Le mie prime p...

di
genere
prime esperienze

Vado a puttane dalla fine degli anni ’90, da quando ho raggiunto e superato il primo importante giro di boa, quello dei trent’anni. Il sesso non mi era mai mancato, ma la varietà, assaporare la varietà dell’universo femminile, dell’universo di tette, tettine, di culi grossi, culetti, culi mosci, culi di marmo, bocche larghe, bocche strette, fighe pelose, depilate, di buchi di culo, profumati, molesti, di carni nascoste dal sapore acre, pungente, dolce, in poche parole: il chiava e fuggi … quello sì, quello mi era mancato. Da quando avevo vent’anni avevo mangiato tre o quattro tipi di minestra e sempre per periodi prolungati, con tutto il contorno di ansie e rotture di palle che solo una donna sa procreare (anche dal nulla, come noto).
Negli anni ’90 internet ancora non c’era o era poco diffuso. La telefonia mobile era un bel progetto nella testa di qualche multinazionale. Per andare a puttane si consultavano gli annunci commerciali sui quotidiani o su periodici specializzati, pagine straripanti di A.A.A.A.A…. e si andava in una cabina telefonica.
L’avvio della mia carriera di puttaniere si giovò di un periodo di lavoro all’estero, nel paese più bello del mondo, nel paese con le donne più avvenenti del mondo e ovviamente le più irresistibili prostitute del mondo: Brasil. Fu un anno di vita che per molti versi divenne occasione di transito nel mondo degli adulti, un lungo rito iniziatico per un lattante bramoso di esperienze nuove.

La mia prima puttana fu un atto liberatorio, consumato senza badare allo sconcio sfasciume del troione di almeno 40 anni che la sorte beffarda mi aveva riservato. Ricordo solo un gran pompino e i miei primi “Dez mil escudos”, diecimila scudi, centomila lire, posati sul comò. Mi interessava solo rompere il guscio, archiviare la pratica, togliermi di dosso la patina da pivello, guadagnare rapidamente la sicumera del puttaniere incallito e proiettarmi in un radioso avvenire di sesso a pagamento.
Tornai in quella casa di Rua Sampaio Rodriguez una sera, dopo appena due giorni, senza telefonare, di nuovo assetato, di nuovo implorante di fronte alla megera in camicia da notte che gestiva il puttanificio. Andai in bianco, perché Susana, l’inguardabile quarantenne che l’altro ieri aveva estinto con un pompino ben affondato la mia ansia sessuale, era da poco andata via. Mi sentii ridicolo, la mia sicumera di carta vacillò, imboccai le scale con un gesto repentino per allontanarmi da quella situazione, mentre la vegliarda manager della casa mi urlava di tornare domani pomeriggio. Incapace di trovare alternative in una città ancora sconosciuta, mi ritirai in buon ordine, con una mazza di ferro tra le gambe che avrebbe fatto la felicità di chissà quante casalinghe. Ma a me non restava che pazientare fino all’indomani pomeriggio.
Alle cinque e mezza staccai dal lavoro e a grandi falcate raggiunsi la metropolitana, incurante di tutte le bellezze che generosamente incrociavano il mio sguardo, in testa solo una destinazione, una strada, un numero civico, un ascensore, un pianerottolo. Entrai e una nuova quarantenne, Ana, più graziosa e composta di Susana, si propose. Compresi dopo che Ana era alle prime armi, di sicuro una che aveva deciso in tarda età di arrotondare le sue magre entrate ufficiali. Quale miglior occasione per fare esperienza di un marchetta facile, facile, con un giovane straniero, inesperto e carino?
Durò poco, il pompino fu una sciagura, i suoi denti mi lasciarono morsi ovunque, le sue cosce bianche e massicce si serrarono su di me, impedendomi qualunque movimento. Solo con tutta la forza dei miei trent’anni ancora da compiere riuscii a portare a termine la missione. Ma avevo guadato il fiume, raggiungendo la sponda dei dannati all’inferno delle case d’appuntamento.
ESPERANZA DESCOBAR
Dopo un mese padroneggiavo la lingua, le telefonate divennero più circostanziate e fruttuose, vere e proprie interviste. Riuscii a fare la mia prima selezione basata sugli elementi raccolti, optando per una casa in un quartiere periferico di Recife. Sapevo di andare a trovare un appartamento con ben cinque ragazze, tutte giovani, un’ampia scelta che avrebbe finalmente garantito il buon esito dell’investimento. Le mie dissestate finanze non avrebbero tollerato altri fallimenti.
Con il cuore in gola attesi che la porta si aprisse, indeciso sul da farsi se mi si fossero presentate altre 5 invereconde bagascie. Mi aprì Nadine, un sorriso smagliante su carnagione mulatta. Rilassai il viso contratto, restituendo il sorriso. Le cose sembravano mettersi bene. Fui portato in salotto, dove sedute attendevano altre quattro fighette dal corpo morbido e sinuoso, insofferenti per il caldo soffocante che cominciava a incapsulare la città.
Nadine fece le presentazioni, affinché potessi scegliere: “… Amanda …. Paula …Maria … Julia …”. Ognuna delle fighette si alzò ammiccante e venne a salutarmi con un bacetto sulla guancia: “Muito prazer … “. Sorrisi e mi sforzai di essere galantuomo con tutte, ma la mia scelta l’avevo già fatta. Non riuscivo a togliermi dalla testa le voluminose natiche di Nadine che nel corridoio per pochi istanti avevano camminato davanti a me, strette in un pantacollant viola. Non l’avevo mai fatto con una mulatta, restai incantato a guardare le pieghe rosee della sua fica che squarciavano la pelle ambrata e il pelo scurissimo, accettando di buon grado di essere guidato dalla sua dolcezza. Nadine fu davvero una bella esperienza, una di quelle che ti riconciliano con vita, con il mondo, con l’universo. Per il resto della sera, ciondolai sul lungomare della Boa Viagem, consumando gli ultimi spiccioli in cerveja di pessima qualità.
Nello stesso appartamento ritornai altre due volte, qualche tempo dopo. L’estate imperava, Nadine era partita per chissà dove. Pretesi ragazze sempre diverse, alla ricerca di nuovi brividi caldi. Ora che la mia carriera di puttaniere era inesorabilmente avviata, potevo pormi domande esistenziali decisive: “Chiedere o non chiedere un rapporto anale? Come chiedere, quali parole usare? Avrei suscitato una sommossa? Mi avrebbero scacciato tirandomi dietro le scarpe coi tacchi alti? Avrei azzeccato l’entrata?”.
Ma il mio primo rapporto anale arrivò più tardi, dopo l’estate. I quotidiani che consultavo febbrilmente cominciavano ad inserire nella sezione “Relazioni sociali” dei riquadri pubblicitari che incorniciavano ambigui richiami di centri estetici e centri benessere. Mi ci vollero un paio di mesi e la fine del periodo lavorativo alle porte per decidere di telefonare a uno di questi centri. Qualcosa nella grafica di questi annunci mi insospettiva, ma rinviavo sempre, temendo una figuraccia. E se poi erano davvero dei centri benessere?
Un pomeriggio, immerso nella inquietudine malinconica di cui mi riempiva la consueta passeggiata lungo la Ribeira, decisi di presentarmi direttamente ad un centro benessere del Bairro Novo, una casa a due piani che dall’esterno appariva come una sorta di casa cantoniera. Suonai al campanello, la porta fece uno scatto e si aprì. Nella penombra dell’ingresso vidi una freccia che mi invitata a salire al primo piano. Soltanto salendo le scale mi accorsi di un forte odore di incenso o qualcosa di simile. Trovai un’altra porta, un altro campanello. Suonai, altro scatto e fui finalmente dentro. Una ragazza robusta, piuttosto arcigna, mi accolse dietro una reception, che separava l’ingresso dal lungo corridoio dietro di lei. “Il signore è qui per un massaggio? Aveva telefonato per prenotare?”. Feci cenno che sì, che desideravo un massaggio, ma che non avevo chiamato prima. Il silenzio attorno a noi si tagliava con il coltello. La grassona mi scrutò per qualche istante e poi aggiunse risoluta: “Va bene, va bene. Entri nel salottino, che le mando le ragazze disponibili”. In un secondo diventò tutto chiaro: quello era un bordello. E che bordello! Quelle che una dopo l’altra entrarono nel salottino erano tutte stangone perfettamente agghindate e pettinate, reggicalze di pizzo nero o bianco, tacchi vertiginosi, camicette o giacche di seta a coprire malamente tutto il ben di Dio.
Ne passai in rassegna sette e andai nel pallone davanti a cotanta beltà. Per ultima entrò la grassona, ebbi un sussulto, come uno che dopo essere stato cinque minuti in Paradiso ripiomba all’Inferno. Lei sogghignò e mi chiese se avessi fatto la mia scelta. Esitai, perché in quel turbinio di tette e culi non avevo memorizzato i nomi. Ricordavo solo il nome della prima, Diana, la classica bambolona bionda. Poi più niente. Mi aveva colpito una mulatta con un fisico da pantera, ma scelsi Diana perché era l’unica di cui ricordassi il nome. “Ok” fece la grassona “Stanza 14, può concordare direttamente con Diana il trattamento”. Percorsi il lungo corridoio, tutto era pulito e in ordine e dalle stanze chiuse non si udiva né ahi né bai. La porta della stanza 14 era miracolosamente socchiusa. Non so come, la grassona aveva comunicato a Diana che avrebbe avuto visite. Diana mi accolse con un sorriso smagliante. Era mozambicana, di padre e madre portoghesi. “Tu sei italiano? Ah … però parli bene la nostra lingua”. Ormai ero abituato a quelle chiacchiere di circostanza. Quando dicevo di essere italiano tutte quante si mostravano sorprese e dicevano: “Ah … parli bene però”.
Diana aggiunse una variante: “E ce l’hai la fidanzata?” Colto di sorpresa, mentii e dissi di no. Mi guardò a lungo mentre mi spogliavo con i suoi occhioni blu e poi disse: “E come mai? Sei carino da morire”. Poi mi chiese se volevo fare la doccia, indicando una cabina attrezzata in un angolo della stanza, arredata solo con il letto e qualche suppellettile. Dissi che l’avevo appena fatta, la facevo sempre quando, anche se non avevo programmato nulla, l’istinto mi diceva come sarebbe andata a finire la giornata. Diana sparò le sue tariffe, con cinica lucidità. La ascoltai appena, concentrato su quello che avrei dovuto dire: “E anale …”? Sentii il sangue fluire verso il mio viso che in un micro secondo era diventato paonazzo. Ma lei non fece un piega: “Sì, sì, certo, sono completissima. Qua lo siamo quasi tutte”. Completissima! Cazzo! Ecco la parolina magica che mi avrebbe dischiuso i piaceri del sesso anale. Ora sapevo che cosa chiedere al telefono senza balbettare.
Il rapporto anale con Diana durò tre secondi netti. Mi eccitati talmente alla vista delle sue candide rotondità posteriori, esaltate dalla posizione che tanto avevo bramato, me ne venni come un pivello di quattordici anni non appena lo infilai dentro. Diana non comprese subito che cosa era avvenuto e continuò a muoversi ansimando. Dovetti bloccarla, imbarazzatissimo, per sfilarmi. Diana, carponi, si voltò, liberando i suoi occhi blu dalla sua chioma bionda: “Ora ho capito perché sei venuto qui. Ti piace il secondo canale”. Poi, rivestendosi, aggiunse: “Infatti, me lo stavo chiedendo … non sei il classico puttaniere … sei troppo carino per andare con le prostitute. Secondo me tu ce l’hai la fidanzata, italiano bugiardo …”. Sorrisi, ammettendo la bugia, ma già pensavo al giorno dopo, allo schema telefonico che avrei seguito per chiedere la prestazione giusta, nel lessico che avevo appena imparato.
Il giorno dopo approcciai un altro annuncio con riquadro incorniciato. Questo era più esplicito però: “Toby’s Girls”. Chiamai e mi rispose un uomo, certo Kike. Dopo qualche secondo d’imbarazzo da parte mia, concordammo la prestazione: “Preferirei una ragazza completissima”. Kike mi disse che non c’erano problemi se ero disposto a cacciare 20 mila scudi e mi diede l’indirizzo e l’ora. Era una traversa di Avenida Domingos Ferreira, facilissima da raggiungere. Bene, trafelato arrivai in zona alle sei e un quarto e cercai il civico giusto. “Cazzo ma… ma…, ma al numero XX c’è una pensione!” Che storia è questa, e ora come cazzo faccio? Ma questo è cretino, non mi ha detto che era una pensione. Trovai una cabina telefonica e richiamai: “Mr. Kike, ma devo entrare in quella pensione?!” E lui: “Certo! Che problema c’è? Lei entra e dice che la mando io, non si preoccupi. Ha problemi? Se ha problemi me lo dica, perché la ragazza è già in viaggio”. Comprimendo la voglia di mandarlo a quel paese, chiusi la telefonata con un sommesso: “No, no, ve bene, faccio come mi ha detto”. Entrai in questa pensione. Alla reception due signore anziane mi aspettavano, con il sopracciglio aggrottato. Complimenti Mr. Kike! Lei sì che sa come far sentire a proprio agio un dannato puttaniere.
Una delle due megere mi allungo il telefono sul banco della reception, dicendo che Mr. Kike voleva parlare con me. Ancora? Presi la cornetta alquanto infastidito. “Allora, tutto ok?” “Sì, sì…” E lui: “Dunque, allora le mando una ragazza da 20 mila scudi, da 25 mila scudi o da 30 mila scudi?” Persi la pazienza e irritato risposi: “Ma che storia è questa? Non abbiamo già preso accordi?” Mi accorsi che le due alla reception origliavano spudoratamente e mi irritai ancora di più. Voltai le spalle e mi curvai sulla cornetta, perché Kike imperterrito continuava: “Ma perché? Non ha i soldi? Forse il signore non ha portato i soldi …”
“Lei non si preoccupi. Io ho quello che devo avere. Non mi interessa altro. L’accordo l’abbiamo già fatto, no?”
“Va bene, va bene, volevo solo dirle che ci sono ragazze da 20 mila, da 25 mila, da…”- Scandendo le parole: “N-O-N M-I I-N-T-E-R-E-S-S-A !!”. Testa di cazzo!
Abbassai bruscamente la cornetta, mentre ancora Kike blaterava le sue assurdità. Presi la chiave di una camera, al secondo piano. Salii le scale incazzato nero per aver dovuto sostenere tutto quel pandemonio davanti alla reception di una pensione, con due vecchie bagascie ad origliare. Cercai la 22 e aprii, non sapendo se dentro ci fosse già qualcuno. Non c’era nessuno, c’erano solo specchi, su tutte le pareti, faretti puntati sul letto, filodiffusione, quel che si dice: un’alcova tecnologica. Mi rilassai. L’ambientino non mi dispiaceva. Dopo cinque minuti bussarono alla porta: “Avanti!” Entrò una ricciolona bionda di carnagione chiara, ansimante. Si scusò per il ritardo. Io disteso sul letto con le mani dietro la testa radiografai accuratamente le sue natiche disegnate dal jeans attillato . Stese la mano per presentarsi: “Ana Paula…”, ma trillò il cellulare, arnese infernale che si andava diffondendo in quegli anni con modelli sempre più piccoli. Era Kike. Ana Paula si isolò per una manciata di secondi passeggiando nervosamente per la stanza. Ne approfittai per fare altre radiografie al suo culo. Conclusi che era proprio un gran bel culo. Bene. La sentii litigare con quel rompipalle di Kike. Poi ritornò da me e con il cellulare all’orecchio mi chiese di vedere i soldi, pregandomi con un’occhiata languida di non fare opposizione. Figurarsi se volevo fare storie! Ormai mi ero fatto un’idea precisa del suo culo a mandolino e neanche con le cannonate sarei andato via prima di averne avuto il totale controllo. Tirai fuori i ventimila e li lasciai sul letto, sperando che Kike si togliesse dalle palle alla svelta. Ana Paula lo tranquillizzò e subito dopo chiuse finalmente la telefonata. Si scusò di nuovo abbandonando la borsa su una sedia, mi chiese se volevo prima fare la doccia con lei. Non rifiutai, tutto quell’andirivieni mi aveva fatto sudare come un maiale. Fu una doccia bollente.
Ana Paula aveva un fisico scolpito che, come dichiarato dalla mia erezione istantanea, non mi era indifferente. Palpeggiai violentemente il suo culo, mentre la sua lingua roteava nella mia bocca. Poi con un gesto fulmineo Ana Paula sparì dalla mia vista e accovacciata sul piatto doccia si dedicò allo sfiancamento di quell’affare turgido che avvertiva all’altezza del suo ventre. Un pompino sotto una doccia calda è davvero impagabile, soprattutto se l’artefice è capace di farsi possedere fino all’esofago. E’ quello che fece Ana Paula, adagiando la schiena ad una parete della doccia. Stringendo quella testa piena di riccioli bagnati cominciai a martellare la sua capienti cavità orale, rincoglionito di vapori. Dopo qualche minuto avvertii la contrazione dello scroto che metteva in moto il circuito di espulsione dello sperma e cercai di divincolarmi, ma Ana Paula con una mano schiacciata sulle mie chiappe mi invitò a non desistere. “Questa mi vuole fregare” pensai. Feci perno sulla testa riccioluta e bruscamente la costrinsi a staccarsi, appena in tempo. Lei fece: “?”, delusa. Io risposi che stavo per mollarle tutto in gola e che erano passati sì e no dieci minuti. Troppo presto per chiudere, o no? Ana Paula si alzò e guardandomi negli occhi mi sussurrò: “…Oi, temos todo o tempo… ”. Compresi allora che nelle sue intenzioni quello voleva essere solo il primo atto e che il pomeriggio si annunciava lungo e torrido, ma mi sentii un cretino lo stesso.
Non sapendo come ripartire mi abbassai alla ricerca della sua fica bagnata, sperando di farle dimenticare la mia goffaggine. Ana Paula assecondò, aprendo leggermente le cosce. Poi afferrò le mie orecchie e tenendo la fica puntata sulla mia bocca ne abusò facendo violentemente ondeggiare il bacino. Cercai di accontentarla, trattenni il fiato, bevvi fiotti di acqua bollente, ingoiai peli ed umori sapidi: non volevo deluderla di nuovo. Dopo un’interminabile manciata di minuti in apnea la sentii rilassare la presa sulle orecchie, ma continuai a far andare la lingua a spasso per la sua fica. Poco dopo Ana Paula, tirandomi i capelli, cacciò fuori un lungo sospiro, prima di singhiozzare parole incomprensibili. Poi mi allontanò con entrambe le mani. Mi tolsi da quella scomoda posizione e la guardai guizzare fuori dalla doccia.
Due accappatoi ci aspettavano, si era creato un silenzio strano. Lei stordita con un sospirone si tuffò sul letto a pancia in giù. Io in piedi ad asciugarmi nervosamente la capigliatura, in attesa di un suo ammiccamento per ripartire. Arrivò subito: “Qual è il suo programma, signore? Ha chiesto una ragazza completa… Porcellino, non si fanno certe cose, lo sa?“ disse mentre, guardandomi di sottecchi, sollevava leggermente il culo sotto l’accappatoio. “Beh sì…” confermai dopo una pausa: “Sarebbe quello che voglio, in effetti…”.
Intanto mi ero liberato dell’accappatoio per stendermi al suo fianco. Il mio cazzo cominciò a palpitare seguendo l’accelerazione del battito cardiaco e in dieci secondi mi ritrovai con un manico più manico di prima. Ana Paula allungò furtivamente la mano e cominciò ad occuparsene, dapprima con carezze distratte, poi impugnando tutta l’asta. Infine con una mano a conca sotto le palle e l’altra che sembrava collegata ad un motorino elettrico spremette fuori l’impossibile, lasciandomi attonito ed esausto. Questa volta, la lasciai fare. E il primo atto si chiuse così, tra le sue mani e sui miei addominali.
Aspettai che Ana Paula munita di salviette umidificate mi ripulisse e rimbalzai la battuta allusiva di prima: “E ora? Che facciamo?”. Ana Paula lanciò uno sguardo all’orologio e fece. “Eh! Ma abbiamo ancora tempo. Se ne fanno di cose in mezz’ora!”. E aggiunse sorniona scuotendo il mio cazzo tramortito: “Io sono pronta, ma tu?”. Ho sempre avuto difficoltà di ripresa, una fase refrattaria di almeno 10 - 15 minuti. Glielo dissi, aggiungendo che non sapevo ci fossero limiti di tempo, che non mi piaceva avere fretta. Ana Paula si levò l’orologio e me lo mise sotto il naso: “In teoria il nostro incontro dovrebbe durare un’ora, non lo sapevi? Fa niente, a un leccafiche come te posso dare una proroga, ma bada! Alle sette ti lascio anche a cazzo diritto e me ne vado. Ho un impegno a cena…” e giù una risatina malefica. “Ma la tua fica aveva un sapore speciale … è colpa tua…“ provai a replicare.
Ana Paula ripose l’orologio nella sua borsa ridendo, aveva gradito quel complimento triviale, ma non era stata lei a spostare la conversazione improvvisamente su toni più intimi? Poco dopo mi allungò un biglietto da visita, dicendomi che la prossima volta avrei potuta contattarla direttamente, che Kike era un rompicoglioni, che voleva autogestirsi. “Per ventimila scudi, ci sarò sempre per te, caro signore”. Aveva trent’anni e doveva capitalizzare i suoi sforzi. Sapeva di essere nella fase migliore per una squillo, la fase in cui un fisico ancora florido si unisce alla giusta dose di cinismo e di maturità affettiva, per offrire non semplici scopate ma esperienze che lasciano il segno.
Restammo accoccolati a scambiare chiacchiere e opinioni sulla vita, sulla città, sul mio lavoro, sul suo lavoro di copertura: segretaria d’azienda, fino a che la vidi scomparire sotto il lenzuolo. Bastò il suo alito sulla cappella e due slinguate a risvegliare il mio amichetto, che era rimasto in vigile attesa. Ana Paula riemerse soddisfatta e con una inversione di marcia repentina mi diede le terga, mentre ri-accoglieva in bocca il mio turgore riconquistato. Inutile dire che la vista delle sue solide natiche bianche rinvigorirono definitivamente l’amichetto, che si fece lapideo di colpo. Non avevo mai, fino ad allora, azzardato un succhiello anale, per diffidenza, per un senso distorto dell’igiene, non so. Stavolta la tentazione fu più forte: troppo burrosa e delicata mi apparve la consistenza di quella cavità crespata e rosea, incastonata tra due natiche che riempivano le mani. Dapprima timidamente, poi voracemente, per un prolungato intervallo, da un lato godetti passivamente della capacità orale di Ana Paula, dall’altro mi dedicai attivamente a saggiare con la lingua l’arrendevolezza della membrana che, come ultimo baluardo, ancora mi separava dal sesso completissimo.
Solo quando sentii di nuovo lo scroto entrare pericolosamente in funzione mi liberai da quella trappola e pretesi da Ana Paula ciò che mi spettava. Lei non fece una piega, si alzò dal letto, aprì la borsa e tirò fuori due preservativi: “Ti chiedo solo il doppio cappuccio … se la quantità di sborra che produci è quella che ho visto prima, uno solo non basta … c’è il rischio che si rompa … capisci?“. Ne convenni e attesi di essere incappucciato, due volte.
A cose fatte, il mio cazzo non sembrava più un cazzo, ma un fallo finto in lattice bianco. Ana Paula guardò il suo capolavoro soddisfatta e si voltò carponi, con una mano protesa verso quell’affare rivestito di gomma. Mi consegnai a quella mano protesa, sicuro di essere ben guidato sulla retta via. Entrai tra le sue natiche diafane come un coltello arroventato entra nel burro. Rimasi immobile, in attesa del contraccolpo, convinto che da lì a qualche secondo me ne sarei venuto di nuovo come un pivello. E invece lo scroto restò immobile. Cominciai timidamente a muovermi, godendo finalmente della visione diretta della profanazione di uno spettacolare culo brasiliano. Lo scroto sembrava inerte, presi fiducia e mi sollevai sulle gambe, come un fantino al galoppo. Da quella posizione ebbi il dominio assoluto delle operazioni e per Ana Paula non ci fu più scampo.
Mentre febbrilmente possedevo quel culo, nella mia mente scorrevano scene di film porno in cui blasonati pornodivi sodomizzavano le fattezze posteriori di pulzelle ungheresi, ceche, russe, profferte senza pudore. Finalmente facevo la stessa cosa! Realizzavo la fantasia sessuale di sempre, da quando avevo quindici anni. Furono pochi minuti, ma di esaltazione sessuale, di rapimento totale, di trasporto in un'altra dimensione, durante i quali Ana Paula non disse nulla e non si mosse di un millimetro, restando plasticamente piegata in avanti.
Lanciai un rapido sguardo alle specchiere laterali: Ana Paula sembrava un condannato in attesa di decapitazione, gli occhi socchiusi, il volto adagiato su un lato, irrigidito in una smorfia strana, tra dolore e stupore. Ammirai anche me stesso. La mia dinamica copulatoria non aveva niente da invidiare a quella di blasonati pornodivi francesi.
Intanto, quasi senza rendermene conto, avevo aumentato la frequenza ondulatoria, e mentre Ana Paula bocconi mi spiava nello specchio, persi il controllo: la mente si offuscò, mi fermai, si fermò il tempo, esplose l’orgasmo. Uno dei più belli della mia carriera da puttaniere.
Ana Paula lasciò il segno. Non più riscontrato in nessuna altra l’analoga capacità di concedersi fino in fondo, fino a regalarsi anche un orgasmo, e nello stesso tempo di riportare tutto nella giusta cornice del sesso a pagamento. Le doti di una puttana perfetta.
SAUDADE
Il giorno dopo lasciavo Recife e il Brasile. Un aereo mi riportava a casa, con un fardello di pensieri e rimpianti, non ultimo quello di non aver saputo godere appieno di quell’anno di libertà. Ah, se solo mi fossi deciso prima a considerare quegli annunci con la cornicetta! Avrei certamente dilapidato ingenti risorse, ma sarei diventato più esperto e felice. Non c’era da lamentarsi comunque, non avevo vinto il mio campionato ma un piazzamento da UEFA non potevo negarmelo. E certamente fu quella la prima sgrossata al puttaniere impenitente che in seguito sarei diventato.
L’anno successivo andai in letargo, la vita quotidiana della provincia meridionale mi offrì il suo volto duro, quasi a ripagarmi delle gozzoviglie dell’anno precedente: non ebbi voglia e tempo di coltivare quelle attività dissolute, anche perché l’offerta sul territorio era davvero scadente. Mi chiusi a riccio, inutile dire che le finanze non brillavano, ma soprattutto fu l’umore che per quasi tutto l’anno sfiorò la depressione. A giugno una mail mi informò di una iniziativa commerciale che avrebbe potuto darmi qualche chance di rilancio professionale. Si sarebbe tenuta a settembre, a Recife!!. Fu come rivedere la luce.
Il mio cuore sussultò e mi arrivò in gola. Il fato? O fado? Boh, sta di fatto che avevo l’occasione per ritornare nel meraviglioso Paese che era stata teatro delle mie scorribande puttanesche, nella città che mi aveva tenuto a Battesimo e svezzato. Avrei ricominciato dagli annunci con la cornicetta, senza dubbio, inaccettabili per me ormai incontri sessuali privi del requisito della completezza. Organizzai la trasferta d’affari e vissi con palpitazione i mesi seguenti che mi separavano dalla partenza. L’estate trascorsa in famiglia mi avrebbe certamente depresso definitivamente se non avessi avuto quella speranza di ri-vivere ore di sesso sfrenato e, soprattutto, perfezionare la mia tecnica sodomitica.
Fa un certo effetto ritornare sui luoghi che ti hanno visto bighellonare, curiosare, assaporare sensazioni colte al volo e in ogni dove, afferrando giorno per giorno quello che la vita concede. Guardando la città dal taxi, l’emozione fu così forte che a tratti mi sentii galleggiare, come se una spinta dall’alto in basso mi sollevasse da terra. Non ho più provato quella sensazione.
Sceso dal taxi, feci incetta di quotidiani e mi sistemai in un hotel della Boa Viagem. O Diario de Parnambuco era rimasto identico in tutto, ma la sezione Classificados, la sezione gli annunci, era diventata molto più corposa: ora riempiva quattro facciate del giornale e non era più relegata nelle ultime ma campeggiava nella parte centrale; il paragrafo Relax, con almeno 200 inserzioni, occupava una facciata intera, anziché la solita mezza colonna. Aprii un magazine locale che sapevo essere orientato alla proposta di divertimento in città e al mercato del sesso: bar, pub, spettacoli, disco, night club, convivio… Minchia! Trenta pagine di “Convivio”. Non credevo ai miei occhi: l’offerta di incontri sessuali in un anno si era decuplicata.
Feci una doccia per smaltire un po’ la febbre che davanti a quell’ipermercato del sesso si era impossessata di me. Il problema ora era selezionare, separare il grano dalla granaglia, non farsi accecare da luci e lustrini, per identificare le offerte migliori, e soprattutto: intercettare le proposte fasulle (quelli che poi nei forum specializzati sarebbero stati chiamati Missili). La mia trasferta durava una decina di giorni certo e avrei avuto tutto il tempo per recuperare, ma con quel ventaglio di scelte sarebbe stato insopportabile incappare in maliarde incanutite, bagasce decrepite, simil-femmine con le ragnatele tra le gambe, e lasciare ad altri la carne fresca. E poi, il tempo non era tutto sommato tantissimo, c’erano anche gli impegni lavorativi, non potevo mica andare a puttane tutto il giorno!
Annotai le inserzioni che mi sembravano più promettenti, soprattutto quelle che riportavano una indicazione di età della signorina che gentilmente concedeva le sue grazie. Delle foto avrebbero aiutato, ma eravamo ancora in pieni anni ’90, la società dell’immagine tardava ancora, bisognava aguzzare la vista e l’ingegno, decifrare lo stile e il lessico dell’annuncio, come in una caccia al tesoro. Alla fine stilai una lista con una ventina di numeri di telefono. Era sufficiente per una prima uscita.
Mi precipitai fuori dall’hotel alla ricerca di una cabina telefonica discreta, in qualche vicolo. La individuai dopo una mezz’ora, arrampicandomi sulla Mustardinha. Mi guardai in giro, un gruppetto di pensionati giocava a domino su una panchina in pietra godendo del sole pomeridiano, due ragazzini si rincorrevano, le loro voci risuonavano fragorose nel silenzio imperturbato da mezzi di locomozione. Era proprio la mia cabina. Entrai e mi chiusi dentro, ignorato, almeno così mi era sembrato, dal gruppetto di anziani, concentrati sul gioco. Iniziai a telefonare e constatai soddisfatto che il mio portoghese reggeva alla grande. Annotai indirizzi e notizie varie, compreso l’onorario richiesto. Dopo una decina di telefonate non avevo ancora trovato, però, riscontri di completezza, nonostante gli annunci fossero espliciti in tal senso. “Ma perché scrivi “completa” se poi completa non sei??” “Lo è una mia amica, ma oggi non c’è… io sono brava però, ti faccio un bel pompino al naturale, fino in fondo e …” “See…see, vabbè… in caso ti richiamo”.
Mah! Santa pazienza, proprio oggi dovevano proclamare lo sciopero dei culi ? Vuoi vedere che i 20 numeri che ho annotato sono pochi? Girai il foglio del blocco notes e l’occhio cadde sull’ultima annotazione: “22 ANOS..., Desinibida. Completa.. Tudo nas calmas.. Apertadinha.. Apartamentos privados.. 24horas Telef……”. Massì, cominciamo dal fondo della pagina e procediamo allincontrario. Mi rispose una voce femminile talmente rauca che per attribuirla ad una ventiduenne non bastava tutta la mia fantasia. Restai attonito per qualche secondo, sicuro di aver composto male il numero. Poi la voce gracchiò musica per le mie orecchie. Disse che potevo andare a trovarli in Praça de Espanha, che avevano una ampia scelta di appartamenti privati e di servizi, con ragazze professionali diversamente performanti, aggiungendo che erano in grado di soddisfare le esigenze più disparate, e che l’onorario delle ragazze era a tempo: 10 mila mezz’ora, 20 un’ora, venticinquemila un’ora con supplemento per il servizio completo. Disse proprio così: “… con supplemento”. Il messaggio era chiaro: “Vuoi un bel culetto da sodomizzare”? Ok, sei il pollo per noi”. “O senhor quer uma marcaçao”?
Prenotai per l’indomani mattina, spiegando le mie esigenze. La manager rauca disse che avrebbe fatto di tutto per farmi trovare almeno tre ragazze “completissimas e apertadinhas”. Queste due parole rimbalzarono nei miei sogni tutta la notte, foriere non solo di una rapporto anale ma anche di un rapporto anale con una fanciulla aperta quanto basta, non sfondata, non slabbrata, avvolgente, “apertadinha”. Che lingua fantastica il portoghese!
Arrivai in Praça de Espanha per le 10.30. L’appuntamento era per le 11.00. L’edificio in cui dovevo entrare era un anonimo condominio di sette-otto piani. La targa di una ditta di import-export mi avrebbe guidato. Entrai in un bar e sorseggiando un’acqua tonica attesi l’ora giusta per muovermi. Alle 10.50 bussai al citofono della ditta di import-export, diedi le mie generalità, false ovviamente: “Secondo piano” rispose la voce rauca con cui ieri avevo concordato tutto al telefono. La voce rauca, vidi subito dopo, che corrispondeva ad una cinquantenne bruna ben pettinata e snella che, pensai, da giovane doveva essere stata nel ramo. Mi spiegò nuovamente tutto e mi fece accomodare in una stanzetta laterale, con gli scaffali ricolmi di raccoglitori con l’anno scritto sopra. Chissà se era la contabilità del puttanificio o quella della ditta di import-export?! Poco dopo udii bussare alla porta e senza che io dicessi nulla nella stanzetta entrarono tre donzelle sorridenti, vestite con tailleur scuro, camicetta chiara, scarpe a tacco altissimo. La signora fece le presentazioni: “A Xana … A Barbara … A Carol … le nostre ragazze complete più belle per lei…”.
Inutile dire che la scelta l’avevo fatta dopo due secondi, incrociando lo sguardo di Xana, una brunetta con i capelli a caschetto e il fisico longilineo, la più alta delle tre. Non ebbi dunque difficoltà e non persi tempo a valutare più di tanto le doti fisiche di ciascuna. A dire il vero non sopportavo quel momento, non riuscivo a scrollarmi di dosso la mia cultura progressista e trovavo imbarazzante andare a misurare o soppesare le qualità fisiche di una fanciulla, lo trovavo umiliante per me e per loro. La scelta fu quindi rapida e decisa: “Xana”. La signora fece uscire le altre due e mi invitò ad accomodarmi di nuovo alla reception all’ingresso. Poi diede una chiave a Xana, che mi invitò a seguirla. Uscimmo dall’edificio, Xana avanti, io dietro a rimirare il suo culo magro e duro sotto la gonna leggera. Avevo scelto bene, non aveva solo una culetto ben fatto, anche se non molto formoso per i miei gusti, ma anche molta eleganza nel camminare. Era senza dubbio una offerta di livello superiore, per palati raffinati.
Dopo duecento metri entrammo in un altro anonimo condominio di sette- otto piani. Salimmo in ascensore, in silenzio. La sua bellezza composta, il suo portamento da modella, mi intimidivano, non riuscivo ad attaccare discorso. Una volta dentro nell’appartamento feci la solita stupida domanda, per rompere il ghiaccio: “E tu di dove sei?” ”Di Olinda, un villaggio vicino alla città, lo conosci?”. Anche la sua voce era elegante, flautata. Era così perfetta che quasi mi dispiaceva sbatterglielo nel culo. L’appartamento mi sembrò molto grande, ma doveva essere completamente spoglio, le nostre parole per quanto pronunciate a bassa voce rimbombarono nel corridoio. Xana mi guidò in una camera da letto, con le serrande basse. Accese un lume su un tavolino, comparvero un letto, due comodini, altro tavolino con sedie, due tappeti, pareti imbiancate da poco, tutto molto essenziale e in qualche misura squallido. Con quel popò di ragazze avrebbero potuto anche comprare un qualche arredo, un quadro, che so.
Mi lamentai con Xana, che intanto si era seduta sul letto, accavallando le lunghe gambe. Lei si giustificò, disse che potevamo cambiare se non gradivo, che quello in effetti era un appartamento in allestimento da poco. Risposi seccamente che mi interessava solo il suo corpo, che dell’appartamento non m’importava un fico nulla. Non so come mi venne, tutto d’un tratto qualcosa scattò dentro di me e decise di calare il sipario sulla recita del gentiluomo. Eravamo lì per fottere e l’avrei fottuta a sangue, non mi importava dell’appartamento, non mi importava del suo portamento, del suo tailleur, delle sue scarpe. Da quel momento in poi per me sarebbe stata solo un culo, tornito e sodo, anzi: un buco di culo. Xana rimase sorpresa da quell’improvvisa accelerazione, ma non si scompose più di tanto. Sussurrò soltanto: “Ok…” si alzò lentamente e cominciò a spogliarsi.
Mi spogliai anche io, levai scarpe e pantaloni voltandole le spalle, spiando di tanto in tanto le sue reazioni. Forse avevo esagerato, ma che mi aveva preso? Forse l’avevo offesa, forse …. All’improvviso la sentii muovere qualche passo alle mie spalle, non feci in tempo a voltarmi che mi arrivò un sonoro schiaffo sul culo, a piene mani: “Hai proprio un bel culo, lo sai?”. – “Sss… sssìì” balbettai, mi girai imbarazzato e la vidi, indosso uno slip scosciatissimo e le scarpe a tacco alto, bellissima, slanciata, sguardo severo, di sfida, incrinato da un sorrisetto a mezza bocca che tradiva la finzione, il gioco di ruoli. Mi incartai nello sbottonare la camicia. Xana guardandomi fisso negli occhi lo fece per me. L’avevo sfidata ed ora non era all’altezza, questa era le verità.
La sua bellezza, la sua compostezza altera, mi dominavano psicologicamente, ecco perché prima ero scattato, avevo tentato di liberarmi da quel complesso di inferiorità, volevo essere io a dominarla. Restai in mutande, Xana cominciò ad accarezzare le mie zone più vulnerabili, poi afferrò il bordo dello slip con un dito mi trasportò nei pressi del letto, sempre in silenzio, sempre altera, con la sua sterminata schiena ben eretta. Sedette in punta al letto e con un solo gesto abbassò i miei slip fino alle ginocchia. Il mio cazzo fece la sua comparsa, pronto a tutto, a immergersi in una bocca calda e capiente, ma quello che seguì non fu un pompino, fu una tortura, perpetrata dalla sua lingua ai danni della mia cappella scoperta: colpi di punta, tocchi di piatto, movimenti roteanti, sul frenulo, sul prepuzio, sull’orifizio uretrale, tutto il campionario della troia indispettita e dispettosa. Dopo cinque minuti e oltre di quello strazio, mi spazientii, mi liberai dello slip, scattai in avanti e la bloccai sul letto, salendole sul seno a cavalcioni.
Il mio cazzo a pochi centimetri dalla sua bocca gridava vendetta, ma l’ingresso risultava sbarrato dalla dispettosa proprietaria. E qui ebbi un colpo di genio: con due dita serrai il nasino di Xana, costringendola a respirare con la bocca, e alla prima boccata d’aria glielo piantai dentro d’un colpo, come il cucchiaio che imbocca le bimbe che non vogliono saperne della pappa. L’eccessivo impeto dell’imboccata rischiò di soffocarla, Xana lacrimò, ma non si scompose, anzi si organizzò alla svelta per accogliere le cucchiaiate successive. Le liberai il naso ma continuai a fotterla in bocca, spostando tutto il corpo in avanti, gli occhi sbarrati sulla parete di fronte, spoglia e imbiancata da poco. Xana ingollò tutto, cucchiaiata dopo cucchiaiata, restando in silenzio, senza un accenno di ribellione, dimostrandosi una fanciulla orgogliosamente professionale.
Mi resi conto di quanto fosse ben ferrata sul fronte orale quando vidi sparire tra le sue fauci l’intera erezione, cosa che avrebbe dovuto provocarle un qualche accenno di rigurgito o un qualche lacrimuccia. E invece niente. Mi fermai, mi sfilai dal suo esofago arroventato e scesi dal letto, volevo dedicarmi all’esame degli altri orifizi. Lei, ripulendosi la bocca come un muratore che ha appena buttato giù un bicchiere di vino. si sollevò sui gomiti e attese le mie mosse. Le sfilai lo slip, lasciandola con le scarpe. Mi aspettavo una fica ben curata, di quelle con il pelo raso e ben disegnato, mi trovai a tu per tu con un pelo arruffato e piuttosto lungo, contraltare di un buco di culo perfettamente glabro. Optai per l’ispezione di quest’ultimo. Forse presagendo le mie intenzioni Xana si voltò e facendo leva sui gomiti si mise a culo per aria, restituendomi la sublime visione di due natiche bianchissime e levigate.
Generalmente prediligo il culo a natica ampia, piena, meglio se disegna il profilo svasato di un’anfora. Ma il culo di Xana, due natiche quasi diritte benché piene e rotonde, mi sembrò ugualmente molto desiderabile. Si lasciava cingere con facilità dalle mie mani, che quasi i pollici potevano toccarsi, profumava di buono, qualcosa tra la vaniglia e la cannella. Lo divaricai leggermente e mi soffermai ad osservare la conformazione del minuscolo sfintere, ne constatai la rigidezza con una lieve pressione, cominciai a chiedermi come avrai fatto ad averne ragione e se c’era spazio a sufficienza per il mio cazzo già imbardato per le migliori occasioni. Una bella slinguazzata avrebbe aiutato di sicuro. Tenendo il solco anale ben aperto, tuffai la faccia in avanti e attaccai a massaggiarne il centro con la lingua piatta, concedendo qualche rapida incursione più in basso, alla zona perinea e alla fica, che pian pianino era pure sbocciata fuori dalla folta pelliccia naturale che la ricopriva.
La gentile crespatura dell’ano cominciò a reagire alla saliva e poco dopo cedette definitivamente il passo alla lingua a trivella e al pollice a martello. Per tutta la durata del massaggio linguale Xana fu tutta un: “OOOOhhh… OOOhhh…OOOOhhh…”, troppo enfatica per essere vera. Soddisfatto del mio lavoro preparatorio, mollai la presa. Xana si sedette in punta al letto e mi offrì nuovamente la sua abilità pompatoria. Anziché rifiutare, accolsi l’invito, inconsapevole che potesse essere una subdola trappola. In due minuti il lavoro sapiente di Xana mi portò sull’orlo del baratro, cercai di sottrarmi, ma fui più debole. Afferrai la testa di Xana con l’intenzione di allontanarla da me, e invece mi ritrovai a tenerla premuta verso di me, per incollare la sua bocca alla base dell’asta: sparai tutto dentro, giù per l’esofago. Xana stavolta mugolò, tossì, rigurgitò, ma non osò sfilarsi.
Coglione, coglione! Quanto ero stato coglione! Mi fiondai per il corridoio, alla ricerca di un bagno. Quanto tempo avevo? Cazzo, non avevo guardato l’orologio. Ora lo sfintere si sarebbe di nuovo irrigidito, tutto il lavoro preparatorio sarebbe andato sprecato. Vuoi vedere che questa mi frega? Xana mi seguì, si accomodò sul bidet mentre io al lavabo speravo nell’azione tonificante dell’acqua fredda. I suoi sguardi erano furtivi quanto eloquenti: era contenta di averla fatta franca. E a pensarci bene, forse non sarei mai riuscito a penetrare quel suo culetto, troppo “apertadinho”.
“Torniamo di là o vuoi continuare qui, in bagno?” Continuare? In bagno? Ma di cosa cazzo sparlava questa troietta? E ancora: “Non vorrai già andartene?”. Restai basito per qualche secondo, poi mi ripresi: “Ma qui è scomodo … e poi ho bisogno di cinque minuti, mi hai svuotato!” E lei: “Non avevi detto che volevi fottermi e basta?” Xana consumò la sua vendetta, fredda. Non avrei saputo che cosa replicare, ma Xana non me ne diede neanche il tempo. Si alzò dal bidet, diede un asciugata alla fica e al culo, e venne alle mie spalle, mentre, fiducioso nelle qualità rinfrescanti dell’acqua fredda, ero rimasto piantato con il cazzo nel lavabo.
Già il solo contatto con la sua sagoma longilinea, con i suoi seni appena accennati ma puntuti, con il pelo della fica a strusciarsi tra le mie chiappe, aveva sortito un immediato recupero, ma Xana si spinse oltre e fece un capolavoro. Schiacciò con decisione sul dispenser del sapone liquido, insaponò il mio glande e iniziò a masturbarlo, con due dita aperte a forbice. Ritrovai turgore in una batter d’occhio. “Andiamo di là, qui è scomodo … ”, disse Xana facendomi il verso. Afferrò il suo capolavoro di restauro e mi riportò al traino in camera da letto. La seguii, incantato.
Mi guidò verso il tavolino senza lume, vicino alla finestra. Non so da dove era intanto spuntato un preservativo. Mi lasciai incappucciare. Poi Xana, facendo perno sul tavolino, si piegò leggermente in avanti, porgendomi le natiche: “Leccami come hai fatto prima…” Non me lo feci ripetere, mi inginocchiai ed eseguii, tanto più che più leccavo le sue intimità, più ritrovavo vigore e libido. Dopo pochi secondi lo sfintere mi sembrò elastico e cedevole, pronto ad accogliere qualunque dimensione. Mi sollevai, puntai l’attrezzo, facendoci leva sugli alluci, diedi un colpo di reni impetuoso: il mio cazzo scomparve, risucchiato tutto dentro.
Avevo dosato male le forze. Xana emise un altro dei suoi prolungati: “OOOOhhhhhhh….” e si sfilò, spostandosi in avanti con tutto il tavolino. “Scusa … forse è meglio spostarsi sul letto“ provai a giustificarmi, ma Xana non disse nulla. Ripristinò la sua posizione semi piegata sul tavolino e attese: voleva essere posseduta lì, su quel cazzo di tavolino. La situazione era alquanto difficile, il tavolino zoppicava, Xana era troppo alta e io stentavo a ritrovare la mira. Xana comprese le mie difficoltà e mi anticipò, appiattendo tutto il ventre sul tavolino, che cigolò pericolosamente. Il suo culo mi venne incontro in tutto il suo candido splendore.
Fissai un piede ad un angolo del tavolino, mettendone a rischio la stabilità. Mi ritrovai con l’attrezzo perfettamente allineato al centro delle chiappe. Alla cieca cercai l’uscio, trovandolo quasi subito, già bell’e spalancato. Mi ancorai alle spalle da mannequin di Xana, cominciai un movimento ondulatorio leggero che mi consentiva di rimanere in equilibrio e di spingere con regolarità e precisione dentro a quel culo. Anche se non avevo molto esperienza in fatto di perforazione posteriore, sapevo che per niente al mondo andava abbandonato il presidio di un deretano testé violato. L’orgasmo giunse come sempre troppo presto, ma fu un’apoteosi.
scritto il
2026-05-30
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