Da lì.
Lo spasmo la colse come un’onda improvvisa, l’orgasmo che esplose nel punto più profondo, più proibito. Il suo grido fu sommesso ma straziato. Un miscuglio di piacere e resa, di abbandono totale.
Lui gemette sopra di lei. I colpi si fecero più rapidi, più rabbiosi, fino a che si fermò, premendo fino in fondo, la bocca socchiusa, il fiato tagliato.
Lo sentì scaricare dentro.
Sentì il suo calore colmare ogni spazio.
E non si mosse. Restò lì. Aperta. Umida. Posseduta.

Spero vi sia piaciuto, come è piaciuto a me scriverlo e immaginarlo. Se avete commenti potete scrivere a ironwriter2026@gmail.com
scritto il
2026-09-14
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