Sonia & Tommaso - Capitolo 65: Una domenica particolare

di
genere
tradimenti

Le urla di mamma lacerarono il velo del mio sonno, trascinandomi in superficie con una violenza che non meritavo.
Allungai una mano verso il comodino, cercando la sveglia con i movimenti lenti di chi non è ancora pronto a rinunciare al proprio oblio: le dieci.
Tommaso mi aveva lasciata davanti al cancello alle tre del mattino, ma il silenzio della camera non era servito a calmarmi.
Incapace di dormire, ero rimasta a fissare il soffitto per ore, sentendo ancora sulla pelle l’elettricità di quel sabato interminabile.
Ripercorrevo ogni istante, godendo nel ricordo di come lo avessi portato al limite: provocarlo era diventato un gioco sottile, un’arte che affinavo ogni volta che i suoi occhi cercavano i miei implorando pietà o verità.
Alla fine, lui aveva ceduto.
La sua confessione in auto era stata di una dolcezza disperata, una resa totale che ancora mi faceva vibrare il basso ventre.
Eppure, il ricordo della pizzeria bruciava ancora.
La rabbia che avevo provato per quel maldestro tentativo di riconciliazione con Federica e Giulia non si era spenta; quegli sguardi, quel loro voler scavare nella mia vita privata, erano un capitolo che volevo chiudere definitivamente.
Ero certa che quella strega di Federica non si fosse bevuta la storiella del malinteso che l’ingenuo fidanzato le aveva propinato; le donne come lei sentono l’odore della trasgressione, e il mio, ormai, doveva essere diventato insopportabile per la loro morale mediocre.
Come se non bastasse, il programma della giornata prevedeva, dopo la messa, il pranzo dai genitori di Tommaso.
Erano persone dolci e care, ma di una noia terribile, custodi di una ritualità che ormai mi stava stretta come un vestito di una taglia troppo piccola.
Già me la vedevo la scena: sua madre intenta a volermi ingozzare a tutti i costi, alternando porzioni generose di lasagna a chiacchiere di una banalità disarmante, mentre il padre avrebbe monopolizzato l’intera durata del pranzo per parlare di lavoro con il figlio.
Sfilata la camicia da notte, restando nuda davanti allo specchio, pensavo a quanto sarebbe stato surreale sedersi a quella tavola immacolata portando addosso i segreti della sera prima.
Mi avrebbero guardata come la nuora ideale, la ragazza perbene da accogliere in famiglia, ignorando che sotto il vestito buono, portavo il ricordo del tocco di Yuri e nelle orecchie sentivo risuonare ancora le torbide confessioni del loro adorato figlio.
Infilai la biancheria con gesti lenti, scegliendo un completo che non lasciasse trapelare nulla; eppure, il solo contatto del cotone contro la fica, ancora sensibile, mi fece scorrere un brivido lungo la schiena.
Sarebbe stata una recita perfetta: il massimo della virtù pubblica a coprire il massimo della trasgressione privata.

In bagno trovai Chiara.
Era seduta sul water, ancora mezza addormentata, i capelli scompigliati dal sonno che le incorniciavano il viso.
La salutai distrattamente, un cenno appena accennato tra i vapori del mattino, e iniziai a truccarmi.
Condividendo gli stessi spazi, quella per noi era una consuetudine consolidata; ci alternavamo nelle funzioni con la naturalezza di chi non ha più nulla da nascondere.
Accovacciata sul bidet, la osservavo riflessa nello specchio; concentrata sul trucco, con gesti precisi, cercava di nascondere i segni della notte.
Era davvero bella, e il mio pensiero tornò ostinatamente a quel piccolo segreto scoperto per caso: quella macchia di sperma che avevo rinvenuto sulle sue mutandine nel cesto della biancheria.
Un marchio inequivocabile che non poteva appartenere a Francesco.
La guardavo, chiedendomi chi fosse davvero la ragazza oltre quel profilo così simile al mio.
Parlava poco e di lei, in fondo, non sapevo nulla.
Era assurdo: eravamo sorelle, quasi coetanee, eppure ci muovevamo nella stessa casa come due estranee, ognuna prigioniera dei propri desideri inconfessabili.
Chissà se anche lei, osservandomi, sentiva l’odore della mia corruzione o se eravamo solo due ombre che si incrociavano prima di mettersi la maschera della domenica.

Indossato l’abito buono, scesi in cucina.
Mamma fremeva; la sentivo chiamare Chiara con quel tono agitato che riservava alle mattine di festa, spazientita nel vederla, solitamente, mai pronta.
La parrocchia era poco distante e ci andavamo a piedi: come sempre, io e mia sorella davanti, e mamma e papà al seguito; fieri di quella compostezza borghese.
All’entrata della chiesa, puntuali e fedeli come due cani ammaestrati, i nostri fidanzati.
Ci accolsero sorridenti, per poi accompagnarci alla solita panca in prima fila; il posto d’onore davanti a tutti.
Sul volto di Tommaso però, aleggiava quel giorno uno strano sguardo vispo; un’euforia nervosa che stonava con il pallore della sua pelle.
Ero certa che non avesse dormito.
Eppure, in quegli occhi che cercavano i miei, leggevo una vitalità febbrile; lo stesso tremito che doveva averlo scosso tutta la notte, ripensando a quanto gli avevo confessato.
Era incredibile come l’essere tradito, invece di schiacciarlo, lo facesse sembrare quasi rinato, elettrizzato dall'idea di sedersi accanto a me in quel luogo sacro, custode di un segreto che avrebbe fatto inorridire l'intera congregazione.

Finita la funzione e salutati i miei genitori, partimmo verso casa sua.
Ritrovarsi di nuovo soli su quell’auto, fu come chiudersi alle spalle la porta del mondo reale per rientrare nel nostro santuario di segreti.
Lo osservavo di profilo: stringeva esageratamente il volante e quell’insolito sorriso non lo abbandonava un istante; quasi a volermi contagiare con la sua eccitazione.
«Non hai dormito, vero?» chiesi con un tono di voce basso, quasi una carezza.
Scosse il capo, ridacchiando piano, un suono nervoso che tradiva agitazione.
«Impossibile, amore. Continuavo a rivedere la scena... intendo... quella di te e il tuo amichetto. E come avrei potuto dormire? Poi non facevo che pensarti in bagno con quel Yuri...»
Si inumidì le labbra, lanciandomi un'occhiata carica di una fame disperata. «Hai detto che ti ha stretto un... un capezzolo... e che gli hai sfiorato il cazzo. Di’ la verità: ti sarebbe piaciuto... che ne so... prenderglielo in mano?»
Sistemandomi meglio sul sedile, lasciai che la gonna risalisse appena, esponendo la coscia nuda alla sua bramosia.
«Sei insaziabile, tesoro,» risposi con una calma studiata, godendo del suo sussulto. «Te l’ho detto che la prossima volta lo faccio; guarda che non sto scherzando.»
«Sì, però poi me lo racconti,» rispose entusiasta. E subito dopo: «Ma non hai risposto: ti sarebbe piaciuto segarlo come fai con il tuo collega? A proposito... a quello fai anche i pompini?»
Lo guardai, mantenendo un'espressione indecifrabile. «Tommaso! Ma che domande fai?»
Lui deglutì a vuoto, imboccando il vialetto di casa. «Sì... scusa... è che mi lascio prendere e non capisco più nulla. Tra l’altro non ho nemmeno dormito...»
Gli rivolsi un sorriso dolcemente velenoso, sfiorandogli il viso con una carezza leggera. Poi, spiazzandolo con la precisione di un colpo di grazia: «Sì.»
Mi osservò senza capire, distratto dalla manovra di parcheggio. «Cosa, amore?» chiese, spegnendo il motore.
Lo fissai continuando a sorridere, lasciando che il silenzio dell’abitacolo amplificasse le mie parole. «Sì, glieli faccio.»
Restò immobile come una statua di sale, con le mani ancora incollate al volante e il fiato sospeso nei polmoni. Lo lasciai lì, pietrificato, e scesi dall'auto lasciandomi sfuggire una risata argentina.

Sua madre mi venne subito incontro; abbracciandomi con il calore di sempre, sinceramente felice di avermi a tavola.
Il pranzo si svolse come da copione. Osservavo Tommaso: a stento riusciva a tenere gli occhi aperti, assecondando con uno sforzo visibile i discorsi prolissi del padre.
Era un’ombra che si muoveva meccanicamente tra una portata e l’altra, schiacciata dal peso delle immagini che gli avevo piantato nella testa poco prima.
Terminato il pasto, vedendolo ormai al limite del collasso, gli consigliai di stendersi per dormire un poco.
Ne approfittai per uscire a fare due passi in giardino, assaporando l’aria fresca e la quiete domenicale.
Tra le siepi curate e il silenzio interrotto solo dal rumore lontano delle posate in cucina, pensai a Mario; era da tanto che non lo sentivo.
Presi il telefono dalla borsa e gli mandai un messaggio, curiosa di vedere quali reazioni avrebbe scatenato quel mio improvviso ritorno.
Sonia: "Ciao Mario, dove sei finito? Sparito nel nulla... 😉"
La risposta non si fece attendere. Era il suo modo di riprendersi lo spazio, di farmi capire immediatamente che non ero io a dettare le regole del gioco.
Mario: "Ciao troietta... ti prude la fica?" 🍑🔥🌶️😈
Quel tono, così rude e diretto, mi investì come una sferzata di calore improvvisa. Non ero più abituata ai suoi termini, a quelle provocazioni brutali che avevano il potere di eccitarmi fino alle lacrime.
Sonia: "Che modi! 😠 Però... sì... diciamo che vorrei qualcosa di tuo! 🍆💦🤤"
Mario: "La solita puttana! Ti stai toccando? Lo so, me lo sento!" 🍑🖕🏻
La sua sfacciataggine mi procurava un piacere perverso, una vertigine che solo lui sapeva innescare con tanta violenza gratuita.
Sonia: "Non capisco di cosa parli..." 🤫🤤🌊
Mario: "Certo che capisci. Lo so che sei nuda, sul letto, e che mi stai desiderando. E ti piace questa cosa. Ti piace essere una puttanella che si tocca scrivendo." 😈
Sentivo il cuore battere forte, e le mani tremare leggermente sull'involucro del telefono. In quel giardino curato, tra i fiori dei futuri suoceri, mi sentivo una troia.
Una sensazione deliziosa.
Sonia: "Certo che mi piace... ma non sono a letto... 😍"
Mario: "Mi manchi puttanella! Più di quanto immagini. Tu e la tua figa da troia. 🍑🍆💦... Per te non basta un reggimento di cazzi!"
L’immagine di un'intera schiera di uomini pronti a possedermi mi scosse con un brivido profondo. La sua presenza mentale, quella dominazione così volgare, erano il mio ossigeno.
Sonia: "Quando vieni a trovarmi?" 🤤🍑🍆💦
Mario: "Chissà? Prima o poi vengo! Ma il cornuto? 🤘🏻 Come sta? Sei ancora con lui? Non ti sei ancora stancata di fingere?" 😈
Sonia: "Bene, sta bene, ma le corna gli crescono giorno dopo giorno... 🦌😈"
Mario: "Brava puttana, sei la mia allieva migliore!"
Ci salutammo così. Chiusi la chat con il respiro corto, sentendo il calore dell'eccitazione premere contro il tessuto degli slip.

Con lo smartphone stretto nel palmo e il sorriso ancora vivo sulle labbra, voltandomi, vidi a pochi passi da me Lucia, la madre di Tommaso.
Non avrei saputo dire da quanto tempo fosse lì o cosa avesse visto, ma il suo sguardo indugiava sul mio volto con una strana curiosità, da farmi quasi arrossire.
Con una forzata smorfia di cortesia, iniziò a dirmi delle rose, perdendosi in una dissertazione minuziosa sulla cura del giardino.
Le sue parole fluivano ininterrotte, un velo di chiacchiere stese forse per coprire l'impaccio di avermi spiata.
La assecondavo annuendo, fingendo un interesse che non avevo, sentendo invece il calore della chat di Mario ronzarmi nella mente.

Dopo una mezz’ora abbondante di noia distillata su potature e concimi, rientrammo finalmente nel fresco della casa.
Lì, il tempo sembrò fermarsi, intrappolato in una di quelle odiose trasmissioni domenicali che riempivano il salotto di applausi e schiamazzi inutili.
Dovetti sorbire tre ore di quella tortura catodica, seduta composta sul divano di velluto, l’immagine stessa della nuora perfetta, con il fidanzato in camera sua, abbandonato a un sonno profondo.
Si stava facendo tardi e, vedendo che Tommaso non accennava a comparire, andai a svegliarlo.
Ancora avvolto in un torpore assoluto che ne rendeva i tratti quasi infantili, cercò di mettermi a fuoco, come se non ricordasse della mia presenza.
Con un debole sorriso mi tirò a sé, mormorando scuse per avermi lasciata sola con i suoi genitori.
Dopo essersi fatto una doccia veloce, lo aiutai a preparare la valigia, piegando gli abiti con una cura che nascondeva una certa impazienza.

C’era ancora del tempo prima del volo e, quasi a voler prolungare quel baccanale di segreti in cui lo avevo trascinato, propose di fermarci per un aperitivo lungo la strada.
Non era la prima volta che lo accompagnavo all’aeroporto per poi tornare con la sua auto.

Ci fermammo in un bar appena fuori città, un posto già frequentato un paio di volte in occasioni simili.
Scegliemmo i tavolini all’aperto, ideali per gustarci gli ultimi raggi di sole e quella brezza leggera che accarezzava la pelle.
Tommaso mi guardava con un’espressione soddisfatta; il riposo pomeridiano lo aveva visibilmente rigenerato.
Non appena il cameriere portò gli aperitivi, lui ruppe ogni indugio, incapace di attendere oltre.
I suoi occhi brillavano della luce febbrile di chi si aspetta rivelazioni entusiasmanti.
«Quindi glieli fai davvero?» esordì, sporgendosi verso di me e abbassando la voce, come se il solo pronunciare quel pensiero lo facesse mancare d'aria.
Finsi di non capire, accompagnando il silenzio con una smorfia interrogativa appena accennata. «Cosa, amore?»
Si guardò attorno, timoroso che qualche orecchio indiscreto potesse intercettare la nostra intimità. «Sì... i pompini» mormorò, con un imbarazzo così viscerale da farmi sorridere.
«Ah... quelli... sì. Un paio di volte è successo» risposi allegramente, lasciando che le parole vibrassero nell'aria tra noi.
«Ma... sempre in macchina? Voglio dire, durante la pausa pranzo?»
Mi limitai ad annuire, osservandolo deglutire a vuoto prima di proseguire.
«Sonia, ora puoi dirmelo: da quanto tempo va avanti la vostra storia? Sii sincera, lo sai che non mi arrabbio.»
«Amore, non è da molto. Te l’ho già detto, circa una settimana...»
«Da quando hai ripreso a lavorare?» incalzò con la voce che si faceva più sottile, quasi un soffio.
«Sì... te l’ho...»
«E cos’è cambiato rispetto a prima? Intendo, perché prima non accadeva? C’entra qualcosa la vacanza?» Il suo sguardo bruciava, cercava una crepa nella mia compostezza. «Dimmelo, Sonia: è forse quanto accaduto con Luca ad averti cambiata?»
Non risposi, limitandomi ad abbassare gli occhi sul bicchiere, lasciando che il silenzio diventasse la conferma più crudele.
Rimase a osservarmi, immobile, in attesa di una risposta che tardava ad arrivare.
Fu lui a proseguire: «E scusa se te lo chiedo, ma cosa è accaduto di preciso con quell’Antonio? Mi ero accorto, sai? Appena tornati da Rimini, quando dicevi di uscire con le amiche, avevo intuito che ci fosse qualcosa. Amore, puoi dirmi tutto. Anche se imbarazzante, sono stato sincero con te e sarebbe giusto che tu lo sia con me. Non posso certo obbligarti a farlo, ma vorrei che tra noi non ci fossero più segreti.»
Lo guardai, riflettendo profondamente su quelle parole. Aveva ragione a esigere la mia sincerità, dopo aver messo a nudo la propria.
Ma come potevo raccontargli episodi tanto estremi? Come confessargli fin dove mi fossi spinta al mare, o quanto mi avesse costretta a fare Antonio?
Negare completamente sarebbe stata un’offesa alla sua intelligenza e, soprattutto, una negazione di ciò che bramava sentirsi dire.
Decisi così di somministrargli una verità fasulla, capace di eccitarlo senza schiacciarlo con i fatti veramente accaduti; un veleno dosato con cura per alimentare il suo desiderio senza traumatizzarlo.
Da vera attrice, iniziai schiarendomi la voce, lasciando che un velo di finta vulnerabilità appannasse lo sguardo.
«Hai ragione, Tommaso, ma vedi... è terribilmente imbarazzante per me. Se non ti ho detto nulla è solo perché mi vergogno.
È vero, quella settimana mi sono vista con Antonio, ma credimi... è stato un errore... io non avrei dovuto...»
Soffocai un finto singhiozzo e lui, come previsto, corse in mio soccorso, afferrandomi le mani tra le sue.
«Calmati, calmati amore. Stai tranquilla, non preoccuparti... siamo qui insieme, no? Vedrai che quando avrai raccontato tutto starai meglio.»
«Dici?... È così umiliante...» mormorai, coprendomi il viso.
«Raccontami con calma tesoro, dall’inizio. Dove lo hai conosciuto?»
«Me lo ha presentato un’amica. All’inizio sembrava carino, gentile. Così, quando hanno proposto di andare al lago, ho accettato. Ma quello, il giorno dopo, si è presentato a casa mia, ai miei genitori... capisci? È capace di incantare chiunque; persino a mamma ha fatto una buona impressione. Ma poi... in macchina, ha iniziato subito a toccarmi... anche al lago.»
«E la tua amica?» incalzò sempre più incuriosito.
«C’era un altro ragazzo che le piaceva e lei... sì, insomma, se la faceva con questo.»
«E tu con Antonio?»
«No... sì... insomma, eravamo soli... All’inizio ho cercato di oppormi, ma poi... per calmarlo... ho ceduto con un bacio... e...»
Lasciai la frase a metà. La faccia di Tommaso era paonazza, i lineamenti distorti da una tensione tale da farmi temere che sborrasse nuovamente nei calzoni lì, davanti a tutti.
«E poi…?» chiese, la voce ridotta a un filo.
«Poi... i ragazzi hanno noleggiato un pedalò e... lontani dalla riva... hanno insistito che togliessi il costume. Ti giuro che non volevo, ma la mia amica se l’è tolto e io... hanno insistito tanto...»
«Tutto?» esclamò sovreccitato. Annuii.
«E... eri lì nuda con loro? E poi?» insisté con la saliva che gli faceva capolino agli angoli della bocca.
«Antonio ha iniziato a baciarmi e toccarmi ovunque... e gli altri facevano lo stesso... Capisci? Mi ci sono trovata e... anche lui era nudo...»
Feci una pausa a effetto, facendo in modo di essere spronata a proseguire.
«Glie... glielo hai toccato?»
Annuii nuovamente, giustificandomi subito: «Per forza! Insisteva e io... beh, sì, ho cominciato a... era così duro...»
«Era grosso?»
«Come?» finsi di non capire.
«Sì amore... era... era grosso? Intendo...» guardandosi attorno, quasi in un bisbiglio, aggiunse: «...il suo cazzo.»
«Ah... sì Tommaso, molto… avessi visto... E... e... voleva mettermelo dentro, ma mi vergognavo; qualcuno avrebbe potuto vederci...»
Fissando il pavimento rimase a pensare alla scena. «E poi?»
«Poi… poi siamo rimasti lì… gli altri due dietro scopavano, e lui... ha voluto che gli facessi... capisci?» piccola pausa d’imbarazzo «... come mi vergogno...»
«Una sega?» scossi la testa.
«No... un... pompino.»
«E glielo hai fatto?»
Frignando disperata: «E come potevo dirgli di no? Insisteva tanto...»
«E ti è venuto in bocca?»
«Amore, mi ha costretta! E ha voluto che la mandassi... sì, la mandassi giù... e io...»
«L’hai mandata giù tutta?» esclamò basito.
«Sì... e non finiva più, era tanta... tanti schizzi.»
«E... e che sapore ha?»
Con una smorfia: «Beh... non male... pensavo peggio.»
Tommaso era confuso, perso in quelle immagini. Poi, con voce flebile: «E dopo?»
Lo guardai fingendomi incerta se proseguire. «Siamo tornati a riva.»
«E...»
«E... hanno voluto andare a casa di Filippo, il ragazzo della mia amica.»
«Eravate solo voi quattro?»
«Sì, era la casa dei suoi lì al lago e...»
«E lì ci sei andata a letto» mormorò.
Annuendo mesta, abbassai il capo.
Quasi incapace di respirare: «Dio mio... Sonia, tu mi farai morire. Ho il cuore che sembra impazzito.»
«Scusa amore, sei arrabbiato?» chiesi con finta ingenuità, pur sapendo quanto fosse eccitato. Scosse la testa, incapace di parlare.
Poi, dopo un lungo istante, riprese: «E... vi siete rivisti?»
Annuii ancora. «Quante volte?»
«Due... tre volte...»
«Sicura?»
«Forse quattro... non so...»
«Come non lo sai, tesoro? Vi vedete ancora?»
«No, te l’ho detto... è finita» risposi con una sicurezza che pareva rassicurante.
Alzandosi, mi diede un bacio sulla fronte, gli occhi lucidi e il respiro corto. «Aspettami, vado un attimo in bagno» disse, prima di allontanarsi con passo incerto.

Lo aspettai per una decina di minuti. Alcuni ragazzi, seduti al tavolo accanto, avevano già attaccato bottone presentandosi subito; erano carini, ma il mio pensiero restava fisso su dove fosse finito il mio fidanzato.
Si stava facendo tardi e lui aveva un aereo da prendere. Finalmente lo vidi tornare: stava riponendo il portafoglio nella tasca posteriore dei pantaloni, e sul suo volto aleggiava un sorriso sereno, quasi sollevato.
In macchina, lungo il tragitto verso l’aeroporto, lo interrogai con dolcezza: «Tutto bene, amore? Sei rimasto tanto in bagno: ti senti poco bene?»
«Sì, tesoro, grazie. Sto benissimo» rispose, la voce di nuovo ferma.
«Ti sei forse... sì, insomma... ti sei masturbato?»
Annuì ridendo, senza più alcuna traccia di vergogna.

In sosta davanti all’ingresso delle partenze, lo baciai con le braccia avvinghiate al suo collo per l'ultimo saluto.
«Farai la brava in mia assenza?» chiese, cercando un’ultima promessa di perdizione.
Lo guardai con un’espressione provocante, sfidandolo. «Tu cosa vuoi che faccia?»
Il suo sorriso fu la risposta più chiara che potesse darmi. Un istante dopo, varcando le porte a vetri, si voltò per gridarmi un'ultima raccomandazione: «Però raccontami tutto!»

Sulla via del ritorno, incolonnata nel traffico, presi il telefono e cercai il numero di Sergio, con la fica già bagnata per ciò che avevo in mente. Rispose al secondo squillo, con un tono sorpreso e leggermente affannato.
«Ciao, collega...» esordii, lasciando che il silenzio tra le parole caricasse l'aria di promesse.
«Sonia? Non mi aspettavo la tua chiamata di domenica...» La sua voce tradiva un sussulto di stupore. «È successo qualcosa?»
«Sì, è successo che ho voglia di vederti. Sei libero o hai impegni più urgenti?»
Lo sentii ridacchiare nervosamente. «Libero. Assolutamente libero. Dimmi dove sei, ti raggiungo ovunque.»
«No, resta lì. Passo a prenderti io sotto casa tra dieci minuti.»

Arrestai l'auto proprio davanti al suo portone; fumando una sigaretta, mi aspettava con un largo sorriso sul volto.
Quando salì, il suo sguardo era già carico di desiderio; il mio brillava di un'insaziabile malizia.
«Sonia... ma cosa ci fai qui con la macchina di Tommaso?» chiese felice.
«L’ho accompagnato in aeroporto: è appena decollato per la Sicilia e sarà via per tutta la settimana» risposi, partendo con una leggera sgommata, lanciandogli un’occhiata furba.
«Wow! Allora ce la possiamo spassare!»
«Sei contento?»
«E me lo chiedi? E dove hai intenzione di portarmi?» disse entusiasta.
«Secondo te?» risposi, prendendo la strada verso la periferia.
Poi, con un sorriso sfacciato: «Ma se non ti va, dimmelo pure. Posso sempre riportarti a casa.»
Sergio non rispose, avvicinandosi per baciarmi il collo e intrufolando la mano tra le mie cosce.
«Tesoro, se fai così usciamo di strada… E poi lo senti se gli rovino l’auto.»
Tommaso teneva molto alla sua macchina: fino a un paio di settimane prima, avrei detto che fosse più geloso di lei che di me. Anche se quella che nutriva nei miei confronti, era una gelosia malata.

Seguendo le sue indicazioni, bisbigliate all’orecchio mentre baciandomi continuava a masturbarmi, imboccai una stradina di campagna; un sentiero di terra battuta che si perdeva tra i campi, terminando in un luogo appartato, un nido di peccato ideale per le nostre voglie.
Spento il motore, il silenzio della campagna si fece pesante, rotto solo dal ticchettio del metallo che si raffreddava sotto di noi e dai nostri baci.
Con l’impazienza autentica di due amanti clandestini, ci denudammo a vicenda in un groviglio di stoffa e respiri mozzati.
Gli montai sopra con un movimento fluido, desiderosa di sentire finalmente il suo cazzo affondare fin nel profondo, per cancellare il grigiore e l'oppressione di quella giornata.
Lo cavalcavo con foga, godendo di quella penetrazione che mi scuoteva fin nelle viscere.
Inarcando la schiena, raggiunsi quasi subito il primo orgasmo, seguita a ruota da un secondo che mi lasciò senza fiato; il tutto senza dare modo al mio amante di venire.
Ero brava a domarlo, a fermarmi un istante prima dell’inevitabile per poi ricominciare a tormentarlo: nelle ultime settimane avevo avuto dei bravi maestri, e io ero stata un’ottima allieva.
Con la fica che ancora pulsava e i miei umori che gli colavano lungo le palle, afferrai saldamente la sua verga durissima e feci scivolare il bacino in avanti, premendo quella punta lucida all'imboccatura dell’ano.
Lo guardai con gli occhi carichi di lussuria, sentendolo entrare centimetro dopo centimetro, fino a sentire il contatto del suo bacino.
Quante volte avevo scopato su quell’auto, ma erano sempre stati amplessi insipidi, insoddisfacenti, dove l'attenzione a non fare danni superava il desiderio. Ora stavo prendendo la mia rivincita.
La fica era un fiume e sentivo i miei umori scorrere verso il basso, bagnando prima il bacino di Sergio per poi colare, inevitabilmente, sul sedile.
Il dolore iniziale si trasformò presto in un piacere che non potevo controllare, una vertigine che mi scuoteva dalle fondamenta.
Quando fu ormai allo stremo, gli concessi di venire e di riempirmi il retto con un'abbondante sborrata.
Accolsi ogni sua spinta profonda, contando gli schizzi dentro di me: uno, due, tre, e così via, fino a quando non si accasciò soddisfatto, sentendolo via via afflosciarsi nel mio antro ancora contratto.
Lo baciai a lungo, assaporando il sapore del tradimento mischiato all'odore selvatico dei nostri fluidi.
Non era abbastanza; nonostante quanto avessi goduto, sentivo una fame che non accennava a placarsi. Volevo saturare ogni senso con quel cazzo.
Con un movimento felino tornai al lato guida, scavalcando il cambio, e inginocchiata gli feci un pompino che lo avrebbe fatto raddrizzare a un moribondo.
Mentre lo facevo, sentivo la sborra scivolare fuori dal mio buchetto dilatato, un rivolo denso e caldo che tracciava un solco eccitante lungo le natiche. La consistenza era quasi oleosa, un marchio liquido che mi faceva impazzire sentendolo colare, goccia dopo goccia, sul tessuto del sedile. Un piccolo flusso costante che imbrattava l'auto del mio fidanzato.
Incurante del danno, ero concentrata solo a leccare e succhiare quella verga, finché non la sentii tornare granitica tra le mie labbra.
Ci scambiammo di posto e, distesa sotto di lui, mi scopò alla missionaria. Il tempo passava, ma non aveva importanza: volevo solo godere, e lo stavo facendo con ogni fibra del mio essere.

Si era già fatto buio quando finimmo; scendemmo dall’auto, che ormai era un disastro di chiazze bagnate e vestiti stropicciati. La prima cosa che feci, del tutto incurante di Sergio che mi fissava nell'ombra, fu la pipì.
Accovacciata, con le cosce che tremavano ancora per lo sforzo, lasciai che l'urina calda e profumata scivolasse giù, mescolandosi all'erba umida della sera. Era eccitante sentire il suo sguardo addosso, vederlo lì a osservarmi in quella posa così intima.
Ci pulimmo alla meglio con dei fazzoletti di carta che finirono poi ammucchiati sul tappetino dell'auto, e restammo nudi a baciarci in mezzo alla natura, con i piedi che affondavano nell’erba fresca e il respiro che si faceva di nuovo corto. Ci fu ancora il tempo per un ultimo pompino; a detta di Sergio, il migliore che avesse mai ricevuto in vita sua.

Avevo goduto più volte e sentivo che quel baccanale di sensazioni era esattamente ciò di cui avevo bisogno per chiudere il cerchio della domenica.
Riaccompagnato a casa il mio amante, sulla via del ritorno, lasciai che l’aria fresca della sera entrasse dai finestrini per accarezzarmi la pelle ancora accaldata.
L’estate stava per finire e, osservando le luci della città che scorrevano veloci, ripensavo a quanto la mia vita fosse cambiata in un battito di ciglia.
Ero partita per il mare con un vago, quasi infantile desiderio di trasgressione; ora, a distanza di poche settimane, mi ritrovavo con la prospettiva di un impiego d'élite per Nicola, diversi amanti e un fidanzato che traeva il suo piacere più profondo dal mio adulterio.
Il brivido da cui ero scossa non era dovuto alla frescura serale, ma all'estasi del rischio, alla potenza della menzogna e alla densità dei segreti che portavo dentro di me.
Sentivo ancora il sapore ferroso della sborra di Sergio sulla lingua e l'odore del mio umore che si mescolava a quello del suo sperma nell’abitacolo e sulla pelle.
Il mio corpo era stanco, svuotato da ore di sesso sfrenato, ma la mente, al contrario, vibrava in piena attività, già proiettata verso la prossima mossa.
Non vedevo l'ora di varcare la soglia di casa, sfilarmi di dosso i vestiti e stendermi finalmente nuda sul letto.
Guidando, il pensiero andò a Tommaso: lo immaginavo a Palermo, ignaro e bonaccione, perso in una felicità paradossale, grato di avere accanto una donna che lo tradiva con tanta meticolosa malizia.
Quel suo bisogno di essere distrutto per sentirsi vivo mi faceva quasi tenerezza. La mia doppia vita era ormai come ossigeno, un bisogno di cui non potevo più fare a meno.
Adoravo quella sensazione di essere una puttana che giocava con gli uomini e con i miei desideri più osceni; sapendo che la mia storia era solo all'inizio e che il vortice in cui stavo scivolando era il posto più eccitante in cui fossi mai stata.


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2026-03-14
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