La star del cinema (parte 2)

di
genere
etero

Non era la prima volta che Simon, la guardia del supermercato, vedeva quella donna.
L’aveva attirato la sua eleganza e quella bellezza che sapeva di altri tempi o, meglio, di un altro tempo, al quale quella donna era appartenuta.
Gli anni di boxe, per quanto sport duro, gli avevano fatto apprezzare l’eleganza dei gesti ed il ritmo. Tutti aspetti che ritrovava nelle movenze di quella donna.
Fu però colpito dal suo comportamento. Quel giorno qualcosa non andava. La donna si muoveva in modo strano e stava tenendo un comportamento che non le apparteneva, così come chi si trova, improvvisamente, in un ambiente che non è il proprio e si muove con circospezione.
Iniziò a seguirla a mezzo delle telecamere di sicurezza che proiettavano le immagini sul suo telefono e, dove era possibile, a mezzo degli specchi. Quella donna non si era accorta dell’esistenza dei sistemi di sicurezza, non ci aveva nemmeno pensato. O era pazza o disperata.
“Venga con me, Signora”.
Le si era avvicinato tranquillamente, provando per quella donna pena ma anche rabbia, per l’inutile gesto su un prodotto altrettanto inutile.
Michelle cercò di opporre indignata resistenza, ma cedette quando, con troppa sicurezza, quell’uomo prese il telefono per chiamare le forze dell’ordine.
In quel momento si rese conto che lei non aveva mai notato quell’uomo e nemmeno la divisa, eppure era venuta in quel supermercato più di una volta.
Quante persone lei non aveva notato, più concentrata sul fatto di essere ella stessa notata, riconosciuta o, ultimamente, ignorata.
C’erano tante persone che non venivano notate, tutte con una loro storia che vivevano in quel privato che con ogni probabilità difendevano con forza, quel privato al quale lei aveva rinunziato per il suo ego, della cui assenza si era lamentata e, ottenutolo, aveva iniziato a starle stretto.
Osservò il naso rotto di quell’uomo e si chiese la storia di quel naso, che era anche la storia di quella persona che, con gran delicatezza, la stava portando al suo patibolo, facendo in modo che nessuno li notasse. Non aveva mai alzato la voce né assunto un comportamento che avrebbe potuto essere notato da altri presenti.
Nonostante fosse stata colta in flagrante, quell’uomo la stava trattando con rispetto, senza metterla in imbarazzo o attirare l’attenzione su di lei. Nonostante tutto, la guardia aveva rispetto per la persona, anche se aveva sbagliato.
“Svuoti la borsetta”.
Lei espresse le sue indignate lamentele nel silenzio di quel locale ad uso ufficio, davanti alla scrivania piena di fogli impilati in decoroso ordine, che denunziavano tutto il lavoro amministrativo che richiedeva quella attività.
Si guardò in giro e vide pareti di color crema, sulle quali erano appese stampe di luoghi che lei aveva visitato sotto i riflettori.
“Lei sa chi sono?”
“No Signora, so solo che si è appropriata di un oggetto inutile che non le appartiene e che altri hanno pagato”.
“Io non sono una ladra, io sono l’attrice Michelle Newark”.
Dall’espressione dell’uomo si rese conto che non era stata creduta, ancora una volta non riconosciuta, nonostante si fosse apertamente dichiarata nell’estremo tentativo di fare ricorso alla sua precedente fama per salvarsi.
In quel momento le si aprì un mondo e vide il mondo con altri occhi, quelli delle persone che vivono tutti i giorni la loro storia, in silenzio.
L’anonimato le dava anche modo di commettere sbagli, e di vivere una vita nella quale non avrebbe dovuto giustificare ai giornali scelte o non scelte.
Avrebbe anche potuto fare quello che nei suoi pensieri erotici spesso immaginava, cioè sesso forte, con sconosciuti.
L’adrenalina che l’aveva colta al momento del furto, ritornò in circolo e si trasformò in eccitazione, desiderio di fare qualcosa, libera, finalmente libera, libera da sé stessa e da quel mondo dal quale era uscita e che poi non l’aveva più voluta, ma del quale lei riteneva, falsamente, di esserne ancora parte, restituendole qualcosa che non aveva saputo apprezzare, cioè la libertà.
Non pensò al furto, alla polizia, ai giornali che si sarebbero occupati di lei solo per rendere notizia al mondo che la famosa star decaduta, era diventata una ladra.
L’uomo che le stava davanti era il mondo che aveva sempre visto dall’alto e al quale non aveva ancora capito di appartenere.
Per Simon, invece, quella donna era un mondo al quale lui non avrebbe mai avuto accesso, il mondo di coloro che credeva vivessero senza i pensieri del conteggio continuo dei soldi che non bastavano mai, di coloro che avrebbero potuto comprarsi senza fatica ciò a cui lui doveva rinunziare e che, annoiate, sentivano il bisogno di provare il brivido del furto, invece della fatica della rinunzia.
Anche lui aveva rubato, per poter avere accesso ad un mondo dal quale la vita lo aveva escluso e l’aveva pagata, ma aveva avuto la forza di uscire dal buco nero, per ritornare in quello pulito nel quale i suoi genitori avevano cercato di farlo crescere.
Simon vide il cambio di sguardo negli occhi di quella donna che gli si stava avvicinando. Non riuscì a leggere la cessione di lei in cambio della mancata denuncia. No, vide qualcosa che non capiva, ma era qualcosa di diverso, vide il desiderio di quella donna acceso solo dalla pura eccitazione, come se non fosse in quell’ufficio per essere stata colta mentre rubava.
Non si pose domande. Vide solo quella bella donna che apparteneva ad un mondo che aveva solo visto da lontano, dotata di una classe per lui irraggiungibile.
Quell’uomo faceva quasi paura a Michelle, era grosso e negli occhi aveva una vita che lei non riusciva a vedere, ma che capiva essere stata dura. Questo inspiegabilmente le diede ulteriore eccitazione.
Si inginocchiò. Non riuscì a guardarlo negli occhi per un motivo a lei sconosciuto. Lei amava vedere negli occhi dei suoi amanti il desiderio di lei, della sua bellezza e della sua fama, vedere negli occhi altrui lo specchio del proprio successo.
In quella stanza ordinaria e pulita, non riuscì a staccare gli occhi dai pantaloni che iniziò lei stessa ad aprire, per vedere un cazzo che, incredulo, si affacciava alla sua bocca, per essere accolto.
La reazione fu immediata ed il membro prese subito quella consistenza che lei era solita ottenere, sicura della sua abilità con la lingua.
Le mani si infilarono sotto le palle ed iniziò a stringerle quel tanto da dare piacere e non dolore per passare, poi, ad avvolgerle con tocchi sfiorati, idonei a stimolare la loro sensibilità.
Michelle non pensò più a nulla, se non a quel cazzo che era diventato durissimo. Non si curò delle conseguenze, della sua vita di un tempo né di quella attuale, presa solo dal momento di libertà di poter fare quello che voleva, di godersi i momenti fini a sé stessi senza viverli per altri scopi, diversi da quelli nei quali dovrebbero essere collocati.
Si sbottonò la camicetta e rivelò i seni. Mise sotto di essi le mani per alzarli verso l’alto, non tanto per farli sembrare più grandi di quanto fossero, ma per offrirli all’uomo che in quel momento aveva in bocca, quell’uomo la cui storia era per lei sconosciuta ma per il quale, a sua volta, era ignota la sua storia.
Simon si riscosse. L’incredulità iniziale era seguita dalla reazione del suo corpo nella bocca di quella bellissima donna, nella bocca di quel mondo al quale non era mai appartenuto né vi era entrato se non quale giardiniere.
Vide i seni offerti e la cosa lo eccitò.
Prese la testa di quel mondo sconosciuto tra le mani, afferrandole i capelli e iniziando a stringerli con più decisione di quanto fosse necessaria per avere la sua attenzione ed il suo controllo.
Tenendo fermo il cazzo, attraverso la presa stretta, mosse la testa di quella donna infilandole il cazzo in bocca fino alle palle, tenendola poi ferma fino a che non diede segni di cedimento per la mancanza di aria.
Entrambi avevano preso il controllo della situazione, consci ormai che il rispettivo confine era stato infranto da un fiume in piena, da quella massa di acqua composta da tante storie quante erano le gocce che rappresentavano le scelte di vita, oscure le une alle altre, unite solo, in quel momento, da quel cazzo duro nella bocca calda.
Michelle riprese il controllo di quella situazione che, fino a quel momento, era in mano a quell’uomo il quale, a sua volta, l'aveva preso da lei, dopo che aveva fatto il primo passo.
Era una danza tra due corpi in sincronia, come un tango nel quale due persone, senza preventivi accordi, si muovevano trascinandosi a vicenda.
Michelle si alzò e si pose col ventre sulla scrivania, allungando una mano verso il bordo opposto del tavolo per tenerlo stretto, come se quella presa avesse potuto impedirle di cadere. L’altra mano prese i suoi stessi capelli scoprendo il collo, per far capire all’uomo la sua resa, come se la postura non fosse sufficiente.
Voleva, in quella danza tra due corpi, invitarlo ad alzarle la gonna, cosa che, inconsciamente, lei stessa non aveva voluto fare per passare a lui il controllo della danza.
Simon percepì le sensazioni che quella donna gli stava trasmettendo con quei gesti semplici ma significativi. Le alzò la gonna, trovando mini slip, neri.
L’eccitazione era forte.
Il collo offerto gli diede il pensiero, trasformato in concretezza, di strapparle le mutandine per infilare il cazzo in quella figa che lo aspettava.
Dopo i primi colpi, forti, irruenti, che la fecero sentire posseduta, Michelle allungò la mano e cercò di impugnare il cazzo in un momento in cui l’alternanza del gesto lo vide quasi uscire, fermo con la cappella all’entrata del piacere.
“Aspetta …”
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scritto il
2026-02-03
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