Scendere sempre più in basso 3

di
genere
dominazione

Scritto da impotente@proton.me

Il resto della giornata scorre come sempre.
Annabella torna in classe, spiega, interroga, corregge. Sorride ai colleghi, risponde alle domande degli alunni, mantiene la voce ferma e lo sguardo composto. Nessuno nota nulla. Nessuno potrebbe immaginare che solo un’ora prima aveva il cazzo del bidello in bocca e lo sperma ancora sulla lingua.
All’intervallo evita i bagni.
Alla ricreazione resta in aula a controllare compiti.
Quando incontra Osvaldo nel corridoio, lui le rivolge solo un cenno quasi impercettibile del mento e continua a camminare con il suo passo claudicante. Lei abbassa gli occhi e accelera il passo.
Esce da scuola all’orario solito.
Prende la macchina, fa la spesa al supermercato, evita il negozietto degli egiziani. A casa arriva verso sera, prima di Alberto. Mette giù le chiavi, si toglie le scarpe, si siede un momento sul divano senza accendere la luce.
Si sente strana.
Sporca.
Ha tradito il suo bel marito.
Lo ha fatto con un bastardo vecchio, storpio, maiale. Un uomo che puzza di sudore e di detersivo industriale, che ha una gamba più corta, che l’ha filmata mentre gli succhiava il cazzo.
E le è piaciuto.
Cazzo, le è piaciuto.
Dentro di sé si combattono due voci.
La prima è quella del dispiacere, del rammarico, quasi del vomito. È la voce della figlia perfetta, della moglie fedele, della professoressa che va in chiesa. Quella che le dice: Cosa hai fatto? Sei una schifosa. Hai rovinato tutto. Se Alberto lo sapesse…
La seconda voce è più profonda, più bassa, più oscura.
È quella che le dà la scossa.
Una scossa di insana soddisfazione e di felicità sporca. Quella che le sussurra: L’hai fatto. L’hai davvero fatto. Hai preso quel cazzo laido in bocca e l’hai succhiato fino in fondo. Sei una troia. E ti è piaciuto da morire.
Annabella resta ferma sul divano, le mani strette tra le ginocchia, il cuore che batte troppo forte. Chiude gli occhi e sente ancora il sapore rancido in gola, l’odore di Osvaldo, la voglia che non è del tutto spenta.
Due voci.
Due Annabelle.
E non sa più quale delle due stia vincendo.
La tregua dura poco.
Il telefono vibra sul tavolino.
Una notifica.
Annabella lo prende con mano tremante e sblocca lo schermo.
È lui.
Il porco siciliano.
Due filmati.
Il primo è uno spezzone netto, senza pietà: lei sul water, cosce aperte, bocca spalancata intorno alla cappella enorme di Osvaldo, gli occhi chiusi dal piacere mentre lo succhia. Si sente perfino il suo gemito soffocato e il suono umido delle labbra.
Il secondo video è ancora più sporco.
Osvaldo da solo, il cazzo grosso e largo in mano, che si segna fino a sborrare. La crema densa e puzzolente che lei ormai conosce bene esce a getti e gli cola sulle dita. Alla fine inquadra il suo stesso sorriso laido e spegne.
Sotto, un messaggio breve, senza punti e senza pudore:
puttana sei mia
domani ti voglio chiavare
Annabella resta immobile.
Il cuore le batte così forte che le fa male al petto. La minaccia è chiara. Il video è nelle sue mani. Può rovinarla in un attimo. E insieme alla minaccia c’è l’invito, l’ordine, la pretesa.
Chiude gli occhi.
Sente di nuovo le due voci dentro di sé.
Una le grida di cancellare, di bloccare il numero, di correre da Alberto e confessare tutto, di salvare quello che resta della sua vita.
L’altra… l’altra le fa stringere le cosce.
Le fa tornare in gola il sapore di quella sborra.
Le fa pensare a domani. A cosa vorrà fare di lei. A come la userà.
Annabella non risponde.
Blocca lo schermo del telefono e lo lascia sul tavolo come se bruciasse.
Ma non cancella i video.
E non blocca il numero.
Prima che arrivi Alberto, Annabella non regge più.
I video le bruciano ancora negli occhi. Si sente sporca, marchiata. Corre in bagno, si strappa i vestiti di dosso e li butta nella lavatrice insieme a tutto il resto. Apre l’acqua calda e si caccia sotto la doccia. Si lava con rabbia, si strofina il corpo, il viso, il collo, le cosce, la figa. Si lava i denti come un’indemoniata, due volte, tre volte, finché le gengive le bruciano. Vuole cancellare tutto: l’odore, il sapore, il ricordo di quella cappella paonazza e di quella sborra rancida.
Ma la figa pulsa come se avesse vita propria.
Non riesce a non pensare a quel cazzo grosso e corto che domani la sfonderà. Al peso, alla larghezza, al modo in cui Osvaldo la userà.
Eppure, adesso, vuole essere solo di Alberto.
Vuole fare l’amore con lui. Vuole sentire dentro di sé il suo sperma giovane, pulito, familiare. Vuole tornare, almeno per una sera, a essere solo sua moglie.
Quando sente le chiavi nella toppa, gli va incontro nuda sotto la vestaglia leggera. Lo bacia appena entra, con una fame che lui non le ha mai visto. Lo tira verso il divano, gli sbottona la camicia, gli abbassa i pantaloni. Non c’è preambolo. Lo prende in mano, lo accarezza, lo guida tra le sue cosce già bagnate.
«Ti voglio…» gli sussurra contro la bocca. «Adesso. Forte.»
Alberto la guarda meravigliato, ma non chiede spiegazioni. La solleva, la porta in camera e la stende sul letto. Lei si dà tutta. Apre le gambe, lo tira sopra di sé, lo guida dentro e geme quando lo sente entrare. Si muove contro di lui con una voglia pazzesca, lo bacia, lo graffia leggermente sulla schiena, gli sussurra all’orecchio quanto lo desidera. Lo vuole sentire ovunque. Lo brama.
O forse – e questa è la verità che non osa confessarsi – sta già assaporando un antipasto di quello che il bidello laido le farà domani. Ma adesso vive solo il presente. Accoglie Alberto con tutto il corpo, con tutta l’anima che riesce a mettere insieme. Vorrebbe condividere ogni sensazione, ogni brivido, ogni pensiero sporco. Ma sa che lui non capirebbe.
Alberto nota comunque.
Nota quella donna diventata selvaggia, irrefrenabile, quasi animale. La figa che lo stringe con una forza nuova, i gemiti più alti, lo sguardo perso. Non capisce cosa le sia successo. Ma si bea di sua moglie così trasformata. La scopa con più vigore del solito, la guarda mentre viene, e quando finalmente sborra dentro di lei lo fa con un gemito lungo, quasi grato.
Annabella lo stringe forte mentre lo sente riempirla.
Chiude gli occhi e, per qualche minuto, riesce quasi a dimenticare il cellulare sul comodino e i due video che aspettano ancora di essere aperti.
Quasi.
La notte è lunga e piena.
Dopo la prima volta sul letto restano abbracciati a lungo, sudati, il seme di Alberto che le cola piano tra le cosce. Annabella sa perfettamente cosa l’aspetta domani. Sa che diventerà la schiava di quell’animale, del bidello laido e claudicante, e una parte di lei lo vuole. Lo desidera con una fame oscura. Ma prima vuole che suo marito faccia il marito. Vuole riempirsi di lui. Vuole portarsi appresso il suo odore, il suo sapore, il suo sperma.
Nel cuore della notte lo sveglia.
Gli scivola una mano sul petto, poi più in basso, e lo trova già semi-duro. Senza una parola si mette a cavalcioni su di lui, gli guida il cazzo dentro la figa ancora umida e comincia a muoversi. Lo cavalca come un’amazzone, i fianchi che onduliаno con forza, i seni che ballano, le unghie che gli graffiano leggermente il petto. Alberto geme, ancora mezzo addormentato, e le afferra i fianchi. Lei accelera, si tocca il clitoride mentre lo sente pulsare dentro, e viene con un gemito soffocato, stringendolo forte. Poco dopo lui la riempie di nuovo, caldo e abbondante.
Si riaddormentano così, ancora uniti.
Al mattino, quando Alberto entra in doccia, Annabella non resiste.
Apre la porta del box, si inginocchia sul piatto doccia bagnato e lo prende in bocca senza preamboli. L’acqua calda le scorre sui capelli e sulla schiena mentre gli succhia il cazzo ancora addormentato, lo sente indurirsi tra le labbra, lo gusta. Vuole il suo seme. Vuole sentirlo ovunque prima di diventare la schiava sessuale di un porco.
Alberto posa una mano sui suoi capelli bagnati e geme.
Lei accelera, lo prende più a fondo, e quando lui sborra le riempie la bocca di sapore familiare, giovane, pulito. Annabella lo beve tutto, poi si alza, lo bacia sotto l’acqua e gli sussurra contro le labbra:
«Buongiorno, amore.»
Esce dalla doccia con le gambe ancora un po’ tremanti.
Si veste in silenzio.
Sa che tra poche ore non sarà più solo di Alberto.
E, nonostante tutto, una parte di lei trema di anticipazione.
Il bidello l’aspetta al varco.
Osvaldo sta fermo vicino allo stanzino delle scope, le braccia incrociate sul petto, il sorriso storto già pronto. Quando vede Annabella arrivare con la cartella sottobraccio, alza appena il mento e le indica la porta scura con un cenno secco del capo. Non dice una parola. Non ne ha bisogno. Ormai l’ha in pugno e questo lo fa sentire potente, bastardo, prevaricatore.
Annabella ubbidisce.
Entra nello stanzino stretto e puzzolente di detersivo e di scope umide. Lui la segue e chiude la porta alle sue spalle. La luce è fioca, una lampadina giallastra. Osvaldo non perde tempo. Le mette le mani addosso con decisione: una scivola sotto la gonna, le trova la figa già umida e le ficca due dita dentro senza preamboli; l’altra le afferra un seno attraverso la camicia e lo stropiccia, forte, quasi con rabbia. La guarda dritto negli occhi azzurri mentre lo fa.
«Troia… sei mia ora. In ginocchio e suka.»
Annabella obbedisce come un automa.
Si lascia scivolare in ginocchio sul pavimento sporco, le mani che le tremano appena mentre gli sbottona i pantaloni e gli estrae il cazzo. È già semi-duro, grosso, largo, con quella cappella mostruosa e paonazza. Lo prende in mano, lo avvicina alle labbra e lo accoglie in bocca. Comincia a succhiarlo con la stessa foga del giorno prima, gli occhi bassi, la lingua che gli gira intorno al glande mentre lui continua a parlarle basso e sporco:
«Cosi… suka, baldracca… to’ si’ a mia puttana ora… sugnu u to padruni…»
Lei non risponde.
Continua il servizio, la bocca che si riempie di quel sapore già familiare di sudore e di vecchio, mentre le dita di Osvaldo le restano ancora un momento tra i capelli, tenendola ferma.
Ma la sua mano ha scostato le mutandine e si masturba, vibra sul clitoride non riesce a trattenersi... la voglia è troppa.
Osvaldo non le lascia spazio.
Le tiene la testa ferma con entrambe le mani e comincia a scoparle la bocca. Forte. Deciso. Il cazzo grosso e largo le entra fino in gola a ogni spinta, la cappella enorme che le toglie il respiro. Annabella soffoca, gli occhi le lacrimano, ma non indietreggia. Tiene le labbra strette intorno a lui e lo accoglie, mentre la figa le cola a tal punto da farle scendere un filo caldo lungo l’interno coscia. È un lago.
Osvaldo accelera, geme basso, e alla fine sborra direttamente in gola.
Getti densi, caldi, abbondanti. Le riempie la bocca e la gola finché lei è costretta a deglutire di continuo per non soffocare del tutto. Quando infine estrae il cazzo, una striscia di sperma le cola dal labbro inferiore e le cade sul seno ancora coperto dalla camicia.
Lui la guarda dall’alto, ansimante, e le parla con quella voce rauca e possessiva:
«Chista è a colazioni… oggi pomeriggio, quannu esci, vai ad aspettarmi a casa. Ti vogghiu muntari, puttana.»
Annabella resta in ginocchio, il respiro corto, la gola bruciante, la figa che continua a pulsare. Alza appena lo sguardo e annuisce, quasi impercettibilmente. Non dice una parola. Non ne ha bisogno.
Osvaldo si sistema i pantaloni, le passa una mano sui capelli in un gesto quasi padrone, e apre la porta dello stanzino.
«Ora vai ‘n classa. E nun ti scurdari… si’ mia.»
Lei si alza lentamente, si sistema la gonna e la camicia, e esce nel corridoio con le gambe che ancora tremano e il sapore di lui che le riempie ancora la bocca.
La mattinata è un travaglio silenzioso.
Annabella è presente.
Spiega la poesia, scrive alla lavagna, interroga, corregge. La voce esce limpida, i gesti sono precisi, il sorriso di circostanza appare quando serve. Nessuno in classe potrebbe sospettare nulla. È la solita professoressa composta, la donna irreprensibile.
Ma dentro è altrove.
La testa è piena di immagini che non riesce a scacciare: il cazzo grosso e corto di Osvaldo che le entrava in gola, la cappella enorme che le toglieva il respiro, lo sperma denso che le scendeva caldo fino allo stomaco. Ogni volta che si siede dietro la cattedra sente ancora il sapore rancido in bocca. Ogni volta che si alza e cammina tra i banchi, la gonna le sfiora le cosce e le ricorda quanto è bagnata.
La figa desidera.
Desidera con una voglia ossessiva, quasi dolorosa.
Non è più solo eccitazione. È una fame che le rode il basso ventre, che le fa stringere le ginocchia sotto ila cattedra, che le fa pensare solo a una cosa: essere montata da quel porco. Vuole sentirlo entrare, vuole sentire quella larghezza che la sfonda, vuole essere usata senza pietà sullo stesso pavimento sporco dello stanzino o sul letto, ovunque lui voglia. Vuole che la tratti da puttana, da schiava, da sborratoio.
E mentre spiega Leopardi agli alunni, una parte di lei conta le ore.
Conta i minuti che mancano alla fine delle lezioni.
Conta quanto manca prima della monta.
Due voci continuano a combattersi.
Una le dice che è pazza, che sta rovinando tutto, che dovrebbe bloccare il numero, cancellare i video, confessare ad Alberto.
L’altra, più forte, più bassa, le sussurra solo: Vuoi quel cazzo. Lo vuoi dentro. Lo vuoi adesso.
Annabella annuisce a una risposta di un alunno, segna qualcosa sul registro, e nel frattempo sente un nuovo filo caldo scenderle lungo l’interno coscia.
Stringe le labbra.
Resiste.
Ma sa già che la resistenza durerà solo fino al suono dell’ultima campanella.

Verso la fine dell’intervallo Osvaldo la intercetta di nuovo nel corridoio deserto.
Le si avvicina con il suo passo claudicante, le conficca qualcosa in mano senza una parola e continua a camminare. Annabella apre il pugno: è una chiave. Vecchia, un po’ arrugginita, con un portachiavi di plastica scolorita.
Poco dopo le arriva un messaggio vocale.
"Via dei Tigli 14, primo piano.
Vai.
Apri u frigoriferu.
Piglia i du cetrioli cchiù grossi.
Unu ntô culu e unu ntâ fica.
Ti fazzu truvari nuda a pecorina supra u lettu.
Pronta pâ monta."
Annabella resta ferma qualche secondo, il cuore che le martella contro le costole.
Guarda la chiave.
Riascolta il messaggio la figa pulsa.
La voce della ragione le grida di buttare tutto, di tornare a casa sua, di chiamare Alberto.
L’altra voce, quella più profonda e più nera, le fa stringere le cosce e le fa rispondere solo con un breve:
ok
Esce da scuola all’orario previsto.
Non va a casa.
Prende la macchina e guida fino a Via dei Tigli. Il palazzo è vecchio, un po’ fatiscente. Sale le scale con le gambe che tremano, apre la porta al primo piano e entra.
L’odore è lo stesso di Osvaldo: detersivo industriale, sudore, chiuso.
Il frigorifero è in cucina, vecchio e rumoroso. Dentro, tra avanzi e bottiglie, trova i cetrioli. Ne sceglie due, i più grossi, lunghi e spessi, ancora freddi.
Va in camera da letto.
Si spoglia completamente. Lascia i vestiti su una sedia. Si sdraia sul materasso un po’ affossato, a pecorina, la schiena inarcata, il culo alto. Con mani che tremano appena si prepara: prima il cetriolo più sottile, lo lubrifica con la propria umidità e se lo infila piano nel culo, fino in fondo. Poi l’altro, più grosso, lo spinge dentro la figa già colante. Resta così, nuda, aperta, riempita, gli occhi fissi sulla parete dove uno specchio le permette di vedere la porta.
Pronta per la monta.
Ad aspettare il suo porco.
I minuti sembrano ore.
Annabella resta ferma a pecorina sul letto di Osvaldo, nuda, la schiena inarcata, il culo alto. I due cetrioli la riempiono completamente: uno grosso e freddo le dilata la figa, l’altro le apre il culo con una pressione costante e invadente. Ogni piccolo movimento le fa sentire il peso di entrambi, il modo in cui le pareti interne si stringono intorno a quella verdura dura e scivolosa.
La voglia è tanta.
Troppa.
Non riesce a pensare ad altro. Non al rischio, non ad Alberto, non a quello che sta diventando. Riesce solo a sentire quanto le piace essere così. Schiava. In ginocchio (o almeno in questa posizione umiliante) ad attendere il padrone. A ubbidire al laido padrone che le ha ordinato di prepararsi come una cagna in calore.
Chiude gli occhi e respira a fondo.
Sente l’odore della stanza, l’odore di lui che è già ovunque: sui lenzuoli, sui muri, nell’aria. Sente i cetrioli che la tengono aperta, pronta. Sente la figa che cola intorno a quello infilato dentro di lei, e il culo che si abitua piano piano all’intrusione.
Una parte di lei – quella che una volta era la professoressa irreprensibile, la moglie fedele – grida ancora di alzarsi, di vestirsi, di scappare.
Ma è debole. Quasi inesistente.
L’altra parte, quella che ha preso il controllo, gode.
Gode nel restare ferma.
Gode nel sapere che da un momento all’altro la porta si aprirà e lui entrerà, la guarderà così, piena e offerta, e la userà come vuole.
Gode nel sentirsi esattamente quello che lui l’ha chiamata: puttana, baldracca, schiava.
Annabella inarca ancora di più la schiena, spinge il culo all’indietro e sussurra nell’aria vuota della stanza, quasi senza accorgersene:
«Vieni… padrone…»
E resta ad aspettare.
Annabella resta ferma a pecorina, il viso premuto contro il lenzuolo che puzza di lui, e esplora il proprio desiderio con una lucidità quasi crudele.
Non è sottomessa a un uomo intelligente.
Non a un uomo autorevole, colto, dominante nel senso classico.
È sottomessa a un vecchio storpio, rozzo, sporco e laido. A un uomo con la pancia grossa, la gamba più corta, le unghie sporche e quel cazzo corto ma largo, con la cappella mostruosa. Un bidello. Un niente. Un maiale.
E lei si chiede perché.
Perché la professoressa che si è laureata con 110 e lode, che legge Leopardi e Montale, che insegna letteratura con passione, che va in chiesa e si confessa, è adesso nuda sul letto di quest’uomo, con un cetriolo dalla pelle rugosa e pungente piantato nel culo e un altro ancora più grosso che le tiene la figa spalancata? Perché la sua figa cola senza sosta intorno a quella verdura, perché il clitoride le pulsa contro il lenzuolo, perché ogni secondo di attesa le sembra un’ulteriore prova di quanto sia caduta?
Non trova una risposta limpida.
Trova solo sensazioni.
La sensazione di essere ridotta a carne.
La sensazione di non dover più pensare, di non dover più essere intelligente, di non dover più essere “brava”.
La sensazione di esistere solo per essere usata da qualcuno che non ha rispetto, che non ha delicatezza, che la tratta esattamente come si tratta una vacca in calore: si monta, si riempie, si lascia lì.
Il cetriolo nel culo le fa male in un modo che le piace.
Quello in figa la tiene aperta, esposta, pronta.
E lei cola. Cola senza controllo, i fili caldi che le scendono lungo le cosce interne e macchiano il lenzuolo.
«Perché…» sussurra contro il tessuto, la voce rotta. «Perché mi piace così tanto…»
Non c’è risposta.
C’è solo il desiderio che le rode il ventre e la consapevolezza crudele che, quando quella porta si aprirà, non si alzerà. Non dirà di no. Resterà esattamente così: a pecorina, piena, offerta, ad aspettare che il suo laido padrone la monti come una vacca.

Per info o commenti: impotente@proton.me

scritto il
2026-07-29
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