Vacanza sullo yacht (parte 7)

Scritto da , il 2021-11-07, genere sadomaso

Enrico allargò le gambe.
La moglie, Lia, era cavalcioni sul suo inguine e si faceva penetrare.
A terra, inginocchiati, c’erano la schiava e suo marito, non più usato quale poggiapiedi.
Enrico adorava sentire la lingua servile sui testicoli mentre faceva l’amore con sua moglie, così ordinò a Marta di dedicare la voluta attenzione.
Marta si dedicò subito al suo lavoro, anch’essa eccitata in quanto le piaceva assistere al sesso tra i Padroni.
“Cane, i piedi!”
Andrea sapeva cosa Lia volesse in quel momento e leccò la pianta dei piedi della Padrona.
Lia impazziva per la lingua degli schiavi sui piedi. Spesso se li faceva leccare e, maggiormente, durante il sesso.
Enrico le teneva le natiche e le leccava i seni.
Lia era troppo eccitata e trascinava il marito.
Si girò per farsi nuovamente penetrare da Enrico ma voltandogli la schiena. Le mani dell’uomo le avvolsero i seni che ancora lo facevano impazzire.
Da quella posizione era comoda per picchiare col frustino i due schiavi, sulla schiena, forte, ripetutamente.
“Animali, non pensate nemmeno per un momento di lamentarvi e farvi sentire dal pontile”.
Il marito godette prima di lei, venendole dentro.
Lia era ancora infervorata dal piacere. Con un piede allontanò Marta e col frustino fece stendere sulla schiena Andrea.
“Muoviti”.
Si fece penetrare e lo cavalcò, fino a quando anche lei non godette. Nel momento dell’orgasmo prese a schiaffi il ragazzo.
Solo allora si calmò mentre, abbracciati sul divanetto, gli schiavi li stavano pulendo.
Aprirono le tende solo quando furono in mare aperto, altrimenti dal porto avrebbero visto quella coppia di ragazzi, con un collare chiuso con un lucchetto al quale era anche legato un guinzaglio di catena a sua volta unito ad un anello nella parete.
Erano stati incatenati in quanto, dopo avere goduto, non servivano più.
Accadeva spesso che quando non fossero utili, venivano incatenati da qualche parte.
Conoscevano quella posizione. Avrebbero potuto stare accucciati, a 4 zampe, oppure inginocchiati, seduti sui talloni con le mani a terra. Insomma, come due cani.
Ai Padroni piaceva molto tenerli come quel tipo di animale.
Enrico stava pilotando lo yacht mentre Lia leggeva la rivista acquistata poco prima della partenza, seduta in poltroncina.
Non li sciolsero nemmeno per cena che, loro stessi, si servirono sul tavolino vicino agli animali ai quali, ogni tanto, gettavano a terra gli scarti di cibo che si chinarono a raccogliere con la bocca.
Non li liberarono nemmeno per ritirare le stoviglie.
I Padroni, alzatisi per sistemare, col piede avvicinarono ai cani quei pezzi di cibo che, lanciati, erano fuori portata dalla catena.
In mare aperto, senza luci artificiali e senza l’inquinamento vicino alla costa, è possibile ammirare un cielo meraviglioso, cosa che i Padroni fecero, ancora abbracciati, in silenzio.
Enrico stava fumando con la mano libera, mentre l’altra era sulla gamba della moglie.
Scrollava la cenere a terra che, chinatasi, Marta doveva leccare per lasciare tutto pulito.
Quando andarono a dormire li lasciarono lì, incatenati, coperti solo dalla tettoia. Faceva caldo, molto caldo. Loro in cabina avevano l'aria condizionata.
I due cani si accucciarono per passare la notte, col rumore della catena ogni qual volta si muovevano.
Avevano un po’ di fame in quanto il loro unico pasto era costituito dagli scarti gettati a terra durante la cena e dai pochi avanzi alla fine.
La loro fame sarebbe stata una costante per tutta la vacanza.
I Padroni volevano controllare ogni più piccola cosa dei loro schiavi e tenerli sempre in attesa di un boccone di cibo gettato a terra.

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