La traduzione di Properzio
di
fexalox
genere
incesti
La sera seguente, il palazzo rinascimentale sembrava trattenere il respiro. Fuori, l’Arno scorreva pigro sotto un cielo color indaco, mentre dentro le antiche mura la luce calda di due abat-jour in ottone illuminava la grande biblioteca. Elena aveva preparato una cena semplice ma raffinata: risotto al tartufo, vino Nobile di Montepulciano e una conversazione che, fin dall’antipasto, aveva danzato sul filo del doppio senso.
Matteo era seduto di fronte a lei, la camicia bianca sbottonata sul collo, lo sguardo che non riusciva a staccarsi dalla zia. Elena indossava un abito di lana leggera color borgogna, aderente quanto bastava a sottolineare la pienezza matura dei seni e la curva generosa dei fianchi. I capelli erano raccolti nello chignon consueto, ma alcune ciocche ribelli le sfioravano il collo come inviti silenziosi. Portava gli occhiali dalla montatura d’oro e un paio di autoreggenti nere velate che, ogni volta che accavallava le gambe, producevano un fruscio sottile e perverso.
«Properzio, libro II, elegia 15» disse lei alla fine della cena, passandosi lentamente la lingua sul labbro inferiore. «“O me felicem! o nox mihi candida!” Ricordi la traduzione, caro nipote?»
Matteo deglutì. Sentiva già il cazzo indurirsi sotto i pantaloni.
«“O me felice! O notte candida per me!”» rispose, la voce leggermente roca.
Elena sorrise, quel sorriso colto e pericoloso che solo lui conosceva ormai.
«Bene. Stanotte tradurremo insieme. E tu reciterai mentre mi scopi. Voglio sentire i versi latini mentre mi riempi.»
Si alzò e gli porse la mano. Matteo la seguì come ipnotizzato fino alla grande scrivania di noce. I libri erano già aperti: il volume di Properzio al centro, illuminato dalla lampada da tavolo. Elena si chinò leggermente in avanti, fingendo di sistemare una pagina, offrendogli la visione del suo sedere fasciato dal vestito.
«Cominciamo» mormorò.
Matteo si avvicinò da dietro. Le mani gli tremavano appena mentre le sollevava l’abito fino alla vita. Sotto, come aveva sperato, Elena non indossava mutandine: solo le autoreggenti nere e il sesso già lucido di umori. Le accarezzò le natiche piene, le aprì con i pollici e si chinò a baciarle la fessura calda.
«“Cras erat, et venere…”» iniziò lui, la voce bassa contro la pelle della zia.
Elena gemette piano quando la lingua di Matteo la penetrò, leccandola con devozione quasi accademica.
«Continua…» ansimò.
«“…et Venus et… ah, cazzo…”» Matteo perse il filo quando lei spinse indietro il bacino, strofinandogli la figa bagnata contro la bocca.
Elena rise, una risata roca e sensuale. «“Et Venus et…?”»
«“…et inceptos… risus… dissolvit…”» riuscì a proseguire lui, mentre affondava due dita dentro di lei, sentendo le pareti calde e contratte.
Elena si inarcò, afferrando il bordo della scrivania. «Più forte, tesoro. Traduci mentre mi lecchi come si deve.»
Matteo obbedì. La lingua sul clitoride, le dita che entravano e uscivano con ritmo sempre più deciso, mentre recitava i versi di Properzio con voce sempre più spezzata. Elena gemeva, i seni premuti contro il legno antico, gli occhiali leggermente appannati.
Quando non resistette più, si voltò di scatto. Lo spinse sulla poltrona Chesterfield, gli abbassò i pantaloni e liberò il cazzo duro e pulsante. Lo guardò con fame.
«Ora tocca a me tradurre mentre ti cavalco.»
Si sollevò l’abito, si mise a cavalcioni e scese lentamente su di lui, prendendolo tutto dentro di sé in un’unica, lunghissima discesa. Entrambi gemettero forte.
«“O nox mihi candida!”» ansimò Elena mentre cominciava a muoversi, roteando i fianchi con sapienza. «Senti quanto è stretta la figa di tua zia, Matteo?»
«Zia… cazzo, sei perfetta…»
Lei accelerò, i seni che ballavano sotto il vestito, le mani aggrappate alle sue spalle. Ogni volta che scendeva fino in fondo, il rumore umido della loro unione si mescolava ai versi latini che continuavano a recitare, sempre più confusi e sporchi.
«“Tu mihi sola places…”» gemette Matteo, afferrandole le natiche e spingendo dal basso con forza.
«Bravissimo… sì, così! Scopami mentre mi citi Properzio, amore mio!»
Elena si chinò a baciarlo, un bacio bagnato e feroce, mordendogli il labbro. Poi si alzò, si girò e si chinò sulla scrivania, offrendogli il culo alto e sodo. Matteo non esitò: la penetrò da dietro con una spinta profonda, afferrandole i capelli e tirandole indietro la testa mentre ricominciava a recitare, la voce rotta dal piacere.
«“Nec mihi… conservat… amores…”»
«Più forte! Scopami come la troia colta che sono!» urlò Elena, ormai persa.
Matteo aumentò il ritmo, sbattendole dentro con colpi potenti, il suono della carne contro carne che riempiva la biblioteca. Una mano scese a stuzzicarle il clitoride mentre l’altra le stringeva un seno, pizzicandole il capezzolo turgido.
L’orgasmo arrivò violento. Elena si contrasse intorno a lui in spasmi lunghissimi, urlando versi mescolati a parolacce oscene, il corpo che tremava sulla scrivania. Matteo la seguì pochi secondi dopo, ringhiando mentre esplodeva dentro di lei, riempiendola di getti caldi e abbondanti.
Rimasero così per lunghi istanti, uniti, ansimanti. Il seme di Matteo cominciò a colarle lungo le cosce, macchiando le autoreggenti nere.
Elena si voltò lentamente, ancora con lui dentro, e lo baciò con una tenerezza infinita, accarezzandogli il viso.
«Sei stato bravissimo, tesoro mio» sussurrò contro le sue labbra. «Properzio non è mai stato tradotto così bene.»
Matteo sorrise, esausto e felice, stringendola a sé.
«Zia Elena… non voglio più smettere.»
Lei gli mordicchiò il lobo dell’orecchio, la voce bassa e promettente:
«Bene. Perché domani sera tradurremo Ovidio. E stavolta voglio che mi prendi sul balcone, mentre sotto passano le barche sull’Arno. E tu mi reciterai le Metamorfosi mentre mi vieni dentro per la seconda volta.»
Chiuse il libro di Properzio con un gesto secco. Sul suo viso tornò la maschera dell’intellettuale rispettabile.
Ma nei suoi occhi brillava ancora, più famelica che mai, la zia che solo il nipote poteva soddisfare fino in fondo.
Matteo era seduto di fronte a lei, la camicia bianca sbottonata sul collo, lo sguardo che non riusciva a staccarsi dalla zia. Elena indossava un abito di lana leggera color borgogna, aderente quanto bastava a sottolineare la pienezza matura dei seni e la curva generosa dei fianchi. I capelli erano raccolti nello chignon consueto, ma alcune ciocche ribelli le sfioravano il collo come inviti silenziosi. Portava gli occhiali dalla montatura d’oro e un paio di autoreggenti nere velate che, ogni volta che accavallava le gambe, producevano un fruscio sottile e perverso.
«Properzio, libro II, elegia 15» disse lei alla fine della cena, passandosi lentamente la lingua sul labbro inferiore. «“O me felicem! o nox mihi candida!” Ricordi la traduzione, caro nipote?»
Matteo deglutì. Sentiva già il cazzo indurirsi sotto i pantaloni.
«“O me felice! O notte candida per me!”» rispose, la voce leggermente roca.
Elena sorrise, quel sorriso colto e pericoloso che solo lui conosceva ormai.
«Bene. Stanotte tradurremo insieme. E tu reciterai mentre mi scopi. Voglio sentire i versi latini mentre mi riempi.»
Si alzò e gli porse la mano. Matteo la seguì come ipnotizzato fino alla grande scrivania di noce. I libri erano già aperti: il volume di Properzio al centro, illuminato dalla lampada da tavolo. Elena si chinò leggermente in avanti, fingendo di sistemare una pagina, offrendogli la visione del suo sedere fasciato dal vestito.
«Cominciamo» mormorò.
Matteo si avvicinò da dietro. Le mani gli tremavano appena mentre le sollevava l’abito fino alla vita. Sotto, come aveva sperato, Elena non indossava mutandine: solo le autoreggenti nere e il sesso già lucido di umori. Le accarezzò le natiche piene, le aprì con i pollici e si chinò a baciarle la fessura calda.
«“Cras erat, et venere…”» iniziò lui, la voce bassa contro la pelle della zia.
Elena gemette piano quando la lingua di Matteo la penetrò, leccandola con devozione quasi accademica.
«Continua…» ansimò.
«“…et Venus et… ah, cazzo…”» Matteo perse il filo quando lei spinse indietro il bacino, strofinandogli la figa bagnata contro la bocca.
Elena rise, una risata roca e sensuale. «“Et Venus et…?”»
«“…et inceptos… risus… dissolvit…”» riuscì a proseguire lui, mentre affondava due dita dentro di lei, sentendo le pareti calde e contratte.
Elena si inarcò, afferrando il bordo della scrivania. «Più forte, tesoro. Traduci mentre mi lecchi come si deve.»
Matteo obbedì. La lingua sul clitoride, le dita che entravano e uscivano con ritmo sempre più deciso, mentre recitava i versi di Properzio con voce sempre più spezzata. Elena gemeva, i seni premuti contro il legno antico, gli occhiali leggermente appannati.
Quando non resistette più, si voltò di scatto. Lo spinse sulla poltrona Chesterfield, gli abbassò i pantaloni e liberò il cazzo duro e pulsante. Lo guardò con fame.
«Ora tocca a me tradurre mentre ti cavalco.»
Si sollevò l’abito, si mise a cavalcioni e scese lentamente su di lui, prendendolo tutto dentro di sé in un’unica, lunghissima discesa. Entrambi gemettero forte.
«“O nox mihi candida!”» ansimò Elena mentre cominciava a muoversi, roteando i fianchi con sapienza. «Senti quanto è stretta la figa di tua zia, Matteo?»
«Zia… cazzo, sei perfetta…»
Lei accelerò, i seni che ballavano sotto il vestito, le mani aggrappate alle sue spalle. Ogni volta che scendeva fino in fondo, il rumore umido della loro unione si mescolava ai versi latini che continuavano a recitare, sempre più confusi e sporchi.
«“Tu mihi sola places…”» gemette Matteo, afferrandole le natiche e spingendo dal basso con forza.
«Bravissimo… sì, così! Scopami mentre mi citi Properzio, amore mio!»
Elena si chinò a baciarlo, un bacio bagnato e feroce, mordendogli il labbro. Poi si alzò, si girò e si chinò sulla scrivania, offrendogli il culo alto e sodo. Matteo non esitò: la penetrò da dietro con una spinta profonda, afferrandole i capelli e tirandole indietro la testa mentre ricominciava a recitare, la voce rotta dal piacere.
«“Nec mihi… conservat… amores…”»
«Più forte! Scopami come la troia colta che sono!» urlò Elena, ormai persa.
Matteo aumentò il ritmo, sbattendole dentro con colpi potenti, il suono della carne contro carne che riempiva la biblioteca. Una mano scese a stuzzicarle il clitoride mentre l’altra le stringeva un seno, pizzicandole il capezzolo turgido.
L’orgasmo arrivò violento. Elena si contrasse intorno a lui in spasmi lunghissimi, urlando versi mescolati a parolacce oscene, il corpo che tremava sulla scrivania. Matteo la seguì pochi secondi dopo, ringhiando mentre esplodeva dentro di lei, riempiendola di getti caldi e abbondanti.
Rimasero così per lunghi istanti, uniti, ansimanti. Il seme di Matteo cominciò a colarle lungo le cosce, macchiando le autoreggenti nere.
Elena si voltò lentamente, ancora con lui dentro, e lo baciò con una tenerezza infinita, accarezzandogli il viso.
«Sei stato bravissimo, tesoro mio» sussurrò contro le sue labbra. «Properzio non è mai stato tradotto così bene.»
Matteo sorrise, esausto e felice, stringendola a sé.
«Zia Elena… non voglio più smettere.»
Lei gli mordicchiò il lobo dell’orecchio, la voce bassa e promettente:
«Bene. Perché domani sera tradurremo Ovidio. E stavolta voglio che mi prendi sul balcone, mentre sotto passano le barche sull’Arno. E tu mi reciterai le Metamorfosi mentre mi vieni dentro per la seconda volta.»
Chiuse il libro di Properzio con un gesto secco. Sul suo viso tornò la maschera dell’intellettuale rispettabile.
Ma nei suoi occhi brillava ancora, più famelica che mai, la zia che solo il nipote poteva soddisfare fino in fondo.
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