Il Gioco di Alessia

di
genere
feticismo

Quando Mirco ricevette, tramite la mail aziendale, la supplica di Alessia, fu tentato di negarsi. Non conosceva bene la collega, nonostante dividessero l’ufficio da ormai tre anni. La donna non era per niente il suo tipo: a Mirco piacevano le donne appariscenti, disinibite, sempre in cerca di attenzione, capaci di sedurre con un sospiro o un tono di voce calcolato. Alessia era l’antitesi di questo canone. Non che fosse una brutta donna; su un social aveva visto una foto della ragazza al mare con il suo cagnolino ,indossava un costume intero a fiori, uno di quelli che avrebbe indossato una vecchia zitella, e non una ragazza di appena trentanni, ma doveva ammettere che aveva un fisico capace di attirare gli sguardi.
Tuttavia il suo modo di vestire nel quotidiano, di atteggiarsi e di parlare , come se fosse sempre in difetto, a disagio, o come se esprimesse una colpa che lui non riusciva a comprendere, spegneva ogni attrattiva e, come collega, anche ogni sua disponibilità.
Così, quando lei, da un letto d’ospedale dove era stata ricoverata dopo un incidente domestico, gli chiese di andare a casa sua a prendersi cura della cagnolina, a Mirco sembrò una seccatura enorme. Sapeva che abitavano a pochi isolati l'uno dall'altra, prendevano spesso la metro insieme ma, per lo scarso interesse che provava per lei, non avevano mai approfondito la conoscenza.
Gli sembrava inappropriato. Di natura, Mirco era una persona molto riservata; riduceva al minimo ogni contatto non necessario, persino con la madre che, nonostante la distanza, cercava di mantenere con lui un rapporto attraverso lunghe e, per lui, tediose telefonate. Ma per un atavico senso di empatia e carità cristiana, quasi del tutto assopito, rispose alla mail della collega facendole notare che non avrebbe avuto modo di entrare in casa. Alessia non si perse d'animo: gli rispose in un tempo che lo sorprese, spiegando che il portinaio del palazzo aveva una copia di tutte le chiavi. Aggiunse poi una vera e propria supplica, confessando di non avere nessun altro a cui chiedere, dato che le sue capacità relazionali erano limitate. Mirco sospirò e, con grande fatica, rispose che per il periodo del ricovero ci avrebbe pensato lui. Anche se non aveva mai avuto un animale, essendo troppo concentrato su se stesso e sulla propria carriera, Mirco amava i cani. Prendersi cura di quella bestiolina gli sembrava una buona mossa per fare il padrone surrogato, senza assumersi troppe responsabilità. Inoltre, quanto fastidio poteva mai dare il piccolo pincher della collega?
Così accettò e, come promesso, dopo il lavoro si presentò a casa di Alessia. Il portinaio, il signor Errico, un tipo diffidente con un occhio pigro e un evidente zoppia, dal forte accento meridionale, ci mise un po' a cedere le chiavi della ragazza; fu necessaria una telefonata direttamente in ospedale per autorizzare la consegna. Arrivato al piano, Mirco individuò l’appartamento. Prima ancora di potersi avvicinare alla porta, sentì Minas abbaiare ferocemente da dentro. Ma non appena ebbe fatto un solo giro di chiave e aperto l'uscio, vide quel piccolo batuffolo di peli radi, scappare terrorizzato a rintanarsi sotto la poltrona del monolocale.

L’appartamento della ragazza la rappresentava appieno: modesto e disordinato. Il lavandino del cucinino era pieno di piatti e pentole, il piano cottura e il frigorifero erano visibilmente sporchi. C'erano vestiti dappertutto: sul divano, sul pavimento, persino appesi a una lampada. In un angolo si apriva la porta del bagno, da cui si intravedeva il box doccia; le sue pareti in plastica semitrasparente avrebbero decisamente giovato di una pulizia approfondita e di un buon anticalcare.
Nulla di quello che vedeva lo sconvolgeva più di tanto. Nonostante tutto, nemmeno lui amava tenere in ordine la casa, e a volte procrastinava quegli interventi di igiene che sarebbero stati d’obbligo per una conduzione sana dei locali in cui viveva. No, fu qualcos’altro a farlo fermare di colpo, a trattenergli il fiato in gola.
Spinto dal bisogno di recuperare le ciotole di Minas, forse da una curiosità che cominciava a farsi strada sotto la sua corazza di indifferenza, Mirco si avvicinò al bagno. La porta , a soffietto che offriva scarsa privacy, era spalancata. Lo sguardo cadde inevitabilmente su quel box doccia dalle pareti semitrasparenti che poco prima aveva giudicato con freddezza. Appesi a un filo di nylon teso tra le piastrelle, messi ad asciugare, in maniera inattesamente ordinata quasi rituale, c’erano alcuni capi di biancheria intima. Definirli audaci sarebbe stato riduttivo; ne avrebbe sminuito completamente l'impatto.
Mirco fece un passo avanti, superando la soglia del bagno come se stesse violando un santuario segreto. Davanti a lui oscillavano ,un minuscolo perizoma di pizzo rosso fuoco, ridotto a fili sottili che lasciavano pochissimo spazio all'immaginazione, un reggiseno a balconcino aperto, nero, con dettagli metallici che ammiccano a un gioco di seduzione tutt'altro che ingenuo , altri capi dai colori sgargianti o pastello tutti caratterizzati dall’eseguità del tessuto utilizzato per cucirli. Erano tessuti impalpabili, pensati non per coprire, ma per esaltare e offrire il corpo a uno sguardo desideroso.
Mirco fece un altro passo avanti, ma prima ancora che la vista potesse abituarsi a quella penombra, fu l’olfatto ad allertarlo.
In quel bagno trascurato, dove l'aria era rimasta intrappolata a causa dell'unica minuscola finestra chiusa che sembrava non aprirsi da un secolo, non c'era l'odore asettico della pulizia, ma qualcosa di infinitamente più potente, che gli ricordava in un certo senso l’ammoniaca.
Era un aroma denso, quasi solido, impregnava le pareti: l’odore autentico, gli solleticava le narici, selvatico e dolciastro della femminilità più profonda. Una nota calda di muschio e pelle nuda che si era fusa con il vapore ormai svanito di un bagnoschiuma al talco e vaniglia, rimasto aggrappato alle piastrelle umide e a quei pizzi ormai asciutti, ma che apparentemente trattenevano l’essenza della giovane collega.
Non era una fragranza artificiale da profumeria; era l'odore di un corpo vivo, un calore biologico, intimo e persistente che sembrava aver colonizzato ogni angolo della stanza. Mirco, cercò prima di trattenere il fiato, come chi cerca di negarsi un piacere, poi si arrese e respirò a fondo, quasi suo malgrado, arrivando finalmente a riconoscere quel profumo.
Quell'aria pesante, che in qualsiasi altra situazione lo avrebbe infastidito, agì su di lui come un richiamo ancestrale. Forse Alessia non aveva gran cura dell’igiene ambientale, ma doveva averne per quella personale e, intima.

Sentì quel essenza di donna arrivargli dritto alla gola, denso e vertiginoso, capace di cancellare in un istante il calcare sulla plastica e i piatti sporchi nel lavandino, lasciando spazio solo alla presenza invisibile, carnale e prorompente di Alessia.
Fu più forte di lui. Consapevole di star violando la privacy di una donna che si era fidata di lui, spinto da quello che non era più curiosità, ma bisogno, premette l’interruttore della luce, pentendosene quasi all’istante: si rese conto, infatti, di aver azionato anche la piccola ventola per l'aerazione, che iniziò subito a disperdere quel profumo così intimo.
Seguendo un istinto viscerale, Mirco si avvicinò al piatto della doccia. Dietro di lui la cagnolina scodinzolava, ormai abituata alla sua presenza e in cerca di attenzione, lo osservava con curiosità, quasi chiedendosi cosa quello strano umano stesse facendo con la biancheria della sua padrona.
Mirco rimase immobile a scorrere le dita tra quei capi intimi, come si sfogliano le pagine di una rivista patinata. Poi scelse un pezzo: un minuscolo tanga nero, il cui ricamo frontale ricordava una elegante falena ricameta in oro. Se lo ritrovò tra le mani a saggiarne la consistenza. Le sensazioni che salivano dai polpastrelli arrivarono a solleticargli la nuca, scaldandogli il viso, il basso ventre e le orecchie.
Se ne era dimenticato, ma in quel momento stava risvegliando un antico feticcio. Era un segreto che custodiva fin da quando, giovanissimo, spiando tra la biancheria di mille cassetti violati, aveva scoperto un piacere inatteso e travolgente.
Seguendo una procedura, che si basava su principi precisi atti a sollecitare ogni singolo senso, analizzò il pezzo di stoffa lo rivoltò e trovatone il tassello ,li dove i genitali della collega, si erano posati quando indossato, lo annusò a lungo.
L’odore di Alessia era ancora li, nonostante il lavaggio, nonostante il tempo che era stato separata dalla vagine della ragazza.
Quella vista, quel mare di sensazione che lo travolsero, come uno tsunami, sgretolò in un istante l’immagine della ragazza, timida e impacciata, che Mirco aveva custodito per tre anni. La collega dimessa, che si scusava per il troppo spazio occupato in corridoio, che non lo guardava mai negli occhi, che vestiva con abiti informi, troppo larghi troppo lunghi, nella sua intimità indossava armature di pura provocazione.
Il pensiero che quel corpo che aveva intravisto solo in una foto al mare venisse avvolto da quelle stringhe di seta, tulle e microfibra ,tra lacci e sottili veli, gli provocò un calore improvviso, una scossa che gli partì dallo stomaco e gli tolse il respiro. Sentendosi quasi un intruso, ma incapace di staccare gli occhi da quella scoperta, Mirco realizzò che la ragazza che credeva di conoscere non esisteva affatto.
Fu un abbaio, un singolo guaito, a riportare Mirco alla realtà e a ricordargli perché si trovasse lì. Senza nemmeno rendersene conto, infilò le mutandine di Alessia nella tasca dei pantaloni. Fu un gesto naturale, antico, quasi inconsapevole.
Tornò dalla cagnolina e le riempì le ciotole di acqua e croccantini, che Minas svuotò in un attimo. Rimase a guardarla, cercando con ogni fibra del suo corpo di resistere alla spinta di tornare in quel locale angusto per lasciarsi travolgere dall’odore della ragazza. Alessia, impossibilitata a difendere la propria privacy da un letto d’ospedale, lui avrebbe potuto agire liberamente. Paradossalmente, proprio quel senso di colpa e il gusto proibito della violazione rendevano a Mirco ancora più difficile resistere alla tentazione.
Si arrese, e prese ad esplorare l'appartamento.
La sua curiosità fu ampiamente ripagata. Alessia custodiva una collezione di film per adulti, novelle, fumetti e oggetti per l'intrattenimento intimo di una giovane donna. Quella scoperta rivelava non solo una sessualità inespressa in pubblico o nelle relazioni sociali a lui note, ma che, per certi aspetti, arrivava a essere vorace ed estrema. Erano fantasie e desideri che andavano oltre persino i canoni di un uomo.
Entrò in camera da letto, seguendo le tracce ,era li che avrebbe trovato le cose migliori ne era sicuro.
Un DVD , era ancora inserito nello scomparto di un vecchio lettore che lampeggiava, ai piedi del letto, le cui lenzuola sembravano non essere state cambiate da un po', altri capi di abbigliamento e lingerie erano sparsi ovunque, e tra le pieghe di un copriletto, un enorme dildo di colore viola, su cui restavano appiccicosi i residui carnali della ragazza.
Mirco esitò, con la mente combattuta e confusa, incapace di resistere alle tentazioni, poi prese il telecomando che stava poggiato sul comodino e avviò il filmato.
Le immagini raccontavano di una donna impegnata in una scalata sociale attraverso la manipolazione e il sesso, usati contro chiunque le fosse d'ostacolo o rappresentasse un vantaggio per il suo scopo.
Mirco guardò con attenzione il film, chiedendosi quanto Alessia si immaginasse protagonista di quella storia. Fu così che la sua mente lo ingannò di nuovo, sostituendo idealmente Sara, l’attrice della pellicola, con il volto della collega.
Con quell’immagine sublimata nella sua immaginazione, il cuore del ragazzo prese a correre, riempiendo le cavità del suo corpo e trasformando lo stato d'ansia in pura eccitazione. Si sedette sul letto, trovando posto tra i cuscini che avevano ospitato Alessia in chissà quali attività intime. Gli sembrò di averla accanto con indosso uno di quei completini intimi audaci, che poco celavano e molto promettevano, gli sembrò che lei guidasse la sua mano e che con una voce calda, diversa da quella a cui era abituato, lo conducesse in un percorso , di provocazione, di malizia e tentazione.
Assoggettato, alle immagini trasmesse dallo schermo e dalla presenza onirica di Alessia ,Mirco si lasciò guidare.
I pantaloni finirono sul pavimento insieme alla scarpe, i boxer ,spostati di lato e le dita della sua mano destra avvolte attorno alla sua erezione ,mentre, come a far rivivere l’odore di alessia dentro la propria anima, l’altra mano premeva il tassello degli slip sottratti dal bagno sul naso.
Fu un estasi che Mirco non provava da molto tempo a travolgerlo, a scuoterlo fino alle fondamenta della sua stessa anima.
Pieno di vergogna e sollievo, cercò con respiri profondi di ritrovare il controllo di se, fu in quell’istante che una voce sottile, sinuosa, arrivò da un angolo della stanza.
“Bravo!”
Mirco aprì di scatto gli occhi, paralizzato sul letto. Poco distante dalla collezione di DVD, una piccola telecamera domestica a bulbo, di quelle usate per sorvegliare gli animali, si era mossa prima che lui potesse accorgersene. L'obiettivo si era ruotato lentamente, compiendo un piccolo scatto millimetrico prima di fermarsi e puntare la lente scura esattamente su di lui, sul suo corpo disteso tra le lenzuola e sulla mano che stringeva ancora il pizzo nero della falena. La spia led sulla parte frontale, da rossa, era diventata di un blu elettrico e fisso. Era attiva. Qualcuno la stava pilotando da remoto.
Il cuore gli balzò in gola, ma prima che potesse formulare un pensiero o scattare in piedi sopraffatto dalla vergogna, l'altoparlante integrato della telecamera grattò leggermente. Ne uscì un respiro, poi una voce. Era la voce di Alessia, ma non aveva nulla della timidezza dell'ufficio: era bassa, leggermente roca, incredibilmente vicina.
«Ti piace quello che hai trovato, Mirco?»
Ma l’uomo non riuscendo ad ammettere le sue colpe, rimase in silenzio.
«È stato molto intenso, Mirco. La prossima volta giocheremo insieme» continuò Alessia da remoto.
Non era un invito. Non c'era un punto di domanda alla fine di quella frase. Era un ordine preciso, un decreto che non ammetteva repliche, negazioni o vie di fuga.
“se vuoi puoi andare adesso” aggiunse ancora lei “ma prima, porta fuori il cane” le ricordò.
Poi senza attendere risposta, si ammutolì.
La spia led della telecamera fece un piccolo scatto e tornò rossa, segnalando la fine del collegamento. Il silenzio tornò a riempire la stanza, interrotto solo dal respiro affannato del ragazzo e dal sommesso scodinzolare di Minas ai piedi del letto.
Mirco si sollevò lentamente, con i muscoli ancora tesi e il cuore che gli batteva fin dentro le orecchie. Si guardò intorno, stordito: quel monolocale modesto e disordinato non gli sembrava più lo stesso, e la donna che vi abitava era diventata un enigma inquietante e magnetico. Uscì dall'appartamento accompagnato dalla cagnetta entusiasta per la passeggiata e il nuovo amico ,camminando come in trance, tenendo in una mano il guinzaglio ,e con l’altra infilandosi le chiavi in tasca insieme al tanga che Alessia gli aveva esplicitamente permesso di tenere. Mentre scendeva le scale condominiali, un misto di ansia soffocante e di febbrile, innaturale attesa cominciò a scavergli dentro, come un fiume in piena che scava la dura roccia.
Sapeva che presto, in ufficio,o di nuovo quando sarebbe dovuto tornare a casa di Alessia, ci sarebbe stato un nuovo confronto, delle nuove tentazioni, e che nulla sarebbe più stato come prima. Era caduto in una trappola erotica perfetta. E la cosa più spaventosa era che , non aveva la forza, ne aveva alcuna intenzione di liberarsi, da quel giogo.
scritto il
2026-08-31
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