La Signora Valeria

di
genere
dominazione

A quarantacinque anni, Valeria non possedeva semplicemente la bellezza ma erano i canoni della bellezza ad ispirarsi a lei.
Ogni dettaglio della sua figura emanava potere, cura del dettaglio, precisione millimetrica, la sfrontatezza del lusso in cui era cresciuta fin dalla nascita, in una delle famiglie più potenti dell’Europa. I capelli, di un biondo dorato, per lo più naturale e impeccabile, le incorniciavano il viso cadendo morbidi sulle spalle, lo sguardo manifestava una straordinaria intelligenza emotiva, occhi azzurri e magnetici che non si limitavano a guardare l'interlocutore, lo analizzavano, ne decodificavano all'istante le forze e le debolezze, lo intimidivano, ne valutava l’utilità riducendolo a un pezzo sacrificabile sulla sua scacchiera.
I lineamenti del suo viso seguivano la geometria impeccabile di un ovale dai tratti scolpiti, leggermente sfumato verso la forma a cuore. La fronte era alta e spaziosa, specchio di una mente abituata al calcolo e al controllo, gli zigomi alti, netti e ben definiti, conferivano al suo volto un'aria regale e distante. Il viso andava poi a stringersi con grazia aristocratica verso un mento fine ma deciso, che non lasciava spazio a cedimenti.
“Ottaviano, portami un caffè" disse perentoria al suo giovane assistente, il ragazzo se ne stava in piedi rigido nel suo completo blue e all’ordine scattò.
Era rimasto quasi un ora ad osservarla in silenzio mentre lei ,leggeva i file nel faldone del resoconto di un importate operazione finanziaria, c’erano cose che non potevano restare in un pc e quell’affare era una di esse, se ne era rimasto in silenzo, pietrificato dalla bellezza del viso della sua signora.
Era una struttura ossea perfetta, disegnata per catturare la luce d'ambiente e proiettare un'immagine di assoluta simmetria e algido splendore. I segni del tempo erano appena percepibili sulla sua pelle, ma non toglievano nulla alla sua bellezza; al contrario, vi aggiungevano il fascino magnetico e la forza spietata dell'esperienza. Era come se quella donna, La signora, non Dottoressa o in una inaccettabile forma più confidenziale, Valeria, non fosse il semplice frutto del lavoro di madre natura, ma un preciso progetto di bioingegneria pensato per creare una donna superiore.
Come tale, come donna superiore, brandiva la consapevolezza assoluta del proprio potere. Dal suo ufficio al ventesimo piano di una grande azienda di telecomunicazioni e media a Milano, la sua vita appariva come un meccanismo perfetto, progettato con la precisione di un ingegnere e gestito con l'abilità di un grande economista. Se si fosse dovuta descrivere la sua esistenza in una sola parola, quella parola sarebbe stata regia. Valeria non subiva la vita, la dirigeva.
Ottaviano, davanti alla macchina per l'espresso, non una di quelle economiche da ufficio, ma una vera e propria macchina da bar con due ugelli , mentre preparava il caffè della Signora, ripensò a ciò che era accaduto poco prima. In un attimo di impudenza sfacciata, nel momento in cui le era stato accanto per passarle i documenti, il suo sguardo si era spinto nella scollatura generosa della camicetta di seta della donna. Le aveva rubato uno scampolo della lussuosa lingerie bianca con cui lei vestiva il suo seno pieno, sotto l’impeccabile giacca del tailleur.
Mentre il caffè scendeva denso nella tazzina di porcellana, il cuore del ragazzo batteva ancora a un ritmo alterato. Quel furto visivo, durato una frazione di secondo, lo aveva lasciato sospeso tra l'eccitazione e il terrore di essere stato scoperto da una donna che non perdonava nulla.
Valeria era incredibile. Lo aveva affascinato fin dal loro primo incontro durante quel colloquio in cui a lui era sembrato di aver sbagliato tutto. Per questo era rimasto sorpreso quando, invece, gli avevano comunicato di essere stato selezionato. Certo, a volte Rachele, la sua fidanzata, si lamentava dicendo che fare da segretario fosse un demansionamento rispetto alle sue competenze, al suo percorso accademico e alla sua esperienza lavorativa pregressa. Eppure, secondo Ottaviano, ne valeva la pena. Ogni volta che alle 6:45 del mattino , orario tassativo imposto dalla Signora , si sedeva dietro la sua scrivania di vetro, sapendo che lei era già dentro da quasi un'ora, il ragazzo fissava la porta dell'ufficio con l'ansia tipica di chi non sa resistere a una tentazione.
Stare con lei, condividere lo spazio enorme del suo ufficio, ammirarla e percepire il suo profumo faceva sparire ogni dubbio. Quella misteriosa essenza, che Ottaviano aveva cercato assiduamente tra gli scaffali dei negozi nel tentativo disperato di farla indossare alla propria fidanzata senza mai riuscire a trovarla, era una droga. Poteva solo inebriarsi di essa, giorno dopo giorno, accettando quel legame invisibile che lo teneva incatenato alla scrivania, ad una paga ridicola, ad orari impossibili.
Ottaviano era ossessionato da quella donna. L’aveva cercata a lungo sui social network, scoprendo però che Valeria non li utilizzava affatto; per lei il mondo virtuale era una perdita di tempo non degna del suo rango. Disperato, il ragazzo si era spinto fino a comprare per la propria fidanzata un tailleur molto simile a uno di quelli che la Signora indossava abitualmente, le suggerì di tingersi i capelli di biondo, lei per amore ,lo fece, quasi cercasse di far rivivere su Rachele un feticcio, un'evocazione di quel potere. Aveva dovuto scoprire, tuttavia, che l’effetto non era affatto lo stesso.
Per quanto amasse Rachele, no, non c'era paragone. Valeria era diversa, intrinsecamente superiore. Lei non cercava l’approvazione degli altri e non viveva dell'attenzione altrui per riempire un vuoto interiore. Al contrario, gli sguardi li pretendeva, esigendoli come un tributo naturale, un omaggio dovuto alla sua presenza e al suo splendore. Ottaviano lo vedeva ogni giorno: quando la Signora entrava in una stanza, il silenzio e la sottomissione visiva degli uomini non erano una conferma per la sua autostima, ma l'obolo concreto che il mondo pagava per riconoscere la sua diversità. Era la celebrazione del suo status, di tutto ciò che rappresentava. E lui, immobile davanti alla macchina del caffè, sapeva di essere solo uno dei tanti sudditi devoti.
Nell’anno che era appena passato, Ottaviano aveva visto entrare nell’ufficio di Valeria ogni tipo di uomo: dal piccolo affarista d'assalto al politico di alto rango protetto da una scorta. Eppure, puntualmente, sul viso di ognuno di loro all’uscita da quella stanza aveva letto la stessa identica espressione, sospesa tra una strana beatitudine e una resa incondizionata. Nessuno sfuggiva al magnetismo della sua Signora.
Valeria era una donna di un'altra classe, nata e cresciuta in una dimensione inaccessibile ai comuni mortali. Il lusso, del resto, non era mai stato un traguardo o una conquista per lei, bensì una normalità tangibile fin dalla nascita. Cresciuta protetta tra la splendida villa di famiglia a Lugano, affacciata sul lago e immersa nella riservatezza svizzera, e l'immenso attico nel cuore di Milano dove viveva ancora. Quel privilegio aristocratico le aveva donato un'armatura e una sicurezza incrollabili. Non avendo mai dovuto lottare per il denaro, aveva potuto concentrare ogni singola energia unicamente sul potere, sul controllo e sull'eccellenza personale. Gli uomini che entravano in quel tempio al ventesimo piano erano solo materia prima da plasmare.
La sua mente era il suo vantaggio più grande, un'arma affilata che usava sistematicamente su chiunque incontrasse e, soprattutto, su tutti quegli uomini che credevano di poterla gestire. Ottaviano aveva studiato, come se si trattasse di un testo sacro, l’unico frammento pubblico disponibile online sulla sua vita: il curriculum vitae della donna. Lo conosceva a memoria, riga per riga, parola per parola.
Valeria aveva conseguito la prima laurea in Ingegneria Informatica da giovanissima, sviluppando una logica fredda, analitica e geometrica. Subito dopo aveva ottenuto una seconda laurea in Economia, con cui aveva decodificato i meccanismi segreti del mercato e le regole ferree del comando. Da quasi vent'anni scalava i vertici aziendali con una progressione chirurgica. Ottaviano sapeva bene che la Signora non si trovava lassù per caso, per fortuna o per favori ricevuti o concessi, ma solo perché era sempre stata capace di anticipare di tre mosse le decisioni dei concorrenti e dei colleghi. Davanti a quella combinazione perfetta di genio quantitativo e fiuto strategico, il ragazzo si sentiva spoglio, totalmente leggibile.

Anche la sua famiglia era un capolavoro di strategia, una struttura complessa che Ottaviano aveva iniziato a decifrare pezzo dopo pezzo. Approfittando dei rari momenti di assenza della donna, il ragazzo aveva sbirciato nella sua vita privata: si era soffermato ad analizzare le espressioni delle foto incorniciate sugli scaffali e, spinto da un impulso irrefrenabile, aveva violato la sua privacy leggendo le e-mail che lei inviava ai suoi cari. Sapeva di correre un rischio enorme, quasi suicida considerando la mente informatica della Signora, ma era qualcosa che sentiva di dover fare. Era l'unico modo che aveva per penetrare la sua corazza, per starle più vicino. Ne aveva un bisogno disperato.
Attraverso quelle comunicazioni rubate, Ottaviano aveva avuto la conferma di ciò che sospettava. Suo marito Antonio era un senatore della Repubblica, un uomo che agli occhi del pubblico appariva potente e risoluto; eppure, dietro le sue decisioni politiche più importanti e dietro la sua stessa sicurezza si celava da sempre la mente invisibile e calcolatrice di Valeria. I figli, Mirko e Tania, stavano crescendo specchiandosi in quel modello, educati tra i migliori collegi e l'agio di una dinastia. Valeria stava insegnando loro a non subire mai il mondo, ma a dominarlo, proprio come faceva lei.
Valeria rappresentava tutto ciò a cui chiunque, in quell’ambiente popolato da squali, aspirava: il controllo assoluto, il potere reale, la ricchezza smisurata. Ma a differenza di tutti gli altri, il vero asso nella manica della donna restava la sua straordinaria intelligenza emotiva. Sapeva leggere le persone in un battito di ciglia, individuando all'istante i punti deboli di ogni singolo uomo che la circondava. La sua bellezza e la sua eleganza innata attraevano inevitabilmente l'attenzione, ma era il suo forte ascendente psicologico a fare in modo che gli altri facessero esattamente ciò che lei desiderava, convinti persino di averlo accarezzato come idea propria. Dalla vita Valeria aveva sempre ottenuto tutto. La sua esistenza non era una corsa affannata verso il successo, ma una bellissima e impeccabile partita a scacchi in cui lei muoveva sempre per prima.
Ma c'era anche qualcos'altro, qualcosa che Ottaviano aveva scoperto a sue spese, pagando il prezzo di un'iniziazione che lo aveva cambiato per sempre.
Dietro le porte del suo ufficio, dell'attico di Milano o nella riservatezza della villa di Lugano, la vita intima e sentimentale della Signora seguiva le stesse identiche regole del suo successo pubblico. Per Valeria l'amore romantico tradizionale ,fatto di vulnerabilità, compromessi e parità ,semplicemente non esisteva. La sua sessualità e i suoi legami privati non erano un rifugio dalle dinamiche di potere, ma la loro massima espressione, il terreno in cui quel potere si faceva carne. Non si lasciava mai travolgere dalla passione o dal caso. I suoi pochissimi, selezionatissimi amanti venivano scelti con la precisione chirurgica del suo cervello da ingegnere. Erano uomini di altissimo livello, brillanti, spesso a loro volta abituati a comandare in borsa o in politica, ma che davanti a lei rivelavano una crepa, una fragilità segreta su cui Valeria faceva leva per sottometterli. Essere ammessi alla sua intimità era un privilegio esclusivo che concedeva col contagocce: l'amante doveva essere consapevole di essere stato scelto da una regina e, come tale, doveva venerarla.
E quell'onore, o meglio, quell'onere devastante , era stato rivolto anche a lui.
«Il suo caffè, Signora», disse.
Mentre posava la tazzina di porcellana sul piano di vetro della scrivania, la mano di Ottaviano ebbe un impercettibile tremito, come se l'epidermide si fosse avvicinata a qualcosa che irraggiava un calore insopportabile, pronto quasi ad ustionarlo. Non ci fu un grazie; non c’era mai stato. Valeria, senza distogliere lo sguardo dal foglio che stava leggendo, afferrò la tazzina e la portò alle labbra color corallo. Sapeva di non doversi aspettare sorprese: Ottaviano era stato addestrato a eseguire ogni suo ordine con rigore geometrico, e sbagliare, nel suo mondo, non era in alcun modo accettabile.
«Come sta la tua ragazza?», chiese lei subito dopo.
Ottaviano tremò. Quella non era una semplice domanda informale, una cortesia tra colleghi; era un codice preciso per qualcosa che stava per compiersi. Il ragazzo vibrò non per paura, ma per il dubbio tormentoso di non essere degno di ciò che quella donna così diversa, così superiore, si accingeva a concedergli. Era successo altre volte. Tutte le volte, come in un rituale sacro e spietato, a quella domanda seguiva l'atto carnale. Era come se ricordargli Rachele un istante prima di spingerlo a tradirla servisse a spezzare la sua volontà, a umiliarlo e a caricarlo di una colpa che lo legava ancora di più a lei.
«Bene… ha dato un esame la settimana scorsa», rispose, cercando di mantenere ferma la voce.
«Architettura, vero?»
«Sì, Signora.»
«Voto?»
«Come sempre, trenta e lode.»
«Togliti i pantaloni», gli ordinò lei, senza alterare il tono della voce.
«Cosa?», chiese lui, sentendosi terribilmente stupido nell’esatto momento in cui l’ultima vocale lasciava le sue labbra.
Valeria non rispose. Si limitò a sollevare lo sguardo e a fissarlo, trafiggendolo. Non c'era collera o severità nei suoi occhi azzurri, ma una certezza così monumentale e assoluta da non ammettere alcuna forma di resistenza. La scacchiera era pronta, e lei aveva appena mosso il primo pezzo.
Ottaviano fece come gli era stato comandato. Slacciò i pantaloni, li lasciò scivolare a terra e rimase in piedi alla destra della sua Signora, nudo dalla vita in giù, con i genitali esposti tra le frange della camicia bianca e la giacca blu. Una sottile scarica di ansia gli attraversò la schiena: la porta dell’ufficio non era chiusa a chiave e qualcuno, pur bussando per annunciarsi, sarebbe potuto entrare da un momento all'altro, scoprendolo in quella posizione di totale vulnerabilità.
Valeria posò la schiena contro la sedia, quasi rilassata, e rimase ad osservarlo. Ottaviano era un giovane uomo decisamente attraente: era stato proprio per quel suo viso dall'aria quasi ingenua e per il suo fisico slanciato da atleta di nuoto, molto più che per le sue reali competenze accademiche, che lo aveva scelto tra decine di candidati.
Constatò la totale mancanza di "preparazione" del ragazzo, rimasto bloccato in un limbo di pura tensione e timore reverenziale.
Risollevò gli occhi, inchiodandoli di nuovo in quelli del ragazzo.
«Ciò che hai osato rubarmi, spingendo il tuo sguardo nella mia scollatura, non era di tuo gradimento?», chiese Valeria.
La sua voce era calma, priva di emozione, una constatazione fredda e analitica che trasformava il furto visivo di Ottaviano in un vero e proprio capo d'accusa. Non lo stava affatto rimproverando per aver osato guardare. Sapeva benissimo che il ragazzo, come tanti altri uomini, non sapeva resistere alla tentazione di guardare, di sbirciare, di approfittare di ogni calcolato momento di supposta distrazione per godere di uno scampolo del suo corpo. Anzi, Valeria ne favoriva deliberatamente le occasioni: faceva tutto parte del suo metodico programma di educazione e sottomissione.
No, il problema non era lo sguardo. Lo stava punendo per non aver avuto la forza di reggere l'impatto di quel potere, riducendo il suo stesso desiderio a una colpa da espiare lì, in piedi, davanti a lei. Godendo del controllo assoluto che esercitava su quel corpo statuario da nuotatore, Valeria attese che il silenzio pesante dell'ufficio logorasse l'ultima briciola di resistenza del suo assistente. Sotto i suoi occhi azzurri e magnetici, Ottaviano si sentiva completamente nudo, non solo per i pantaloni lasciati cadere a terra, ma per l'assoluta trasparenza dei suoi pensieri.
«Mi dispiace, Signora Valeria», sussurrò il ragazzo, la voce ridotta a un filo sottile che si spezzò nel silenzio dell'ufficio.
«Sai cosa penso delle scuse: non servono a nulla. Sono solo le soluzioni che contano», gli rispose lei, mentre sollevava di nuovo la tazzina di porcellana e svuotava con due brevi sorsi le ultime gocce di un caffè “perfetto”.
Il romanticismo, dopotutto, si riduceva a una sorta di cortesia di corte. Valeria esigeva il corteggiamento come un cerimoniale. I gesti romantici dell'altro , regali d'alto valore, dedizione assoluta, attenzioni maniacali, non servivano a rassicurarla, ma erano l'equivalente privato dell'obolo di sguardi che pretendeva per strada: il riconoscimento tangibile della sua superiorità. In tutto questo, il distacco emotivo rimaneva totale. Poteva far sentire un uomo il centro dell'universo grazie alla sua empatia manipolatoria, ma il suo cuore restava protetto dietro una barriera di algido intelletto. Era lei a decidere quando la recita iniziava e quando finiva.
Ma tutto quello non serviva in quel contesto. Valeria aveva un appetito urgente, un appetito che andava appagato in quel preciso momento, e Ottaviano era lì per adempiere a quella funzione.
“mi dispiace” disse lui rammaricato.
«Dimostramelo», ordinò lei.
Subito dopo aver pronunciato quella parola, Valeria fece roteare con un movimento fluido la sedia da ufficio, il trono su cui era seduta, voltandosi completamente verso di lui.
Accavallò le gambe con un gesto elegante e misurato, che tese la linea del suo tailleur, intrecciò le dita delle mani, appoggiandole sull’addome in una posa di assoluto e distaccato controllo. Da quella posizione, protetta dalla sua stessa eleganza, rimase immobile ad osservarlo. I suoi occhi azzurri si trasformarono in due lenti focali che pretendevano di registrare ogni minima reazione, costringendo Ottaviano a diventare l'unico attore di un cerimoniale solitario, eseguito sotto la direzione del suo sguardo.
Ottaviano dovette piegarsi a quel rito di autoerotismo forzato, la mano eseguiva ciò che la mente di Valeria guidava a distanza, in silenzio. Ogni movimento del ragazzo diventava una confessione visibile, un tradimento che si consumava un centimetro alla volta sotto lo sguardo giudicante e compiaciuto della Signora. Non c'era contatto fisico tra loro, eppure il controllo era totale: Valeria riempiva la stanza con la sua sola presenza, lasciando che il ragazzo si smarrisse nel tentativo di compiacerla, prigioniero di un piacere che non gli apparteneva più, in quanto atto di devozione.
Per Valeria, quel cerimoniale solitario non era un semplice gioco erotico: era la verifica sperimentale del proprio potere. Nell'atto sessuale, carnale, a cui sarebbero comunque arrivati, c'era sempre una parità che detestava, un compromesso che rischiava di contaminare la sua aura di superiorità. L'autoerotismo imposto, invece, azzerava ogni reciprocità. Trasformava l'uomo in un puro esecutore e lei nell'unica, indiscussa regista della scena.
Mentre Ottaviano obbediva, Valeria analizzava la sua agitazione con un apparente distacco freddo di uno scienziato che studia un sistema biologico. Quello che la appagava non era il desiderio in sé, o meglio, non solo, ma la certezza matematica che la sua sola presenza, il profumo della sua femminilità che aleggiava nella stanza, potessero spogliare un atleta , abituato alla disciplina ,del proprio autocontrollo.
Qualcosa nella mente di Ottaviano, che mille altre volte si era già ritrovato in quelle situazioni e aveva imparato ad accoglierle con devota sottomissione, venne improvvisamente a galla. Come uno Spartaco ribelle, Ottaviano sentì il bisogno di qualcosa di più: non voleva più essere un semplice oggetto del suo intrattenimento privato, uno strumento da consumare a piacimento. Voleva infrangere quell'algido distacco. Sapeva perfettamente però, che per ottenere ciò che desiderava non poteva usare la forza; doveva giocare d’astuzia con una donna che dell'astuzia e del calcolo faceva il cardine della propria esistenza. Per piegare una mente da ingegnere, avrebbe dovuto inserire un'anomalia nel suo perfetto sistema di controllo.
«Ti vedo in affanno», disse lei, con una sfumatura maliziosa che increspò appena le labbra corallo.
Ecco la breccia in cui l’ardito Ottaviano scelse di infilarsi.
«Se lei, Signora Valeria, mi aiutasse, concedendomi uno sprazzo delle sue grazie, questo favorirebbe il mio sforzo», azzardò, mantenendo lo sguardo fisso nei suoi occhi azzurri.
Valeria lo fissò per un istante. Si convinse, come era già accaduto altre volte in passato, che assecondare quel piccolo capriccio non avrebbe intaccato la sua posizione di forza. Nella sua mente matematica, cedere un frammento visivo era solo un modo per accelerare la sottomissione del ragazzo, un calcolo mirato a mantenere il controllo assoluto del gioco. Con un movimento fluido, sciolse le gambe. Sollevò il bordo della gonna del tailleur bianco, quanto bastava perché tra le cosce si mostrasse il prezioso, raffinato intimo con cui copriva il suo pube. Era un'esca di puro lusso, offerta con la condiscendenza di una sovrana che elargisce una grazia a un suddito, ignara che lo schiavo stava già tramando la sua rivolta.
Ottaviano, alla vista di quella grazia esaltata dal velo sottile che la copriva e che al contempo offriva al suo sguardo il dettaglio del segreto più sacro di quella dea, prese pieno vigore e aumentò il ritmo della sua carica. Prima che Valeria se ne potesse rendere pienamente conto, il ragazzo si era portato molto più vicino di quanto lei avrebbe mai concesso.
Lo scopo di Ottaviano era semplice: nei mesi precedenti avevano avuto molti rapporti completi, sempre rigorosamente protetti. Lei lo aveva costantemente usato come un oggetto di puro piacere, come uno schiavo nel proprio letto, ma non aveva mai concesso che il suo seme la toccasse. A quella privazione, a quel torto che sentiva bruciare sulla pelle e nell’anima, il ragazzo voleva a tutti i costi porre rimedio.
Così, prima che la donna potesse negarsi o potesse imporgli un freno , un freno a cui lui, per abitudine e timore reverenziale, non avrebbe saputo resistere, Ottaviano forzò i tempi per il raggiungimento del piacere. Condusse se stesso fino allo stremo e, raggiunto l’orgasmo senza preannunciare alcuna mossa, eruppe su di lei.
Il seme, in fiotti interminabili, colpì il tessuto raffinato del suo intimo, la stoffa immacolata del tailleur bianco, risalendo , sui globi pieni esposti nel decoltè, sul collo , sul viso scultoreo, e infine, li dove lui aveva mirato con più attenzione, tra le labbra spalancate dalla sorpresa.
Il silenzio che seguì nell'ufficio fu totale, denso, quasi solido. Il seme del ragazzo si adagiava sul corpo di Valeria, una lingua lucida e opalina di pura insubordinazione. Ottaviano rimase immobile, col cuore che gli batteva nel petto come un tamburo di guerra, il fiato corto che gli lacerava i polmoni, pronto a ricevere la scarica della sua furia, la cancellazione immediata dalla sua vita.
Valeria non si mosse. Abbassò lo sguardo su di se a osservare il risultato di quell’atto di ribellione, poi lo rialzò lentamente su di lui.
Nei suoi occhi azzurri non comparve la rabbia rozza dei comuni mortali, ma una luce nuova, una scintilla di freddo compiacimento, le sue labbra si mossero in un sorriso accennato. La sua mente registrò quell'anomalia non come un errore di sistema, ma come un esperimento riuscito. Per la prima volta nella sua vita, un uomo aveva avuto il coraggio di calcolare un rischio suicida, di sfidare la sua regia e di vincere una mano sulla sua scacchiera.
Valeria . deglutendo il seme sulla sua lingua, in quell'esatto momento decise di ridefinire il valore di Ottaviano. Il ragazzo smise di essere , il suo assistente, un semplice oggetto di intrattenimento intercambiabile. Con un leggero cenno del capo, quasi impercettibile, Valeria lo accolse in una nuova dimensione: quella del servo prediletto, l'unico eletto a condividere i segreti più oscuri del suo regno.
«Pulisci», disse semplicemente, la voce calma, perentoria e priva di traccia di rancore. Ma nel modo in cui lo guardò, Ottaviano capì che , mentre i ruoli restavano invariati, le regole del gioco erano cambiate per sempre.
“si, Signora Valeria” disse l’uomo accingendosi a prendere alcuni kleenex da un dispenser sulla scrivania, Valeria gli fermò la mano con la sua.
“con la lingua!” aggiunse, con una direttiva che non ammetteva controversie.
scritto il
2026-09-06
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