Advanced D&D: Terre Aride. La Torre dell'oblio.
di
passodalfiume
genere
orge
La vita di Matteo era quella di molti trentacinquenni: lavoro, casa, lavoro, tutto cadenzato da un ritmo monotono e pigro. Matteo aveva una moglie, Lucia, una donna forte e dominante, concentrata sulla sua carriera da agente immobiliare, e una figlia adolescente, Ilary, che riprendeva il temperamento della madre, inasprito da un attivismo civico e di genere fanatico. La vita di Matteo non era semplice: faceva un lavoro che non gli piaceva come addetto agli smartphone in un centro commerciale, con una laurea in ingegneria che intanto prendeva la polvere appesa al muro. Non seguiva lo sport, non c’era una squadra di calcio con cui distrarsi; no, l’unica cosa che lo portava via da quel mondo era racchiusa pochi metri sotto terra, tra le fondamenta della casa paterna, dove dalla morte dei suoi genitori viveva con la sua famiglia.
Lì, in una tavernetta – l’unico angolo della casa che non era stato soggetto alla ristrutturazione voluta dalla moglie, ma era restato esattamente come lo aveva vissuto lui nella sua gioventù –, ogni volta che i loro impegni glielo consentivano, da più di vent'anni incontrava i vecchi amici per cimentarsi in un'avventura di D&D.
Il fantasy era l’unica vera passione di Matteo e, in un lontano passato, la stessa fiamma aveva alimentato la vita di sua moglie. Era stato in un negozio di fumetti che si erano incontrati, da adolescenti; era nel fantasy che vivevano le loro avventure. Poi, come gli ripeteva sempre lei, la donna era cresciuta, era diventata una professionista, una moglie, una madre, si era presa delle responsabilità ed era andata avanti, lasciando a ingiallire, sul tavolo dove si incontravano, la scheda di Evelin, una delle più scaltre ladre del nord, il personaggio che aveva interpretato per anni.
Ma lui, Giovanni, Paolo, Luca e Marco non avevano rinunciato: no, continuavano a vivere le loro avventure, tra lanci di dadi e miniature dipinte a mano.
Un giorno, a una fiera del settore, incontrarono un misterioso personaggio. L’uomo all’apparenza sembrava il solito nerd invecchiato male, ma qualcosa nel suo sguardo intimidiva il gruppo. Lord Elder, si faceva chiamare, e quando mostrò loro il suo più prezioso tesoro, capirono di trovarsi davanti a un saggio: l’uomo possedeva, praticamente intonsa, una prima edizione del 1985 di D&D de “La torre dell’oblio” della campagna Terre Aride, la prima quest in assoluto tradotta in italiano e presentata sul mercato dell’epoca.
Provarono di tutto, offrendo cifre fuori mercato e contendendosi il manuale con altri appassionati presenti davanti al banchetto, ma il vecchio non sembrava disposto a cedere. Non avrebbe venduto il suo tesoro per denaro; no, lo avrebbe concesso solo a chi si fosse mostrato meritevole!
Molti dei presenti, più disposti a spendere soldi che tempo, si defilarono, ma la compagnia di Matteo decise di accettare la sfida. Così, in un freddo pomeriggio di novembre, il gruppo si ritrovò nel seminterrato, pronto a vivere questa nuova e unica avventura.
Quando Lord Elder arrivò, i ragazzi si resero conto che la passione dell’uomo andava ben oltre la loro: lui non si limitava a interpretare un personaggio, lo viveva. Indossava un completo da mago curato in ogni dettaglio, un po’ logoro per il passare degli anni e scolorito, ma che sembrava aver vissuto sul serio ognuna delle avventure che l’uomo raccontava di aver affrontato.
Quella sera Lord Elder – non seppero mai il suo vero nome – sarebbe stato il loro Dungeon Master. Li avrebbe guidati e sfidati. Nella sua avventura.
Si sedettero attorno al vecchio tavolo di quercia. La tavernetta era illuminata appena da candele e da alcuni faretti dalla luce soffusa, per rendere l’atmosfera più coinvolgente. Prima di iniziare, il master pretese di vedere le schede dei personaggi dei cinque amici; uno ad uno le analizzò a fondo.
Luca, il ranger, un Elfo dei Boschi, abile arciere che sulla scheda aveva scritto il nome di Faelar, un cacciatore silenzioso come il vento tra le foglie.
Paolo, il bardo, un Halfling che usava l’astuzia e il canto magico per supportare i propri compagni e sconfiggere i nemici, battezzato per l'avventura come Milo, un saltimbanco dal sorriso furbo e la parlantina inarrestabile.
Marco, il mago elementale, un Alto Elfo dal passato nobile e il grande intelletto capace di dominare gli elementi della natura, che aveva scelto per sé l'antico e fiero nome di Valerius.
Giovanni, il negromante, un potente Drow, un elfo oscuro che aveva sacrificato ogni aspetto della sua vita allo studio delle arti oscure, capace di evocare creature dall’oltretomba, firmato sul foglio con l'inquietante nome di Malakor.
E a completare la compagnia, il loro leader, Matteo, il paladino sacro, un avventuriero nato dal nulla che aveva conquistato fama e potere tra la polvere e il sangue dei campi di battaglia, il cui alter ego portava il nome solenne di Sir Gideon.
L’uomo osservò con attenzione ognuna delle schede. Negli occhi aveva un'espressione soddisfatta: sì, finalmente la sua ricerca, durata anni, forse aveva trovato gli eroi capaci di cimentarsi nell’impresa.
Tutto era pronto, l’avventura stava per iniziare, ma in Matteo qualcosa non andava. La febbre, che nemmeno la tachipirina aveva stemperato, lo tormentava.
«Cosa hai, paladino? Ti vedo strano», chiese il master prima di cominciare a leggere l’introduzione.
«Nulla, un po’ di febbre, andiamo avanti», disse stoico l’eroe.
«E sia, preparatevi eroi, perché questa non è la solita avventura a cui siete abituati. Oggi incontrerete i vostri demoni, le vostre più profonde paure, l’oscurità stessa delle vostre anime. Questa è la Torre dell’Oblio, versione avanzata!», annunciò il master, facendo venire un groppone in gola alla maggior parte dei presenti.
L’avventura procedette. Il gruppo si trovò ad affrontare enigmi, mostri e trappole, ma piano dopo piano saliva verso la sommità della torre, senza sapere cosa li avrebbe attesi.
Poi il master pose loro un tranello: dopo averli condotti in una stanza piena di specchi, pronunciò parole arcane e ognuno di loro, davanti allo specchio che rifletteva la propria immagine, vide comparire una figura di donna, la propria versione al femminile.
«Ecco, miei prodi eroi, ecco la vostra più ardua prova: proseguire in questa avventura, mutati nell’aspetto e nell’essenza. Tutti voi, tranne tu, prode Sir Gideon».
«Cosa?», esclamò Luca, sgranando gli occhi.
«Che vuol dire, siamo diventati tutti donne?», domandò confuso Giovanni.
«Beh, che c’è di male?!», ridacchiò Luca, cercando di sdrammatizzare la situazione.
«Scherzi?», sbottò Paolo, stringendo i pugni. «Ho impiegato quindici anni a creare il mio bardo Milo e ora mi ritrovo con i genitali ribaltati?».
«Anche a me questa cosa non va per niente», aggiunse Marco con orgoglio ferito, pensando al lignaggio nobiliare del suo alto elfo Valerius.
«Ehi, un momento, perché Matteo non lo hai trasformato in donna?», domandò insospettito Paolo, indicando la scheda del paladino.
«Già…», sussurrò Marco, incrociando le braccia al petto.
«Non avete scelta, eroi: o proseguite, o la vostra condizione resterà irreversibile!», minacciò il master senza dare ulteriori spiegazioni. «Allora, eroi, cosa volete fare?!», tuonò.
«Andiamo avanti», disse febbricitante Sir Gideon.
Intanto, forse per la febbre, Matteo aveva sempre più difficoltà a riconoscere i confini tra ciò che doveva essere la realtà e ciò che apparteneva al mondo di fantasia in cui si erano cimentati. In quel suo delirio, ognuno dei suoi compagni ora appariva non semplicemente nella propria versione femminile, ma in una versione… a dir poco sessualizzata, come quelle che da ragazzo e ,incapace di negare il fatto ,anche da adulto avevano riempito le sue fantasie.
Non che Matteo avesse fantasie erotiche sugli amici, solo che a volte si ritrovava a chiedersi come sarebbe stato avere un party di sole donne. In fondo, quando la moglie condivideva con lui quelle avventure, prima che la sua fiamma si estinguesse nell’oscuro mondo della compra vendita immobiliare, le loro serate erano state piene di pericoli e di emozioni forti a cui spesso ripensava con nostalgia. E ora poteva vivere quella fantasia, nascosta da anni.
«Ma che diavolo…», borbottò guardandosi attorno.
Luca non era più il solito elfo un po’ selvaggio, abituato alla sopravvivenza nella natura: al suo posto c'era una giovane elfa dei boschi mozzafiato, dall’aspetto minuto e dall’aria un po’ ingenua. I capelli ramati tendenti al grano erano raccolti in una lunga coda dietro la testa, gli occhi avevano il colore dell’acqua limpida e la pelle era di un pallido angelico. Era avvolta in un’armatura di cuoio intarsiata, così aderente da sembrare dipinta sul corpo. Il corpetto, generosamente scollato sul davanti, metteva in risalto le sue forme atletiche, mentre i lunghi stivali stringati fatti di pelle di daino lasciavano scoperte le cosce toniche, dal ginocchio in su. A ogni passo, sotto l’orlo cortissimo della sua microgonna fatta di foglie d’acero, l’elfa si mostrava nuda, con l'arco lungo adagiato con malizia sul fianco sinuoso, mentre una faretra leggera con alcune frecce ne decorava la schiena che altrimenti sarebbe rimasta scoperta.
Paolo si era tramutato in una minuscola ma esplosiva halfling barda. Il viso gioviale era incorniciato da una cascata di ricci rossi come il fuoco; indossava un vestitino corto e vaporoso da taverniera, stretto in vita da un corsetto che spingeva il décolleté decisamente verso l'alto. Le calze ricamate ne coprivano le cosce piene e, ogni volta che si muoveva con furbizia, la gonna sollevava una ventata di maliziosa impertinenza, rivelando che anch'essa non era solita usare biancheria intima.
Marco si stagliava ora come una splendida e algida alto elfa maga elementale. I capelli oro zecchino, gli occhi due fuldidi smeraldi, le labbra sottili, capaci di evocare parole di perdizione e lussuria. Il suo costume era minimale: indossava, tenuta insieme da una fine cintura dorata, una veste di seta leggera spaccata su entrambi i lati fino all'anca, sotto la quale si mostrava completamente nuda. A ogni minimo movimento rivelava gambe lunghissime e slanciate, mentre la veste si apriva mostrando la grazia di cui era padrona. Il tessuto sul petto era semitrasparente, non serviva a coprirla ma a esaltare le forme, incrociato da ricami d'oro che catturavano la luce, donandole un'aria tanto aristocratica quanto irresistibile.
Giovanni era diventato una drow negromante dall'estetica dark e seducente, dalle forme un po’ piene e giunoniche, una bellezza procace e statuaria. La sua pelle scura contrastava con i lunghi capelli candidi che le ricadevano liberi sulle spalle nude. I suoi occhi, di un rosso brillante, penetravano l’anima di chi era soggetto al suo sguardo. Il nero e il rosso cremisi dominavano il suo abbigliamento: indossava una tunica di pelle nera e cinghie borchiate che copriva pochissimo, lasciando l'addome completamente scoperto e mettendo in mostra un tatuaggio sotto l’ombelico, che scendeva intrigante verso il basso ventre e il suo inguine, appena celato sotto al tessuto ramato che lo vestiva.
«Cristo, ragazze, siete bellissime!», ridacchiò Matteo, rosso in viso e con lo sguardo perso nel vuoto.
«Cosa?», domandò Paolo, scambiandosi un'occhiata confusa con gli altri.
«Stai bene, amico?», chiese Marco.
«No… non credo, ha la febbre alta!», disse Luca dopo avergli posato una mano sulla fronte.
«Forse dovremmo interrompere», propose Giovanni, chiudendo per metà il suo raccoglitore.
«Se interrompete ora, l’incantesimo non sarà mai sciolto!», li avvisò il master, stringendo i pugni sul tavolo.
«Amico, dacci tregua!», sbottò Paolo, ormai spazientito.
«Tregua? È questo che chiedete al male quando incombe sulle vostre vite?», rispose lui severo, alzando la voce. «Il male non conosce tregua, pause o riposo. Incombe e vi minaccia anche quando vorreste stare tranquilli, non ha pietà o riguardi, e se gli voltate le spalle i suoi artigli si conficcheranno nella vostra carne!!»
Il master pronunciò quelle parole in un'esaltazione tale che fece capire al gruppo — o almeno a coloro che non avevano la febbre — che quel tizio non doveva avere tutte le rotelle a posto.
«Andiamo avanti», fece loro coraggio il paladino, cercando di riprendere il controllo del personaggio. «Nulla ci fermerà!!», aggiunse, alzandosi in piedi di scatto e collassando sulla sedia un attimo dopo, completamente esausto.
Paragrafo 1: Faelen, l’elfa del bosco
Nelle nuove condizioni imposte dall’incantesimo, il gruppo avanzò nella torre. Faelen, Mila, Valera e Malice, sotto la guida fiera di Sir Gideon, affrontarono ogni sfida proposta dal Master, uscendone vittoriose. La natura dei loro nuovi corpi non sembrava limitarne le azioni, anzi: anche se parevano aver perso parte della resistenza e dei punti vita, le loro abilità e i loro poteri sembravano aumentati.
Ma il Master tramava nell’ombra, pronto a imporre loro, e soprattutto al paladino, prove terribili che ne avrebbero messo alla prova il coraggio, la forza e lo spirito.
Tutto cominciò con quella che all’inizio il Master presentò come una tregua: un rifugio inatteso dove recuperare le forze prima di proseguire. La stanza sembrava esistere in un luogo alternativo: a limitarla non c’erano più le fredde pareti di roccia, ma una fitta boscaglia di alberi oscuri. Al centro, in una radura, restava solo la scala di pietra da cui erano arrivati e da cui avrebbero proseguito.
Sir Gideon se ne stava seduto davanti a un focolare improvvisato, acceso dall’abilità da ranger della sua compagna Faelen. La giovane elfa, sempre pronta a rendersi utile per il gruppo e in special modo per il loro leader, di cui anelava l’approvazione, aveva raccolto dei rami e, semplicemente sussurrando ad essi, ne aveva acceso la fiamma; poi, tratti alcuni alimenti dal suo zaino, aveva cominciato a preparare un pasto veloce.
Il paladino, mentre controllava il proprio equipaggiamento, la osservava, così come osservava ognuna delle sue compagne – valorose, tenaci, seducenti e bellissime – sedute attorno a lui. Ogni volta che lo sguardo del suo signore si posava su di lei, Faelen arrossiva. Consapevole di non essere capace di nascondergli le emozioni che l'eroe le suscitava, distoglieva timidamente lo sguardo.
L’uomo era ignaro dei sentimenti della giovane elfa. Ne riconosceva la bellezza, ma non la considerava sotto quell’aspetto: per lui era una grande arciera dal fiuto infallibile nel seguire le tracce, nello scovare trappole e nel curare piccole ferite o malanni grazie all’erboristeria di cui era maestra. Era abilissima anche nel cucinare pasti frugali, in grado di far recuperare la resistenza e la forza a lui e alle sue compagne.
Ma qualcosa era cambiato. Era ormai chiaro che il cambiamento voluto dal Master aveva uno scopo: uno scopo a cui tutti si sarebbero dovuti adattare, o almeno così era nella fantasia febbricitante di Matteo.
«Ti vedo strana, mia cara amica!», le disse rivolgendole la parola. Lo fece quasi come se avesse percepito in lei il desiderio di un contatto, di un'attenzione che fino a quel momento la loro avventura le aveva negato.
«È che... qualcosa mi distrae, mio signore», le rispose lei timidamente.
«Cosa? Dimmi. Sai che puoi confidarti con me, mia giovane amica», la esortò lui.
«...Un bisogno... qualcosa che avevo già provato in passato, ma che ora... non riesco più a far tacere...», confessò lei, legando il suo sguardo quasi liquido a quello fiero del suo eroe.
«Cosa?», chiese lui, incapace di cogliere il vero senso del messaggio dell'elfa.
«Non so dargli un nome, mio signore, ma posso mostrartelo», sussurrò lei.
Dopo aver lanciato uno sguardo alle compagne dietro di loro, assicurandosi che fossero distratte, prese coraggio. Accucciata davanti al paladino tra l’erba alta, lasciò che le ginocchia si separassero, fino a mostrargli il candore del suo fiore umido e carnoso.
«Faelen, amica mia…», disse l’uomo, cercando non di respingerla, ma una scusa valida per farlo.
«Mio signore, se voi mi rifiutate adesso, il mio cuore si spezzerà. Non chiedo molto, solo di essere amata per qualche istante», sussurrò lei, posando le sue dita leggere sul ginocchio di lui.
Sir Gideon affondò il proprio sguardo in quello di lei, e nei suoi occhi lesse una supplica a cui non poteva negarsi.
«Cerchiamo un po' di riparo tra gli alberi, allora», acconsentì il paladino alzandosi. «Così non... distrarremo le altre», aggiunse.
Non fu semplice evitare di attirare l’attenzione. Mila, perspicace, sempre sfrontata, li punzecchiò con una battuta piccata:
«Non perdetevi nel bosco!»
Trovarono un angolo lontano dall'accampamento improvvisato. Era incredibile che la stanza della torre fosse così ampia: non se ne vedeva il limite e in ogni direzione gli alberi coprivano l’orizzonte, lasciando filtrare a stento la luce e gettando tutto nella penombra.
L’elfa si appoggiò a un albero alle sue spalle. Si muoveva nervosa, in preda a una smania che non sapeva spiegare, e sul suo viso si leggeva un desiderio che non riusciva più a trattenere.
«Eccoci dunque. Cosa vuoi che faccia?», chiese Sir Gideon, osservando l’amica con cui aveva condiviso mille avventure.
L’elfa sollevò l’orlo della sua gonna fatta di foglie, allargò le gambe e, fissandolo negli occhi, gli disse:
«Vi prego, baciatemi lì dove la mia natura prepotente richiede il vostro ausilio. Lì dove il calore è più intenso e insopportabile».
Il sesso dell’elfa era completamente glabro, timido nell’aspetto, specchio perfetto della sua natura. Il paladino si inginocchiò tra le gambe aperte della sua amica e con pazienza fece ciò che lei gli aveva chiesto.
«Oh sì, mio signore!», esclamò rapita Faelen affondando le dita tra i capelli dell’uomo. «Non fermatevi», lo supplicò.
Sir Gideon, devoto, continuò ad esplorarla con la lingua, affondando tra le pieghe della sua femminilità. Il sesso dell’elfa aveva un odore e un sapore che sapeva di selvatico, di natura, di muschio, miele, castagne e vaniglia, dolce eppure speziato.
Una secrezione fluiva tra le sue pieghe, riempiendogli il palato; l’uomo si chiese se avrebbe mai avuto la forza di separarsene, quando il suo compito sarebbe terminato.
Fu l’iniziativa dell’elfa a ridestarlo. In preda a un'urgenza che non poteva più attendere, lo spostò, si voltò verso il tronco, si piegò in avanti quanto bastava e, offrendogli il proprio sesso tra le natiche sode e pallide, lo supplicò:
«Vi prego, mio signore, fatemi sentire il vostro ardore!».
Sir Gideon era pronto da tempo. Gli bastò liberarsi appena dall’armatura in modo che il proprio inguine fosse libero e presentargli l’erezione che l’amica gli aveva procurato.
«Venite, mio signore, venite, sono pronta ad accogliervi», lo invocò lei muovendo lentamente i fianchi.
Il paladino non esitò: si pose dietro di lei e con fermezza affondò il proprio ardente desiderio dentro l’elfa.
Cominciò a muoversi con gesto deciso ma rispettoso, cercando di cogliere più il bisogno e l’esigenza della sua amica che sfruttare la disponibilità o la vulnerabilità.
«Così, mio signore, così», fremette Faelen mentre il paladino la amava come aveva sempre sognato. «Non fermatevi, vi prego».
Gideon non aveva alcuna intenzione di fermarsi: voleva donarsi a lei quanto lei stava facendo con lui. Erano stati spalla a spalla tra pericoli e mostri di ogni sorta, e ora quell’impresa sarebbe stata compiuta assieme, ancora una volta, l’una accanto all’altra.
L’elfa mantenne devota la posizione per un po’, poi, per aumentare la penetrazione e sentire il suo eroe dentro di sé nella parte più profonda della propria femminilità, si abbassò scorrendo lungo il tronco davanti a sé, fino a toccare con i palmi delle mani il terreno sotto di loro.
«Faelen, amica mia…», preannunciò Sir Gideon, incapace di trattenersi ancora.
«Aspettate, mio signore, aspettate», disse l’elfa, sganciandosi dalla sua presa, voltandosi con l’agilità che la contraddistingueva e ponendosi davanti a lui inginocchiata e devota, pronta ad accogliere sul viso, e nella bocca spalancata, il suo seme.
«Vi prego, saziatemi con il vostro nettare», lo supplicò.
Sir Gideon non poté resistere a quella preghiera: muovendo veloce la mano lungo l’asta, lasciò che il seme corresse all’interno della propria verga fino a sgorgare copioso dalla punta arrotondata e porpora del glande, e da lì innaffiare il volto dell’amica.
«Oh sì, mio signore, sì, donatemi la vostra grazia!», sospirò lei mentre, fiotto dopo fiotto, lo sperma del suo signore la raggiungeva.
Quando tornarono al campo, il resto del gruppo si era addormentato per recuperare le forze. Dopo essersi salutati , con un semplice gesto della mano, silenzioso, come avevano fatto mille altre volte, come se nulla fosse accaduto tra gli alberi alle loro spalle, ognuno raggiunse il suo giaciglio per seguirne l’esempio, non sapevano quanto tempo il Master avrebbe concesso loro per riposare, per fortuna, il sonno arrivò rapido per entrambi.
Paragrafo 2: L’arroganza di Mila
Il piano che li aveva accolti era un labirinto magico: le pareti si spostavano, le porte sparivano e apparivano, chiudendo passaggi e aprendone altri. Il gruppo si ritrovò improvvisamente diviso da uno spesso muro all'interno di un corridoio: da un lato Faelen, Valera e Malice; dall’altro Sir Gideon e Mila.
«Cosa facciamo?», chiese Mila, un po' preoccupata.
«Non possiamo far altro che proseguire», disse Sir Gideon, osservando la parete di solida roccia granitica che li separava dalle compagne. «Dobbiamo sperare che il resto del gruppo trovi una strada alternativa».
«Ah… sì… non credo che ci sia altro da fare», rispose lei.
Proseguirono, ma più che seguendo un percorso voluto, si ritrovarono a dover sottostare ai capricci del labirinto, che cambiava aspetto a ogni passo. Avanzarono fino a ritrovarsi in una stanza enorme, tra colonnati maestosi e un soffitto così alto da non poterne vedere il limite.
«Per tutte le muse e il vino speziato!», esclamò Mila correndo in avanti.
In ogni direzione la stanza era riempita di tesori di ogni tipo: montagne di monete d’oro, gioielli splendenti e casse decorate preziosamente, ricolme di ogni ricchezza.
«Mila, aspetta!», le gridò il paladino, temendo un inganno.
«Guarda, mio signore, guarda! Oro ovunque, gioielli e forzieri pieni di ogni desiderio di ricchezza!», disse l’halfling, del tutto incapace di sottrarsi a tanto lusso. «E questo cos’è?», aggiunse avvicinandosi a un piccolo forziere di legno bianco, decorato con preziosi intarsi in oro e diamanti.
«Non è possibile», disse lei trattenendo il respiro.
Al suo interno, posato su un cuscino di velluto, spiccava un maestoso cappello appartenuto al leggendario Finder Wyvernspur, il bardo mitico che aveva sfidato gli dei con le sue melodie. L'oggetto era ornato da una lunghissima piuma di fenice che sembrava brillare di luce propria: era il cimelio supremo che Mila aveva sempre sognato di possedere per coronare la sua fama.
«Deve essere mio!»
«Aspetta!», le urlò il paladino, incapace di trattenerla.
Senza ascoltare gli avvertimenti di Gideon, la barda si sporse avidamente nel forziere per recuperare il suo premio. Fu in quel millesimo di secondo che scattò la trappola.
L'oggetto si animò bruscamente, rivelando la sua vera, mostruosa natura: non era un tesoro, ma un vorace Mimic. Il forziere spalancò una bocca piena di denti bagnati di bava appiccicosa e serrò le fauci, intrappolando Mila. La halfling si ritrovò così completamente bloccata: la metà superiore del suo corpo era prigioniera dentro l'oscurità del mostro, mentre la metà inferiore restava fuori, scalciando freneticamente a mezz'aria.
A ogni strattone disperato della barda, la gonna corta e vaporosa da taverniera si sollevava impietosamente verso l'alto. Sir Gideon rimase paralizzato: davanti ai suoi occhi, le calze ricamate incorniciavano le cosce piene e nude di Mila che, nella totale assenza di biancheria intima, mostrava il sesso villoso acceso di un rosso vivace come la sua chioma, che si offriva al paladino in un tripudio di maliziosa e involontaria sfacciataggine.
«Gideon! Aiuto! Mi mastica! Mettici le mani e tirami fuori!», urlò la voce soffocata di Mila dall'interno del mostro, mentre il suo bacino oscillava caoticamente alla ricerca di un appiglio, proprio davanti all'armatura del cavaliere.
Il paladino sentì una zaffata di calore violentissima colpirgli il viso. La temperatura della stanza sembrava aver raggiunto livelli d'inferno. Doveva combattere il mostro e salvare la sua compagna, ma avvicinarsi a quel corpo così esposto e sinuoso, in una simile posizione, richiedeva una forza di spirito che la febbre stava lentamente logorando.
Sfoderò la mazza ferrata, mise lo scudo consacrato davanti a sé a protezione e avanzò, pronto a prestare soccorso all’amica in trappola.
«Arrivo, amica mia!», la rassicurò.
«Fate presto, mio signore, non so quanto potrò resistere!», lo supplicò lei dall’interno del mostro.
«Non è con la violenza che il Mimic spalancherà le sue fauci», una voce tenebrosa riecheggiò tra le colonne e gli alti soffitti della stanza. Il Master imponeva le proprie regole.
«Cosa vuoi che faccia, allora?», chiese il paladino, rivolto alla presenza invisibile che incombeva su di loro.
«Il Mimic ci mostra ciò che più desideriamo», spiegò la voce del Master con tono solenne. «E si aprirà solo se mostrerai ad esso ciò che più desideri!»
Il paladino rimase in silenzio, a cercare la risposta a quell’enigma.
«Ciò che più desidero…», pensò tra sé, osservando la scena dell’amica intrappolata ed esposta. Un fervore improvviso prese a montare dentro di lui. «Ciò che più desidero», ripeté ad alta voce, disfandosi delle armi e di parte della pesante armatura. Una volta nudo lì dove serviva, si posizionò dietro la povera Mila, che ancora lottava nel tentativo di sottrarsi alla morsa del Mimic.
«Cosa fate, mio signore?», chiese sorpresa l’avventuriera, sentendo il proprio compagno prendere posto dietro di lei e farsi largo tra la sua carne.
«Perdonami, amica mia, ma... non ho scelta!», disse lui.
«Gideon…», sussurrò la halfling sentendo la virilità del suo compagno farsi largo dentro di lei. Non era una protesta: era un'invocazione.
Dietro tutta l’ironia, il sarcasmo feroce e le battute atte a sminuirlo con cui aveva sempre interagito con lui, la donna nascondeva un desiderio che ormai non poteva più celare. Certo, aveva sognato un amplesso con lui molte volte: dopo una lunga scolata di birra e una bella sbronza, in una stalla tra le morbide braccia del fieno, o in una locanda accolti da lenzuola fresche di bucato. Ma, vista la situazione, Mila seppe accontentarsi.
In quella posizione tra le più scomode, imbarazzanti e sconvenienti mai immaginate, i due compagni si persero nel loro amplesso, con l'halfling appesa a mezz’aria divisa a metà, mentre tra la sua carne l’eroe si spingeva vorace dentro di lei.
«Mio signore», sussurrò lei, la voce arrivava ovattata.
«Mila», rispose lui in un eco che si ripeté così molte volte, molte volte, in un ritmo sempre più sincopato.
«Che succede qui?!», chiese qualcuno alle loro spalle. Il resto del gruppo li aveva raggiunti; a parlare era stata Valera, esterrefatta eppure eccitata dalla scena.
«Ma cosa state facendo?!», riprese piena di orrore Faelen, che in cuor suo sperava di essere la prediletta e invece vedeva il suo Gideon concedere ad un'altra il suo fuoco.
«Piuttosto, cosa sta facendo il nostro eroe alla povera Mila!», ridacchiò sarcastica Malice.
«Io… vi spiegherò tutto dopo!», grugnì il paladino, voltandosi appena verso le altre.
«Tutto bene lì dentro?!», chiese ironica la drow, incapace di trattenersi.
«Oh sì, oh sì!», gemette tra le fauci del Mimic l’amica.
Mezz’ora dopo, quando il tributo al Mimic fu pagato e Mila finalmente liberata, il gruppo si ritrovò riunito.
«Quindi è tutta un'illusione?», chiese Malice un po' delusa. Non era avvezza alle ricchezze materiali – nel regno dei morti non c’era spazio per oro o gioielli –, ma avrebbe voluto portare con sé almeno un ricordo di tutto quello sfarzo.
«Sì, tutto un inganno», confermò Valera, dopo aver analizzato l’ambiente con un incantesimo di rivelazione.
«Che peccato!», commentò la drow.
Intanto, Mila se ne stava in disparte, cercando di nascondere l’imbarazzo per aver confessato i propri sentimenti in quel modo. Poco più in là, anche Faelen si teneva lontana dal gruppo, lanciando di tanto in tanto occhiatacce piene di gelosia verso Gideon. Il paladino, dal canto suo, del tutto ignaro, se ne stava seduto su un cumulo di monete ancora mezzo nudo, cercando di riprendere le forze.
«Dobbiamo proseguire», avvisò Valera. Qualcosa di molto pericoloso si muoveva sotto lo strato d’oro e diamanti: ne poteva chiaramente sentire la presenza magica.
Qualcosa di molto più pericoloso di un semplice Mimic.
«Sì, è ora di andare», confermò il paladino dopo essersi rivestito, desideroso di lasciare l’alcova.
«Va bene, andiamo», approvò la drow, lasciando cadere dalle mani un mucchietto di pietre preziose, mentre le altre due, Mila e Faelen, rimaste in silenzio, si accodavano.
Così, muto, il gruppo riprese il suo cammino.
Paragrafo 3: Il sacrificio di Valera
Il gruppo avanzò per molti livelli, stranamente senza incontrare particolari pericoli o sfide, poi il loro cammino li condusse in una stanza circolare, interamente scavata nella pietra grigia e fredda, al cui centro troneggiava un imponente altare cerimoniale. Non fecero in tempo a esaminare l'ambiente che un orrore viscido ed enorme si abbatté sul gruppo. Una colossale creatura di gelatina traslucida, un famelico Blob magico, si espanse a macchia d'olio sul pavimento, inghiottendo in un istante Faelen, Mila e Malicia. Le tre ragazze si ritrovarono bloccate all'interno di quella massa informe, i loro corpi sensuali e seminudi compressi dalla sostanza gelatinosa che ne bloccava ogni movimento; solo le teste restavano fuori, permettendo loro di respirare, forse per prolungarne l’agonia mentre il Blob si accingeva a digerirle.
Solo Sir Gideon e Valera, grazie alle armi consacrate di uno e alla magia elementale dell’altra, riuscirono a balzare indietro in tempo, rimanendo liberi. Il paladino strinse l'impugnatura della sua mazza ferrata, ma prima che potesse scattare, la voce tenebrosa del Master tornò a risuonare tra le pareti di pietra.
«Nessun colpo di lama o incantesimo elementale può scalfire questa creatura», sentenziò l'invisibile burattinaio. «Il Blob si nutre dell'essenza vitale delle vostre compagne e si acquieterà solo se l'altare al centro della stanza riceverà il suo tributo legittimo: un rito di pura carne. Solo l'unione dei due superstiti spezzerà la prigione».
Valera rimase immobile. I suoi capelli oro zecchino e i suoi occhi di smeraldo brillarono nella penombra della stanza. Nonostante la situazione disperata e l'assurdità della richiesta, l'alto elfa manteneva un'aria incredibilmente aristocratica e distaccata, quasi algida. Tuttavia, il tessuto semitrasparente sul suo petto tradiva un respiro più accelerato del solito, e a ogni minimo movimento la veste di seta leggera si apriva lungo gli spacchi fino all'anca, rivelando le lunghissime gambe slanciate e la sua totale nudità sottostante.
«Dunque, le regole di questo luogo richiedono il nostro corpo, Sir Gideon», disse la maga elementale. La sua voce suonò ferma, ma le sue labbra sottili, capaci di evocare parole di perdizione e lussuria, accennarono un fremito insolito. «Non permetterò che le mie compagne svaniscano in quella melma. Saliamo sull'altare».
Sir Gideon avvertì una nuova, violentissima ondata di calore salirgli alla testa. La febbre invisibile che lo tormentava sembrava ormai aver infuocato l'intera stanza. Guardò l'altare di pietra, poi lo sguardo magnetico e irresistibile di Valera che, precedendolo, si spogliò delle poche vesti che la coprivano e avanzò con la grazia di una regina pronta al sacrificio.
«E sia!», disse il paladino, comprendendo che la sua mazza ferrata in quel frangente non sarebbe stata di alcuna utilità.
Questa volta, a differenza delle due occasioni precedenti, decise di spogliarsi del tutto, restando libero nei movimenti. Valera si stese sul ripiano freddo di pietra: allargò le braccia e sollevò le gambe slanciate in una posa che la offriva del tutto al paladino, pronta ad accoglierlo. In quel preciso istante, la magia elementale racchiusa nel suo sangue nobile si risvegliò: i suoi occhi di smeraldo si illuminarono di un potere antico e profondo, mentre il suo corpo nudo prese a risplendere di un'intensa aura dorata, che cacciava le ombre della stanza e attirava l’umano verso di sé.
Anche lei, in fondo, sognava da tempo di perdersi in quel sogno proibito; tuttavia, essendo ligia alle severe regole del suo casato, non si sarebbe mai concessa a un umano, per quanto nobile ed eroico fosse. Ora, però, c’era un bene superiore da perseguire: doveva compiere quel sacrificio magico per salvare le sue compagne.
«Vieni, mio signore. Lascia che ti mostri ciò che il mio popolo ha da offrirti», sussurrò la maga elementale con la sua voce fiera, mentre i riflessi dorati della sua pelle facevano vibrare l'aria circostante.
«Sir Gideon!!», protestarono Mila e Faelen dall'interno della gelatina, forse più disposte a farsi digerire dal Blob che a condividere il loro signore con un'altra.
«È per voi che lo faccio», rispose il paladino, ormai completamente nudo, pronto e deciso, voltandosi appena verso di loro.
Sir Gideon si pose sopra Lady Valera. La bellezza dell’elfa era divina: l’avorio, l’argento e l’oro sembravano decorare la carne.
«Mia signora!», sussurrò estasiato.
«Vieni, mio eroe, prendi ciò che ho da offrirti», gli rispose lei afferrando leggera il membro dell’umano e guidandolo all’ingresso del suo varco, fremente e affamato.
Sir Gideon, guidato dall’elfa, affondò dentro di lei, lentamente, centimetro dopo centimetro.
Al suo interno, l’alto elfa regalava sensazioni che l’umano non aveva mai provato, un senso di pace e di eternità che non faceva parte del mondo terreno.
Non fu un incontro fatto di movimenti frenetici o di semplice carne, ma una transizione totale della coscienza. Quando Sir Gideon si unì a lei, la torre, il labirinto appena superato, ogni cosa, persino la presenza opprimente delle compagne intrappolate svanirono sullo sfondo, in una luce che invase ogni angolo e dimensione.
Rimasero solo le linee dei loro corpi che si incastravano sulla pietra, pulite e necessarie, come se un antico scultore avesse finalmente unito due metà destinate a completarsi.
Il contatto fisico si trasformò in una percezione puramente interiore: Gideon sentì il proprio spirito scivolare oltre i confini della pelle per accogliere la mente fiera di Valera, mentre l'orgoglio aristocratico dell'alto elfa si scioglieva in una sottomissione volontaria e profonda. Non c'era bisogno di parole o di sguardi; i loro respiri si regolarono sulla stessa frequenza, annullando il tempo e lo spazio. Fu un'unione solenne, assoluta e silenziosa, un momento in cui due volontà distinte si fusero in un unico peso geometrico, un legame ancestrale che placò la smania della creatura circostante per il solo fatto di esistere.
«Il rito è compiuto», decretò la voce del Master dal nulla.
Sir Gideon osservò le compagne venire liberate dalla gelatina, poi tornò a fissare l’elfa sotto di sé. In quel preciso istante, la sua natura umana prese il sopravvento su ogni voto e su ogni dovere.
«No… non posso fermarmi», disse con la voce di chi non è affatto pronto a lasciare andare qualcosa che sa di non poter mai più stringere a sé.
«Gideon… mio signore», sussurrò l'alto elfa.
Comprendendo che l’uomo non l’avrebbe lasciata, Valera si abbandonò al suo destino. Non c’era ansia nella sua voce melodiosa, né timore nei confronti di lui. L'unica paura era per se stessa: per come quella condizione imminente l’avrebbe costretta a fare i conti con una natura emotiva e travolgente che, in quanto alto elfa, aveva sempre negato.
Gideon le sollevò di nuovo le gambe fino a schiacciarle contro il suo seno, imponendo il proprio peso e la propria volontà su quella della nobile elfa; prese ad amarla di nuovo, questa volta con la foga tipica di un umano.
«Mio signore, fermati», lo supplicarono Mila e Faelen dietro di loro, incapaci di muoversi, ancora stremate dalla creatura che le aveva tenute in trappola.
Dal canto suo, Malicia era divertita nel vedere la nobile, altezzosa elfa ridotta a un mero strumento di piacere dell’uomo.
«Non posso», disse lui incontenibile. Spinto dalla foga, prese l'elfa in tutti i modi in cui aveva imparato ad amare una donna. Valera, dal canto suo, non solo fu partecipe in quell’amplesso, ma grazie alla sua magia infondeva nell’umano il vigore necessario a portare avanti il loro incontro. Solo quando, molti turni dopo, ogni cavità del suo corpo fu colmata dalla manifestazione liquida dell’anima del paladino, sciolse l’incantesimo.
«Ecco… ora il rito è completo», sussurrò alla fine Valera, accogliendo tra le braccia il suo eroe estenuato.
Paragrafo 4: Il tributo di Malice
L'ultimo piano della torre, quello che sembrava un'arena, non offriva inganni o illusioni, ma una cruda e spettrale realtà. Il gruppo aveva dovuto affrontare una spaventosa Sfinge guardiana, eppure diversa: contrariamente a ogni leggenda, non aveva posto indovinelli, ma aveva scatenato contro di loro una furia distruttiva implacabile. Erano riusciti a sconfiggerla, ma il prezzo era stato altissimo: prima di esalare l'ultimo respiro, la creatura aveva spalancato le fauci ed esalato una devastante nube di veleno magico. Con un ruggito che aveva fatto tremare le fondamenta della torre, quel soffio tossico aveva avvolto Faelen, Mila e Valera. In un battito di ciglia, il veleno aveva scatenato sui loro corpi il peso di millenni, irrigidendoli e venendo avvolti all'istante da bende antiche. Si erano trasformate in mummie, prigioniere di un sonno eterno.
Solo Sir Gideon e Malice erano rimasti in piedi tra i resti del campo di battaglia. La drow si era salvata unicamente grazie alle sue potenti barriere contro la magia della morte e le tossine. Il paladino, grazie alla fiamma del destino che aveva invocato, si era a sua volta sottratto all'effetto letale del soffio.
«No!», si disperò vedendo le sue compagne perdute. Aveva fallito, non era riuscito a proteggerle. Stremato e con l'armatura ammaccata, si voltò verso la negromante, cercando nei suoi poteri una soluzione. «Cosa facciamo?», la supplicò.
Malice colse l’occasione. Lo attendeva immobile, esibendo la sua bellezza statuaria e procace. La pelle scura contrastava violentemente con i lunghi capelli candidi che le ricadevano sulle spalle nude, e i suoi occhi di un rosso brillante penetravano l’anima del cavaliere. La tunica di pelle nera e le cinghie borchiate coprivano pochissimo del suo corpo dalle forme piene e giunoniche, lasciando l'addome scoperto e mettendo in mostra il tatuaggio sotto l’ombelico che scendeva intrigante verso il basso ventre. Nei suoi occhi brillava la scintilla della predatrice che ha appena scovato la preda perfetta.
«Posso spezzare la maledizione, mio fiero paladino», sussurrò Malice. La sua voce era un filo di seta nera che avvolse i pensieri di Gideon. «Solo i miei poteri arcani della morte possono invertire quel flusso temporale, richiamare le loro anime e liberarle da quel bendaggio eterno. Ma la negromanzia esige un prezzo. E io esigo il mio».
Avanzò verso di lui con passo sinuoso e calcolato, sollevando la polvere nell’arena ormai acquietata, forte del suo totale potere contrattuale.
«Cosa intendi? Cosa ti serve?», domandò il paladino.
«Voglio per me ciò che hai donato così feroce alle altre», gli rispose lei, sussurrandogli all'orecchio. La minaccia era implicita, la coercizione assoluta: o Gideon si sottometteva alla sua volontà, o le sus compagne sarebbero rimaste polvere per sempre.
«Tradiresti così le nostre amiche?», chiese il cavaliere, sconcertato.
«Amiche?», rise feroce la drow. «I miei unici amici sono i morti. Mi sono unita a voi per curiosità, per capriccio, non certo per amicizia».
«Come ho potuto essere così sciocco...», mormorò lui, stringendo i denti.
«L'ho fatto per te», aggiunse lei all'improvviso, cambiando tono.
«Cosa?»
«Sì, per te. Per il tuo ardore, per la fiamma che ti arde nel petto», confessò la drow, mostrandosi per la prima volta, in tutto il tempo in cui il gruppo era stato unito, vulnerabile e scoperta. «C’è qualcosa racchiuso nel tuo cuore che potrebbe sconfiggere le tenebre con cui ho ammantato la mia anima e liberarmi», gli confessò, sfiorandogli il torace attraverso le fessure dell’armatura. «Hai concesso il tuo corpo per pietà, per piacere e per dovere alle altre», continuò la drow, fermandosi a un millimetro dal suo volto e posando una mano gelida sul mento dell’uomo. «Ora lo darai a me perché non hai altra scelta. Pretendo un amplesso, umano. E lo pretendo adesso, nella polvere di questa arena, mentre le nostre amiche prive di vita ci guardano», concluse, incollando la sua bocca color cremisi a quella del cavaliere e divorandogli la lingua tra le labbra che lui aveva appena schiuso, sorpreso.
Malice non tese la mano per aiutarlo, né attese che lui prendesse l'iniziativa. Con un movimento fluido e felino, spinse Sir Gideon all'indietro, costringendolo a stendersi sul pavimento dell'arena. L'armatura del cavaliere produsse un suono sordo e pesante contro la roccia, rendendolo ancora più immobile, quasi una statua d'acciaio consacrata ai piedi della negromante.
La drow mormorò qualcosa in una lingua dimenticata. Dal terreno, proprio sotto il paladino, sorsero decine di mani scheletriche che prima gli impedirono di muoversi, bloccandolo nella roccia, e poi lo spogliarono del tutto, pezzo dopo pezzo.
Quando gli scheletri ebbero finito il loro lavoro, sul viso della negromante si allargò un sorriso famelico. Malice pronunciò di nuovo parole antiche e, questa volta, furono degli spiriti oscuri a manifestarsi, volando in cerchio intorno a lei per liberarla dei vestiti, lasciandola completamente nuda.
Sir Gideon, inchiodato al terreno dalle dita scheletriche che gli stringevano i polsi e le caviglie, poteva solo guardare la drow avanzare su di lui come una feroce divinità oscura. Malice si inginocchiò tra le sue gambe divaricate. Non c'era fretta nei suoi movimenti, solo la spietata certezza di chi possiede il controllo totale. Passò la lingua lungo l’interno coscia dell’uomo, fino a risalire lì dove c’era l’oggetto del suo desiderio.
«È magnifico», sussurrò stringendolo tra le dita le cui unghie sembravano artigli affilati. Si chinò sul corpo del paladino, intenzionata a fare della sua virilità il proprio esclusivo strumento di piacere.
La sua bocca, che sembrava coperta di sangue rappreso, si posò su di lui con una brama totalizzante, un assalto che cercava di divorare non la carne, ma l'essenza stessa e l'orgoglio del guerriero.
Gideon sentì una zaffata di calore indescrivibile salirgli al petto; bloccato e inerme, non poteva fuggire da quel tocco sapiente e famelico che gli strappava gemiti soffocati, costringendolo a sottomettersi al piacere imposto dalla sua carceriera. La drow assaporò la sua totale resa per lunghi istanti, godendo del potere assoluto che esercitava su quel corpo consacrato al bene.
Solo quando ritenne il tributo iniziale soddisfatto, Malice si sollevò. Senza esitare, si posizionò sopra di lui. Cavalcando il suo bacino con assoluta padronanza, si calò lentamente, sfruttando il peso e la sinuosità delle sue forme giunoniche per intrappolare dentro di sé il pene eretto del paladino.
«Sei mio», ringhiò.
Malice inarcò la schiena nuda con fierezza, portando le mani al petto di Gideon per stabilire il ritmo e l'intensità di quell'unione. Da quella posizione rialzata, con i capelli candidi che le incorniciavano il viso e gli occhi rossi che brillavano come braci nella penombra, la drow appariva imponente e regale. Gideon, bloccato sotto di lei, non poteva fare altro che assecondare ogni suo movimento, sopraffatto dal calore dei loro corpi che si sommavano l’uno all’altro e dalla spietata grazia con cui la predatrice reclamava il suo tributo, signora assoluta del suo corpo e del suo destino.
«Sei mio», ripeté lei, ma la sua voce sembrava non rivolgersi soltanto all’uomo sotto di sé, bensì a quel fuoco puro e ardente che il paladino custodiva intatto dentro la propria anima.
Fu in quel momento, all’apice assoluto del loro incontro, che il rito giunse a compimento. Quando la virilità di Sir Gideon la raggiunse nel profondo, Malice fu investita da una sensazione mai provata prima. Non fu dolore, né semplice piacere fisico. La drow sentì l'oscurità opprimente che da sempre le avvolgeva l'anima iniziare a creparsi, a cedere e infine a dissolversi, lasciando spazio a una purezza sconosciuta.
Fu una sensazione temporanea, durata pochi frammenti di eternità, ma intensa.
Dalle sue labbra spalancate, tra cui vibravano le zanne affilate, uscì un urlo animalesco, anzi, demoniaco – un grido ultraterreno che fece tremare il terreno sotto di loro, le pareti di pietra della torre e riecheggiò tra i colonnati come il lamento di uno spirito liberato dalle catene dell'inferno.
Anche se solo per pochi, fulgidi istanti di estasi assoluta, la negromante si sentì inondata dal calore, dalla purezza di quella luce interiore. Per la prima volta in tutta la sua vita, in tremila anni di esistenza, Malice fu davvero, interamente libera dalle tenebre.
«Ora libera le nostre amiche!», le ordinò il paladino spietato, mentre le mani scheletriche che lo avevano tenuto costretto si trasformavano in polvere. «Fa' il tuo maleficio, demone!», le ordinò di nuovo, incapace di attendere e senza darle il tempo di godersi quei frammenti di luce che stavano già lasciando nuovamente posto all’oscurità nella sua anima.
«Sì, farò ciò che ho promesso», disse lei, scivolando di lato e adagiandosi al suo fianco, mentre iniziava a sussurrare parole oscure: un'evocazione per riportare dal regno dei morti coloro che erano andati perduti.
Paragrafo 5, L’inganno e il Caos
Il gruppo era finalmente riunito, ma la torre non era ancora conquistata. Davanti a loro, l'ultima imponente scalinata di pietra conduceva alla vetta assoluta.
Sotto la guida di Sir Gideon, le quattro eroine salirono i gradini fino a trovarsi nell'ultimo santuario. Lì, ad attenderli su un trono di legno intarsiato, non c'era un mostro né una trappola mortale, ma Lord Elder in persona. Il vecchio Master li osservò con uno sguardo intriso di una saggezza antica e un sorriso enigmatico che non apparteneva a un comune mortale.
«Vecchio, sei tu?», chiese Mila perplessa, credendo in un nuovo inganno.
«Certo, mia cara!», disse lui.
«No… no… sei qualcos’altro», precisò Valera, rilevando una potente aura dietro le spoglie umane.
«Sì, lo sento anch'io», confermò la drow, percependo un potere che al contempo era oscuro e luminoso.
«Chi sei?», chiese Sir Gideon, mentre alle sue spalle, annusando il pericolo immenso, Faelen tendeva la corda del suo arco pronta a scoccare una freccia.
«Io sono colui che voi dite che io sia», rispose enigmatica la presenza.
«Che cosa vuoi, dunque?», chiese il paladino, stringendo il pugno all’elsa della sua mazza, pronto al confronto.
«Ciò che potevate darmi, l'ho già preso», sorrise lui.
Non ci fu nessuna battaglia da compiere, nessun indovinello da risolvere. Con un gesto lento della mano, le spoglie umane di Lord Elder sfumarono, rivelando la sua vera, divina natura: Olidammar, il Vagabondo Mascherato, il dio degli inganni e del caos.
Nelle sue nuove sembianze, spiegò l’arcano. La divinità li aveva testati nel suo gioco personale, un diletto, un passatempo per rompere la monotonia dell’eternità, spingendoli oltre ogni limite morale e fisico attraverso le illusioni della torre. Ora che avevano dimostrato coraggio, fedeltà e uno spirito incrollabile, il dio li aveva eletti a suoi campioni e sentenziò che erano meritevoli del suo dono supremo.
«Qual è il tuo dono?», domandò Mila, sperando in ricchezze o potere.
Ma prima che Olidammar potesse rivelare quale fosse quel dono, una nebbia caldissima e soffocante avvolse la vista di Sir Gideon. Le pareti della torre iniziarono a oscillare, le figure sensuali delle sue compagne sfumarono in contorni confusi e il mondo fantasy crollò in un silenzio assoluto.
Epilogo: Il Risveglio
Matteo spalancò gli occhi a fatica, emettendo un respiro affannato. Non c'era pietra fredda sotto di lui, ma la morbidezza delle lenzuola del suo letto. Il calore che sentiva non era il fuoco della torre, ma il residuo della febbre alta che gli bagnava la fronte di sudore. Era in camera sua; dalla finestra filtrava il sole del mattino.
Attorno a lui non c'erano più elfe formose o barde sfrontate, ma i volti familiari dei suoi amici di sempre: Luca, Paolo, Marco e Giovanni. Persino la moglie e la figlia erano presenti. Erano tutti lì, nella sua camera da letto, vocianti.
«Si sta svegliando», disse la moglie.
«Papà, come ti senti?», chiese Ilary avvicinandosi al letto.
Con voce roca, Matteo si fece raccontare cosa fosse successo. I ragazzi gli spiegarono che la sera prima la sua febbre era salita così tanto da farlo delirare e addormentare direttamente sul tavolo. Preoccupati, lo avevano portato a letto nella sua stanza e, per non sprecare la serata, avevano deciso di continuare l'avventura senza di lui, portando a termine la sessione.
Matteo avvertì una fitta di profonda delusione. Tutto quello che aveva vissuto — i corpi mozzafiato delle sue compagne, i riti sull'altare, il ricatto della drow e la sottomissione al piacere — era stato solo un incredibile, caldissimo sogno indotto dalla febbre.
«Sembri deluso», osservò Luca.
«Mi sono perso l’avventura».
«Ah, di quello non ti devi preoccupare».
«Sì, l’albo è di sotto che ci aspetta, e abbiamo già deciso che lo rigiocheremo con te quando starai meglio».
Si consolò pensando che, almeno, il suo party era riuscito a compiere l'impresa: l'albo cartaceo de La Torre dell'Oblio era ormai completato e giaceva giù in tavernetta, come il vecchio Elder aveva promesso.
Matteo si tirò su a fatica sul cuscino e chiese un ultimo dettaglio: «E del Master? Che fine ha fatto quel vecchio che avevate ingaggiato per stasera, Lord Elder?»
I quattro amici si guardarono l'un l'altro, e nei loro occhi passò un'ombra di sincero sconcerto. Toccò a Luca rispondere, la voce improvvisamente farsi seria:
«È questo il punto, Matteo. Volevamo pagarlo e salutarlo. Poco fa siamo saliti tutti insieme qui in camera tua per vedere come stavi e comunicarti il risultato della partita. Siamo rimasti da te solo un attimo. Ma quando siamo tornati giù in tavernetta... l'uomo era letteralmente scomparso nel nulla e sul tavolo non è rimasta traccia del suo equipaggiamento. Se n'è andato senza chiedere una moneta, lasciando solo l’albo come aveva promesso».
Matteo rimase in silenzio, fissando il vuoto mentre un brivido freddo gli scorreva lungo la schiena, del tutto indipendente dalla febbre. Volse lo sguardo verso la finestra, ripensando agli occhi rossi di Malice e all'aura dorata di Valera, alle battaglie, agli enigmi, alle trappole: tutto era stato troppo vivido, vero.
Forse La Torre dell'Oblio non era stata solo un'illusione. Forse, sul serio, Olidammar, il Vagabondo Mascherato, il dio degli inganni e del caos, aveva fatto loro visita.
Fine...
Lì, in una tavernetta – l’unico angolo della casa che non era stato soggetto alla ristrutturazione voluta dalla moglie, ma era restato esattamente come lo aveva vissuto lui nella sua gioventù –, ogni volta che i loro impegni glielo consentivano, da più di vent'anni incontrava i vecchi amici per cimentarsi in un'avventura di D&D.
Il fantasy era l’unica vera passione di Matteo e, in un lontano passato, la stessa fiamma aveva alimentato la vita di sua moglie. Era stato in un negozio di fumetti che si erano incontrati, da adolescenti; era nel fantasy che vivevano le loro avventure. Poi, come gli ripeteva sempre lei, la donna era cresciuta, era diventata una professionista, una moglie, una madre, si era presa delle responsabilità ed era andata avanti, lasciando a ingiallire, sul tavolo dove si incontravano, la scheda di Evelin, una delle più scaltre ladre del nord, il personaggio che aveva interpretato per anni.
Ma lui, Giovanni, Paolo, Luca e Marco non avevano rinunciato: no, continuavano a vivere le loro avventure, tra lanci di dadi e miniature dipinte a mano.
Un giorno, a una fiera del settore, incontrarono un misterioso personaggio. L’uomo all’apparenza sembrava il solito nerd invecchiato male, ma qualcosa nel suo sguardo intimidiva il gruppo. Lord Elder, si faceva chiamare, e quando mostrò loro il suo più prezioso tesoro, capirono di trovarsi davanti a un saggio: l’uomo possedeva, praticamente intonsa, una prima edizione del 1985 di D&D de “La torre dell’oblio” della campagna Terre Aride, la prima quest in assoluto tradotta in italiano e presentata sul mercato dell’epoca.
Provarono di tutto, offrendo cifre fuori mercato e contendendosi il manuale con altri appassionati presenti davanti al banchetto, ma il vecchio non sembrava disposto a cedere. Non avrebbe venduto il suo tesoro per denaro; no, lo avrebbe concesso solo a chi si fosse mostrato meritevole!
Molti dei presenti, più disposti a spendere soldi che tempo, si defilarono, ma la compagnia di Matteo decise di accettare la sfida. Così, in un freddo pomeriggio di novembre, il gruppo si ritrovò nel seminterrato, pronto a vivere questa nuova e unica avventura.
Quando Lord Elder arrivò, i ragazzi si resero conto che la passione dell’uomo andava ben oltre la loro: lui non si limitava a interpretare un personaggio, lo viveva. Indossava un completo da mago curato in ogni dettaglio, un po’ logoro per il passare degli anni e scolorito, ma che sembrava aver vissuto sul serio ognuna delle avventure che l’uomo raccontava di aver affrontato.
Quella sera Lord Elder – non seppero mai il suo vero nome – sarebbe stato il loro Dungeon Master. Li avrebbe guidati e sfidati. Nella sua avventura.
Si sedettero attorno al vecchio tavolo di quercia. La tavernetta era illuminata appena da candele e da alcuni faretti dalla luce soffusa, per rendere l’atmosfera più coinvolgente. Prima di iniziare, il master pretese di vedere le schede dei personaggi dei cinque amici; uno ad uno le analizzò a fondo.
Luca, il ranger, un Elfo dei Boschi, abile arciere che sulla scheda aveva scritto il nome di Faelar, un cacciatore silenzioso come il vento tra le foglie.
Paolo, il bardo, un Halfling che usava l’astuzia e il canto magico per supportare i propri compagni e sconfiggere i nemici, battezzato per l'avventura come Milo, un saltimbanco dal sorriso furbo e la parlantina inarrestabile.
Marco, il mago elementale, un Alto Elfo dal passato nobile e il grande intelletto capace di dominare gli elementi della natura, che aveva scelto per sé l'antico e fiero nome di Valerius.
Giovanni, il negromante, un potente Drow, un elfo oscuro che aveva sacrificato ogni aspetto della sua vita allo studio delle arti oscure, capace di evocare creature dall’oltretomba, firmato sul foglio con l'inquietante nome di Malakor.
E a completare la compagnia, il loro leader, Matteo, il paladino sacro, un avventuriero nato dal nulla che aveva conquistato fama e potere tra la polvere e il sangue dei campi di battaglia, il cui alter ego portava il nome solenne di Sir Gideon.
L’uomo osservò con attenzione ognuna delle schede. Negli occhi aveva un'espressione soddisfatta: sì, finalmente la sua ricerca, durata anni, forse aveva trovato gli eroi capaci di cimentarsi nell’impresa.
Tutto era pronto, l’avventura stava per iniziare, ma in Matteo qualcosa non andava. La febbre, che nemmeno la tachipirina aveva stemperato, lo tormentava.
«Cosa hai, paladino? Ti vedo strano», chiese il master prima di cominciare a leggere l’introduzione.
«Nulla, un po’ di febbre, andiamo avanti», disse stoico l’eroe.
«E sia, preparatevi eroi, perché questa non è la solita avventura a cui siete abituati. Oggi incontrerete i vostri demoni, le vostre più profonde paure, l’oscurità stessa delle vostre anime. Questa è la Torre dell’Oblio, versione avanzata!», annunciò il master, facendo venire un groppone in gola alla maggior parte dei presenti.
L’avventura procedette. Il gruppo si trovò ad affrontare enigmi, mostri e trappole, ma piano dopo piano saliva verso la sommità della torre, senza sapere cosa li avrebbe attesi.
Poi il master pose loro un tranello: dopo averli condotti in una stanza piena di specchi, pronunciò parole arcane e ognuno di loro, davanti allo specchio che rifletteva la propria immagine, vide comparire una figura di donna, la propria versione al femminile.
«Ecco, miei prodi eroi, ecco la vostra più ardua prova: proseguire in questa avventura, mutati nell’aspetto e nell’essenza. Tutti voi, tranne tu, prode Sir Gideon».
«Cosa?», esclamò Luca, sgranando gli occhi.
«Che vuol dire, siamo diventati tutti donne?», domandò confuso Giovanni.
«Beh, che c’è di male?!», ridacchiò Luca, cercando di sdrammatizzare la situazione.
«Scherzi?», sbottò Paolo, stringendo i pugni. «Ho impiegato quindici anni a creare il mio bardo Milo e ora mi ritrovo con i genitali ribaltati?».
«Anche a me questa cosa non va per niente», aggiunse Marco con orgoglio ferito, pensando al lignaggio nobiliare del suo alto elfo Valerius.
«Ehi, un momento, perché Matteo non lo hai trasformato in donna?», domandò insospettito Paolo, indicando la scheda del paladino.
«Già…», sussurrò Marco, incrociando le braccia al petto.
«Non avete scelta, eroi: o proseguite, o la vostra condizione resterà irreversibile!», minacciò il master senza dare ulteriori spiegazioni. «Allora, eroi, cosa volete fare?!», tuonò.
«Andiamo avanti», disse febbricitante Sir Gideon.
Intanto, forse per la febbre, Matteo aveva sempre più difficoltà a riconoscere i confini tra ciò che doveva essere la realtà e ciò che apparteneva al mondo di fantasia in cui si erano cimentati. In quel suo delirio, ognuno dei suoi compagni ora appariva non semplicemente nella propria versione femminile, ma in una versione… a dir poco sessualizzata, come quelle che da ragazzo e ,incapace di negare il fatto ,anche da adulto avevano riempito le sue fantasie.
Non che Matteo avesse fantasie erotiche sugli amici, solo che a volte si ritrovava a chiedersi come sarebbe stato avere un party di sole donne. In fondo, quando la moglie condivideva con lui quelle avventure, prima che la sua fiamma si estinguesse nell’oscuro mondo della compra vendita immobiliare, le loro serate erano state piene di pericoli e di emozioni forti a cui spesso ripensava con nostalgia. E ora poteva vivere quella fantasia, nascosta da anni.
«Ma che diavolo…», borbottò guardandosi attorno.
Luca non era più il solito elfo un po’ selvaggio, abituato alla sopravvivenza nella natura: al suo posto c'era una giovane elfa dei boschi mozzafiato, dall’aspetto minuto e dall’aria un po’ ingenua. I capelli ramati tendenti al grano erano raccolti in una lunga coda dietro la testa, gli occhi avevano il colore dell’acqua limpida e la pelle era di un pallido angelico. Era avvolta in un’armatura di cuoio intarsiata, così aderente da sembrare dipinta sul corpo. Il corpetto, generosamente scollato sul davanti, metteva in risalto le sue forme atletiche, mentre i lunghi stivali stringati fatti di pelle di daino lasciavano scoperte le cosce toniche, dal ginocchio in su. A ogni passo, sotto l’orlo cortissimo della sua microgonna fatta di foglie d’acero, l’elfa si mostrava nuda, con l'arco lungo adagiato con malizia sul fianco sinuoso, mentre una faretra leggera con alcune frecce ne decorava la schiena che altrimenti sarebbe rimasta scoperta.
Paolo si era tramutato in una minuscola ma esplosiva halfling barda. Il viso gioviale era incorniciato da una cascata di ricci rossi come il fuoco; indossava un vestitino corto e vaporoso da taverniera, stretto in vita da un corsetto che spingeva il décolleté decisamente verso l'alto. Le calze ricamate ne coprivano le cosce piene e, ogni volta che si muoveva con furbizia, la gonna sollevava una ventata di maliziosa impertinenza, rivelando che anch'essa non era solita usare biancheria intima.
Marco si stagliava ora come una splendida e algida alto elfa maga elementale. I capelli oro zecchino, gli occhi due fuldidi smeraldi, le labbra sottili, capaci di evocare parole di perdizione e lussuria. Il suo costume era minimale: indossava, tenuta insieme da una fine cintura dorata, una veste di seta leggera spaccata su entrambi i lati fino all'anca, sotto la quale si mostrava completamente nuda. A ogni minimo movimento rivelava gambe lunghissime e slanciate, mentre la veste si apriva mostrando la grazia di cui era padrona. Il tessuto sul petto era semitrasparente, non serviva a coprirla ma a esaltare le forme, incrociato da ricami d'oro che catturavano la luce, donandole un'aria tanto aristocratica quanto irresistibile.
Giovanni era diventato una drow negromante dall'estetica dark e seducente, dalle forme un po’ piene e giunoniche, una bellezza procace e statuaria. La sua pelle scura contrastava con i lunghi capelli candidi che le ricadevano liberi sulle spalle nude. I suoi occhi, di un rosso brillante, penetravano l’anima di chi era soggetto al suo sguardo. Il nero e il rosso cremisi dominavano il suo abbigliamento: indossava una tunica di pelle nera e cinghie borchiate che copriva pochissimo, lasciando l'addome completamente scoperto e mettendo in mostra un tatuaggio sotto l’ombelico, che scendeva intrigante verso il basso ventre e il suo inguine, appena celato sotto al tessuto ramato che lo vestiva.
«Cristo, ragazze, siete bellissime!», ridacchiò Matteo, rosso in viso e con lo sguardo perso nel vuoto.
«Cosa?», domandò Paolo, scambiandosi un'occhiata confusa con gli altri.
«Stai bene, amico?», chiese Marco.
«No… non credo, ha la febbre alta!», disse Luca dopo avergli posato una mano sulla fronte.
«Forse dovremmo interrompere», propose Giovanni, chiudendo per metà il suo raccoglitore.
«Se interrompete ora, l’incantesimo non sarà mai sciolto!», li avvisò il master, stringendo i pugni sul tavolo.
«Amico, dacci tregua!», sbottò Paolo, ormai spazientito.
«Tregua? È questo che chiedete al male quando incombe sulle vostre vite?», rispose lui severo, alzando la voce. «Il male non conosce tregua, pause o riposo. Incombe e vi minaccia anche quando vorreste stare tranquilli, non ha pietà o riguardi, e se gli voltate le spalle i suoi artigli si conficcheranno nella vostra carne!!»
Il master pronunciò quelle parole in un'esaltazione tale che fece capire al gruppo — o almeno a coloro che non avevano la febbre — che quel tizio non doveva avere tutte le rotelle a posto.
«Andiamo avanti», fece loro coraggio il paladino, cercando di riprendere il controllo del personaggio. «Nulla ci fermerà!!», aggiunse, alzandosi in piedi di scatto e collassando sulla sedia un attimo dopo, completamente esausto.
Paragrafo 1: Faelen, l’elfa del bosco
Nelle nuove condizioni imposte dall’incantesimo, il gruppo avanzò nella torre. Faelen, Mila, Valera e Malice, sotto la guida fiera di Sir Gideon, affrontarono ogni sfida proposta dal Master, uscendone vittoriose. La natura dei loro nuovi corpi non sembrava limitarne le azioni, anzi: anche se parevano aver perso parte della resistenza e dei punti vita, le loro abilità e i loro poteri sembravano aumentati.
Ma il Master tramava nell’ombra, pronto a imporre loro, e soprattutto al paladino, prove terribili che ne avrebbero messo alla prova il coraggio, la forza e lo spirito.
Tutto cominciò con quella che all’inizio il Master presentò come una tregua: un rifugio inatteso dove recuperare le forze prima di proseguire. La stanza sembrava esistere in un luogo alternativo: a limitarla non c’erano più le fredde pareti di roccia, ma una fitta boscaglia di alberi oscuri. Al centro, in una radura, restava solo la scala di pietra da cui erano arrivati e da cui avrebbero proseguito.
Sir Gideon se ne stava seduto davanti a un focolare improvvisato, acceso dall’abilità da ranger della sua compagna Faelen. La giovane elfa, sempre pronta a rendersi utile per il gruppo e in special modo per il loro leader, di cui anelava l’approvazione, aveva raccolto dei rami e, semplicemente sussurrando ad essi, ne aveva acceso la fiamma; poi, tratti alcuni alimenti dal suo zaino, aveva cominciato a preparare un pasto veloce.
Il paladino, mentre controllava il proprio equipaggiamento, la osservava, così come osservava ognuna delle sue compagne – valorose, tenaci, seducenti e bellissime – sedute attorno a lui. Ogni volta che lo sguardo del suo signore si posava su di lei, Faelen arrossiva. Consapevole di non essere capace di nascondergli le emozioni che l'eroe le suscitava, distoglieva timidamente lo sguardo.
L’uomo era ignaro dei sentimenti della giovane elfa. Ne riconosceva la bellezza, ma non la considerava sotto quell’aspetto: per lui era una grande arciera dal fiuto infallibile nel seguire le tracce, nello scovare trappole e nel curare piccole ferite o malanni grazie all’erboristeria di cui era maestra. Era abilissima anche nel cucinare pasti frugali, in grado di far recuperare la resistenza e la forza a lui e alle sue compagne.
Ma qualcosa era cambiato. Era ormai chiaro che il cambiamento voluto dal Master aveva uno scopo: uno scopo a cui tutti si sarebbero dovuti adattare, o almeno così era nella fantasia febbricitante di Matteo.
«Ti vedo strana, mia cara amica!», le disse rivolgendole la parola. Lo fece quasi come se avesse percepito in lei il desiderio di un contatto, di un'attenzione che fino a quel momento la loro avventura le aveva negato.
«È che... qualcosa mi distrae, mio signore», le rispose lei timidamente.
«Cosa? Dimmi. Sai che puoi confidarti con me, mia giovane amica», la esortò lui.
«...Un bisogno... qualcosa che avevo già provato in passato, ma che ora... non riesco più a far tacere...», confessò lei, legando il suo sguardo quasi liquido a quello fiero del suo eroe.
«Cosa?», chiese lui, incapace di cogliere il vero senso del messaggio dell'elfa.
«Non so dargli un nome, mio signore, ma posso mostrartelo», sussurrò lei.
Dopo aver lanciato uno sguardo alle compagne dietro di loro, assicurandosi che fossero distratte, prese coraggio. Accucciata davanti al paladino tra l’erba alta, lasciò che le ginocchia si separassero, fino a mostrargli il candore del suo fiore umido e carnoso.
«Faelen, amica mia…», disse l’uomo, cercando non di respingerla, ma una scusa valida per farlo.
«Mio signore, se voi mi rifiutate adesso, il mio cuore si spezzerà. Non chiedo molto, solo di essere amata per qualche istante», sussurrò lei, posando le sue dita leggere sul ginocchio di lui.
Sir Gideon affondò il proprio sguardo in quello di lei, e nei suoi occhi lesse una supplica a cui non poteva negarsi.
«Cerchiamo un po' di riparo tra gli alberi, allora», acconsentì il paladino alzandosi. «Così non... distrarremo le altre», aggiunse.
Non fu semplice evitare di attirare l’attenzione. Mila, perspicace, sempre sfrontata, li punzecchiò con una battuta piccata:
«Non perdetevi nel bosco!»
Trovarono un angolo lontano dall'accampamento improvvisato. Era incredibile che la stanza della torre fosse così ampia: non se ne vedeva il limite e in ogni direzione gli alberi coprivano l’orizzonte, lasciando filtrare a stento la luce e gettando tutto nella penombra.
L’elfa si appoggiò a un albero alle sue spalle. Si muoveva nervosa, in preda a una smania che non sapeva spiegare, e sul suo viso si leggeva un desiderio che non riusciva più a trattenere.
«Eccoci dunque. Cosa vuoi che faccia?», chiese Sir Gideon, osservando l’amica con cui aveva condiviso mille avventure.
L’elfa sollevò l’orlo della sua gonna fatta di foglie, allargò le gambe e, fissandolo negli occhi, gli disse:
«Vi prego, baciatemi lì dove la mia natura prepotente richiede il vostro ausilio. Lì dove il calore è più intenso e insopportabile».
Il sesso dell’elfa era completamente glabro, timido nell’aspetto, specchio perfetto della sua natura. Il paladino si inginocchiò tra le gambe aperte della sua amica e con pazienza fece ciò che lei gli aveva chiesto.
«Oh sì, mio signore!», esclamò rapita Faelen affondando le dita tra i capelli dell’uomo. «Non fermatevi», lo supplicò.
Sir Gideon, devoto, continuò ad esplorarla con la lingua, affondando tra le pieghe della sua femminilità. Il sesso dell’elfa aveva un odore e un sapore che sapeva di selvatico, di natura, di muschio, miele, castagne e vaniglia, dolce eppure speziato.
Una secrezione fluiva tra le sue pieghe, riempiendogli il palato; l’uomo si chiese se avrebbe mai avuto la forza di separarsene, quando il suo compito sarebbe terminato.
Fu l’iniziativa dell’elfa a ridestarlo. In preda a un'urgenza che non poteva più attendere, lo spostò, si voltò verso il tronco, si piegò in avanti quanto bastava e, offrendogli il proprio sesso tra le natiche sode e pallide, lo supplicò:
«Vi prego, mio signore, fatemi sentire il vostro ardore!».
Sir Gideon era pronto da tempo. Gli bastò liberarsi appena dall’armatura in modo che il proprio inguine fosse libero e presentargli l’erezione che l’amica gli aveva procurato.
«Venite, mio signore, venite, sono pronta ad accogliervi», lo invocò lei muovendo lentamente i fianchi.
Il paladino non esitò: si pose dietro di lei e con fermezza affondò il proprio ardente desiderio dentro l’elfa.
Cominciò a muoversi con gesto deciso ma rispettoso, cercando di cogliere più il bisogno e l’esigenza della sua amica che sfruttare la disponibilità o la vulnerabilità.
«Così, mio signore, così», fremette Faelen mentre il paladino la amava come aveva sempre sognato. «Non fermatevi, vi prego».
Gideon non aveva alcuna intenzione di fermarsi: voleva donarsi a lei quanto lei stava facendo con lui. Erano stati spalla a spalla tra pericoli e mostri di ogni sorta, e ora quell’impresa sarebbe stata compiuta assieme, ancora una volta, l’una accanto all’altra.
L’elfa mantenne devota la posizione per un po’, poi, per aumentare la penetrazione e sentire il suo eroe dentro di sé nella parte più profonda della propria femminilità, si abbassò scorrendo lungo il tronco davanti a sé, fino a toccare con i palmi delle mani il terreno sotto di loro.
«Faelen, amica mia…», preannunciò Sir Gideon, incapace di trattenersi ancora.
«Aspettate, mio signore, aspettate», disse l’elfa, sganciandosi dalla sua presa, voltandosi con l’agilità che la contraddistingueva e ponendosi davanti a lui inginocchiata e devota, pronta ad accogliere sul viso, e nella bocca spalancata, il suo seme.
«Vi prego, saziatemi con il vostro nettare», lo supplicò.
Sir Gideon non poté resistere a quella preghiera: muovendo veloce la mano lungo l’asta, lasciò che il seme corresse all’interno della propria verga fino a sgorgare copioso dalla punta arrotondata e porpora del glande, e da lì innaffiare il volto dell’amica.
«Oh sì, mio signore, sì, donatemi la vostra grazia!», sospirò lei mentre, fiotto dopo fiotto, lo sperma del suo signore la raggiungeva.
Quando tornarono al campo, il resto del gruppo si era addormentato per recuperare le forze. Dopo essersi salutati , con un semplice gesto della mano, silenzioso, come avevano fatto mille altre volte, come se nulla fosse accaduto tra gli alberi alle loro spalle, ognuno raggiunse il suo giaciglio per seguirne l’esempio, non sapevano quanto tempo il Master avrebbe concesso loro per riposare, per fortuna, il sonno arrivò rapido per entrambi.
Paragrafo 2: L’arroganza di Mila
Il piano che li aveva accolti era un labirinto magico: le pareti si spostavano, le porte sparivano e apparivano, chiudendo passaggi e aprendone altri. Il gruppo si ritrovò improvvisamente diviso da uno spesso muro all'interno di un corridoio: da un lato Faelen, Valera e Malice; dall’altro Sir Gideon e Mila.
«Cosa facciamo?», chiese Mila, un po' preoccupata.
«Non possiamo far altro che proseguire», disse Sir Gideon, osservando la parete di solida roccia granitica che li separava dalle compagne. «Dobbiamo sperare che il resto del gruppo trovi una strada alternativa».
«Ah… sì… non credo che ci sia altro da fare», rispose lei.
Proseguirono, ma più che seguendo un percorso voluto, si ritrovarono a dover sottostare ai capricci del labirinto, che cambiava aspetto a ogni passo. Avanzarono fino a ritrovarsi in una stanza enorme, tra colonnati maestosi e un soffitto così alto da non poterne vedere il limite.
«Per tutte le muse e il vino speziato!», esclamò Mila correndo in avanti.
In ogni direzione la stanza era riempita di tesori di ogni tipo: montagne di monete d’oro, gioielli splendenti e casse decorate preziosamente, ricolme di ogni ricchezza.
«Mila, aspetta!», le gridò il paladino, temendo un inganno.
«Guarda, mio signore, guarda! Oro ovunque, gioielli e forzieri pieni di ogni desiderio di ricchezza!», disse l’halfling, del tutto incapace di sottrarsi a tanto lusso. «E questo cos’è?», aggiunse avvicinandosi a un piccolo forziere di legno bianco, decorato con preziosi intarsi in oro e diamanti.
«Non è possibile», disse lei trattenendo il respiro.
Al suo interno, posato su un cuscino di velluto, spiccava un maestoso cappello appartenuto al leggendario Finder Wyvernspur, il bardo mitico che aveva sfidato gli dei con le sue melodie. L'oggetto era ornato da una lunghissima piuma di fenice che sembrava brillare di luce propria: era il cimelio supremo che Mila aveva sempre sognato di possedere per coronare la sua fama.
«Deve essere mio!»
«Aspetta!», le urlò il paladino, incapace di trattenerla.
Senza ascoltare gli avvertimenti di Gideon, la barda si sporse avidamente nel forziere per recuperare il suo premio. Fu in quel millesimo di secondo che scattò la trappola.
L'oggetto si animò bruscamente, rivelando la sua vera, mostruosa natura: non era un tesoro, ma un vorace Mimic. Il forziere spalancò una bocca piena di denti bagnati di bava appiccicosa e serrò le fauci, intrappolando Mila. La halfling si ritrovò così completamente bloccata: la metà superiore del suo corpo era prigioniera dentro l'oscurità del mostro, mentre la metà inferiore restava fuori, scalciando freneticamente a mezz'aria.
A ogni strattone disperato della barda, la gonna corta e vaporosa da taverniera si sollevava impietosamente verso l'alto. Sir Gideon rimase paralizzato: davanti ai suoi occhi, le calze ricamate incorniciavano le cosce piene e nude di Mila che, nella totale assenza di biancheria intima, mostrava il sesso villoso acceso di un rosso vivace come la sua chioma, che si offriva al paladino in un tripudio di maliziosa e involontaria sfacciataggine.
«Gideon! Aiuto! Mi mastica! Mettici le mani e tirami fuori!», urlò la voce soffocata di Mila dall'interno del mostro, mentre il suo bacino oscillava caoticamente alla ricerca di un appiglio, proprio davanti all'armatura del cavaliere.
Il paladino sentì una zaffata di calore violentissima colpirgli il viso. La temperatura della stanza sembrava aver raggiunto livelli d'inferno. Doveva combattere il mostro e salvare la sua compagna, ma avvicinarsi a quel corpo così esposto e sinuoso, in una simile posizione, richiedeva una forza di spirito che la febbre stava lentamente logorando.
Sfoderò la mazza ferrata, mise lo scudo consacrato davanti a sé a protezione e avanzò, pronto a prestare soccorso all’amica in trappola.
«Arrivo, amica mia!», la rassicurò.
«Fate presto, mio signore, non so quanto potrò resistere!», lo supplicò lei dall’interno del mostro.
«Non è con la violenza che il Mimic spalancherà le sue fauci», una voce tenebrosa riecheggiò tra le colonne e gli alti soffitti della stanza. Il Master imponeva le proprie regole.
«Cosa vuoi che faccia, allora?», chiese il paladino, rivolto alla presenza invisibile che incombeva su di loro.
«Il Mimic ci mostra ciò che più desideriamo», spiegò la voce del Master con tono solenne. «E si aprirà solo se mostrerai ad esso ciò che più desideri!»
Il paladino rimase in silenzio, a cercare la risposta a quell’enigma.
«Ciò che più desidero…», pensò tra sé, osservando la scena dell’amica intrappolata ed esposta. Un fervore improvviso prese a montare dentro di lui. «Ciò che più desidero», ripeté ad alta voce, disfandosi delle armi e di parte della pesante armatura. Una volta nudo lì dove serviva, si posizionò dietro la povera Mila, che ancora lottava nel tentativo di sottrarsi alla morsa del Mimic.
«Cosa fate, mio signore?», chiese sorpresa l’avventuriera, sentendo il proprio compagno prendere posto dietro di lei e farsi largo tra la sua carne.
«Perdonami, amica mia, ma... non ho scelta!», disse lui.
«Gideon…», sussurrò la halfling sentendo la virilità del suo compagno farsi largo dentro di lei. Non era una protesta: era un'invocazione.
Dietro tutta l’ironia, il sarcasmo feroce e le battute atte a sminuirlo con cui aveva sempre interagito con lui, la donna nascondeva un desiderio che ormai non poteva più celare. Certo, aveva sognato un amplesso con lui molte volte: dopo una lunga scolata di birra e una bella sbronza, in una stalla tra le morbide braccia del fieno, o in una locanda accolti da lenzuola fresche di bucato. Ma, vista la situazione, Mila seppe accontentarsi.
In quella posizione tra le più scomode, imbarazzanti e sconvenienti mai immaginate, i due compagni si persero nel loro amplesso, con l'halfling appesa a mezz’aria divisa a metà, mentre tra la sua carne l’eroe si spingeva vorace dentro di lei.
«Mio signore», sussurrò lei, la voce arrivava ovattata.
«Mila», rispose lui in un eco che si ripeté così molte volte, molte volte, in un ritmo sempre più sincopato.
«Che succede qui?!», chiese qualcuno alle loro spalle. Il resto del gruppo li aveva raggiunti; a parlare era stata Valera, esterrefatta eppure eccitata dalla scena.
«Ma cosa state facendo?!», riprese piena di orrore Faelen, che in cuor suo sperava di essere la prediletta e invece vedeva il suo Gideon concedere ad un'altra il suo fuoco.
«Piuttosto, cosa sta facendo il nostro eroe alla povera Mila!», ridacchiò sarcastica Malice.
«Io… vi spiegherò tutto dopo!», grugnì il paladino, voltandosi appena verso le altre.
«Tutto bene lì dentro?!», chiese ironica la drow, incapace di trattenersi.
«Oh sì, oh sì!», gemette tra le fauci del Mimic l’amica.
Mezz’ora dopo, quando il tributo al Mimic fu pagato e Mila finalmente liberata, il gruppo si ritrovò riunito.
«Quindi è tutta un'illusione?», chiese Malice un po' delusa. Non era avvezza alle ricchezze materiali – nel regno dei morti non c’era spazio per oro o gioielli –, ma avrebbe voluto portare con sé almeno un ricordo di tutto quello sfarzo.
«Sì, tutto un inganno», confermò Valera, dopo aver analizzato l’ambiente con un incantesimo di rivelazione.
«Che peccato!», commentò la drow.
Intanto, Mila se ne stava in disparte, cercando di nascondere l’imbarazzo per aver confessato i propri sentimenti in quel modo. Poco più in là, anche Faelen si teneva lontana dal gruppo, lanciando di tanto in tanto occhiatacce piene di gelosia verso Gideon. Il paladino, dal canto suo, del tutto ignaro, se ne stava seduto su un cumulo di monete ancora mezzo nudo, cercando di riprendere le forze.
«Dobbiamo proseguire», avvisò Valera. Qualcosa di molto pericoloso si muoveva sotto lo strato d’oro e diamanti: ne poteva chiaramente sentire la presenza magica.
Qualcosa di molto più pericoloso di un semplice Mimic.
«Sì, è ora di andare», confermò il paladino dopo essersi rivestito, desideroso di lasciare l’alcova.
«Va bene, andiamo», approvò la drow, lasciando cadere dalle mani un mucchietto di pietre preziose, mentre le altre due, Mila e Faelen, rimaste in silenzio, si accodavano.
Così, muto, il gruppo riprese il suo cammino.
Paragrafo 3: Il sacrificio di Valera
Il gruppo avanzò per molti livelli, stranamente senza incontrare particolari pericoli o sfide, poi il loro cammino li condusse in una stanza circolare, interamente scavata nella pietra grigia e fredda, al cui centro troneggiava un imponente altare cerimoniale. Non fecero in tempo a esaminare l'ambiente che un orrore viscido ed enorme si abbatté sul gruppo. Una colossale creatura di gelatina traslucida, un famelico Blob magico, si espanse a macchia d'olio sul pavimento, inghiottendo in un istante Faelen, Mila e Malicia. Le tre ragazze si ritrovarono bloccate all'interno di quella massa informe, i loro corpi sensuali e seminudi compressi dalla sostanza gelatinosa che ne bloccava ogni movimento; solo le teste restavano fuori, permettendo loro di respirare, forse per prolungarne l’agonia mentre il Blob si accingeva a digerirle.
Solo Sir Gideon e Valera, grazie alle armi consacrate di uno e alla magia elementale dell’altra, riuscirono a balzare indietro in tempo, rimanendo liberi. Il paladino strinse l'impugnatura della sua mazza ferrata, ma prima che potesse scattare, la voce tenebrosa del Master tornò a risuonare tra le pareti di pietra.
«Nessun colpo di lama o incantesimo elementale può scalfire questa creatura», sentenziò l'invisibile burattinaio. «Il Blob si nutre dell'essenza vitale delle vostre compagne e si acquieterà solo se l'altare al centro della stanza riceverà il suo tributo legittimo: un rito di pura carne. Solo l'unione dei due superstiti spezzerà la prigione».
Valera rimase immobile. I suoi capelli oro zecchino e i suoi occhi di smeraldo brillarono nella penombra della stanza. Nonostante la situazione disperata e l'assurdità della richiesta, l'alto elfa manteneva un'aria incredibilmente aristocratica e distaccata, quasi algida. Tuttavia, il tessuto semitrasparente sul suo petto tradiva un respiro più accelerato del solito, e a ogni minimo movimento la veste di seta leggera si apriva lungo gli spacchi fino all'anca, rivelando le lunghissime gambe slanciate e la sua totale nudità sottostante.
«Dunque, le regole di questo luogo richiedono il nostro corpo, Sir Gideon», disse la maga elementale. La sua voce suonò ferma, ma le sue labbra sottili, capaci di evocare parole di perdizione e lussuria, accennarono un fremito insolito. «Non permetterò che le mie compagne svaniscano in quella melma. Saliamo sull'altare».
Sir Gideon avvertì una nuova, violentissima ondata di calore salirgli alla testa. La febbre invisibile che lo tormentava sembrava ormai aver infuocato l'intera stanza. Guardò l'altare di pietra, poi lo sguardo magnetico e irresistibile di Valera che, precedendolo, si spogliò delle poche vesti che la coprivano e avanzò con la grazia di una regina pronta al sacrificio.
«E sia!», disse il paladino, comprendendo che la sua mazza ferrata in quel frangente non sarebbe stata di alcuna utilità.
Questa volta, a differenza delle due occasioni precedenti, decise di spogliarsi del tutto, restando libero nei movimenti. Valera si stese sul ripiano freddo di pietra: allargò le braccia e sollevò le gambe slanciate in una posa che la offriva del tutto al paladino, pronta ad accoglierlo. In quel preciso istante, la magia elementale racchiusa nel suo sangue nobile si risvegliò: i suoi occhi di smeraldo si illuminarono di un potere antico e profondo, mentre il suo corpo nudo prese a risplendere di un'intensa aura dorata, che cacciava le ombre della stanza e attirava l’umano verso di sé.
Anche lei, in fondo, sognava da tempo di perdersi in quel sogno proibito; tuttavia, essendo ligia alle severe regole del suo casato, non si sarebbe mai concessa a un umano, per quanto nobile ed eroico fosse. Ora, però, c’era un bene superiore da perseguire: doveva compiere quel sacrificio magico per salvare le sue compagne.
«Vieni, mio signore. Lascia che ti mostri ciò che il mio popolo ha da offrirti», sussurrò la maga elementale con la sua voce fiera, mentre i riflessi dorati della sua pelle facevano vibrare l'aria circostante.
«Sir Gideon!!», protestarono Mila e Faelen dall'interno della gelatina, forse più disposte a farsi digerire dal Blob che a condividere il loro signore con un'altra.
«È per voi che lo faccio», rispose il paladino, ormai completamente nudo, pronto e deciso, voltandosi appena verso di loro.
Sir Gideon si pose sopra Lady Valera. La bellezza dell’elfa era divina: l’avorio, l’argento e l’oro sembravano decorare la carne.
«Mia signora!», sussurrò estasiato.
«Vieni, mio eroe, prendi ciò che ho da offrirti», gli rispose lei afferrando leggera il membro dell’umano e guidandolo all’ingresso del suo varco, fremente e affamato.
Sir Gideon, guidato dall’elfa, affondò dentro di lei, lentamente, centimetro dopo centimetro.
Al suo interno, l’alto elfa regalava sensazioni che l’umano non aveva mai provato, un senso di pace e di eternità che non faceva parte del mondo terreno.
Non fu un incontro fatto di movimenti frenetici o di semplice carne, ma una transizione totale della coscienza. Quando Sir Gideon si unì a lei, la torre, il labirinto appena superato, ogni cosa, persino la presenza opprimente delle compagne intrappolate svanirono sullo sfondo, in una luce che invase ogni angolo e dimensione.
Rimasero solo le linee dei loro corpi che si incastravano sulla pietra, pulite e necessarie, come se un antico scultore avesse finalmente unito due metà destinate a completarsi.
Il contatto fisico si trasformò in una percezione puramente interiore: Gideon sentì il proprio spirito scivolare oltre i confini della pelle per accogliere la mente fiera di Valera, mentre l'orgoglio aristocratico dell'alto elfa si scioglieva in una sottomissione volontaria e profonda. Non c'era bisogno di parole o di sguardi; i loro respiri si regolarono sulla stessa frequenza, annullando il tempo e lo spazio. Fu un'unione solenne, assoluta e silenziosa, un momento in cui due volontà distinte si fusero in un unico peso geometrico, un legame ancestrale che placò la smania della creatura circostante per il solo fatto di esistere.
«Il rito è compiuto», decretò la voce del Master dal nulla.
Sir Gideon osservò le compagne venire liberate dalla gelatina, poi tornò a fissare l’elfa sotto di sé. In quel preciso istante, la sua natura umana prese il sopravvento su ogni voto e su ogni dovere.
«No… non posso fermarmi», disse con la voce di chi non è affatto pronto a lasciare andare qualcosa che sa di non poter mai più stringere a sé.
«Gideon… mio signore», sussurrò l'alto elfa.
Comprendendo che l’uomo non l’avrebbe lasciata, Valera si abbandonò al suo destino. Non c’era ansia nella sua voce melodiosa, né timore nei confronti di lui. L'unica paura era per se stessa: per come quella condizione imminente l’avrebbe costretta a fare i conti con una natura emotiva e travolgente che, in quanto alto elfa, aveva sempre negato.
Gideon le sollevò di nuovo le gambe fino a schiacciarle contro il suo seno, imponendo il proprio peso e la propria volontà su quella della nobile elfa; prese ad amarla di nuovo, questa volta con la foga tipica di un umano.
«Mio signore, fermati», lo supplicarono Mila e Faelen dietro di loro, incapaci di muoversi, ancora stremate dalla creatura che le aveva tenute in trappola.
Dal canto suo, Malicia era divertita nel vedere la nobile, altezzosa elfa ridotta a un mero strumento di piacere dell’uomo.
«Non posso», disse lui incontenibile. Spinto dalla foga, prese l'elfa in tutti i modi in cui aveva imparato ad amare una donna. Valera, dal canto suo, non solo fu partecipe in quell’amplesso, ma grazie alla sua magia infondeva nell’umano il vigore necessario a portare avanti il loro incontro. Solo quando, molti turni dopo, ogni cavità del suo corpo fu colmata dalla manifestazione liquida dell’anima del paladino, sciolse l’incantesimo.
«Ecco… ora il rito è completo», sussurrò alla fine Valera, accogliendo tra le braccia il suo eroe estenuato.
Paragrafo 4: Il tributo di Malice
L'ultimo piano della torre, quello che sembrava un'arena, non offriva inganni o illusioni, ma una cruda e spettrale realtà. Il gruppo aveva dovuto affrontare una spaventosa Sfinge guardiana, eppure diversa: contrariamente a ogni leggenda, non aveva posto indovinelli, ma aveva scatenato contro di loro una furia distruttiva implacabile. Erano riusciti a sconfiggerla, ma il prezzo era stato altissimo: prima di esalare l'ultimo respiro, la creatura aveva spalancato le fauci ed esalato una devastante nube di veleno magico. Con un ruggito che aveva fatto tremare le fondamenta della torre, quel soffio tossico aveva avvolto Faelen, Mila e Valera. In un battito di ciglia, il veleno aveva scatenato sui loro corpi il peso di millenni, irrigidendoli e venendo avvolti all'istante da bende antiche. Si erano trasformate in mummie, prigioniere di un sonno eterno.
Solo Sir Gideon e Malice erano rimasti in piedi tra i resti del campo di battaglia. La drow si era salvata unicamente grazie alle sue potenti barriere contro la magia della morte e le tossine. Il paladino, grazie alla fiamma del destino che aveva invocato, si era a sua volta sottratto all'effetto letale del soffio.
«No!», si disperò vedendo le sue compagne perdute. Aveva fallito, non era riuscito a proteggerle. Stremato e con l'armatura ammaccata, si voltò verso la negromante, cercando nei suoi poteri una soluzione. «Cosa facciamo?», la supplicò.
Malice colse l’occasione. Lo attendeva immobile, esibendo la sua bellezza statuaria e procace. La pelle scura contrastava violentemente con i lunghi capelli candidi che le ricadevano sulle spalle nude, e i suoi occhi di un rosso brillante penetravano l’anima del cavaliere. La tunica di pelle nera e le cinghie borchiate coprivano pochissimo del suo corpo dalle forme piene e giunoniche, lasciando l'addome scoperto e mettendo in mostra il tatuaggio sotto l’ombelico che scendeva intrigante verso il basso ventre. Nei suoi occhi brillava la scintilla della predatrice che ha appena scovato la preda perfetta.
«Posso spezzare la maledizione, mio fiero paladino», sussurrò Malice. La sua voce era un filo di seta nera che avvolse i pensieri di Gideon. «Solo i miei poteri arcani della morte possono invertire quel flusso temporale, richiamare le loro anime e liberarle da quel bendaggio eterno. Ma la negromanzia esige un prezzo. E io esigo il mio».
Avanzò verso di lui con passo sinuoso e calcolato, sollevando la polvere nell’arena ormai acquietata, forte del suo totale potere contrattuale.
«Cosa intendi? Cosa ti serve?», domandò il paladino.
«Voglio per me ciò che hai donato così feroce alle altre», gli rispose lei, sussurrandogli all'orecchio. La minaccia era implicita, la coercizione assoluta: o Gideon si sottometteva alla sua volontà, o le sus compagne sarebbero rimaste polvere per sempre.
«Tradiresti così le nostre amiche?», chiese il cavaliere, sconcertato.
«Amiche?», rise feroce la drow. «I miei unici amici sono i morti. Mi sono unita a voi per curiosità, per capriccio, non certo per amicizia».
«Come ho potuto essere così sciocco...», mormorò lui, stringendo i denti.
«L'ho fatto per te», aggiunse lei all'improvviso, cambiando tono.
«Cosa?»
«Sì, per te. Per il tuo ardore, per la fiamma che ti arde nel petto», confessò la drow, mostrandosi per la prima volta, in tutto il tempo in cui il gruppo era stato unito, vulnerabile e scoperta. «C’è qualcosa racchiuso nel tuo cuore che potrebbe sconfiggere le tenebre con cui ho ammantato la mia anima e liberarmi», gli confessò, sfiorandogli il torace attraverso le fessure dell’armatura. «Hai concesso il tuo corpo per pietà, per piacere e per dovere alle altre», continuò la drow, fermandosi a un millimetro dal suo volto e posando una mano gelida sul mento dell’uomo. «Ora lo darai a me perché non hai altra scelta. Pretendo un amplesso, umano. E lo pretendo adesso, nella polvere di questa arena, mentre le nostre amiche prive di vita ci guardano», concluse, incollando la sua bocca color cremisi a quella del cavaliere e divorandogli la lingua tra le labbra che lui aveva appena schiuso, sorpreso.
Malice non tese la mano per aiutarlo, né attese che lui prendesse l'iniziativa. Con un movimento fluido e felino, spinse Sir Gideon all'indietro, costringendolo a stendersi sul pavimento dell'arena. L'armatura del cavaliere produsse un suono sordo e pesante contro la roccia, rendendolo ancora più immobile, quasi una statua d'acciaio consacrata ai piedi della negromante.
La drow mormorò qualcosa in una lingua dimenticata. Dal terreno, proprio sotto il paladino, sorsero decine di mani scheletriche che prima gli impedirono di muoversi, bloccandolo nella roccia, e poi lo spogliarono del tutto, pezzo dopo pezzo.
Quando gli scheletri ebbero finito il loro lavoro, sul viso della negromante si allargò un sorriso famelico. Malice pronunciò di nuovo parole antiche e, questa volta, furono degli spiriti oscuri a manifestarsi, volando in cerchio intorno a lei per liberarla dei vestiti, lasciandola completamente nuda.
Sir Gideon, inchiodato al terreno dalle dita scheletriche che gli stringevano i polsi e le caviglie, poteva solo guardare la drow avanzare su di lui come una feroce divinità oscura. Malice si inginocchiò tra le sue gambe divaricate. Non c'era fretta nei suoi movimenti, solo la spietata certezza di chi possiede il controllo totale. Passò la lingua lungo l’interno coscia dell’uomo, fino a risalire lì dove c’era l’oggetto del suo desiderio.
«È magnifico», sussurrò stringendolo tra le dita le cui unghie sembravano artigli affilati. Si chinò sul corpo del paladino, intenzionata a fare della sua virilità il proprio esclusivo strumento di piacere.
La sua bocca, che sembrava coperta di sangue rappreso, si posò su di lui con una brama totalizzante, un assalto che cercava di divorare non la carne, ma l'essenza stessa e l'orgoglio del guerriero.
Gideon sentì una zaffata di calore indescrivibile salirgli al petto; bloccato e inerme, non poteva fuggire da quel tocco sapiente e famelico che gli strappava gemiti soffocati, costringendolo a sottomettersi al piacere imposto dalla sua carceriera. La drow assaporò la sua totale resa per lunghi istanti, godendo del potere assoluto che esercitava su quel corpo consacrato al bene.
Solo quando ritenne il tributo iniziale soddisfatto, Malice si sollevò. Senza esitare, si posizionò sopra di lui. Cavalcando il suo bacino con assoluta padronanza, si calò lentamente, sfruttando il peso e la sinuosità delle sue forme giunoniche per intrappolare dentro di sé il pene eretto del paladino.
«Sei mio», ringhiò.
Malice inarcò la schiena nuda con fierezza, portando le mani al petto di Gideon per stabilire il ritmo e l'intensità di quell'unione. Da quella posizione rialzata, con i capelli candidi che le incorniciavano il viso e gli occhi rossi che brillavano come braci nella penombra, la drow appariva imponente e regale. Gideon, bloccato sotto di lei, non poteva fare altro che assecondare ogni suo movimento, sopraffatto dal calore dei loro corpi che si sommavano l’uno all’altro e dalla spietata grazia con cui la predatrice reclamava il suo tributo, signora assoluta del suo corpo e del suo destino.
«Sei mio», ripeté lei, ma la sua voce sembrava non rivolgersi soltanto all’uomo sotto di sé, bensì a quel fuoco puro e ardente che il paladino custodiva intatto dentro la propria anima.
Fu in quel momento, all’apice assoluto del loro incontro, che il rito giunse a compimento. Quando la virilità di Sir Gideon la raggiunse nel profondo, Malice fu investita da una sensazione mai provata prima. Non fu dolore, né semplice piacere fisico. La drow sentì l'oscurità opprimente che da sempre le avvolgeva l'anima iniziare a creparsi, a cedere e infine a dissolversi, lasciando spazio a una purezza sconosciuta.
Fu una sensazione temporanea, durata pochi frammenti di eternità, ma intensa.
Dalle sue labbra spalancate, tra cui vibravano le zanne affilate, uscì un urlo animalesco, anzi, demoniaco – un grido ultraterreno che fece tremare il terreno sotto di loro, le pareti di pietra della torre e riecheggiò tra i colonnati come il lamento di uno spirito liberato dalle catene dell'inferno.
Anche se solo per pochi, fulgidi istanti di estasi assoluta, la negromante si sentì inondata dal calore, dalla purezza di quella luce interiore. Per la prima volta in tutta la sua vita, in tremila anni di esistenza, Malice fu davvero, interamente libera dalle tenebre.
«Ora libera le nostre amiche!», le ordinò il paladino spietato, mentre le mani scheletriche che lo avevano tenuto costretto si trasformavano in polvere. «Fa' il tuo maleficio, demone!», le ordinò di nuovo, incapace di attendere e senza darle il tempo di godersi quei frammenti di luce che stavano già lasciando nuovamente posto all’oscurità nella sua anima.
«Sì, farò ciò che ho promesso», disse lei, scivolando di lato e adagiandosi al suo fianco, mentre iniziava a sussurrare parole oscure: un'evocazione per riportare dal regno dei morti coloro che erano andati perduti.
Paragrafo 5, L’inganno e il Caos
Il gruppo era finalmente riunito, ma la torre non era ancora conquistata. Davanti a loro, l'ultima imponente scalinata di pietra conduceva alla vetta assoluta.
Sotto la guida di Sir Gideon, le quattro eroine salirono i gradini fino a trovarsi nell'ultimo santuario. Lì, ad attenderli su un trono di legno intarsiato, non c'era un mostro né una trappola mortale, ma Lord Elder in persona. Il vecchio Master li osservò con uno sguardo intriso di una saggezza antica e un sorriso enigmatico che non apparteneva a un comune mortale.
«Vecchio, sei tu?», chiese Mila perplessa, credendo in un nuovo inganno.
«Certo, mia cara!», disse lui.
«No… no… sei qualcos’altro», precisò Valera, rilevando una potente aura dietro le spoglie umane.
«Sì, lo sento anch'io», confermò la drow, percependo un potere che al contempo era oscuro e luminoso.
«Chi sei?», chiese Sir Gideon, mentre alle sue spalle, annusando il pericolo immenso, Faelen tendeva la corda del suo arco pronta a scoccare una freccia.
«Io sono colui che voi dite che io sia», rispose enigmatica la presenza.
«Che cosa vuoi, dunque?», chiese il paladino, stringendo il pugno all’elsa della sua mazza, pronto al confronto.
«Ciò che potevate darmi, l'ho già preso», sorrise lui.
Non ci fu nessuna battaglia da compiere, nessun indovinello da risolvere. Con un gesto lento della mano, le spoglie umane di Lord Elder sfumarono, rivelando la sua vera, divina natura: Olidammar, il Vagabondo Mascherato, il dio degli inganni e del caos.
Nelle sue nuove sembianze, spiegò l’arcano. La divinità li aveva testati nel suo gioco personale, un diletto, un passatempo per rompere la monotonia dell’eternità, spingendoli oltre ogni limite morale e fisico attraverso le illusioni della torre. Ora che avevano dimostrato coraggio, fedeltà e uno spirito incrollabile, il dio li aveva eletti a suoi campioni e sentenziò che erano meritevoli del suo dono supremo.
«Qual è il tuo dono?», domandò Mila, sperando in ricchezze o potere.
Ma prima che Olidammar potesse rivelare quale fosse quel dono, una nebbia caldissima e soffocante avvolse la vista di Sir Gideon. Le pareti della torre iniziarono a oscillare, le figure sensuali delle sue compagne sfumarono in contorni confusi e il mondo fantasy crollò in un silenzio assoluto.
Epilogo: Il Risveglio
Matteo spalancò gli occhi a fatica, emettendo un respiro affannato. Non c'era pietra fredda sotto di lui, ma la morbidezza delle lenzuola del suo letto. Il calore che sentiva non era il fuoco della torre, ma il residuo della febbre alta che gli bagnava la fronte di sudore. Era in camera sua; dalla finestra filtrava il sole del mattino.
Attorno a lui non c'erano più elfe formose o barde sfrontate, ma i volti familiari dei suoi amici di sempre: Luca, Paolo, Marco e Giovanni. Persino la moglie e la figlia erano presenti. Erano tutti lì, nella sua camera da letto, vocianti.
«Si sta svegliando», disse la moglie.
«Papà, come ti senti?», chiese Ilary avvicinandosi al letto.
Con voce roca, Matteo si fece raccontare cosa fosse successo. I ragazzi gli spiegarono che la sera prima la sua febbre era salita così tanto da farlo delirare e addormentare direttamente sul tavolo. Preoccupati, lo avevano portato a letto nella sua stanza e, per non sprecare la serata, avevano deciso di continuare l'avventura senza di lui, portando a termine la sessione.
Matteo avvertì una fitta di profonda delusione. Tutto quello che aveva vissuto — i corpi mozzafiato delle sue compagne, i riti sull'altare, il ricatto della drow e la sottomissione al piacere — era stato solo un incredibile, caldissimo sogno indotto dalla febbre.
«Sembri deluso», osservò Luca.
«Mi sono perso l’avventura».
«Ah, di quello non ti devi preoccupare».
«Sì, l’albo è di sotto che ci aspetta, e abbiamo già deciso che lo rigiocheremo con te quando starai meglio».
Si consolò pensando che, almeno, il suo party era riuscito a compiere l'impresa: l'albo cartaceo de La Torre dell'Oblio era ormai completato e giaceva giù in tavernetta, come il vecchio Elder aveva promesso.
Matteo si tirò su a fatica sul cuscino e chiese un ultimo dettaglio: «E del Master? Che fine ha fatto quel vecchio che avevate ingaggiato per stasera, Lord Elder?»
I quattro amici si guardarono l'un l'altro, e nei loro occhi passò un'ombra di sincero sconcerto. Toccò a Luca rispondere, la voce improvvisamente farsi seria:
«È questo il punto, Matteo. Volevamo pagarlo e salutarlo. Poco fa siamo saliti tutti insieme qui in camera tua per vedere come stavi e comunicarti il risultato della partita. Siamo rimasti da te solo un attimo. Ma quando siamo tornati giù in tavernetta... l'uomo era letteralmente scomparso nel nulla e sul tavolo non è rimasta traccia del suo equipaggiamento. Se n'è andato senza chiedere una moneta, lasciando solo l’albo come aveva promesso».
Matteo rimase in silenzio, fissando il vuoto mentre un brivido freddo gli scorreva lungo la schiena, del tutto indipendente dalla febbre. Volse lo sguardo verso la finestra, ripensando agli occhi rossi di Malice e all'aura dorata di Valera, alle battaglie, agli enigmi, alle trappole: tutto era stato troppo vivido, vero.
Forse La Torre dell'Oblio non era stata solo un'illusione. Forse, sul serio, Olidammar, il Vagabondo Mascherato, il dio degli inganni e del caos, aveva fatto loro visita.
Fine...
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