Gioco doppio (parte 6)

Scritto da , il 2022-04-22, genere sadomaso

I coniugi sapevano ciò che facevano e conoscevano l’impatto di una situazione così forte, buttata addosso alla ragazza immobilizzata, come se fosse investita da un treno che, però, la lasciava viva seppur continuamente investita, senza sosta.
I colpi e gli insulti avevano lo scopo di abbattere le sue difese e farle capire la sua nuova situazione prima che avesse tempo e modo di riprendersi mentalmente, fiaccondole il corpo per fiaccare la mente.
Anna smise di frustarla quando il pianto divenne ininterrotto, tale da trasmettere la frustrazione e l’impotenza, un pianto nervoso più che di dolore.
“Stai ferma, piuttana”.
Anna si risiedette e le rimise nuovamente il piede in bocca, quale prova della sua superiorità e della sottomissione della ragazza.
Le diedero modo di riprendersi ma sempre con quel piede in bocca, in modo che le fosse chiara la situazione.
Luisa, lentamente, divenne passiva ed il pianto si placò.
Non accennò a sottrarsi da quel piede che, anzi, accettò, avendo capito che l’ubbidienza l’avrebbe portata all’assenza del dolore.
Questa resa ebbe però il risultato di eccitare i coniugi, le cui reciproche carezze aumentarono di intensità e qualità.
Il cazzo di Franco era durissimo. Anna si alzò e salì coi piedi sopra il corpo dolorante di Luisa la quale manifestò sofferenza ma non reazione, subendo passivamente, fiaccata dal dolore e dagli insulti.
Franco sopò la moglie che usava quale tappeto la bella ragazza rapita, fino a goderle dentro.
Anna si abbassò sul viso di Luisa per farsi pulire.
Trovando resistenza, prese a torcerle i capezzoli fino a farla urlare e contorcersi.
“Ubbidisci, stupida vacca”.
Timidamente Luisa iniziò il suo umiliante lavoro che, ancora, eccitò Anna la quale pretese che continuasse fino a farla godere.
I due coniugi lasciarono la ragazza stesa a terra, ancora incatenata, mentre preparavano la cena che consumarono ignorandola.
Luisa accennò a qualche domanda ma ricevette solo silenzio.
Volevano che l'assenza di informazioni e di certezze (siano esse positive o negative) la fiaccassero ulteriormente.
Non era la prima volta che rapivano ragazze.
Quello era il loro business. Rapire giovani, per poi venderle a uomini o donne facoltosi che volevano possedere schiave.
Marco era un loro cliente. Aveva già acquistato da loro una schiava che aveva tenuto per circa due anni e poi, stufo, aveva a sua volta rivenduto ad un suo amico.
Franco ed Anna lavoravano su commissione, avendo una cerchia ristretta di clienti, sempre soddisfatti del loro lavoro.
Consegnavano non solo belle ragazze, ma il più delle volte già domate.
Mentre Luisa, ancora stesa a terra e tramortita dagli eventi, non sentiva, attraverso un telefono non riconducibile a loro, chiamarono Marco, su una linea protetta.
“Abbiamo il regalo. Il tempo di prepararlo ed impacchettarlo".
“Va bene, ci vediamo al posto concordato”.
Gettarono il telefono in mare. Anche Marco distrusse il suo.
La sicurezza e le precauzione erano ciò che li avevano resi imprendibili in tutti gli anni di lavoro.
Ormai da circa 10 facevano quell’attività, mascherata con una attività professionale e rispettabile, avendo un (finto) studio di commercialisti.
Tutto nacque quando assunsero una bella e giovane domestica. Appresero che era senza famiglia e, lentamente, cominciarono a farla sempre più destinataria di vessazioni, fino a che non scoprirono che era anche clandestina.
Una sera, ubriachi ed eccitati dai maltrattamenti psicologici ai quali si divertivano a sottoporla, abusarono di lei, anche procurandole molto dolore.
Nei giorni successivi le dissero che l’avrebbero denunciata se avesse parlato e rivelato quanto accaduto. Non si fecero scrupoli a divertirsi ancora con lei, ignorando tutte le sue proteste che, anzi, avevano il potere di evidenziare il loro stato di superiorità.
La usarono anche con un loro amico il quale chiese se gliela vendessero.
Inizialmente risero ma, quando si accorsero che non scherzava, decisero di contrattare il prezzo.
Così rinchiusero la ragazza facendola prigioniera.
Fu la loro prima esperienza di riduzione in schiavitù. Non sapevano ancora come fare e andavano un po’ a tentoni.
Alla fine vendettero la ragazza ricavando una gran quantità di soldi.
Ripeterono l’esperimento, attingendo al mercato delle clandestine.
Il loro amico sparse la voce e ricevettero altre richieste.
Arrivarono al punto di trovare schiave su commissione. Mentre agli inizi schiavizzavano una ragazza e la vendevano, poi cominciarono a cercarle con le caratteristiche volute dai clienti, ovviamente aumentando il prezzo.
Attingendo ancora dal mercato clandestino, trovarono nere, orientali, bionde, more ecc.
Impararono a capire le reazioni delle rapite e si specializzarono nella schiavizzazione. Riuscivano così a vendere merce già sottomessa a dovere.
Qualche anno dopo qualcuno chiese loro delle occidentali, istruite e di buona classe, meglio se appartenenti ad una buona famiglia. Avevano ben altro appeal, con la loro eleganza e sicurezza, con la loro cultura che le rendeva speciali rispetto ad un corpo che, seppur bello, non aveva classe ed eleganza.
Così cominciarono a rapire tedesche, svedesi, italiane, francesi.
Luisa fu per loro un colpo di fortuna. Non la dovettero nemmeno cercare in quanto era di fatto stata lei a trovare loro, che avevano solo dovuto raccogliere il frutto. Oltre a tutto rispondeva ai requisiti richiesti da Marco: occidentale, mora, capelli lunghi, istruita.
Mai, nella loro carriera da delinquenti, erano stati così fortunati.
Durante la schiavizzazione, non disdegnavano certo i divertimenti, così, prima di venderle, usavano la merce per soddisfare i loro desideri sessuali.
Così non sarebbe stato per il prossimo “ordine”.
Un ricco africano aveva commissionato una ragazza bianca, bionda, vergine.
Intanto si sarebbero concentrati su Luisa.
Il prezzo concordato con Marco era molto alto, anche considerando che lui la pretendeva laureata, circostanza che avevano avuto modo di appurare per Luisa, laureatasi in lettere all’università di Firenze.

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