Storia di Elena e del marito cornuto
di
Qulottone
genere
corna
Evento realmente accaduto, raccontatomi da un mio lettore. Buona lettura
Il 1999 non era ancora finito, ma la tensione in quella macchina era già oltre il limite di sopportazione. Mentre Elena scendeva dall’auto con un gesto secco, lasciando che la minigonna si sollevasse senza curarsene, lui rimase immobile al volante, con il sudore che gli imperlava la fronte.
Il giorno del loro matrimonio, Elena sembrava un’altra persona. Avvolta in un abito bianco accollato, i capelli neri raccolti e lo sguardo basso, incarnava la ragazza timida conosciuta a quella festa. Lui aveva faticato mesi per "rompere il ghiaccio", attratto da quel mistero che l'abbigliamento castigato celava. Sotto quegli strati di stoffa, aveva scoperto un corpo tonificato da anni di danza, una bellezza che sentiva il bisogno quasi ossessivo di esporre al mondo, come per rivendicare un trofeo.
"Ti piace? È il tuo regalo", gli aveva sussurrato Elena poco prima di cena. Mentre saliva in auto, il movimento della gamba aveva rivelato un minuscolo perizzoma trasparente, scelto proprio per assecondare quei regali che per mesi erano rimasti chiusi nell'armadio. Lui aveva sentito un'erezione improvvisa, un misto di orgoglio e brama. In quel momento, al ristorante, si sentiva il re della serata, fiero degli sguardi dei pochi clienti che seguivano ogni curva di sua moglie, mentre lei, con una naturalezza quasi sfacciata, sembrava finalmente aver accettato quel nuovo ruolo sexy.
Ma poi era apparso Roberto. Il suo capo, con quella pancia prominente e l'aria di chi la sa lunga, aveva infranto l'incantesimo con una sola frase: "Mi avevi parlato di lei come di una ragazza castigata e poco sexy".
In quell'istante, il gioco di seduzione si era trasformato in un'umiliazione. Elena, seduta sullo sgabello del bar mentre Roberto la divorava con gli occhi ignorando il marito, gli aveva sussurrato: "Questa me la paghi".
Ora, guardandola sparire nel viale di casa dopo avergli urlato che era uno "stronzo", lui capì che spingere Elena a cambiare guardaroba era stato facile, ma gestire la verità che aveva raccontato ai colleghi sarebbe stato impossibile. La serata dell'orgoglio si era trasformata nella notte della sua sconfitta.
L'aria della terrazza era diventata densa, elettrica, satura dell'odore di salmastro e del profumo dolciastro del vino rosso che colava nei calici. Roberto non era più il capo ufficio autoritario; era un predatore che aveva fiutato la preda e io, paralizzato tra l'eccitazione e l'incredulità, ero diventato lo spettatore passivo della mia stessa rovina.
Mentre camminavo verso l'auto, il cuore mi batteva contro le costole come un tamburo impazzito. Il ricordo di Elena sotto la doccia, di quei momenti di piacere solitario che le avevo spiato di nascosto, si fondeva con l'immagine di Roberto che le strappava il perizzoma con un gesto brutale e padronale. Era quello che volevo? Era questo il "lato represso" che avevo tanto insistito per liberare?
Arrivai davanti al cancello e i fari dell'auto tagliarono il buio, illuminandoli come attori su un palcoscenico perverso.
Roberto la teneva per i capelli, la testa di lei piegata all'indietro, esposta. Il vestito bianco, quel velo impalpabile che avevo ammirato poche ore prima, era ormai un cencio inutile: un lembo era scivolato completamente giù, lasciando un seno libero, bianco sotto la luce artificiale, il capezzolo turgido per il freddo o per qualcosa di più oscuro. Elena non lottava. Le sue gambe, modellate da anni di danza, sembravano aver perso forza, o forse stavano cedendo a una volontà superiore.
"Muoviti, coglione! Apri dietro!" sbraitò Roberto, la voce resa roca dal vino e dal desiderio.
Scesi dall'auto con le gambe di piombo. Non ci fu nessuna spiegazione, nessun accenno di scusa. Roberto la spinse letteralmente sul sedile posteriore e si infilò accanto a lei, occupando tutto lo spazio con la sua mole massiccia. Elena rimase rannicchiata contro la portiera, il respiro corto, gli occhi lucidi che cercavano i miei nello specchietto retrovisore. Non erano occhi di terrore, ma di una sfida disperata. “È colpa tua che sei un maiale pervertito”, mi aveva detto in auto. Ora quelle parole risuonavano come una sentenza.
Misi in moto. Il tragitto verso casa fu un incubo di suoni soffocati. Dal sedile posteriore arrivavano i sospiri pesanti di Roberto e il fruscio del tessuto sintetico del vestito di Elena che veniva manipolato.
"Guarda la tua mogliettina," mormorò Roberto, la mano che si muoveva frenetica nell'ombra. "Guarda come le piace essere toccata da un uomo vero."
Guardai nello specchietto. Vidi la mano di Roberto stringersi attorno al seno scoperto di Elena, mentre lei chiudeva gli occhi, abbandonando la testa sul sedile. La tensione nell'abitacolo era così alta che sembrava stesse per esplodere. Ero un marito o un complice?
Quando arrivammo davanti al nostro condominio, nel silenzio della notte, Roberto si sporse in avanti, il viso a pochi centimetri dal mio orecchio. "Parcheggia nel garage sotterraneo. Non abbiamo ancora finito, vero Elena?"
Elena aprì gli occhi, fissando lo specchietto. Un sorriso amaro le piegò le labbra. "Mio marito ama guardare," sussurrò con una voce che non le apparteneva. "Non è vero, caro?"
Il cancello del garage iniziò a sollevarsi lentamente, rivelando l'oscurità sottostante.
Il ronzio del cancello elettrico che si chiudeva alle mie spalle sancì l'inizio della mia condanna e del mio piacere più torbido. Nel garage sotterraneo, immersi in una luce al neon intermittente e fredda, l'umiliazione divenne tangibile, densa come l'odore di gasolio e cemento.
"Scendi," ordinò Roberto, scendendo dall'auto e trascinando Elena per un braccio. Lei barcollò sui tacchi alti, il vestito bianco ormai ridotto a un groviglio di stoffa che le copriva a stento il bacino.
Roberto mi guardò con un ghigno di puro disprezzo. "Tu, resta lì. Contro il muro. Mani dietro la schiena. Se ti muovi o provi a fare l'eroe, domani in ufficio non troverai nemmeno la tua scrivania."
Ubbidii. Ero l'ombra di un uomo, un "coglione" — come mi aveva chiamato lui — ridotto a guardare mentre il mio superiore prendeva possesso di mia moglie. Ma la parte più eccitante e dolorosa fu lo sguardo di Elena. Non cercava aiuto. Mi fissava con un'intensità feroce, quasi a voler punire la mia perversione facendomi assistere alla sua resa totale.
"Ti piace guardare, vero?" sibilò lei, rivolta a me, mentre Roberto la spingeva contro il cofano ancora caldo della macchina. "Volevi che fossi sexy? Volevi che tutti mi desiderassero? Ecco il tuo regalo."
Roberto non perse tempo. Senza alcuna galanteria, le sollevò le gambe, mettendola in mostra in tutta la sua nudità violata dal gesto precedente sul terrazzo. Elena, la mia timida ballerina, inarcò la schiena sotto i colpi di quell'uomo massiccio, emettendo gemiti che non avevo mai sentito in sei mesi di matrimonio. Erano suoni di piacere puro, sfrontato, liberato dal rancore verso di me.
"Guarda come gode tua moglie con un vero uomo!" gridava Roberto tra un respiro affannato e l'altro, mentre la colpiva con forza.
L'umiliazione era totale: ero lì, a due metri da loro, ignorato come un mobile vecchio, mentre Elena stringeva le spalle di Roberto, graffiandogli la schiena. A un certo punto, lei aprì gli occhi, mi puntò il dito contro e rise tra i sussulti. "Grazie del regalo, marito mio. Roberto è molto più... dotato di quanto tu possa mai sperare di essere."
L'atto si consumò con una violenza primordiale sul cofano della nostra auto. Quando Roberto ebbe finito, si ricompose con calma, lasciando Elena sfinita e seminuda sulla lamiera. Mi si avvicinò, mi diede una pacca sulla guancia che sapeva di schiaffo e sussurrò: "Ottimo lavoro con l'appartamento, vicino. Ci vedremo spesso. Elena ha bisogno di essere... seguita bene."
Roberto uscì dal garage fischiettando, lasciandomi nel silenzio. Elena si alzò lentamente, si sistemò quel che restava del vestito e mi passò accanto senza guardarmi. "Portami su," disse fredda. "E non dimenticare di ringraziarlo domani. Mi ha fatto sentire una donna, non un tuo manichino."
Mentre salivamo in ascensore, il riflesso nello specchio mi mostrava un uomo distrutto, ma con un'erezione che non riuscivo a domare. La mia ossessione l'aveva trasformata, ma ora lei apparteneva a un altro gioco.
Il mattino seguente, l’aria condizionata dell’ufficio sembrava gelida sulla mia pelle ancora scossa. Entrai con la testa bassa, evitando lo sguardo dei colleghi, finché la voce rauca di Roberto non squarciò il silenzio del corridoio: «Nel mio ufficio. Subito».
Appena varcata la soglia, lui non mi lasciò nemmeno il tempo di sedermi. Rimase in piedi dietro la sua scrivania di mogano, massiccio e trionfante.
«Dobbiamo stabilire delle nuove regole aziendali, visto che ora siamo anche vicini di casa», esordì con un sorriso che non prometteva nulla di buono. «Ieri sera è stata un’illuminazione. Elena ha delle potenzialità che tu, con la tua mediocrità, stavi solo sprecando».
Mi sentii mancare il respiro. Provai a parlare, ma lui mi interruppe con un gesto secco della mano.
«Ascoltami bene, perché non lo ripeterò. Se vuoi mantenere il tuo posto, la tua gratifica e la pace in quel bell'appartamento che hai appena comprato, da oggi Elena non è più proprietà tua. È un bene condiviso, ma con una gerarchia precisa».
Fece il giro della scrivania e mi arrivò a un centimetro dal viso. «Regola numero uno: tu non la toccherai più. Quando sono in casa io, o quando decido io, tu sarai solo uno spettatore, se sarò abbastanza generoso da concedertelo. Lei ha bisogno di una mano ferma, non di un ragazzino che le regala minigonne solo per fantasticare».
L’umiliazione era totale. Mi stava chiedendo di diventare un estraneo nel mio letto.
«Lei è d’accordo?» chiesi con un filo di voce.
Roberto scoppiò in una risata fragorosa. «D’accordo? Stamattina, mentre tu eri già qui a timbrare il cartellino, sono passato da lei. Mi ha aperto in vestaglia, quella trasparente che le avevi preso tu. Diciamo che abbiamo già ratificato l'accordo. Anzi, mi ha chiesto di dirti che stasera non ti vuole tra i piedi in camera da letto. Dormirai sul divano, mentre io le farò visita per il "secondo round"».
Tornai alla mia scrivania come un automa. Il mio piano di "liberare" Elena si era trasformato in una prigione per me. Avevo creato un mostro di sensualità e ora il mio capo ne teneva le redie, usandomi come un semplice spettatore della mia rovina.
L'accettazione scivolò su di me come un veleno che, paradossalmente, mi faceva sentire vivo. Guardai Roberto e, invece di colpirlo, abbassai lo sguardo in segno di sottomissione. «Va bene, Roberto. Sarà come dici tu», sussurrai.
Lui mi diede una pacca sulla spalla così forte da farmi barcollare. «Bravo ragazzo. Sapevo che eri un tipo intelligente. Ora torna al lavoro, guadagnati quello stipendio che serve a pagare il nido dove io mi divertirò».
La giornata passò in un limbo di eccitazione e agonia. Rientrai a casa la sera e trovai la porta socchiusa. Non era un invito per me, ma il segnale che il padrone era già arrivato. Entrai in punta di piedi, come un estraneo in casa propria.
In salotto, Elena era in piedi davanti alla finestra. Indossava la minigonna nera della sera precedente, ma sopra non aveva nulla. Roberto era seduto sulla mia poltrona preferita, un bicchiere di whisky in mano.
«Eccoti, spettatore», disse lui senza nemmeno voltarsi. «Mettiti lì, nell'angolo. Elena, fagli vedere come saluti il tuo vero uomo ora che lui ha rinunciato ai suoi diritti».
Elena mi guardò. Non c'era traccia di compassione nei suoi occhi neri, solo una sfida vibrante. Si avvicinò a Roberto, si sedette a cavalcioni su di lui e iniziò a baciarlo con una fame che con me non aveva mai mostrato. Io ero lì, immobile contro la parete, a guardare mia moglie che si offriva al mio capo come un premio, consapevole che da quel momento il mio unico ruolo sarebbe stato quello di testimone della mia stessa umiliazione.
Il "regalo" che le avevo fatto — quella libertà sessuale sfrenata — era diventato la mia catena, e mentre i loro gemiti riempivano la stanza, capii che non avrei mai più dormito nel mio letto.
commenti su qulottone@gmail.com
Il 1999 non era ancora finito, ma la tensione in quella macchina era già oltre il limite di sopportazione. Mentre Elena scendeva dall’auto con un gesto secco, lasciando che la minigonna si sollevasse senza curarsene, lui rimase immobile al volante, con il sudore che gli imperlava la fronte.
Il giorno del loro matrimonio, Elena sembrava un’altra persona. Avvolta in un abito bianco accollato, i capelli neri raccolti e lo sguardo basso, incarnava la ragazza timida conosciuta a quella festa. Lui aveva faticato mesi per "rompere il ghiaccio", attratto da quel mistero che l'abbigliamento castigato celava. Sotto quegli strati di stoffa, aveva scoperto un corpo tonificato da anni di danza, una bellezza che sentiva il bisogno quasi ossessivo di esporre al mondo, come per rivendicare un trofeo.
"Ti piace? È il tuo regalo", gli aveva sussurrato Elena poco prima di cena. Mentre saliva in auto, il movimento della gamba aveva rivelato un minuscolo perizzoma trasparente, scelto proprio per assecondare quei regali che per mesi erano rimasti chiusi nell'armadio. Lui aveva sentito un'erezione improvvisa, un misto di orgoglio e brama. In quel momento, al ristorante, si sentiva il re della serata, fiero degli sguardi dei pochi clienti che seguivano ogni curva di sua moglie, mentre lei, con una naturalezza quasi sfacciata, sembrava finalmente aver accettato quel nuovo ruolo sexy.
Ma poi era apparso Roberto. Il suo capo, con quella pancia prominente e l'aria di chi la sa lunga, aveva infranto l'incantesimo con una sola frase: "Mi avevi parlato di lei come di una ragazza castigata e poco sexy".
In quell'istante, il gioco di seduzione si era trasformato in un'umiliazione. Elena, seduta sullo sgabello del bar mentre Roberto la divorava con gli occhi ignorando il marito, gli aveva sussurrato: "Questa me la paghi".
Ora, guardandola sparire nel viale di casa dopo avergli urlato che era uno "stronzo", lui capì che spingere Elena a cambiare guardaroba era stato facile, ma gestire la verità che aveva raccontato ai colleghi sarebbe stato impossibile. La serata dell'orgoglio si era trasformata nella notte della sua sconfitta.
L'aria della terrazza era diventata densa, elettrica, satura dell'odore di salmastro e del profumo dolciastro del vino rosso che colava nei calici. Roberto non era più il capo ufficio autoritario; era un predatore che aveva fiutato la preda e io, paralizzato tra l'eccitazione e l'incredulità, ero diventato lo spettatore passivo della mia stessa rovina.
Mentre camminavo verso l'auto, il cuore mi batteva contro le costole come un tamburo impazzito. Il ricordo di Elena sotto la doccia, di quei momenti di piacere solitario che le avevo spiato di nascosto, si fondeva con l'immagine di Roberto che le strappava il perizzoma con un gesto brutale e padronale. Era quello che volevo? Era questo il "lato represso" che avevo tanto insistito per liberare?
Arrivai davanti al cancello e i fari dell'auto tagliarono il buio, illuminandoli come attori su un palcoscenico perverso.
Roberto la teneva per i capelli, la testa di lei piegata all'indietro, esposta. Il vestito bianco, quel velo impalpabile che avevo ammirato poche ore prima, era ormai un cencio inutile: un lembo era scivolato completamente giù, lasciando un seno libero, bianco sotto la luce artificiale, il capezzolo turgido per il freddo o per qualcosa di più oscuro. Elena non lottava. Le sue gambe, modellate da anni di danza, sembravano aver perso forza, o forse stavano cedendo a una volontà superiore.
"Muoviti, coglione! Apri dietro!" sbraitò Roberto, la voce resa roca dal vino e dal desiderio.
Scesi dall'auto con le gambe di piombo. Non ci fu nessuna spiegazione, nessun accenno di scusa. Roberto la spinse letteralmente sul sedile posteriore e si infilò accanto a lei, occupando tutto lo spazio con la sua mole massiccia. Elena rimase rannicchiata contro la portiera, il respiro corto, gli occhi lucidi che cercavano i miei nello specchietto retrovisore. Non erano occhi di terrore, ma di una sfida disperata. “È colpa tua che sei un maiale pervertito”, mi aveva detto in auto. Ora quelle parole risuonavano come una sentenza.
Misi in moto. Il tragitto verso casa fu un incubo di suoni soffocati. Dal sedile posteriore arrivavano i sospiri pesanti di Roberto e il fruscio del tessuto sintetico del vestito di Elena che veniva manipolato.
"Guarda la tua mogliettina," mormorò Roberto, la mano che si muoveva frenetica nell'ombra. "Guarda come le piace essere toccata da un uomo vero."
Guardai nello specchietto. Vidi la mano di Roberto stringersi attorno al seno scoperto di Elena, mentre lei chiudeva gli occhi, abbandonando la testa sul sedile. La tensione nell'abitacolo era così alta che sembrava stesse per esplodere. Ero un marito o un complice?
Quando arrivammo davanti al nostro condominio, nel silenzio della notte, Roberto si sporse in avanti, il viso a pochi centimetri dal mio orecchio. "Parcheggia nel garage sotterraneo. Non abbiamo ancora finito, vero Elena?"
Elena aprì gli occhi, fissando lo specchietto. Un sorriso amaro le piegò le labbra. "Mio marito ama guardare," sussurrò con una voce che non le apparteneva. "Non è vero, caro?"
Il cancello del garage iniziò a sollevarsi lentamente, rivelando l'oscurità sottostante.
Il ronzio del cancello elettrico che si chiudeva alle mie spalle sancì l'inizio della mia condanna e del mio piacere più torbido. Nel garage sotterraneo, immersi in una luce al neon intermittente e fredda, l'umiliazione divenne tangibile, densa come l'odore di gasolio e cemento.
"Scendi," ordinò Roberto, scendendo dall'auto e trascinando Elena per un braccio. Lei barcollò sui tacchi alti, il vestito bianco ormai ridotto a un groviglio di stoffa che le copriva a stento il bacino.
Roberto mi guardò con un ghigno di puro disprezzo. "Tu, resta lì. Contro il muro. Mani dietro la schiena. Se ti muovi o provi a fare l'eroe, domani in ufficio non troverai nemmeno la tua scrivania."
Ubbidii. Ero l'ombra di un uomo, un "coglione" — come mi aveva chiamato lui — ridotto a guardare mentre il mio superiore prendeva possesso di mia moglie. Ma la parte più eccitante e dolorosa fu lo sguardo di Elena. Non cercava aiuto. Mi fissava con un'intensità feroce, quasi a voler punire la mia perversione facendomi assistere alla sua resa totale.
"Ti piace guardare, vero?" sibilò lei, rivolta a me, mentre Roberto la spingeva contro il cofano ancora caldo della macchina. "Volevi che fossi sexy? Volevi che tutti mi desiderassero? Ecco il tuo regalo."
Roberto non perse tempo. Senza alcuna galanteria, le sollevò le gambe, mettendola in mostra in tutta la sua nudità violata dal gesto precedente sul terrazzo. Elena, la mia timida ballerina, inarcò la schiena sotto i colpi di quell'uomo massiccio, emettendo gemiti che non avevo mai sentito in sei mesi di matrimonio. Erano suoni di piacere puro, sfrontato, liberato dal rancore verso di me.
"Guarda come gode tua moglie con un vero uomo!" gridava Roberto tra un respiro affannato e l'altro, mentre la colpiva con forza.
L'umiliazione era totale: ero lì, a due metri da loro, ignorato come un mobile vecchio, mentre Elena stringeva le spalle di Roberto, graffiandogli la schiena. A un certo punto, lei aprì gli occhi, mi puntò il dito contro e rise tra i sussulti. "Grazie del regalo, marito mio. Roberto è molto più... dotato di quanto tu possa mai sperare di essere."
L'atto si consumò con una violenza primordiale sul cofano della nostra auto. Quando Roberto ebbe finito, si ricompose con calma, lasciando Elena sfinita e seminuda sulla lamiera. Mi si avvicinò, mi diede una pacca sulla guancia che sapeva di schiaffo e sussurrò: "Ottimo lavoro con l'appartamento, vicino. Ci vedremo spesso. Elena ha bisogno di essere... seguita bene."
Roberto uscì dal garage fischiettando, lasciandomi nel silenzio. Elena si alzò lentamente, si sistemò quel che restava del vestito e mi passò accanto senza guardarmi. "Portami su," disse fredda. "E non dimenticare di ringraziarlo domani. Mi ha fatto sentire una donna, non un tuo manichino."
Mentre salivamo in ascensore, il riflesso nello specchio mi mostrava un uomo distrutto, ma con un'erezione che non riuscivo a domare. La mia ossessione l'aveva trasformata, ma ora lei apparteneva a un altro gioco.
Il mattino seguente, l’aria condizionata dell’ufficio sembrava gelida sulla mia pelle ancora scossa. Entrai con la testa bassa, evitando lo sguardo dei colleghi, finché la voce rauca di Roberto non squarciò il silenzio del corridoio: «Nel mio ufficio. Subito».
Appena varcata la soglia, lui non mi lasciò nemmeno il tempo di sedermi. Rimase in piedi dietro la sua scrivania di mogano, massiccio e trionfante.
«Dobbiamo stabilire delle nuove regole aziendali, visto che ora siamo anche vicini di casa», esordì con un sorriso che non prometteva nulla di buono. «Ieri sera è stata un’illuminazione. Elena ha delle potenzialità che tu, con la tua mediocrità, stavi solo sprecando».
Mi sentii mancare il respiro. Provai a parlare, ma lui mi interruppe con un gesto secco della mano.
«Ascoltami bene, perché non lo ripeterò. Se vuoi mantenere il tuo posto, la tua gratifica e la pace in quel bell'appartamento che hai appena comprato, da oggi Elena non è più proprietà tua. È un bene condiviso, ma con una gerarchia precisa».
Fece il giro della scrivania e mi arrivò a un centimetro dal viso. «Regola numero uno: tu non la toccherai più. Quando sono in casa io, o quando decido io, tu sarai solo uno spettatore, se sarò abbastanza generoso da concedertelo. Lei ha bisogno di una mano ferma, non di un ragazzino che le regala minigonne solo per fantasticare».
L’umiliazione era totale. Mi stava chiedendo di diventare un estraneo nel mio letto.
«Lei è d’accordo?» chiesi con un filo di voce.
Roberto scoppiò in una risata fragorosa. «D’accordo? Stamattina, mentre tu eri già qui a timbrare il cartellino, sono passato da lei. Mi ha aperto in vestaglia, quella trasparente che le avevi preso tu. Diciamo che abbiamo già ratificato l'accordo. Anzi, mi ha chiesto di dirti che stasera non ti vuole tra i piedi in camera da letto. Dormirai sul divano, mentre io le farò visita per il "secondo round"».
Tornai alla mia scrivania come un automa. Il mio piano di "liberare" Elena si era trasformato in una prigione per me. Avevo creato un mostro di sensualità e ora il mio capo ne teneva le redie, usandomi come un semplice spettatore della mia rovina.
L'accettazione scivolò su di me come un veleno che, paradossalmente, mi faceva sentire vivo. Guardai Roberto e, invece di colpirlo, abbassai lo sguardo in segno di sottomissione. «Va bene, Roberto. Sarà come dici tu», sussurrai.
Lui mi diede una pacca sulla spalla così forte da farmi barcollare. «Bravo ragazzo. Sapevo che eri un tipo intelligente. Ora torna al lavoro, guadagnati quello stipendio che serve a pagare il nido dove io mi divertirò».
La giornata passò in un limbo di eccitazione e agonia. Rientrai a casa la sera e trovai la porta socchiusa. Non era un invito per me, ma il segnale che il padrone era già arrivato. Entrai in punta di piedi, come un estraneo in casa propria.
In salotto, Elena era in piedi davanti alla finestra. Indossava la minigonna nera della sera precedente, ma sopra non aveva nulla. Roberto era seduto sulla mia poltrona preferita, un bicchiere di whisky in mano.
«Eccoti, spettatore», disse lui senza nemmeno voltarsi. «Mettiti lì, nell'angolo. Elena, fagli vedere come saluti il tuo vero uomo ora che lui ha rinunciato ai suoi diritti».
Elena mi guardò. Non c'era traccia di compassione nei suoi occhi neri, solo una sfida vibrante. Si avvicinò a Roberto, si sedette a cavalcioni su di lui e iniziò a baciarlo con una fame che con me non aveva mai mostrato. Io ero lì, immobile contro la parete, a guardare mia moglie che si offriva al mio capo come un premio, consapevole che da quel momento il mio unico ruolo sarebbe stato quello di testimone della mia stessa umiliazione.
Il "regalo" che le avevo fatto — quella libertà sessuale sfrenata — era diventato la mia catena, e mentre i loro gemiti riempivano la stanza, capii che non avrei mai più dormito nel mio letto.
commenti su qulottone@gmail.com
3
voti
voti
valutazione
8.3
8.3
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Giulio marito schiavo sottomesso. Umiliazione estrema
Commenti dei lettori al racconto erotico