In crociera con mia cognata (Parte 2)

di
genere
incesti

'Auguri, Papà'
Quelle due parole mi arrivarono come un pugno allo stomaco.
Le rimuginai per ore, cercando di capire se Chiara stesse scherzando oppure se dietro quel sorriso velato si nascondesse qualcosa di molto più concreto. Alla prima occasione utile la presi da parte, lontano dagli sguardi degli altri, e le chiesi di guardarmi negli occhi e dirmi la verità.
Fu chiara, non solo di nome, ma di fatto.
Pino aveva sempre avuto problemi di fertilità. Una condizione cronica, accertata da anni, che aveva trasformato ogni tentativo di gravidanza in una scommessa quasi impossibile. Era stato questo ad accettare i miei tentativi di approccio, e a spingerla verso di me con un'intenzione che andava ben oltre il desiderio.
Non rinnegò nulla. Me lo disse guardandomi dritto negli occhi, con quella franchezza un po' spudorata che l'aveva sempre resa diversa dagli altri.
Il suo obiettivo era proprio quello e le circostanze hanno permesso tutto ciò. Nonostante tutto, l'esperienza è stata, per lei, molto gratificante. Si è sentita donna come non mai e in quei momenti mi ha davvero amato.
Quindi, nessun pentimento per quei momenti di passione che ci avevano sommersi, e che, se potesse si farebbe mettere incinta da me una seconda volta, senza esitare.
Mi chiese di battezzarlo, era un maschietto. Voleva che fossi io il padrino, per tenere vivo un legame che non poteva essere sciolto in nessun modo, ma che esisteva, ed era solido e segreto, sotto la superficie di tutto. Mi chiese anche discrezione assoluta: nessun dettaglio fuori posto, nessuna crepa nella storia costruita con Pino e con il mondo.
Annuii. E quella notte non riuscii a dormire.
Fissavo il soffitto nel buio, e mentre il respiro lento di mia moglie Angela mi ricordava quanto fosse fragile ogni equilibrio, la mente tornava con ostinazione a Chiara, al calore della sua pelle, al modo in cui si era abbandonata, al profumo di quella cabina sulla nave mentre fuori il mare scorreva indifferente. Quei ricordi avevano una consistenza fisica, bruciavano ancora.
Il giorno del parto fu uno dei più strani della mia vita.
Ero lì, seduto su una sedia di plastica nel corridoio dell'ospedale, a recitare la parte del cognato premuroso mentre dentro di me qualcosa tirava con forza verso quella stanza. Quando finalmente mi fu concesso di avvicinarmi, lo guardai a lungo.
Occhi ancora socchiusi, pugni chiusi, quella piccola bocca serissima dei neonati che sembrano già alle prese con pensieri profondi. Lo scrutai in silenzio, con attenzione quasi chirurgica, cercando qualcosa, un dettaglio, un angolo del viso, la forma del mento, che lo riportasse a me.
Deglutii e abbassai lo sguardo.
Quanto a Pino, mio cognato, il marito di mia cognata Chiara, l'uomo che aveva dato il suo cognome a quel bambino, sembrava quasi sollevato. Chiara me lo confermò settimane dopo, con quella sua abitudine di dire le cose difficili in tono quasi leggero: quando gli aveva rivelato la gravidanza, lui non aveva mostrato stupore. Solo un cenno, forse un respiro trattenuto. Le carte dicevano che era padre. Gli bastava quello. I mesi passarono e il bambino crebbe, e con lui crebbe qualcosa che non riuscivo a nominare con precisione. Un attaccamento misto a colpa, un orgoglio che non potevo mostrare, una tenerezza che doveva restare sempre a distanza di sicurezza.
Fu un pomeriggio di fine estate.
Chiara suonò al campanello con il bambino e Angela non c'era. Era uscita e avrebbe fatto ritorno non prima di un paio d'ore. Me lo disse per messaggio poco dopo che Chiara era entrata in casa, e io lessi quelle parole con una consapevolezza improvvisa che mi riscaldò il petto.
Parlammo, all'inizio. Seduti al tavolo, con le tazze di caffè tra le mani, come due adulti ragionevoli. Il bambino dormiva nella culla, la bocca semiaperta, completamente abbandonato al sonno. Parlammo di come eravamo stati, di quanto tutto fosse cambiato, e poi quasi senza accorgercene cominciammo a parlare di quella volta. Dell'acqua scura del mare di notte e della luce obliqua della cabina. Di quanto fossimo stati incoscienti e di quanto, dentro, non ci fossimo mai davvero pentiti.
Le chiesi se potevo abbracciarla.
Non rispose a parole. Aprì le braccia, un gesto lento, quasi cerimonioso, e quando la tenni stretta sentii tutto tornare come allora togliendomi il fiato. Non era nostalgia. Era qualcosa di più carnale e immediato, come riconoscere un sapore che pensavi di aver dimenticato e invece era rimasto lì, intatto, ad aspettarti.
Il bacio che seguì aveva il gusto del tempo perduto e della colpa mescolati insieme, e nessuno dei due fece nulla per fermarlo.
Le mie mani si mossero da sole lungo i fianchi, risalendo la curva della schiena, solcando quella pelle morbida che ricordavo esattamente così. Fu lei la prima a sussurrare la resistenza, gli occhi che scivolavano verso la culla: "Non possiamo. C'è il bambino."
"Dorme," dissi sottovoce. "Non darà fastidio."
Un secondo di silenzio e la decisione le attraversò il viso come un'ombra che passa.
Il tavolo era a due passi. Bastò un attimo, la gonna sollevata, l'intimo sfilato con una rapidità che diceva tutto, e si sedette al bordo con una naturalezza che mi spezzò ogni residuo di ragionamento. Mi avvicinai, già pronto, e la trovai esattamente dove l'avevo lasciata anni prima, come se il tempo non fosse servito ad altro che a tenerla ferma lì, ad aspettarmi.
Entrai in lei con lo stesso ardore di quella notte in mare.
"Quanto ho desiderato riaverti così," disse contro la mia bocca, la voce spessa.
"Possiamo sempre recuperare," risposi. "C'è sempre tempo."
Le nostre lingue si cercarono, si intrecciarono, mentre gli affondi diventavano sempre più decisi e profondi. Il rischio era lì, concreto, a portata di mano. Angela che poteva rientrare, il bambino che poteva svegliarsi, e invece di frenare tutto, rendeva ogni sensazione più tagliente, come una lama che stringe anziché allentare. Fu in quel momento che la domanda mi tornò in gola, la stessa che anni prima aveva quasi fatto naufragare tutto.
"La pillola," dissi, rallentando appena, cercando i suoi occhi. "Dimmi che la prendi."
Mi guardò senza battere ciglio. "Sì. La prendo. Questa volta puoi fidarti di me."
E mi fidai. Le venni dentro con un'intensità che sembrò non finire mai, come se il corpo stesse cercando di recuperare tutti gli anni di distanza in un colpo solo. Dovemmo pulire il tavolo e il pavimento, ridendo sottovoce come complici che sanno esattamente quanto stanno rischiando.
Da allora ci ritagliamo i nostri momenti, quando il tempo e la sorte ce lo concedono. Con cautela, con attenzione, con quella cura silenziosa che si riserva alle cose che non possono esistere alla luce del sole ma che continuano, ostinatamente, ad esistere lo stesso.
scritto il
2026-08-08
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