In riva al fiume.
di
passodalfiume
genere
sentimentali
Il sole di mezzogiorno filtrava attraverso le foglie dei pioppi, disegnando macchie d'oro sulla pelle chiara di Michela. Seduta a piedi nudi su un grande sasso levigato, la ragazza teneva le ginocchia al petto; le gambe spuntavano da sotto l’orlo della gonna di jeans scolorita dal tempo e strappata, troppo corta anche per i suoi canoni, con le braccia conserte a fare da cuscino. Accanto a lei c'era un libro aperto, di cui non ricordava il titolo, e, incastrata con cura tra due rocce, la vecchia canna da pesca del nonno Raffaele sporgeva verso il centro del fiume. Il filo di nylon tagliava l'acqua limpida, scomparendo dove la corrente si faceva più viva e profonda. A Michela non importava se qualche pesce avrebbe abboccato o meno. Con i capelli castani tendenti al rame, lasciati liberi di aggrovigliarsi e danzare nel vento che spazzava via parte dell’afa di fine estate, e con addosso una camicia di cotone leggero a scacchi troppo grande per lei, se ne stava ferma, sognante e silenziosa. Preferiva ascoltare il respiro del bosco tutto intorno a lei e il sommesso mormorio dei ciottoli cullati dal flusso. In quel momento, con lo sguardo perso nel riflesso argenteo della corrente, la salumeria di suo padre Luigi, l'odore di insaccati e le parole mai dette di delusione e rammarico sui suoi studi interrotti erano solo ombre lontane. Lì, nel silenzio verde della riva, Michela non era la ragazza strana che tutti evitavano in paese, ma un pezzo vivo e pulsante di quella natura selvaggia che amava chiamare casa.
A rompere quella quiete non fu il fruscio delle foglie secche, ma lo scricchiolio leggero di passi familiari sui ciottoli caldi della sponda. Michela non si voltò. Riconobbe quel passo senza bisogno di guardare. Poco dopo, un'ombra si allungò sui sassi a pochi metri da lei, tagliando la luce accecante del primo pomeriggio estivo. Era Rico. Trent'anni, la barba incolta a coprirgli le guance e i capelli lunghi raccolti in una coda disordinata, scuri e selvaggi quanto quelli di Michela. Indossava una vecchia maglietta sbiadita dal soleil e pantaloni da lavoro tagliati alle ginocchia; anche lui, come lei, si vestiva solo per coprirsi, senza curarsi minimamente degli occhi del mondo che rimproveravano a entrambi quell'aspetto così trascurato.
Rico non disse una parola. Non tese la mano, né accennò un saluto. Si limitò a sedersi su una roccia vicina, abbastanza lontano da lasciarle il suo spazio, abbastanza vicino da farle sentire la sua presenza contro il muro di afa estiva. Michela non cercava l'amore. L'idea stessa di legarsi a qualcuno o di dipendere da un uomo, come sua madre Eleonora, le sembrava una trappola che avrebbe soffocato la sua amata libertà. Eppure, Rico era diverso. Quando c'era lui, una strana confusione le faceva battere il cuore a un ritmo insolito, un disordine che non riusciva a controllare. Rimasero così per ore, immobili mentre il ronzio delle cicale riempiva l'aria e il sole cominciava lentamente a scendere dietro le cime degli alberi. Due anime solitarie che dividevano lo stesso pezzo di fiume, quasi ignorandosi, se non fosse stato per quegli sguardi fugaci e silenziosi che si scambvano di tanto in tanto. Sguardi in cui, senza dirsi nulla, si riconoscevano parte dello stesso mondo selvaggio.
Il vento d'estate, caldo e leggero, cambiò improvvisamente direzione. Soffiò dalle spalle di Rico verso di lei, portando con sé il suo odore. Era un profumo forte, selvaggio, un misto di pelle scaldata dal sole, terra e una nota decisamente maschile che la raggiunse dritta allo stomaco. A quel contatto invisibile, Michela sentì una scossa improvvisa. Non sapeva darsene ragione. Le guance le diventarono calde e arrossì di colpo, grata che i suoi capelli ribelli ricadessero in avanti a nasconderle il viso. Sotto la gonna di jeans sbiadita, le sue gambe nude si tesero e un fremito la colse nella sua femminilità. Strinse con forza le ginocchia esposte contro il petto, affondando le dita nella stoffa ruvida, come se quel gesto potesse aiutarla a trattenere un'emozione sconosciuta che minacciava di portarla via. Il petto le si bloccò. Il fiato faceva fatica a venir fuori, intrappolato nella gola; in presenza di quell'uomo, era come se Michela si fosse improvvisamente tuffata in una profonda apnea, sospesa in un vuoto dove esistevano solo il rumore dell'acqua e il battito martellante del proprio cuore. Rico rimase immobile, apparentemente ignaro di quel terremoto silenzioso, con lo sguardo fisso sulla corrente del fiume.
Michela fissava l'acqua del fiume fare capricci, arricciarsi e correre via nella corrente, persa in quel vortice di pensieri. Vide due uccelli prendere il volo e per un attimo sognò di poter seguire il loro esempio e sottrarsi a quella prova, a quell’angoscia che le faceva vibrare l’anima.
«La lenza», disse lui, con una voce bassa e ruvida. Sembrava che non si stesse nemmeno rivolgendo a lei, ma che stesse parlando al fiume stesso.
«La lenza», ripeté un secondo dopo, mantenendo lo stesso identico tono distante, come se le parole fluttuassero nell'aria calda senza un vero destinatario.
Michela si destò come da un sogno. Sentì il cuore farle un balzo in petto.
«Cosa?», chiese confusa, voltando appena la testa nella sua direzione. Nel momento stesso in cui pronunciò quella parola, una scossa di meraviglia la attraversò: non poteva credere di aver trovato il coraggio di guardarlo direttamente negli occhi, anche se solo per un istante, e, soprattutto, di avergli rivolto la parola.
Rico non le rispose. Con gesti calmi ed esperti, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un astuccio metallico e da esso una sigaretta maltrattata, una di quelle fatte a mano il cui contenuto non era del tutto tabacco, un po' schiacciata dall'uso, e se la accese con un accendino economico. Poi, espirando una nuvola di fumo azzurrognolo che il vento estivo disperse subito, fece un piccolo cenno con la mano. Indicava la vecchia canna del nonno. La punta di legno flessibile si stava piegando vistosamente verso l'acqua, vibrando sotto i colpi di qualcosa di vivo che, dall'altra parte del filo, chiedeva disperatamente la sua attenzione.
Michela scattò in piedi, strappata di colpo da quella specie di trance. La confusione le ballava ancora negli occhi mentre si allungava verso la roccia per afferrare la canna del nonno. Il pesce tirava forte, piegando il legno in due. Nel disperato tentativo di non perdere la presa, Michela, dopo aver infilato rapidamente le scarpe ed essersi inoltrata nel corso del fiume appena oltre la riva, fece un passo falso. Le sue vecchie sneaker, consumate dal tempo, persero aderenza sui ciottoli bagnati e coperti di viscido muschio. Non ebbe nemmeno il tempo di rendersene conto. Le gambe le volarono via e, con un tonfo rumoroso che spezzò il silenzio del bosco, Michela finì seduta dritta nel fiume fino alla cintola.
L’acqua fresca dell’estate la avvolse all’improvviso, bagnandole la gonna di jeans e la camicia oversize, che si incollarono subito alla pelle. Quando riemerse, sputando acqua e con la frangia castana completamente appiccicata alla fronte, si sentì morire. L'imbarazzo la bruciava più del sole di agosto. Si sentiva goffa, esposta e totalmente vulnerabile. Cercò con lo sguardo la canna da pesca, ma il suo primo pensiero, con il cuore che le batteva in gola per la vergogna, volò subito a Rico: chissà cosa stava pensando di lei in quel momento.
Michela cercò gli occhi di Rico, aspettandosi di vedere un sorriso di scherno o un cenno di finta preoccupazione. Invece, Rico rimase impassibile. Continuò a fumare la sua sigaretta maltrattata, osservandola dall'alto della sua roccia. Non c'era indifferenza nel suo sguardo, solo una profonda curiosità: voleva capire come quella ragazza avrebbe gestito la situazione. Non si mosse di un millimetro e non tese la mano. Non lo faceva per mancanza di cavalleria o per cattiveria, ma per una regola non scritta del suo mondo: tra quegli alberi e su quelle sponde, o ce la facevi da solo o non eri degno di attenzione.
Quell'immobilità, paradossalmente, accese qualcosa dentro Michela. La vergogna si trasformò subito in una vampata di orgoglio e rabbia. Sentendosi addosso gli occhi attenti dell'uomo, capì che non poteva permettersi di fare la figura della vittima. Con i vestiti inzuppati che le pesavano addosso come piombo e l'acqua del fiume che le arrivava ai fianchi, piantò i piedi sul fondale fangoso. Allungò il braccio teso e afferrò la canna da pesca che galleggiava a pochi centimetri da lei, decisa a lottare con il pesce e a dimostrare a Rico, e soprattutto a se stessa, di cosa era capace. Rico non distolse un attimo gli occhi dalla ragazza, come se la stesse valutando. La vide rimettersi in piedi con fatica, cercare un equilibrio precario tra la spinta del fiume e le rocce scivolose nascoste sotto i suoi piedi. La osservò mentre combatteva contro il peso dei vestiti inzuppati, passo dopo passo, fino a quando non riuscì finalmente a uscire dall'acqua.
Michela si lasciò cadere sui ciottoli caldi della sponda, ansimante e con il cuore in gola. Sollevò la canna del nonno per controllare la lenza. Niente. L'amo era vuoto, il pesce era scappato portandosi via l'esca.
Rico gettò a terra il mozzicone della sigaretta e lo calpestò con lo scarpone, poi lo raccolse e lo mise in tasca. Notando l'amo vuoto, mantenne lo sguardo fisso su di lei e si limitò a dirle: «Sembrava bello grosso…»
Lo disse con tono neutro. Non c'era traccia di ironia o di presa in giro nella sua voce, ma solo la semplice constatazione di chi conosceva bene le regole della pesca e del bosco. Per Michela, quelle parole pronunciate senza filtri furono come una scossa elettrica. Non sapeva se sentirsi sollevata perché lui non aveva riso di lei, o se arrabbiarsi per quella sua totale mancanza di calore. Sapeva solo che, nonostante il freddo dei vestiti bagnati appiccicati alla pelle, la sua apnea era finita e il cuore continuava a battere all'impazzata.
«Dovresti toglierti i vestiti», le suggerì lui, facendole sgranare gli occhi. «Farli asciugare, o finirai per prenderti un malanno», aggiunse poi, senza guardarla.
Michela arrossì, ma non voleva mostrarsi timida agli occhi di quel ragazzo. Ragionò sul da farsi: sotto la camicia aveva indossato un bikini. Lo faceva spesso quando andava al fiume, non per fare la civetta, ma perché spesso il caldo si faceva intollerabile.
«Sì», rispose, «dovrei togliermi i vestiti e farli asciugare».
Faceva caldo, ma soffiava anche un vento insistente, e il rischio di ammalarsi sul serio era concreto. Ora, però, subentrava l'imbarazzo. Michela si tolse la camicia e la appese a un ramo di un albero vicino alla riva, poi fece lo stesso con la gonna. Ma, quando ormai anche questa aveva trovato posto vicino alla camicia, il viso della ragazza si accese di vergogna.
Ricordava di aver indossato un costume da bagno sotto i vestiti. Ma se il pezzo di sopra era lì al suo posto, un bikini a coppa rosso a pallini bianchi, quello che indossava sotto non era affatto in coordinato. Erano dei normali slip neri presi dal cesto della biancheria pulita in bagno. Quel capo era qualcosa che lei non avrebbe mai indossato volontariamente: apparteneva a Elena, sua sorella maggiore.
La colpa, a dire il vero, non era stata della fretta. Era della sua costante distrazione, di tutte quelle volte in cui Michela, mentre faceva qualcosa, si perdeva in fantasie che la trascinavano via, in pensieri che la rapivano e la portavano lontano dalla realtà. Quel suo perdersi nel mondo dei sogni la portava a finire spesso protagonista di bizzarri incidenti.
Un giorno, ad esempio, nel suo vagabondare, si ritrovò stesa su una panchina nel parco dietro il Municipio, affascinata da come i raggi del sole filtrassero attraverso le dita delle sue mani. Distratta, non badava alla postura delle gambe, né al fatto che l’orlo del prendisole a fiori, già corto di suo, fosse risalito fino a mostrare chiaramente ai numerosi passanti il proprio sesso villoso, naturale, paffuto, celato appena sotto al cotone rosa delle sue mutandine. Così, quella mattina, dopo essere andata in bagno, infilare la mano in quel cesto dove la famiglia raccoglieva i vestiti da lavare era stato un gesto del tutto automatico. Lo aveva compiuto mentre la sua mente già vagava chissà dove. Con lo stesso piglio distratto le aveva indossate, dimenticandosi degli slip coordinati, che invece restarono abbandonati sul lavello davanti a lei, senza badare a nulla se non al pensiero di dove sarebbe stata di lì a poco: il fiume nel bosco, a pescare, lontana da tutto e tutti.
Ora, però, quel volo di fantasia la catapultava in un risveglio brusco. Quel tessuto in microfibra e tulle semitrasparente, arricchito da ricami floreali, la esponeva oltre ogni ragionevole livello di tolleranza. Il retro a brasiliana, costellato di minuscoli pois scuri e pizzi floreali, le aderiva alla pelle umida lasciando ben poco all'immaginazione. Ad accentuare il tutto, l’ispido ammasso di peli castani che decoravano il suo pube e che, capricciosi, facevano capolino dai bordi del tessuto. Sentirsi addosso quel capo così audace, così distante dal suo solito modo di vestire semplice e trascurato, la faceva sentire nuda.
Preda dell'imbarazzo, Michela si sedette subito sulla prima roccia abbastanza alta da accoglierla, quasi a voler far sparire quel pizzo nero contro la pietra. Si rannicchiò sulle gambe, cercando di fare scudo con il proprio corpo, mentre le gocce del fiume evaporavano lentamente sulla sua pelle. Dietro di lei, appesi al ramo, la gonna e la camicia oscillavano al vento; Michela restò immobile, fissandoli con intensità, sperando con tutta se stessa che si asciugassero in fretta.
Osservandosi, si rese conto, mai come prima, di quanto ampio fosse il divario tra lei e sua sorella. Elena era la maggiore, totalmente diversa da lei, più emancipata, più ambiziosa, molto più disinibita, ma anche più minuta nel fisico di almeno una taglia. Se per taglio quel capo di abbigliamento, fatto apposta per catturare gli sguardi, doveva già di per sé risultare minuscolo, su Michela risultava in pratica un francobollo.
Accanto a lei, a meno di dieci metri, Rico sembrava non essersi accorto di nulla. Restava indifferente, chiuso nel suo mondo di silenzio. Con gesti pazienti si accese un'altra sigaretta maltrattata; con lo sguardo perso nel vuoto, osservava le nuvole in un cielo per lo più terso, apparentemente immune a tutto ciò che lo circondava.
È proprio in quell'immobilità che dentro Michela si scatenò la tempesta. Da una parte c'era la vergogna, quella voce che le urlava di coprirsi, di fuggire dall'odore selvaggio di quell'uomo che l’accendeva, spingendo la fantasia a immaginare scenari, e dal rischio di essere scoperta con addosso un segreto non suo, mostrandosi disponibile quando ancora non lo era, o almeno non consapevolmente. Dall'altra, però, si faceva strada un sentimento nuovo, intimo e spaventoso: una strana, improvvisa voglia di essere notata.
Sentiva la voglia che Rico voltasse la testa. Desiderava che quel distacco crollasse, che quell'indifferenza svanisse e che lui posasse gli occhi sulla sua pelle chiara costellata di lentiggini, sulle linee del suo corpo e persino su quell'intimo audace, per scorgere finalmente la donna che si nascondeva dietro la maschera della ragazza che gli stava accanto. Era un conflitto che le toglieva il fiato, sospesa com'era tra il terrore di un'occhiata e, nel contempo, il peso insopportabile di quell'indifferenza.
«Non mi guarda», si trovò a riflettere lei, «perché non mi guarda?».
Il silenzio tra loro tornò a farsi denso, interrotto solo dal crepitio della sigaretta di Rico e dal canto ostinato delle cicale, che sembravano prendersi gioco di lei. Michela strinse ancora di più le braccia attorno alle ginocchia, sentendo la pietra calda sotto di sé e il vento fresco sulla schiena nuda. Quell'immobilità stava diventando una tortura.
I minuti passarono interminabili, con il cuore che le tamburellava nel petto; alla fine prese coraggio e andò a verificare lo stato dei suoi vestiti. Fece un passo cauto verso il ramo del pioppo, allungando una mano tremante verso la gonna di jeans e la camicia oversize. La consapevolezza che quel minuscolo pezzo di pizzo nero della sorella le stringesse i fianchi e sparisse tra le natiche le rendeva ogni movimento rigido e pieno di imbarazzo. Pregò in silenzio che il cotone fosse finalmente asciutto, per potersi nascondere di nuovo e mettere fine a quella tortura. Ma niente: l’acqua, pur in una giornata calda e ventilata, sembrava ostinarsi tra le trame dei suoi vestiti.
«Ah… questo non me lo aspettavo».
La voce di Rico arrivò alle sue spalle, bassa e ruvida, spezzando la quiete della riva. Michela si sentì trafiggere da una colata di puro imbarazzo, il sangue le salì di colpo al viso mentre il cuore mancava un battito. Rimase immobile, con la mano ancora sospesa verso il ramo del pioppo e le dita che stringevano la stoffa umida.
Rico l'aveva finalmente notata.
«Non credevo fossi un tipo… così…», continuò lui, mantenendo quel tono sempre del tutto imperturbabile.
Michela gli mostrava ancora le spalle, immobile, pur sapendo che restando in quella posizione gli offriva proprio la visione completa di ciò che stava cercando disperatamente di nascondere. Sentiva la pelle della schiena bruciare sotto quel peso.
«Io… io… sono di mia sorella… lei non ha pudore», balbettò, con le parole che le uscivano di bocca incespicando l'una sull'altra nel disperato tentativo di giustificarsi.
«Ma sei tu a indossarle», replicò lui.
Rico rispose subito, Quella frase risuonò quasi come a ricordarle una colpa che Michela non riusciva ad ammettere. Nel silenzio che seguì, il rumore del fiume sembrò farsi più forte. L'uomo lasciò cadere la sigaretta a metà, la calpestò con la suola dello scarpone per poi raccoglierla e infilarla in tasca, poi si alzò in piedi. Non c'era fretta nei suoi movimenti, solo una spietata e calma determinazione. Fece i pochi passi che lo separavano da lei, calpestando i ciottoli che scricchiolarono sotto il suo peso. Michela rimase immobile, col fiato sospeso, finché non avvertì l'ombra di lui coprirle completamente la schiena. Quando Rico le posò una mano pesante sulla spalla nuda, la sua pelle, ancora fredda per l'acqua del fiume e per i brividi che stava provando, vibrò al contatto con quel palmo ruvido e bruciato dal sole. Non era un tocco delicato, né brutale o violento: era la presa forte, decisa di chi rivendicava un diritto naturale.
«Sei molto bella», le disse, sfiorandola appena. «Me ne sono accorto la prima volta che ti ho vista, qui al fiume», aggiunse, riempiendo il cuore della ragazza di una sensazione nuova, un desiderio di approvazione che non aveva cercato in nessuno fino ad allora.
«Sei molto bella», ripeté, spostandole appena la folta chioma di capelli, tanto da esporre la spalla destra e raggiungerla con un bacio.
Due mani grandi le afferrarono i fianchi da dietro con una presa salda, quasi autoritaria nella sua immediatezza. Non c’era traccia di galanteria o di corteggiamento; era il gesto diretto di chi rispondeva a un richiamo biologico identico a quello che muoveva le bestie nel fitto della macchia verde. La pelle fredda di Michela ebbe un fremito violento sotto quel contatto caldo; le sue gambe non si mossero, ma la schiena assecondò l’invito. Accettò la spinta.
Rico la guidò in avanti verso il fusto dell’albero, forzando delicatamente il suo corpo a piegarsi leggermente contro il tronco nodoso del pioppo. Il legno ruvido della corteccia premette contro i suoi palmi, offrendole un appoggio solido. Dietro di lei, il respiro dell'uomo si fece più profondo, cadenzato sul ritmo della corrente. Senza una parola, Rico usò una mano per far scivolare l'esile barriera della microfibra nera. Il pizzo cedette subito, scoprendo del tutto la sua vulnerabilità, la forma delle sue natiche sode e la piega tra di esse, umida e invitante.
Michela chiuse gli occhi, incapace di sottrarsi al desiderio. Sentì le dita del ragazzo raggiungerla lì dove nessun altro uomo si era mai spinto. Il fiato le si spezzò in gola e si trattenne in un gemito quando un dito di lui, trovato abbastanza spazio, prese a esplorarla. Non ci fu nessuna parola, nessuna richiesta o supplica, solo attesa.
Un attimo dopo, i pantaloni da lavoro di lui scivolarono giù. Michela sentì il corpo del ragazzo premere contro il proprio, già pronto ad accoglierlo, e, senza nemmeno una parola, l'incontro fisico iniziò.
Avvenne così, di spalle, in modo rapido e inevitabile, del tutto naturale. Un atto guidato dall’istinto, dal bisogno. Fu un urto di pura carne. Non ci furono baci, non ci furono sospiri romantici, invocazioni o promesse vuote: solo il rumore secco del bacino di Rico che batteva contro il suo a un ritmo sempre crescente, il sommesso mormorio dei ciottoli smossi dai piedi di lui che cercavano stabilità sul terreno e il fiato corto che si mescolava al ronzio delle cicale, al vento tra gli alberi e al fiume che indifferente scorreva dietro di loro. Michela affondò le unghie nella corteccia dell'albero, cercando di mantenere l’equilibrio sulle gambe tenute un po' larghe, stringendo i denti mentre una scossa primordiale la attraversava da cima a fondo, incapace di distinguere dove il proprio corpo finisse e quello di Rico prendesse forma. In quella posizione, esposta e sottomessa unicamente alle leggi della natura e alle pretese della biologia, sentì crollare ogni identità; persino il suo nome fu cancellato. Era solo una femmina che accoglieva il suo maschio sulla riva di un fiume, parte viva e pulsante di quel bosco selvaggio che entrambi chiamavano rifugio.
Rico la dominava; la spinta ritmica che le imponeva faceva dondolare i suoi seni pieni, liberi sotto di lei. La tenne saldamente per i fianchi, senza concedere una tregua che la ragazza, comunque, non cercava. La possedeva esplorando ogni aspetto del suo corpo, appagando ogni curiosità e ogni bisogno che in esso trovava sfogo.
La trattenne in quell'abbraccio per un tempo sospeso. Lei si abbandonò a quella stretta con una devozione che non aveva nulla a che fare con le convenzioni sociali, ma che rispondeva a un richiamo ancestrale, quasi animale. In quella mansueta immobilità, sentì la propria anima accendersi di un fuoco incontrollabile. Ebbe la certezza assoluta di non voler essere in nessun altro luogo del mondo: quell'attesa paziente, nata nel momento esatto del loro primo incontro, trovava finalmente una forma e un senso nel compimento del loro amplesso.
Quando Rico la colmò, Michela sentì il cerchio chiudersi. Fu invasa da una vibrante ondata di appagamento, la certezza assoluta di aver finalmente fatto suo quel desiderio profondo, celato per troppo tempo. Da quella consapevolezza improvvisa, come qualcosa che non si può contenere e va liberato, scaturì un piacere ancora più denso e feroce che la fece gemere: una scossa la percosse nel ventre, le scivolò sulla pelle e le trasfigurò il viso in un'espressione di pura estasi, mentre i muscoli delle gambe, dei fianchi e del bacino si irrigidirono in uno spasmo ritmico, al limite del dolore.
Travolta da quell’esperienza, esausta e svuotata di ogni energia, Michela sentì le gambe farsi improvvisamente leggere e si lasciò scivolare tra i sassi sotto di lei, in cerca di asilo. Rico, dopo essersi risistemato i pantaloni, si sedette al suo fianco. Mentre lei, nuda nel corpo e nello spirito, mostrandosi veramente a qualcuno per la prima volta, respirava affannosamente e lottava tentando di ritrovare se stessa, lui sfilò una nuova sigaretta dall’astuccio metallico, la portò alla bocca e l’accese. La guardò sul serio per la prima volta, riconoscendola: erano anime affini. Michela, con il volto impallidito e ricoperto di lucide perle di sudore, boccheggiando con le palpebre socchiuse e gli occhi ancora umidi per le lacrime di piacere, osservò la sagoma del ragazzo controluce, chiedendosi se tutto quello non fosse stato soltanto un sogno: un sogno vivido, denso e intensamente erotico.
Quando la mano di Rico le sfiorò il volto seguendone i lineamenti, fino a soffermarsi sulle sue labbra schiuse, Michela capì che no, non si era trattato di un sogno. Quella era la realtà.
A rompere quella quiete non fu il fruscio delle foglie secche, ma lo scricchiolio leggero di passi familiari sui ciottoli caldi della sponda. Michela non si voltò. Riconobbe quel passo senza bisogno di guardare. Poco dopo, un'ombra si allungò sui sassi a pochi metri da lei, tagliando la luce accecante del primo pomeriggio estivo. Era Rico. Trent'anni, la barba incolta a coprirgli le guance e i capelli lunghi raccolti in una coda disordinata, scuri e selvaggi quanto quelli di Michela. Indossava una vecchia maglietta sbiadita dal soleil e pantaloni da lavoro tagliati alle ginocchia; anche lui, come lei, si vestiva solo per coprirsi, senza curarsi minimamente degli occhi del mondo che rimproveravano a entrambi quell'aspetto così trascurato.
Rico non disse una parola. Non tese la mano, né accennò un saluto. Si limitò a sedersi su una roccia vicina, abbastanza lontano da lasciarle il suo spazio, abbastanza vicino da farle sentire la sua presenza contro il muro di afa estiva. Michela non cercava l'amore. L'idea stessa di legarsi a qualcuno o di dipendere da un uomo, come sua madre Eleonora, le sembrava una trappola che avrebbe soffocato la sua amata libertà. Eppure, Rico era diverso. Quando c'era lui, una strana confusione le faceva battere il cuore a un ritmo insolito, un disordine che non riusciva a controllare. Rimasero così per ore, immobili mentre il ronzio delle cicale riempiva l'aria e il sole cominciava lentamente a scendere dietro le cime degli alberi. Due anime solitarie che dividevano lo stesso pezzo di fiume, quasi ignorandosi, se non fosse stato per quegli sguardi fugaci e silenziosi che si scambvano di tanto in tanto. Sguardi in cui, senza dirsi nulla, si riconoscevano parte dello stesso mondo selvaggio.
Il vento d'estate, caldo e leggero, cambiò improvvisamente direzione. Soffiò dalle spalle di Rico verso di lei, portando con sé il suo odore. Era un profumo forte, selvaggio, un misto di pelle scaldata dal sole, terra e una nota decisamente maschile che la raggiunse dritta allo stomaco. A quel contatto invisibile, Michela sentì una scossa improvvisa. Non sapeva darsene ragione. Le guance le diventarono calde e arrossì di colpo, grata che i suoi capelli ribelli ricadessero in avanti a nasconderle il viso. Sotto la gonna di jeans sbiadita, le sue gambe nude si tesero e un fremito la colse nella sua femminilità. Strinse con forza le ginocchia esposte contro il petto, affondando le dita nella stoffa ruvida, come se quel gesto potesse aiutarla a trattenere un'emozione sconosciuta che minacciava di portarla via. Il petto le si bloccò. Il fiato faceva fatica a venir fuori, intrappolato nella gola; in presenza di quell'uomo, era come se Michela si fosse improvvisamente tuffata in una profonda apnea, sospesa in un vuoto dove esistevano solo il rumore dell'acqua e il battito martellante del proprio cuore. Rico rimase immobile, apparentemente ignaro di quel terremoto silenzioso, con lo sguardo fisso sulla corrente del fiume.
Michela fissava l'acqua del fiume fare capricci, arricciarsi e correre via nella corrente, persa in quel vortice di pensieri. Vide due uccelli prendere il volo e per un attimo sognò di poter seguire il loro esempio e sottrarsi a quella prova, a quell’angoscia che le faceva vibrare l’anima.
«La lenza», disse lui, con una voce bassa e ruvida. Sembrava che non si stesse nemmeno rivolgendo a lei, ma che stesse parlando al fiume stesso.
«La lenza», ripeté un secondo dopo, mantenendo lo stesso identico tono distante, come se le parole fluttuassero nell'aria calda senza un vero destinatario.
Michela si destò come da un sogno. Sentì il cuore farle un balzo in petto.
«Cosa?», chiese confusa, voltando appena la testa nella sua direzione. Nel momento stesso in cui pronunciò quella parola, una scossa di meraviglia la attraversò: non poteva credere di aver trovato il coraggio di guardarlo direttamente negli occhi, anche se solo per un istante, e, soprattutto, di avergli rivolto la parola.
Rico non le rispose. Con gesti calmi ed esperti, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un astuccio metallico e da esso una sigaretta maltrattata, una di quelle fatte a mano il cui contenuto non era del tutto tabacco, un po' schiacciata dall'uso, e se la accese con un accendino economico. Poi, espirando una nuvola di fumo azzurrognolo che il vento estivo disperse subito, fece un piccolo cenno con la mano. Indicava la vecchia canna del nonno. La punta di legno flessibile si stava piegando vistosamente verso l'acqua, vibrando sotto i colpi di qualcosa di vivo che, dall'altra parte del filo, chiedeva disperatamente la sua attenzione.
Michela scattò in piedi, strappata di colpo da quella specie di trance. La confusione le ballava ancora negli occhi mentre si allungava verso la roccia per afferrare la canna del nonno. Il pesce tirava forte, piegando il legno in due. Nel disperato tentativo di non perdere la presa, Michela, dopo aver infilato rapidamente le scarpe ed essersi inoltrata nel corso del fiume appena oltre la riva, fece un passo falso. Le sue vecchie sneaker, consumate dal tempo, persero aderenza sui ciottoli bagnati e coperti di viscido muschio. Non ebbe nemmeno il tempo di rendersene conto. Le gambe le volarono via e, con un tonfo rumoroso che spezzò il silenzio del bosco, Michela finì seduta dritta nel fiume fino alla cintola.
L’acqua fresca dell’estate la avvolse all’improvviso, bagnandole la gonna di jeans e la camicia oversize, che si incollarono subito alla pelle. Quando riemerse, sputando acqua e con la frangia castana completamente appiccicata alla fronte, si sentì morire. L'imbarazzo la bruciava più del sole di agosto. Si sentiva goffa, esposta e totalmente vulnerabile. Cercò con lo sguardo la canna da pesca, ma il suo primo pensiero, con il cuore che le batteva in gola per la vergogna, volò subito a Rico: chissà cosa stava pensando di lei in quel momento.
Michela cercò gli occhi di Rico, aspettandosi di vedere un sorriso di scherno o un cenno di finta preoccupazione. Invece, Rico rimase impassibile. Continuò a fumare la sua sigaretta maltrattata, osservandola dall'alto della sua roccia. Non c'era indifferenza nel suo sguardo, solo una profonda curiosità: voleva capire come quella ragazza avrebbe gestito la situazione. Non si mosse di un millimetro e non tese la mano. Non lo faceva per mancanza di cavalleria o per cattiveria, ma per una regola non scritta del suo mondo: tra quegli alberi e su quelle sponde, o ce la facevi da solo o non eri degno di attenzione.
Quell'immobilità, paradossalmente, accese qualcosa dentro Michela. La vergogna si trasformò subito in una vampata di orgoglio e rabbia. Sentendosi addosso gli occhi attenti dell'uomo, capì che non poteva permettersi di fare la figura della vittima. Con i vestiti inzuppati che le pesavano addosso come piombo e l'acqua del fiume che le arrivava ai fianchi, piantò i piedi sul fondale fangoso. Allungò il braccio teso e afferrò la canna da pesca che galleggiava a pochi centimetri da lei, decisa a lottare con il pesce e a dimostrare a Rico, e soprattutto a se stessa, di cosa era capace. Rico non distolse un attimo gli occhi dalla ragazza, come se la stesse valutando. La vide rimettersi in piedi con fatica, cercare un equilibrio precario tra la spinta del fiume e le rocce scivolose nascoste sotto i suoi piedi. La osservò mentre combatteva contro il peso dei vestiti inzuppati, passo dopo passo, fino a quando non riuscì finalmente a uscire dall'acqua.
Michela si lasciò cadere sui ciottoli caldi della sponda, ansimante e con il cuore in gola. Sollevò la canna del nonno per controllare la lenza. Niente. L'amo era vuoto, il pesce era scappato portandosi via l'esca.
Rico gettò a terra il mozzicone della sigaretta e lo calpestò con lo scarpone, poi lo raccolse e lo mise in tasca. Notando l'amo vuoto, mantenne lo sguardo fisso su di lei e si limitò a dirle: «Sembrava bello grosso…»
Lo disse con tono neutro. Non c'era traccia di ironia o di presa in giro nella sua voce, ma solo la semplice constatazione di chi conosceva bene le regole della pesca e del bosco. Per Michela, quelle parole pronunciate senza filtri furono come una scossa elettrica. Non sapeva se sentirsi sollevata perché lui non aveva riso di lei, o se arrabbiarsi per quella sua totale mancanza di calore. Sapeva solo che, nonostante il freddo dei vestiti bagnati appiccicati alla pelle, la sua apnea era finita e il cuore continuava a battere all'impazzata.
«Dovresti toglierti i vestiti», le suggerì lui, facendole sgranare gli occhi. «Farli asciugare, o finirai per prenderti un malanno», aggiunse poi, senza guardarla.
Michela arrossì, ma non voleva mostrarsi timida agli occhi di quel ragazzo. Ragionò sul da farsi: sotto la camicia aveva indossato un bikini. Lo faceva spesso quando andava al fiume, non per fare la civetta, ma perché spesso il caldo si faceva intollerabile.
«Sì», rispose, «dovrei togliermi i vestiti e farli asciugare».
Faceva caldo, ma soffiava anche un vento insistente, e il rischio di ammalarsi sul serio era concreto. Ora, però, subentrava l'imbarazzo. Michela si tolse la camicia e la appese a un ramo di un albero vicino alla riva, poi fece lo stesso con la gonna. Ma, quando ormai anche questa aveva trovato posto vicino alla camicia, il viso della ragazza si accese di vergogna.
Ricordava di aver indossato un costume da bagno sotto i vestiti. Ma se il pezzo di sopra era lì al suo posto, un bikini a coppa rosso a pallini bianchi, quello che indossava sotto non era affatto in coordinato. Erano dei normali slip neri presi dal cesto della biancheria pulita in bagno. Quel capo era qualcosa che lei non avrebbe mai indossato volontariamente: apparteneva a Elena, sua sorella maggiore.
La colpa, a dire il vero, non era stata della fretta. Era della sua costante distrazione, di tutte quelle volte in cui Michela, mentre faceva qualcosa, si perdeva in fantasie che la trascinavano via, in pensieri che la rapivano e la portavano lontano dalla realtà. Quel suo perdersi nel mondo dei sogni la portava a finire spesso protagonista di bizzarri incidenti.
Un giorno, ad esempio, nel suo vagabondare, si ritrovò stesa su una panchina nel parco dietro il Municipio, affascinata da come i raggi del sole filtrassero attraverso le dita delle sue mani. Distratta, non badava alla postura delle gambe, né al fatto che l’orlo del prendisole a fiori, già corto di suo, fosse risalito fino a mostrare chiaramente ai numerosi passanti il proprio sesso villoso, naturale, paffuto, celato appena sotto al cotone rosa delle sue mutandine. Così, quella mattina, dopo essere andata in bagno, infilare la mano in quel cesto dove la famiglia raccoglieva i vestiti da lavare era stato un gesto del tutto automatico. Lo aveva compiuto mentre la sua mente già vagava chissà dove. Con lo stesso piglio distratto le aveva indossate, dimenticandosi degli slip coordinati, che invece restarono abbandonati sul lavello davanti a lei, senza badare a nulla se non al pensiero di dove sarebbe stata di lì a poco: il fiume nel bosco, a pescare, lontana da tutto e tutti.
Ora, però, quel volo di fantasia la catapultava in un risveglio brusco. Quel tessuto in microfibra e tulle semitrasparente, arricchito da ricami floreali, la esponeva oltre ogni ragionevole livello di tolleranza. Il retro a brasiliana, costellato di minuscoli pois scuri e pizzi floreali, le aderiva alla pelle umida lasciando ben poco all'immaginazione. Ad accentuare il tutto, l’ispido ammasso di peli castani che decoravano il suo pube e che, capricciosi, facevano capolino dai bordi del tessuto. Sentirsi addosso quel capo così audace, così distante dal suo solito modo di vestire semplice e trascurato, la faceva sentire nuda.
Preda dell'imbarazzo, Michela si sedette subito sulla prima roccia abbastanza alta da accoglierla, quasi a voler far sparire quel pizzo nero contro la pietra. Si rannicchiò sulle gambe, cercando di fare scudo con il proprio corpo, mentre le gocce del fiume evaporavano lentamente sulla sua pelle. Dietro di lei, appesi al ramo, la gonna e la camicia oscillavano al vento; Michela restò immobile, fissandoli con intensità, sperando con tutta se stessa che si asciugassero in fretta.
Osservandosi, si rese conto, mai come prima, di quanto ampio fosse il divario tra lei e sua sorella. Elena era la maggiore, totalmente diversa da lei, più emancipata, più ambiziosa, molto più disinibita, ma anche più minuta nel fisico di almeno una taglia. Se per taglio quel capo di abbigliamento, fatto apposta per catturare gli sguardi, doveva già di per sé risultare minuscolo, su Michela risultava in pratica un francobollo.
Accanto a lei, a meno di dieci metri, Rico sembrava non essersi accorto di nulla. Restava indifferente, chiuso nel suo mondo di silenzio. Con gesti pazienti si accese un'altra sigaretta maltrattata; con lo sguardo perso nel vuoto, osservava le nuvole in un cielo per lo più terso, apparentemente immune a tutto ciò che lo circondava.
È proprio in quell'immobilità che dentro Michela si scatenò la tempesta. Da una parte c'era la vergogna, quella voce che le urlava di coprirsi, di fuggire dall'odore selvaggio di quell'uomo che l’accendeva, spingendo la fantasia a immaginare scenari, e dal rischio di essere scoperta con addosso un segreto non suo, mostrandosi disponibile quando ancora non lo era, o almeno non consapevolmente. Dall'altra, però, si faceva strada un sentimento nuovo, intimo e spaventoso: una strana, improvvisa voglia di essere notata.
Sentiva la voglia che Rico voltasse la testa. Desiderava che quel distacco crollasse, che quell'indifferenza svanisse e che lui posasse gli occhi sulla sua pelle chiara costellata di lentiggini, sulle linee del suo corpo e persino su quell'intimo audace, per scorgere finalmente la donna che si nascondeva dietro la maschera della ragazza che gli stava accanto. Era un conflitto che le toglieva il fiato, sospesa com'era tra il terrore di un'occhiata e, nel contempo, il peso insopportabile di quell'indifferenza.
«Non mi guarda», si trovò a riflettere lei, «perché non mi guarda?».
Il silenzio tra loro tornò a farsi denso, interrotto solo dal crepitio della sigaretta di Rico e dal canto ostinato delle cicale, che sembravano prendersi gioco di lei. Michela strinse ancora di più le braccia attorno alle ginocchia, sentendo la pietra calda sotto di sé e il vento fresco sulla schiena nuda. Quell'immobilità stava diventando una tortura.
I minuti passarono interminabili, con il cuore che le tamburellava nel petto; alla fine prese coraggio e andò a verificare lo stato dei suoi vestiti. Fece un passo cauto verso il ramo del pioppo, allungando una mano tremante verso la gonna di jeans e la camicia oversize. La consapevolezza che quel minuscolo pezzo di pizzo nero della sorella le stringesse i fianchi e sparisse tra le natiche le rendeva ogni movimento rigido e pieno di imbarazzo. Pregò in silenzio che il cotone fosse finalmente asciutto, per potersi nascondere di nuovo e mettere fine a quella tortura. Ma niente: l’acqua, pur in una giornata calda e ventilata, sembrava ostinarsi tra le trame dei suoi vestiti.
«Ah… questo non me lo aspettavo».
La voce di Rico arrivò alle sue spalle, bassa e ruvida, spezzando la quiete della riva. Michela si sentì trafiggere da una colata di puro imbarazzo, il sangue le salì di colpo al viso mentre il cuore mancava un battito. Rimase immobile, con la mano ancora sospesa verso il ramo del pioppo e le dita che stringevano la stoffa umida.
Rico l'aveva finalmente notata.
«Non credevo fossi un tipo… così…», continuò lui, mantenendo quel tono sempre del tutto imperturbabile.
Michela gli mostrava ancora le spalle, immobile, pur sapendo che restando in quella posizione gli offriva proprio la visione completa di ciò che stava cercando disperatamente di nascondere. Sentiva la pelle della schiena bruciare sotto quel peso.
«Io… io… sono di mia sorella… lei non ha pudore», balbettò, con le parole che le uscivano di bocca incespicando l'una sull'altra nel disperato tentativo di giustificarsi.
«Ma sei tu a indossarle», replicò lui.
Rico rispose subito, Quella frase risuonò quasi come a ricordarle una colpa che Michela non riusciva ad ammettere. Nel silenzio che seguì, il rumore del fiume sembrò farsi più forte. L'uomo lasciò cadere la sigaretta a metà, la calpestò con la suola dello scarpone per poi raccoglierla e infilarla in tasca, poi si alzò in piedi. Non c'era fretta nei suoi movimenti, solo una spietata e calma determinazione. Fece i pochi passi che lo separavano da lei, calpestando i ciottoli che scricchiolarono sotto il suo peso. Michela rimase immobile, col fiato sospeso, finché non avvertì l'ombra di lui coprirle completamente la schiena. Quando Rico le posò una mano pesante sulla spalla nuda, la sua pelle, ancora fredda per l'acqua del fiume e per i brividi che stava provando, vibrò al contatto con quel palmo ruvido e bruciato dal sole. Non era un tocco delicato, né brutale o violento: era la presa forte, decisa di chi rivendicava un diritto naturale.
«Sei molto bella», le disse, sfiorandola appena. «Me ne sono accorto la prima volta che ti ho vista, qui al fiume», aggiunse, riempiendo il cuore della ragazza di una sensazione nuova, un desiderio di approvazione che non aveva cercato in nessuno fino ad allora.
«Sei molto bella», ripeté, spostandole appena la folta chioma di capelli, tanto da esporre la spalla destra e raggiungerla con un bacio.
Due mani grandi le afferrarono i fianchi da dietro con una presa salda, quasi autoritaria nella sua immediatezza. Non c’era traccia di galanteria o di corteggiamento; era il gesto diretto di chi rispondeva a un richiamo biologico identico a quello che muoveva le bestie nel fitto della macchia verde. La pelle fredda di Michela ebbe un fremito violento sotto quel contatto caldo; le sue gambe non si mossero, ma la schiena assecondò l’invito. Accettò la spinta.
Rico la guidò in avanti verso il fusto dell’albero, forzando delicatamente il suo corpo a piegarsi leggermente contro il tronco nodoso del pioppo. Il legno ruvido della corteccia premette contro i suoi palmi, offrendole un appoggio solido. Dietro di lei, il respiro dell'uomo si fece più profondo, cadenzato sul ritmo della corrente. Senza una parola, Rico usò una mano per far scivolare l'esile barriera della microfibra nera. Il pizzo cedette subito, scoprendo del tutto la sua vulnerabilità, la forma delle sue natiche sode e la piega tra di esse, umida e invitante.
Michela chiuse gli occhi, incapace di sottrarsi al desiderio. Sentì le dita del ragazzo raggiungerla lì dove nessun altro uomo si era mai spinto. Il fiato le si spezzò in gola e si trattenne in un gemito quando un dito di lui, trovato abbastanza spazio, prese a esplorarla. Non ci fu nessuna parola, nessuna richiesta o supplica, solo attesa.
Un attimo dopo, i pantaloni da lavoro di lui scivolarono giù. Michela sentì il corpo del ragazzo premere contro il proprio, già pronto ad accoglierlo, e, senza nemmeno una parola, l'incontro fisico iniziò.
Avvenne così, di spalle, in modo rapido e inevitabile, del tutto naturale. Un atto guidato dall’istinto, dal bisogno. Fu un urto di pura carne. Non ci furono baci, non ci furono sospiri romantici, invocazioni o promesse vuote: solo il rumore secco del bacino di Rico che batteva contro il suo a un ritmo sempre crescente, il sommesso mormorio dei ciottoli smossi dai piedi di lui che cercavano stabilità sul terreno e il fiato corto che si mescolava al ronzio delle cicale, al vento tra gli alberi e al fiume che indifferente scorreva dietro di loro. Michela affondò le unghie nella corteccia dell'albero, cercando di mantenere l’equilibrio sulle gambe tenute un po' larghe, stringendo i denti mentre una scossa primordiale la attraversava da cima a fondo, incapace di distinguere dove il proprio corpo finisse e quello di Rico prendesse forma. In quella posizione, esposta e sottomessa unicamente alle leggi della natura e alle pretese della biologia, sentì crollare ogni identità; persino il suo nome fu cancellato. Era solo una femmina che accoglieva il suo maschio sulla riva di un fiume, parte viva e pulsante di quel bosco selvaggio che entrambi chiamavano rifugio.
Rico la dominava; la spinta ritmica che le imponeva faceva dondolare i suoi seni pieni, liberi sotto di lei. La tenne saldamente per i fianchi, senza concedere una tregua che la ragazza, comunque, non cercava. La possedeva esplorando ogni aspetto del suo corpo, appagando ogni curiosità e ogni bisogno che in esso trovava sfogo.
La trattenne in quell'abbraccio per un tempo sospeso. Lei si abbandonò a quella stretta con una devozione che non aveva nulla a che fare con le convenzioni sociali, ma che rispondeva a un richiamo ancestrale, quasi animale. In quella mansueta immobilità, sentì la propria anima accendersi di un fuoco incontrollabile. Ebbe la certezza assoluta di non voler essere in nessun altro luogo del mondo: quell'attesa paziente, nata nel momento esatto del loro primo incontro, trovava finalmente una forma e un senso nel compimento del loro amplesso.
Quando Rico la colmò, Michela sentì il cerchio chiudersi. Fu invasa da una vibrante ondata di appagamento, la certezza assoluta di aver finalmente fatto suo quel desiderio profondo, celato per troppo tempo. Da quella consapevolezza improvvisa, come qualcosa che non si può contenere e va liberato, scaturì un piacere ancora più denso e feroce che la fece gemere: una scossa la percosse nel ventre, le scivolò sulla pelle e le trasfigurò il viso in un'espressione di pura estasi, mentre i muscoli delle gambe, dei fianchi e del bacino si irrigidirono in uno spasmo ritmico, al limite del dolore.
Travolta da quell’esperienza, esausta e svuotata di ogni energia, Michela sentì le gambe farsi improvvisamente leggere e si lasciò scivolare tra i sassi sotto di lei, in cerca di asilo. Rico, dopo essersi risistemato i pantaloni, si sedette al suo fianco. Mentre lei, nuda nel corpo e nello spirito, mostrandosi veramente a qualcuno per la prima volta, respirava affannosamente e lottava tentando di ritrovare se stessa, lui sfilò una nuova sigaretta dall’astuccio metallico, la portò alla bocca e l’accese. La guardò sul serio per la prima volta, riconoscendola: erano anime affini. Michela, con il volto impallidito e ricoperto di lucide perle di sudore, boccheggiando con le palpebre socchiuse e gli occhi ancora umidi per le lacrime di piacere, osservò la sagoma del ragazzo controluce, chiedendosi se tutto quello non fosse stato soltanto un sogno: un sogno vivido, denso e intensamente erotico.
Quando la mano di Rico le sfiorò il volto seguendone i lineamenti, fino a soffermarsi sulle sue labbra schiuse, Michela capì che no, non si era trattato di un sogno. Quella era la realtà.
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