Il libro delle due

di
genere
sentimentali

La biblioteca comunale occupa il piano terra di un ex convento, e ne ha conservato il freddo. Anche in piena estate, quando fuori la piazza cuoce sotto un sole che spacca le pietre, dentro c'è una temperatura di pietra e ombra che non cambia mai, un fresco antico che sa di carta ingiallita, di colla vecchia dei dorsi rilegati e di legno trattato con qualcosa che nessuno usa più. Ci vado il martedì e il sabato mattina, i due giorni di apertura, da quando i miei figli sono abbastanza grandi da restare un'ora soli in casa e io posso rubare sessanta minuti a me stessa senza sensi di colpa.

Non cerco niente in particolare, di solito. Cerco l'assenza di me, per un'ora: una vita che non sia la mia, raccontata da qualcun altro. Quel sabato di ottobre presi dallo scaffale della narrativa straniera una vecchia copia de *L'amante* di Marguerite Duras, edizione economica, la costola sbiancata dal tempo, e la scelsi solo perché era l'unica che non avevo ancora letto in quella fila.

La aprii sull'autobus di ritorno, e a pagina ventitré trovai la prima matita.

Non era un segno casuale, di quelli che si fanno per ricordare un punto. Era una sottolineatura precisa, ferma, sotto una frase sull'amore che arriva quando meno te lo aspetti perché prima non eri pronta, e accanto, nel margine, in una scrittura piccola e inclinata, qualcuno aveva scritto a matita: *"Vero, ma nessuno è mai pronto. Si diventa pronti mentendo a se stessi che non lo si è ancora."*

Rimasi a fissare quella frase più a lungo del necessario. Poi, senza sapere bene perché, presi la matita che tengo sempre nella borsa per i compiti di mio figlio e scrissi, sotto quella riga, in piccolo, per non rovinare la pagina più del dovuto: *"O forse si diventa pronti quando smette di importare se lo si è."*


Restituii il libro il martedì successivo, e per due settimane non ci pensai più, o meglio: ci pensai più di quanto avrei dovuto, ma decisi che pensarci non contava come farci qualcosa. Poi, un sabato di novembre, mentre cercavo altro, lo ritrovai sullo scaffale dei rientri appena sistemati, e non seppi resistere. Lo riaprii a pagina ventitré.

La mia frase era ancora lì. E sotto, una terza riga, la stessa calligrafia inclinata di prima: *"Touché. Allora forse è già successo e nessuno dei due l'ha ancora ammesso."*

Il cuore mi fece una cosa sciocca, un piccolo scarto, come quando si perde un gradino nel buio. Presi in prestito il libro io stessa, quella volta, per avere tempo di rispondere con calma, la sera, seduta al tavolo di cucina dopo che tutti erano andati a letto.

*"Ammesso a chi? Io non so nemmeno chi sei. Potresti essere un professore di ottant'anni che sottolinea Duras per abitudine da cattedra."*

Sotto, molto più in basso, dove restava spazio bianco: *"Ho quarantaquattro anni e sottolineo Duras perché mi fa sentire meno idiota a essere ancora innamorabile a quarantaquattro anni. Lei?"*

*"Quarantadue. E sposata, per essere chiara subito, prima che diventi una cosa che non deve diventare."*

Passò più di una settimana prima che il libro tornasse tra le mie mani. Quando lo riaprii, la sua riga diceva: *"Anche io ho qualcuno a cui devo tutto quello che sono. Non una moglie. Mio fratello. Vive con me, ha bisogno di me più di quanto un adulto dovrebbe avere bisogno di un altro adulto, e io sono l'unica persona rimasta al mondo disposta a dargli quello che gli serve. Quindi direi che siamo pari: due persone che non possono permettersi quello che stanno facendo, e che continuano a farlo lo stesso, in un margine di carta, perché lì non fa male a nessuno."*

Ricordo che rilessi quella riga tre volte, nella luce fredda della cucina, e pensai che non sapevo niente di lui, nemmeno il nome, e sapevo già più cose vere su di lui di quante ne sapessi su la maggior parte delle persone che frequentavo da anni.


Andò avanti così per tutto l'inverno. Il libro cominciò a fare la spola tra noi con una regolarità che la bibliotecaria, la signora Ines, una donna minuta che sistemava gli scaffali con la devozione di chi crede ancora che i libri abbiano un'anima, notò prima di chiunque altro.

«Che strano» mi disse un sabato, timbrando il prestito. «Questo libro esce e rientra ogni settimana, sempre lo stesso, sempre lei o un signore che viene il giovedì pomeriggio. Avete gusti identici, voi due. Gliel'ho anche detto, al signore, l'altro giorno: dovreste conoscervi, fareste un bel gruppo di lettura.»

Non dissi niente. Ma quella sera, a casa, riaprii il libro con una specie di vertigine, sapendo che ora esisteva, da qualche parte in quello stesso paese, un uomo che il giovedì pomeriggio veniva a prendere in prestito Duras per parlare con me nei margini, e che la signora Ines, senza saperlo, ci aveva appena presentati.

Le nostre righe si fecero più lunghe, più fitte, scritte nei margini alti e bassi delle pagine, tra i dialoghi del libro e le nostre vite vere che vi si intrecciavano senza volerlo. Mi raccontò di Ruggero, il fratello: trentun anni, una disabilità intellettiva che i genitori, prima di morire entrambi a distanza di un anno l'uno dall'altra, avevano affidato a lui, il maggiore, senza mai chiederglielo ad alta voce, solo dandolo per scontato come si dà per scontato che il sole sorga. Mi raccontò dei suoi rituali, l'orario fisso della cena, la stessa canzone alla radio ogni mattina, il terrore di Ruggero per ogni volto nuovo che entrava in casa e restava più di un'ora.

Io gli raccontai di Fabio, mio marito, maestro elementare, e di una cosa che non avevo mai detto a nessuno con quella franchezza, nemmeno a mia sorella: quando mio padre si era ammalato di SLA, sei anni prima, e le sue mani avevano smesso pian piano di rispondergli, Fabio aveva chiesto due mesi di aspettativa non retribuita dalla scuola per aiutarmi a curarlo in casa. Aveva imparato da solo a usare il respiratore, a cambiargli le flebo, a girarlo nel letto senza fargli male, e non mi aveva mai fatto sentire, in due anni di malattia e in due mesi di aspettativa, che quello che stava facendo per un uomo che non era nemmeno suo padre fosse un sacrificio. Lo faceva e basta, con la stessa naturalezza con cui la mattina prepara il caffè.

*"Le sto scrivendo tutto questo,"* gli scrissi una sera di gennaio, *"perché voglio che lei sappia, prima che vada oltre, che io ho già qualcuno che mi ha dato la prova più grande che un uomo possa dare. Non voglio che pensi che sto cercando qualcosa che mi manca. Sto solo scoprendo qualcosa che non sapevo di avere ancora dentro."*

La sua risposta, la settimana dopo: *"Non sto cercando di rubarle niente. Non saprei nemmeno come si fa, non ho mai rubato niente in vita mia, sono quello che resta sempre a sistemare le cose degli altri. Ma se posso dirle una cosa vera: da quando le scrivo, il giovedì diventa il giorno che aspetto di più, ed è la prima volta in tre anni che aspetto qualcosa solo per me, non per Ruggero, non per nessun altro. Solo per me."*


Fu la signora Ines, di nuovo senza saperlo, a spingerci oltre il margine di carta. Un sabato di febbraio, mentre timbrava il mio prestito, disse: «Sa che il suo compagno di lettura viene sempre alla stessa ora in cui la biblioteca chiude presto, il giovedì prima di Pasqua? Ho dovuto cambiare gli orari per i lavori in sala lettura. Speriamo non se lo perda, il vostro libro.»

Capii, con un misto di panico e di qualcosa che assomigliava terribilmente a speranza, che quel giovedì, per la prima volta, i nostri orari si sarebbero sovrapposti per pochi minuti nella stessa stanza.

Ci andai. Non lo dissi nemmeno a me stessa come una decisione: mi ritrovai lì, alle quattro e mezza di un giovedì di marzo, con una scusa qualunque per i miei figli, davanti allo scaffale della narrativa straniera, il cuore che batteva come non batteva da anni per un motivo che non fosse la paura.

Lo riconobbi prima ancora che si voltasse, perché in mano aveva la stessa edizione economica con la costola sbiancata, e perché nessun altro, in quella biblioteca semivuota, avrebbe potuto avere quel modo di restare fermo davanti a uno scaffale, come se stesse decidendo qualcosa di più grande di un libro.

«Tommaso» disse, senza che io avessi chiesto niente, come se il nome fosse la cosa più naturale da consegnare in quel momento.

«Beatrice.»

Restammo così, il libro tra noi due, nessuno dei due che lo prendeva davvero, per un tempo che la signora Ines, dal bancone, dovette percepire come strano, perché tossì piano per ricordarci che esisteva ancora un mondo fuori da quello scaffale.

«Non pensavo saresti venuta» disse lui, piano, dandomi del tu con una naturalezza che il margine di un libro aveva già costruito per noi.

«Nemmeno io. Poi ho pensato che se non venivo oggi, avrei dovuto continuare a chiedermi che faccia avessi, ogni volta che aprivo una pagina.»

Sorrise, un sorriso stanco, di chi non lo fa spesso e deve ricordarsi come si muovono i muscoli giusti. «Adesso lo sai.»

«Non è quella che immaginavo. È meglio.»

Uscimmo insieme, quel giorno, e camminammo per la piazza vuota di un pomeriggio feriale, senza toccarci, parlando di cose che nei margini non ci stavano: il suono della sua voce, che era più bassa di quanto l'avessi immaginata; il modo in cui io ridevo, che lui disse assomigliare a una cosa che non sapeva descrivere ma che gli faceva bene ascoltare. Ci demmo appuntamento, senza dirlo apertamente, allo stesso modo: il giovedì, in biblioteca, un'ora prima della chiusura, quando la sala restava quasi deserta.


Per settimane fu solo questo: un'ora, il giovedì, tra gli scaffali di un ex convento, a parlare a bassa voce di tutto quello che i margini non potevano contenere. Non ci baciammo. Non ci cercammo fuori da quell'ora. Avevamo, credo entrambi, capito senza dircelo che il rispetto per quello che avevamo a casa passava anche da lì: dal tenere quella cosa dentro un perimetro piccolo e preciso, un'ora a settimana, tra due file di libri, come se restringerla nello spazio potesse impedirle di crescere nel resto della vita.

Il contatto, quando arrivò, non fu una mano cercata. Fu il libro stesso a portarcelo, un giovedì di aprile, l'ultimo prima che il prestito scadesse per l'ultima volta: eravamo seduti fianco a fianco su una delle panche di legno lungo la parete, il volume aperto sulle ginocchia di entrambi, e stavamo rileggendo insieme, a bassa voce, tutte le nostre righe una dopo l'altra, dalla prima all'ultima, un intero inverno di margini srotolato in un'ora sola.

Arrivati a una pagina verso la fine, dove lui aveva scritto una frase che non avevo mai capito del tutto, la sua mano si posò sul foglio per indicarmela meglio, e la mia, che stava già lì a tenere ferma la pagina contro il vento della finestra socchiusa, si trovò sotto la sua. Nessuno dei due la spostò. Restammo così, le nostre mani una sopra l'altra su una frase di Duras, per un tempo che non seppi misurare, sentendo il calore del suo palmo attraverso il dorso della mia mano, il polso di lui che batteva contro il mio in un punto dove le pelli si toccavano appena, e fu, di tutto quello che era successo tra noi in sei mesi, la cosa più vicina a un abbraccio che ci concedemmo mai.

«Beatrice» disse, con la voce bassa di chi sa già cosa sta per dire e lo teme. «Se restiamo così, un altro po', io non so se sarò capace di fermarmi.»

«Lo so.»

«E se non ci fermiamo, io perdo Ruggero. Non perché lui lo scopra. Perché io comincerei a volere una vita che non posso dargli, e prima o poi gliela farei pesare, anche senza volerlo, e lui se ne accorgerebbe, perché lui si accorge di tutto quello che riguarda me, è l'unica cosa che gli è rimasta al mondo su cui essere sicuro.»

«E io perderei Fabio» dissi, e mi accorsi mentre lo dicevo che era la prima volta che lo pronunciavo ad alta voce in quel modo, come una cosa già decisa e non come una minaccia teorica. «Non perché smetterei di amarlo. Ma perché comincerei a mentirgli, e un uomo che mi ha insegnato a girare mio padre nel letto senza fargli male non merita una moglie che gli mente. Merita una moglie intera, anche se quella moglie ha passato un inverno a innamorarsi di un margine di carta.»

Restammo ancora un istante con le mani sovrapposte sulla pagina, poi, con un movimento lento che sembrò più una cerimonia che un gesto, le separammo.


Decidemmo, quel pomeriggio, di finire il libro insieme, lì, sulla panca, ad alta voce, io un capitolo e lui il successivo, fino all'ultima pagina, come per dargli una fine degna prima di restituirlo per sempre. Quando arrivammo all'ultima riga, Tommaso prese la matita e cominciò, con calma, a cancellare tutte le nostre righe, una dopo l'altra, dal principio, tornando indietro pagina per pagina.

«Cosa fai?»

«Il libro non è nostro. È della biblioteca. Altri lo leggeranno, e non hanno chiesto di leggere anche noi due dentro le righe di Duras.» Cancellava con cura, senza fretta, come si pulisce una ferita. «Voglio lasciarlo come l'ho trovato. Pulito.»

Lo guardai cancellare mesi di me stessa, di lui, delle nostre paure dette a matita, e capii che era, in un modo che non avrei saputo spiegare a nessuno, il gesto più onesto che un uomo avesse mai fatto per me: non distruggere qualcosa per rabbia o per vergogna, ma restituirlo intatto a chi ne aveva più diritto di noi, un lettore futuro che non sapeva nulla e non doveva saperlo.

Arrivato all'ultima pagina, però, si fermò. Prese la matita, scrisse qualcosa di veloce nel margine in basso, poi lo cancellò subito, con la gomma, prima ancora che potessi leggerlo.

«Cosa hai scritto?»

«Niente che serva a te sapere adesso.» Chiuse il libro. «Un giorno, se vorrai, tornerai a controllare. O forse no. Va bene comunque.»

Ci alzammo dalla panca, restituimmo il libro alla signora Ines, che lo prese senza sospettare niente, e uscimmo dalla biblioteca insieme per l'ultima volta, separandoci in piazza con una stretta di mano che durò un secondo più del necessario e che nessuno, guardandoci da fuori, avrebbe potuto leggere per quello che era.

Non tornammo il giovedì successivo. Né quello dopo. Il libro restò sullo scaffale, e io smisi di cercarlo, con la stessa disciplina di chi smette di toccare un punto dolorante perché sa che toccarlo non lo guarisce, lo mantiene solo vivo.


Passarono otto mesi. Un sabato di dicembre, con la biblioteca decorata di un vischio finto sopra il bancone e la signora Ines con la sciarpa rossa delle feste, mi trovai, quasi senza deciderlo, davanti allo scaffale della narrativa straniera. Il libro era lì, la costola sbiancata sempre più consumata, evidentemente letto da altri, negli otto mesi, come lui aveva voluto.

Lo presi. Lo aprii direttamente all'ultima pagina, dove Tommaso aveva scritto e subito cancellato, quel giovedì di aprile.

Non c'era niente da leggere, a prima vista: la gomma aveva fatto il suo lavoro, la pagina sembrava vuota, il margine bianco come sempre. Ma tenendola inclinata contro la luce fredda che entrava dalla finestra dell'ex convento, girando il foglio finché la luce non lo attraversò di taglio, vidi quello che l'occhio non poteva vedere guardando dritto: il solco lasciato dalla pressione della matita, la scrittura fantasma incisa nella carta anche dopo che il segno era stato cancellato, leggibile solo in controluce, solo da chi sapeva che cercarla.

*"Grazie per un inverno in cui sono stato un uomo innamorato, e non solo un fratello che si prende cura. A Ruggero devo tutto quello che sono. A te devo la prova che, sotto tutto quello che sono, c'era ancora qualcuno capace di amare. Sii felice, Beatrice. E se un giorno prendi in prestito un libro e trovi una matita nel margine, rispondi. A qualcun altro, non a me. Il mondo ha bisogno di più persone che rispondono."*

Restai ferma davanti allo scaffale, il libro inclinato contro la luce, la signora Ines che canticchiava una canzone di Natale al bancone senza sapere di essere, per la seconda volta senza volerlo, la persona che mi consegnava l'ultima parola di questa storia.

Capii due cose, in quel momento, con il freddo dell'ex convento che mi saliva dalle caviglie come sempre. La prima è che Tommaso aveva scritto quella riga sapendo che forse non l'avrei mai trovata, che forse non sarei mai tornata a controllare, e che l'aveva scritta comunque, per lo stesso motivo per cui io gli avevo raccontato di mio padre e delle mani di Fabio: perché certe cose vanno dette anche quando nessuno le sentirà, per essere vere fino in fondo almeno una volta.

La seconda è che restituire quel libro pulito, senza le nostre righe visibili, non era stato un modo per cancellarci. Era stato l'unico modo che avesse trovato per lasciarci esistere per sempre, in un posto che nessun altro poteva vedere, dove nemmeno il tempo o una gomma da cancellare potevano davvero arrivare.

Rimisi il libro sullo scaffale, esattamente dove l'avevo trovato, la costola rivolta verso fuori, pronto per il prossimo lettore che non avrebbe saputo niente. Tornai a casa, quel sabato, e trovai Fabio in cucina che preparava il pranzo con i nostri figli intorno al tavolo, e lo abbracciai da dietro, forte, più a lungo del solito, e lui si voltò sorpreso e mi chiese cosa fosse successo.

«Niente» dissi. «Volevo solo abbracciarti.»

Non tornai più in quella sezione dello scaffale, dopo quel giorno. Ma ogni tanto, il sabato, quando prendo in prestito un romanzo qualunque e trovo nei margini la sottolineatura di un lettore sconosciuto, una frase segnata da qualcuno che non conoscerò mai, resisto alla tentazione di rispondere, e penso a Tommaso, e a Ruggero che oggi non sa di dovere a un margine di carta il fratello che ha, e mi dico che ci sono amori che servono esattamente a questo: a insegnarti che puoi essere innamorabile senza dover amare, e fedele senza dover smettere di sentire.

Il libro è ancora lì, sullo scaffale della narrativa straniera, terza fila, pulito come l'avevamo lasciato. Ogni tanto qualcuno lo prende in prestito, lo legge, lo restituisce senza sapere niente. Ed è esattamente giusto così. Ci sono cose che restano vere solo finché restano invisibili a tutti tranne che a chi le ha scritte, e a chi, tenendo un foglio contro la luce nel modo giusto, ha imparato a cercarle.

scritto il
2026-09-12
6 6
visite
1
voti
valutazione
1
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Il muro

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.