Un oggetto da maltrattare - Giulia - (parte 4°)

di
genere
dominazione

Passò qualche giorno e una mattina, appena arrivato all’università, la trovai in giardino, sotto il sole: era appena arrivata anche lei, con una gonnellina a quadretti e un maglioncino nero, i capelli mossi dal vento e un’aria sorprendentemente di buon umore.
«Hai qualche lezione importante stamattina?» le chiesi.

«Niente di eccezionale: ho Scienze economiche dalle 10 alle 12.30, poi nient’altro.»

«Bene, allora seguimi!» esclamai, prendendola per mano.

Salimmo le scale fino al bagno poco frequentato della volta precedente. Entrammo e chiusi la porta dietro di noi con un giro di chiave.

«Vuoi scoparmi di nuovo qui? Quanto ti è piaciuto?» Giulia mi lanciò uno sguardo carico di aspettativa; le guance le si colorarono appena, come se stesse già indovinando dove volessi arrivare.

«Mi è piaciuto molto l’altro giorno, ma oggi qui non scopa nessuno: ho un regalo per te e se ho ben capito dai tuoi racconti e non mi hai mentito mesi fa, tu non hai mai avuto una cosa del genere.»

Tirai fuori dallo zaino un vibratore piccolo, nero e liscio, con solo un bottone in cima. «Dovrebbe andare bene anche da portarlo in giro in borsa… poi dipende quanto porca sei da portartelo appresso e in quali situazioni.»

Per Giulia fu come Natale: spalancò gli occhi, trattenne il fiato per un istante e poi sorrise, eccitata e incredula.
«Oddio, mi hai fatto un regalino! Allora un po’ ci tieni a me!» disse, battendo le mani come una bambina.

«Vedi di non fare la sdolcinata o te lo tolgo subito» ribatto secco, notando i suoi occhi in modalità cerbiatta che stava facendo.
Lei abbassò lo sguardo sulla confezione. «Ma… era già aperto?»
«L’ho aperto io perché te l’ho già caricato. Ora chiudi gli occhi e dammi un polso.»
Obbedì. Chiuse gli occhi, le labbra socchiuse, immobile come se aspettasse di essere sorpresa. Armeggiai vicino al termosifone e poi le avvolsi qualcosa attorno al polso. Le ripetei di stare ferma e di avvicinarsi.
Quando sentì lo scatto metallico di un lucchetto, riaprì gli occhi di colpo.

«Ma cosa… pensavo mi avessi regalato un braccialetto!» esclamò, tirando il polso con un gesto inutile. «Perché mi hai legata al termosifone?»
Mi attraversò un brivido, più lucido che impulsivo, mentre la vedevo misurare d’istinto quanto margine di movimento avesse, tirando con la mano.
«Quando mi è venuta l’idea di regalartelo,» dissi, «non so perché ma non volevo essere presente. Però volevo sapere quando sarebbe stata la prima volta. Quindi, oggi, una parte della mattinata la passerai qui a masturbarti provando il tuo nuovo giocattolino.»
Lei aggrottò la fronte. «Qui da sola?»
«Qui, in questo bagno. Da sola.» Inspirai, lento. «Io posso chiudere anche da fuori. Saprò dov’è la mia cosa e cosa sta facendo, ma tu resterai sola e non avrai nessuno addosso a guardarti. Così sarai libera di concentrarti.»

Giulia deglutì. Aveva un’espressione a metà tra eccitazione e paura, come se stesse cercando di capire se quella fosse una fantasia o una punizione.
Mi chinai e, con gesti rapidi, le sfilai la gonna. La ripiegai senza cura e la infilai nello zaino.

«Ehi…» protestò, ma la voce le uscì poco o nulla.

Appoggiai il suo telefono sul lavandino, lontano, fuori portata. Poi lasciai le chiavi del lucchetto in vista, sopra una superficie che non avrebbe raggiunto.

«Ma il mio telefono…» disse, perplessa.

«No. Niente porno, niente distrazioni. Oggi usi la testa.» La guardai. «E poi col telefono potresti solo passare il tempo a fare altro.»
Lei esitò, mordicchiandosi il labbro inferiore. «Ok, ma la lezione?»

«Recupererai gli appunti da qualcuno. Ora basta domande: io ho lezione. A dopo.»

Raccolsi la gonna da terra e la mostrai appena, come a ricordarle il dettaglio più pratico della faccenda. «Questa la prendo io,» aggiunsi. «Così, anche se ti liberassi, non vai da nessuna parte.»

Giulia abbozzò un sorriso. «Non sono mica Houdini… Quando torni?»
«Non ti interessa quando torno. Non hai niente che ti segna il tempo.» Aprii la porta. «Ciao e… buon divertimento.»
Chiusi e la lasciai lì: il regalo stretto in mano, gli occhi fissi nei miei. Sembrava inebetita, sospesa tra il desiderio e una certa preoccupazione che le formava delle righe sulla fronte.

Andai a lezione e, dopo abbondanti due ore, tornai ai bagni dei piani alti, curioso di capire cosa fosse successo in mia assenza. Entrai.
Giulia era seduta vicino al termosifone, con le ginocchia raccolte. I capelli, incredibilmente, erano ancora in ordine. Non aveva potuto fare molta strada, in ogni caso.

«Finalmente!» ansimò, rialzandosi. «Da quanto mi hai lasciata qui? È passata un’eternità… pensavo arrivassi poco dopo.»
«Beh, so che a venire ci metti relativamente poco,» risposi, senza fretta. «volevo quasi venire a prenderti in pausa, ma poi ho pensato che un po’ di tempo tra te e te senza distrazioni a pensare sulle cose ti avrebbe fatto bene.»

Lei mi fissò, incredula. «Un’intera lezione... due ore... Mi hai lasciata qui due ore! Pensavo tornassi dopo neanche mezz’ora… E se entrava qualcuno? La signora delle pulizie?»

La voce le tremò: «Non riesco a capire perché mi devi trattare così. Non potevi innamorarti di me come hai fatto con Anna, in modo normale?»
Sospirai. «No, Giulia. Chiariamo alcune cose. Tu non sei Anna. E poi questa strana relazione tra noi l’hai voluta tu… anzi, l’hai iniziata tu. Ricordi il messaggio? Da lì è partito tutto.»

Lei abbassò lo sguardo: «Non ho detto che non mi va bene. Dico solo che ho capito di essere trattata come un oggetto. Ma lasciarmi qui, legata al termosifone come la tua cagna, mentre vai a lezione… con il rischio che qualcuno apra la porta… non mi sembrava di meritarmelo.»

La interruppi prima che prendesse coraggio fino in fondo. «Dimmi almeno una cosa.» La guardai con attenzione. «Il regalo ti è piaciuto?»

Lei esitò, poi annuì piano. «Sì… è maneggevole e gli orgasmi che mi ha dato sono stati belli forti. All’inizio mi sono eccitata ancora di più del fatto che mi avessi legata e lasciata da sola. Poi mi è venuta l’ansia che entrasse qualcuno e… ho avuto modo di riflettere. Su come mai mi trovassi in balia di te. Per quello ti ho detto quella frase, un po’ infelice.»
«Altrimenti non rifletti mai?» Giulia sbuffò. «Non avevo altro da fare.
Cosa dovevo fare? Masturbarmi per due ore?»
«Riflettere va bene.» Mi avvicinai di un passo. «Fa parte della tua formazione: pensare a ciò che sei e a ciò che stai diventando.»
«Eh, appunto.» Sollevò gli occhi, più dura. «Cosa sto diventando?»

Il silenzio calò tra noi.
«Cos’altro vorresti?» chiesi, infastidito. «Una vita insieme a me?»
Giulia cercò conforto nel mio viso e non lo trovò. «Magari…» mormorò, abbassando lo sguardo.
Tagliai corto. «Vedremo. Hai altro da dirmi?»
Lei rimase con lo sguardo basso. «No…»
«Non ti metterai mica a piangere, vero?»
Una lacrima le scivolò su una guancia. La vidi, e per un attimo mi ammorbidì non perché fosse buffa, ma perché era una lacrima vera.

Mi avvicinai ancora. «Sei dolce, Giulia.» La voce mi si abbassò. «E questo… mi fa venire voglia di te ora.»
Lei indietreggiò leggermente d’istinto. «No, adesso no… Dai…»
La richiamai subito all’ordine con una bella sberla e con il dito le indicai le mattonelle davanti alla turca dove doveva posizionarsi. Lei, quasi imbambolata, accennando un mezzo sorriso perverso e, annuendo con la testa, guardava la sua mano ancora legata al termosifone.

«Giusto, scusa: mi ero dimenticato che non ti puoi muovere…» e aggiunsi: «Peccato… allora vediamo… cosa puoi fare legata così…» Giulia si intromise: «Ma non puoi sle…» - «Scusa, scusa,» balbettò con gli occhi bassi mentre aveva evitato un’altra sberla da parte mia.
Le possibilità erano due: «Giulia, direi che nella tua condizione sei in grado o di inginocchiarti e farmi un pompino, oppure puoi fare qualcosa con la mano libera che ti è rimasta… Scegli tu.»

Iniziò maldestramente a slacciarmi i pantaloni e pian piano riuscì a tirarlo fuori: ero già in erezione. Con calma inizio a masturbarmi, la mano era calda ma incerta, fissandomi con aria vogliosa ma anche seccata, le labbra leggermente screpolate.
Vederla lì, nel bagno poco illuminato, con le mutandine grigie e leggermente bagnate che delineano la sua figa, la canottiera bianca trasparente con parti in pizzo che lasciano intravedere i capezzoli turgidi, una mano legata al termosifone e l’altra che mi masturbava ritmicamente, mi eccitava da morire: il cuore martellava e i pensieri scorrevano veloci.

Dopo pochi minuti le presi la testa tra le mani e lei capì che era giunto il momento di inginocchiarsi e iniziare a succhiare. Si piegò goffamente, la bocca calda che mi avvolgeva e la sua lingua che era già più esperta dell’altra volta. In pochi minuti le venni in bocca con un gemito tagliato e lei ingoiò tutto, tossendo leggermente.
«Brava, stai migliorando con la bocca; meno con i discorsi.»
«Sì, grazie. Mi piace servirti: non penso ad altro che a farti felice mentre ti servo, i pensieri se ne vanno… è quasi una liberazione» rispose, mentre con la mano si puliva le labbra.

Io intanto presi una parte della sua gonna stropicciata e mi asciugai con cura, rivestendomi lentamente. «Ma che fai??" mi chiese infastidita. «Mi asciugo: a cosa serve sennò questa bella gonna, oltre a vestirti? E poi male che vada sentirai il mio odore mentre finisci la mattinata qua dentro…»
Giulia mi guardò, ancora in ginocchio, con un misto di rabbia e rassegnazione.«Come… devo stare qui ancora?»
«Si» risposi. «E devo andare a parlare con il professore di Dottrine. Spero non ci sia coda.»
Il panico le attraversò gli occhi.

Lei inspirò a fondo, si impose di restare composta. «Va bene. Rimarrò qui. Farò altro.»
Stavo per uscire quando mi girai di scatto.
«No,» dissi. «Non devi fare niente mentre non ci sono.»
Con un movimento rapido le bloccai anche l’altra mano, stringendo meglio il groviglio improvvisato che avevo preparato. Poi ripresi il suo telefono e lo lasciai ancora più lontano, irraggiungibile.
«Ecco qui, altrimenti pensi troppo» presi il vibratore, lo misi a velocità uno e glielo infilai dentro le mutandine.
«Vediamo in quanto si scarica. Non hai le mani, perciò se non lo tieni con le gambe ti casca fuori e inizierà a fare rumore se casca a terra… si sentirebbe anche fuori dal bagno» Lei realizzò all’improvviso, gli occhi spalancati in panico puro. «No, resta, ti prego, no!» gridò poco prima che io uscì dalla porta, ignorandola.

Purtroppo per lei, il professore non solo era in ritardo, ma c’erano anche due persone davanti a me. Tornai quasi dopo un’ora e mezza, incuriosito e, in fondo, già pronto a trovare il segno di ciò che avevo deciso per entrambi.
Quando entrai, Giulia era accasciata tra il muro e la turca, scomposta, le braccia alte ancora legate. Per terra, poco lontano, c’era il vibratore che le avevo lasciato.
«Aiutami,» sussurrò, la voce spezzata. «Sono sfinita.»
Mi avvicinai. «Sì. Adesso ti slego.»
Mentre la liberavo, lei parlò con un filo di voce, vergognandosi:«Mi hai fatto combinare un disastro: mi sono pisciata addosso.» - E io sorpreso: «Ma dai! Ma non c’è pipì per terra…» E lei mi spiegò, abbassando lo sugardo «Non c’è niente per terra perché sono riuscita ad arrivare alla turca… ma come potevo togliermi le mutande? Mi hai legato entrambe le mani!»
«Non ci avevo pensato,» ammisi.
Le accarezzai i capelli e le diedi un bacio sulla fronte.
«Va bene. Sei stata brava stamattina. Avevo paura che non reggessi.»
Giulia inspirò, quasi orgogliosa nonostante tutto. «Grazie. Ora voglio solo andare a casa, cambiarmi e riposarmi un po’.»
Annuii. «Sì. Ti lascio pulirti e sistemarti. Ci vediamo dopodomani.»
scritto il
2026-03-15
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