Il Tribunale della zoccola: cronaca di un Sabato dove la vergogna si scioglie nel piacere e l’umiliazione diventa estasi
di
Qulottone
genere
dominazione
Il Tribunale della zoccola: cronaca di un Sabato dove la vergogna si scioglie nel piacere e l’umiliazione diventa estasi
1. L’Arrivo: La Maschera che Cade
Entro nell’appartamento con la facciata del bravo ragazzo, ma so che la commedia durerà lo spazio di un respiro. Marco mi blocca la strada: barba ispida come spazzola di ferro, mani che sembrano pale da cantiere, gli occhi che mi trapassano con un misto di disprezzo e divertimento sadico.
— Maronna ‘e merda, che puttana ci è venuta a trovare! — sputa sul pavimento, grattandosi la guancia con le unghie nere. — Vestito come un cazz ‘e ragioniere, ma sotto… tieni quello che chiediamo, frocio? Scommettiamo che è tutto imbottito, ‘sta zoccola con la cravatta?
Luca si alza dal tavolo della cucina, lento, come un predatore che sa già di avermi in pugno. Lo sguardo è freddo, calcolatore, quello di chi pesa le persone prima di spezzarle. Si avvicina, e la sua ombra mi copre.
— Spojate, troia, facce vedè che cazzo porti sotto — ringhia. — Sbrìgate, o te faccio camminà come un cane a cui hanno rotto le zampe!
Le mie mani tremano mentre sbottono la camicia da ufficio, facendola cadere a terra. La cintura scivola via, i pantaloni crollano ai miei piedi, rivelando le gambe lisce, avvolte dalle calze autoreggenti che mi stringono come una seconda pelle. Rimango in piedi, esposto, umiliato, mentre il reggiseno push-up mostra il mio petto: piccolo, ma morbido, con capezzoli gonfi, scuri, ipersensibili, che tradiscono ogni briciolo di eccitazione che cerco di nascondere.
Marco si avvicina, allunga una mano ruvida come carta vetrata e mi pizzica un capezzolo con una crudezza che mi strappa un gemito. Lo tira, lo torce, godendosi il modo in cui la carne si contrae sotto le sue dita.
— Guarda qua, Luca — ghigna, con un sorrisetto che mi fa gelare il sangue. — Guarda 'ste zizze'e froc'e... piccole, ma cu 'sti capezzoli grossi comme 'e bottone, duri comme 'na petra. Te fa eccità a farti torrcà, eh, zoccola? Te piacciono 'e mani addosso, pure si so' chille che te mannano 'a faccia d'a miseria?
Luca mi afferra per i capelli, tirandomi indietro la testa finché il collo non mi scricchiola. Mi passa una mano aperta sulla schiena nuda, scendendo lentamente fino al perizoma nero, che mi taglia i fianchi come un filo.
— E sotto, che tieni? — sibila, facendomi scivolare il tessuto tra le gambe con uno strattone secco. — Famm' sentì che bell' culo 'e femmena che tiene.
Scoppiano a ridere, una risata che mi trafigge lo stomaco e mi calpesta ogni residuo di orgoglio. Ma ormai sono nudo, non si torna più indietro. Nudo non solo nel corpo, ma nell’anima.
— Ma guarda ‘sta zoccola! — urla Marco, piantandomi due dita callose sotto il mento per costringermi a guardarlo. — Pensevi ‘e poter t' ‘nascunnere arreto a sti stracci, frocio? Te legge 'nfaccia che si’ na troia nata, na cagna che non aspetta n’ata cosa che nu cazzo 'n gola. E ‘o sapimmo buono che te piace, stronza.
Una manata aperta mi colpisce il gluteo con uno schiocco che mi fa sobbalzare in avanti. Il dolore mi eccita. La vergogna mi eccita.
— Avanti, zoccola, non fare la timida — riprende Marco, spingendomi verso il pavimento con il piede. —E si nun ce fai divertì, te faccio cagnà a sangu' e te butto 'a mare comme 'na spazzatura che si.
Mi costringono a inginocchiarmi sulle mattonelle fredde. Il pavimento è duro, ma è nulla in confronto a quello che so che mi aspetta.
— Avanti, succhia-cazzi, mostrici che saie fa’ — ordina Marco, con un ghigno che gli deforma la bocca. — Ma primma, famme vedé quanto si' bbona a pulì, troia.
Si tolgono le scarpe, sfilandosele con calma e piantandomi i piedi nudi dritti in faccia. L’odore mi investe come un’onda: sudore, pelle vissuta, quel tanfo acre di maschio che non si lava da giorni.
— Lecca, stronza. E non risparmiare la saliva tra le dita, le palle e u cazz. Vogliamo vedere se quella bocca sa fare almeno quello.
La mia lingua si muove da sola. Risale lungo le caviglie, lambisce i testicoli pelosi, già duri, e poi il cazzo di Marco, che comincia a gonfiarsi sotto le mie labbra. Ogni leccata è una confessione: io sono qui per questo. Io sono fatto per questo.
Loro continuano a parlarmi sopra, ridendo di me come se fossi un giocattolo rotto, un oggetto da usare e buttare. Ma io so la verità: mi piace. Mi piace da morire.
2. La Gola e il Soffocamento
Marco non ha la pazienza di aspettare che finisca il mio turno di riverenza. Mi afferra per i capelli, tirandomi indietro la testa di scatto finché il collo non mi fa male, e mi spinge il bacino contro la faccia.
— Apri bene quella bocca, troia. E non mi fare perdere tempo, cazzo!
Il suo cazzo è già gonfio, le vene bluastre che pulsano sotto la pelle tesa, la punta umida e salata. Me lo pianta in bocca senza preavviso, un colpo secco che mi urta il palato e mi costringe a spalancare la mascella oltre il limite del dolore. L’affondo è profondo, violento. Mi preme la nuca verso il basso, inchiodandomi al suo pube madido di sudore.
— Naso giù, puttana.
Non c’è spazio per l’aria. Non c’è ritmo che non sia il suo. Ogni spinta mi sbatte contro la parete della gola, costringendomi a lacrimare mentre i muscoli del collo si tendono come corde di violino. Sento il suo respiro farsi corto, rantolante, il corpo che trema.
Poi, il primo getto. Denso, bollente, con quel sapore ferroso e salato che mi riempie la bocca.
— Ingoia tutto, cagna, o t’azzecch’ ‘a capa e te faccio magnà!"
Ingoio di riflesso, strozzandomi con la mia stessa saliva e con il suo sperma, ma lui non allenta la presa. Un secondo rigurgito mi cola sul mento, e la sua mano mi costringe a rimanere lì, immobile, a leccare ogni singola goccia rimasta tra le labbra finché non ha finito di pulsare.
Quando finalmente mi lascia andare, cado in avanti sulle mani, tossendo, con i fili di saliva che mi imbrattano il viso. Marco mi guarda dall’alto, risistemandosi i pantaloni con sufficienza.
— Brava, troia. Non ne hai perso neanche una, porca zoccola.
Luca mi sfiora la guancia con la punta del piede nudo, con un distacco quasi affettuoso, come si accarezza un cane fedele.
— È bravo, questo. Sa stare al suo posto, la cagnetta.
E io so che è vero. Io so che è esattamente dove voglio essere.
3. Il Possesso
Appena Marco si sposta, Luca mi afferra per i fianchi e mi sbatte con violenza a pancia in giù sul pavimento, allargandomi le gambe a forza, come se fossi un pezzetto di carne da usare. Sento il freddo del lubrificante, gelido, quasi bruciante, e poi il suo cazzo che affonda dentro di me in un sol colpo, senza un attimo di tregua.
Mi sodomizza con una foga cieca, pesante, inchiodandomi alle mattonelle a ogni spinta. Il dolore iniziale è acuto, ma poi si scioglie in un calore viscerale, profondo, che mi attraversa le viscere. Ogni affondo mi toglie il fiato, mi svuota la mente e mi lascia addosso solo il marchio della sua proprietà.
Luca se ne accorge dal modo in cui mi inarco incontro ai suoi colpi, dal modo in cui i miei gemiti cambiano tono, facendosi imploranti.
— Guarda ‘sto frocio — sghignazza, afferrandomi una manciata di capelli per tirarmi su la testa. — Guarda come gode la zoccola, come si sente femmina quando prende il cazz in culo!
E ha ragione. Io mi sento femmina. Mi sento loro.
Il suo ritmo si fa ancora più duro, bestiale, finché non si irrigidisce con un rantolo rauco. Mi viene dentro con un getto denso e rovente, scaricandomi tutto il suo calore nell’intimo mentre mi tiene bloccato a terra.
Si ritrae di scatto e mi lascia ricadere sul pavimento, ansimante, bagnato di sudore, con il suo sperma che mi cola tra le cosce. Marco, seduto poco più in là, mi guarda con un ghigno sprezzante, scuotendo la testa.
— Guarda ‘sta troia, ti è bastato un cazz per farti sciogliere del tutto — dice ridendo, indicando il modo in cui mi tremano le gambe. — È proprio una troia nata, non c’è niente da fare. Una vera puttana che non sa stare senza un cazz dentro.
E io non posso negarlo. È esattamente così.
4. Il Vino, la Chat e l’Umiliazione
Ci spostiamo nella penombra del soggiorno. Loro si siedono sul divano, le gambe divaricate, i pantaloni abbassati sulle cosce, i genitali ancora pesanti e semiduri. Io rimango ai loro piedi, in ginocchio, il corpo rigido per la tensione, ma l’anima già in ginocchio da prima.
Luca mi allunga un bicchiere di vino rosso, ma prima che possa toccarlo con le labbra, mi indica il bacino di Marco.
— Prima il lavoro, troia. Lecca il culo a Marco. E non saltare neanche un solco, o te faccio magnà ‘e cazzi.
Mi avvicino carponi. Marco si sposta sul bordo del divano, allargando le chiappe con le mani grandi. La pelle è scura, sudata, segnata da un odore pesante, stagnante, che mi fa girare la testa. Apro la bocca e affondo la lingua, guidata solo dalla loro spietata richiesta di sottomissione. Sento il sapore acre della pelle, il calore chiuso di quel corpo che mi sovrasta.
— Più a fondo, lingua-di-cane! — ringhia lui, premendomi la testa con più forza contro il bacino. — Altrimenti ti rompo il muso, zoccola!
Quando mi concede di sollevarmi, le labbra mi bruciano, ma il fuoco che sento dentro è ben altro. Bevo il vino che mi ha versato Luca: è aspro, quasi acido, ma lava via il sapore della terra e del sudore, lasciandomi un calore strano nello stomaco.
Accendono una sigaretta. Il fumo denso si mescola all’odore acre della stanza, mentre loro si mettono a chiacchierare di me come se fossi un oggetto difettoso esposto in vetrina.
— Te lo ricordi come l’abbiamo pescato su quella chat di disperati? — attacca Marco, buttando la testa indietro e ridendo di gusto, mentre mi punta un dito contro. — Io scorrevo i profili sul cellulare con una mano mentre mangiavo una pizza, e m’è apparso questo: nome da uomo, foto mezza coperta, e in bio un disastro di lamentele. Gli ho scritto per fargli perdere tempo, sai tipo: "Vediamo che faccia da sfigato c’hai". E questo subito a mandare foto su foto, con quel corpicino patetico, le gambe lisce e la faccia da cane battuto.
Luca sbuffa una boccata di fumo, ghignando.
— Ma la parte migliore gliel’ho fatta io, il giorno dopo. Mi sono finto un altro, gli ho scritto che cercavo una cagna disposta a farsi usare senza dignità, e lui sbavava sul display manco fosse il messia. Gli ho mandato un messaggio vocale dicendogli: "Vedi di presentarti sabato vestito da troia, poi vediamo se hai il coraggio di venire a farti calpestare". E lui, capito? Ha pure risposto di sì! Si è fatto un’ora di macchina tremando come una foglia, convinto che fosse una grande avventura.
Marco si sporge in avanti, fissandomi con gli occhi stretti in due fessure crudeli.
— Senti qua, zoccola. Guardami bene in faccia. — dice, con una voce che sembra un coltello. — Dimmelo tu: perché ci hai creduto? Davvero pensavi che un uomo vero ti potesse guardare con un briciolo di rispetto dopo aver letto le porcherie che scrivevi in quella chat?
Io abbasso lo sguardo sulle mattonelle, la gola stretta in un nodo di vergogna e umiliazione, ma anche di eccitazione.
— No... — balbetto, la voce che mi trema.
— Non ho sentito, troia! — urla Luca, piantandomi una pedata leggera ma secca sulla spalla che mi sbilancia in avanti. — Alza la voce e rispondi alle domande come si deve. Spiega a tutti e due perché sei venuto qui oggi.
Deglutisco a fatica, sentendo le lacrime di un’eccitazione disperata e sporca pungermi gli occhi.
— Sono venuto... perché sono una troia... — sussurro, costringendomi a pronunciare le parole che vogliono sentire. — Perché non valgo niente.
— E allora dillo bene, cazzo! — infierisce Marco, afferrandomi per i capelli e tirandomi su di peso. — Spiega ad alta voce qual è l’unico motivo per cui esisti per noi in questa stanza.
Le lacrime mi scendono, ma non sono solo di dolore. Sono di piacere. Di vergogna. Di desiderio.
— Io... io servo solo a svuotare le palle... — piango, sentendo il crollo definitivo di ogni residuo di dignità. — Non sono nessuno... sono solo un water di carne per voi, uno sfogo... un buco da usare e buttare.
Luca scoppia in una risata fragorosa, trionfante, dandosela di gomito con Marco.
— Oh, vedi? Quando si mette d’impegno, la lezione la impara subito. — dice, con un sorrisetto che mi fa male. — Sapevamo di non sbagliare. Per ‘sti schifosi non esiste altra cura che ricordargli esattamente cosa sono: spazzatura che chiede solo di essere buttata.
E io so che hanno ragione. Ma è esattamente per questo che tornerò.
5. La Seconda Fase: A Pecora
La seconda fase non concede pause. Luca si alza, mi afferra per un braccio e mi sbatte di nuovo a pancia in giù, offrendomi a Marco che non ha bisogno di inviti.
La penetrazione è brutale, un martellamento sordo sul pavimento che mi toglie il fiato. Bum. Bum. Bum. La carne che sbatte contro carne copre il rumore della strada fuori.
— Ti piacciono i cazzi, eh, troia? — urla Marco, tirandomi i capelli per costringermi a guardare il muro. — Dillo che sei una zoccola! Dillo che sei una puttana che non sa stare senza un cazz dentro!
Urlo, sì. Ma è il suono di chi ha smesso di opporsi alla gravità. Di chi ha accettato la sua natura.
Quando anche lui viene, mi scaraventa la testa all’indietro per l’ultima volta, costringendomi ad accogliere il suo sperma in gola in un unico blocco denso e amaro che mi costringe a ingoiare senza respirare.
Io ingoio tutto. Ogni goccia. Ogni umiliazione.
6. Il Ritorno
Alla fine mi fanno sedere tra le gambe di Luca, mentre loro si passano una birra tiepida e tornano a pianificare i loro affari come se niente fosse. Io pulisco quello che resta, la lingua che si muove docile tra le loro cosce per raccogliere ogni traccia del nostro passaggio.
— Vatti a vestire, troia — dice Marco, dandomi un calcetto leggero ma secco con la punta del piede nudo sul fianco. — E non farti vedere da queste parti se non sei invitato, zoccola.
Mi alzo con le ginocchia che mi ducono, le gambe molli, il liquido caldo che mi cola lungo l’interno coscia, macchiando i pantaloni che rimetto in fretta. Quando guadagno la porta, Luca mi ferma con la mano sulla maniglia, lo sguardo fisso nei miei occhi.
— Giovedì. Stessa ora. — dice, con una voce che non ammette repliche. — E se tardi, troia, so dove trovarti. E non sarà carino.
Fuori, l’aria della sera mi colpisce il viso come una manata fredda. Salgo in macchina, accendo il motore e guido nel traffico silenzioso della periferia. Davanti allo specchio del corridoio di casa, mi spoglio lentamente: i lividi violacei sui fianchi sono già scuri, il bruciore all’interno delle cosce è una presenza viva, e il sapore acre di quel sabato mi resta impastato in fondo alla lingua.
Mi sento usato fino all’osso.
Mi sento vivo come non mai.
E so già che giovedì sarò di nuovo lì, davanti a quella porta, con un minuto d’anticipo per la paura di arrivare tardi.
Perché io sono loro. E loro sono il mio peccato preferito.
Fine.
Dedicato a chi sa che la vera libertà è nella sottomissione.
1. L’Arrivo: La Maschera che Cade
Entro nell’appartamento con la facciata del bravo ragazzo, ma so che la commedia durerà lo spazio di un respiro. Marco mi blocca la strada: barba ispida come spazzola di ferro, mani che sembrano pale da cantiere, gli occhi che mi trapassano con un misto di disprezzo e divertimento sadico.
— Maronna ‘e merda, che puttana ci è venuta a trovare! — sputa sul pavimento, grattandosi la guancia con le unghie nere. — Vestito come un cazz ‘e ragioniere, ma sotto… tieni quello che chiediamo, frocio? Scommettiamo che è tutto imbottito, ‘sta zoccola con la cravatta?
Luca si alza dal tavolo della cucina, lento, come un predatore che sa già di avermi in pugno. Lo sguardo è freddo, calcolatore, quello di chi pesa le persone prima di spezzarle. Si avvicina, e la sua ombra mi copre.
— Spojate, troia, facce vedè che cazzo porti sotto — ringhia. — Sbrìgate, o te faccio camminà come un cane a cui hanno rotto le zampe!
Le mie mani tremano mentre sbottono la camicia da ufficio, facendola cadere a terra. La cintura scivola via, i pantaloni crollano ai miei piedi, rivelando le gambe lisce, avvolte dalle calze autoreggenti che mi stringono come una seconda pelle. Rimango in piedi, esposto, umiliato, mentre il reggiseno push-up mostra il mio petto: piccolo, ma morbido, con capezzoli gonfi, scuri, ipersensibili, che tradiscono ogni briciolo di eccitazione che cerco di nascondere.
Marco si avvicina, allunga una mano ruvida come carta vetrata e mi pizzica un capezzolo con una crudezza che mi strappa un gemito. Lo tira, lo torce, godendosi il modo in cui la carne si contrae sotto le sue dita.
— Guarda qua, Luca — ghigna, con un sorrisetto che mi fa gelare il sangue. — Guarda 'ste zizze'e froc'e... piccole, ma cu 'sti capezzoli grossi comme 'e bottone, duri comme 'na petra. Te fa eccità a farti torrcà, eh, zoccola? Te piacciono 'e mani addosso, pure si so' chille che te mannano 'a faccia d'a miseria?
Luca mi afferra per i capelli, tirandomi indietro la testa finché il collo non mi scricchiola. Mi passa una mano aperta sulla schiena nuda, scendendo lentamente fino al perizoma nero, che mi taglia i fianchi come un filo.
— E sotto, che tieni? — sibila, facendomi scivolare il tessuto tra le gambe con uno strattone secco. — Famm' sentì che bell' culo 'e femmena che tiene.
Scoppiano a ridere, una risata che mi trafigge lo stomaco e mi calpesta ogni residuo di orgoglio. Ma ormai sono nudo, non si torna più indietro. Nudo non solo nel corpo, ma nell’anima.
— Ma guarda ‘sta zoccola! — urla Marco, piantandomi due dita callose sotto il mento per costringermi a guardarlo. — Pensevi ‘e poter t' ‘nascunnere arreto a sti stracci, frocio? Te legge 'nfaccia che si’ na troia nata, na cagna che non aspetta n’ata cosa che nu cazzo 'n gola. E ‘o sapimmo buono che te piace, stronza.
Una manata aperta mi colpisce il gluteo con uno schiocco che mi fa sobbalzare in avanti. Il dolore mi eccita. La vergogna mi eccita.
— Avanti, zoccola, non fare la timida — riprende Marco, spingendomi verso il pavimento con il piede. —E si nun ce fai divertì, te faccio cagnà a sangu' e te butto 'a mare comme 'na spazzatura che si.
Mi costringono a inginocchiarmi sulle mattonelle fredde. Il pavimento è duro, ma è nulla in confronto a quello che so che mi aspetta.
— Avanti, succhia-cazzi, mostrici che saie fa’ — ordina Marco, con un ghigno che gli deforma la bocca. — Ma primma, famme vedé quanto si' bbona a pulì, troia.
Si tolgono le scarpe, sfilandosele con calma e piantandomi i piedi nudi dritti in faccia. L’odore mi investe come un’onda: sudore, pelle vissuta, quel tanfo acre di maschio che non si lava da giorni.
— Lecca, stronza. E non risparmiare la saliva tra le dita, le palle e u cazz. Vogliamo vedere se quella bocca sa fare almeno quello.
La mia lingua si muove da sola. Risale lungo le caviglie, lambisce i testicoli pelosi, già duri, e poi il cazzo di Marco, che comincia a gonfiarsi sotto le mie labbra. Ogni leccata è una confessione: io sono qui per questo. Io sono fatto per questo.
Loro continuano a parlarmi sopra, ridendo di me come se fossi un giocattolo rotto, un oggetto da usare e buttare. Ma io so la verità: mi piace. Mi piace da morire.
2. La Gola e il Soffocamento
Marco non ha la pazienza di aspettare che finisca il mio turno di riverenza. Mi afferra per i capelli, tirandomi indietro la testa di scatto finché il collo non mi fa male, e mi spinge il bacino contro la faccia.
— Apri bene quella bocca, troia. E non mi fare perdere tempo, cazzo!
Il suo cazzo è già gonfio, le vene bluastre che pulsano sotto la pelle tesa, la punta umida e salata. Me lo pianta in bocca senza preavviso, un colpo secco che mi urta il palato e mi costringe a spalancare la mascella oltre il limite del dolore. L’affondo è profondo, violento. Mi preme la nuca verso il basso, inchiodandomi al suo pube madido di sudore.
— Naso giù, puttana.
Non c’è spazio per l’aria. Non c’è ritmo che non sia il suo. Ogni spinta mi sbatte contro la parete della gola, costringendomi a lacrimare mentre i muscoli del collo si tendono come corde di violino. Sento il suo respiro farsi corto, rantolante, il corpo che trema.
Poi, il primo getto. Denso, bollente, con quel sapore ferroso e salato che mi riempie la bocca.
— Ingoia tutto, cagna, o t’azzecch’ ‘a capa e te faccio magnà!"
Ingoio di riflesso, strozzandomi con la mia stessa saliva e con il suo sperma, ma lui non allenta la presa. Un secondo rigurgito mi cola sul mento, e la sua mano mi costringe a rimanere lì, immobile, a leccare ogni singola goccia rimasta tra le labbra finché non ha finito di pulsare.
Quando finalmente mi lascia andare, cado in avanti sulle mani, tossendo, con i fili di saliva che mi imbrattano il viso. Marco mi guarda dall’alto, risistemandosi i pantaloni con sufficienza.
— Brava, troia. Non ne hai perso neanche una, porca zoccola.
Luca mi sfiora la guancia con la punta del piede nudo, con un distacco quasi affettuoso, come si accarezza un cane fedele.
— È bravo, questo. Sa stare al suo posto, la cagnetta.
E io so che è vero. Io so che è esattamente dove voglio essere.
3. Il Possesso
Appena Marco si sposta, Luca mi afferra per i fianchi e mi sbatte con violenza a pancia in giù sul pavimento, allargandomi le gambe a forza, come se fossi un pezzetto di carne da usare. Sento il freddo del lubrificante, gelido, quasi bruciante, e poi il suo cazzo che affonda dentro di me in un sol colpo, senza un attimo di tregua.
Mi sodomizza con una foga cieca, pesante, inchiodandomi alle mattonelle a ogni spinta. Il dolore iniziale è acuto, ma poi si scioglie in un calore viscerale, profondo, che mi attraversa le viscere. Ogni affondo mi toglie il fiato, mi svuota la mente e mi lascia addosso solo il marchio della sua proprietà.
Luca se ne accorge dal modo in cui mi inarco incontro ai suoi colpi, dal modo in cui i miei gemiti cambiano tono, facendosi imploranti.
— Guarda ‘sto frocio — sghignazza, afferrandomi una manciata di capelli per tirarmi su la testa. — Guarda come gode la zoccola, come si sente femmina quando prende il cazz in culo!
E ha ragione. Io mi sento femmina. Mi sento loro.
Il suo ritmo si fa ancora più duro, bestiale, finché non si irrigidisce con un rantolo rauco. Mi viene dentro con un getto denso e rovente, scaricandomi tutto il suo calore nell’intimo mentre mi tiene bloccato a terra.
Si ritrae di scatto e mi lascia ricadere sul pavimento, ansimante, bagnato di sudore, con il suo sperma che mi cola tra le cosce. Marco, seduto poco più in là, mi guarda con un ghigno sprezzante, scuotendo la testa.
— Guarda ‘sta troia, ti è bastato un cazz per farti sciogliere del tutto — dice ridendo, indicando il modo in cui mi tremano le gambe. — È proprio una troia nata, non c’è niente da fare. Una vera puttana che non sa stare senza un cazz dentro.
E io non posso negarlo. È esattamente così.
4. Il Vino, la Chat e l’Umiliazione
Ci spostiamo nella penombra del soggiorno. Loro si siedono sul divano, le gambe divaricate, i pantaloni abbassati sulle cosce, i genitali ancora pesanti e semiduri. Io rimango ai loro piedi, in ginocchio, il corpo rigido per la tensione, ma l’anima già in ginocchio da prima.
Luca mi allunga un bicchiere di vino rosso, ma prima che possa toccarlo con le labbra, mi indica il bacino di Marco.
— Prima il lavoro, troia. Lecca il culo a Marco. E non saltare neanche un solco, o te faccio magnà ‘e cazzi.
Mi avvicino carponi. Marco si sposta sul bordo del divano, allargando le chiappe con le mani grandi. La pelle è scura, sudata, segnata da un odore pesante, stagnante, che mi fa girare la testa. Apro la bocca e affondo la lingua, guidata solo dalla loro spietata richiesta di sottomissione. Sento il sapore acre della pelle, il calore chiuso di quel corpo che mi sovrasta.
— Più a fondo, lingua-di-cane! — ringhia lui, premendomi la testa con più forza contro il bacino. — Altrimenti ti rompo il muso, zoccola!
Quando mi concede di sollevarmi, le labbra mi bruciano, ma il fuoco che sento dentro è ben altro. Bevo il vino che mi ha versato Luca: è aspro, quasi acido, ma lava via il sapore della terra e del sudore, lasciandomi un calore strano nello stomaco.
Accendono una sigaretta. Il fumo denso si mescola all’odore acre della stanza, mentre loro si mettono a chiacchierare di me come se fossi un oggetto difettoso esposto in vetrina.
— Te lo ricordi come l’abbiamo pescato su quella chat di disperati? — attacca Marco, buttando la testa indietro e ridendo di gusto, mentre mi punta un dito contro. — Io scorrevo i profili sul cellulare con una mano mentre mangiavo una pizza, e m’è apparso questo: nome da uomo, foto mezza coperta, e in bio un disastro di lamentele. Gli ho scritto per fargli perdere tempo, sai tipo: "Vediamo che faccia da sfigato c’hai". E questo subito a mandare foto su foto, con quel corpicino patetico, le gambe lisce e la faccia da cane battuto.
Luca sbuffa una boccata di fumo, ghignando.
— Ma la parte migliore gliel’ho fatta io, il giorno dopo. Mi sono finto un altro, gli ho scritto che cercavo una cagna disposta a farsi usare senza dignità, e lui sbavava sul display manco fosse il messia. Gli ho mandato un messaggio vocale dicendogli: "Vedi di presentarti sabato vestito da troia, poi vediamo se hai il coraggio di venire a farti calpestare". E lui, capito? Ha pure risposto di sì! Si è fatto un’ora di macchina tremando come una foglia, convinto che fosse una grande avventura.
Marco si sporge in avanti, fissandomi con gli occhi stretti in due fessure crudeli.
— Senti qua, zoccola. Guardami bene in faccia. — dice, con una voce che sembra un coltello. — Dimmelo tu: perché ci hai creduto? Davvero pensavi che un uomo vero ti potesse guardare con un briciolo di rispetto dopo aver letto le porcherie che scrivevi in quella chat?
Io abbasso lo sguardo sulle mattonelle, la gola stretta in un nodo di vergogna e umiliazione, ma anche di eccitazione.
— No... — balbetto, la voce che mi trema.
— Non ho sentito, troia! — urla Luca, piantandomi una pedata leggera ma secca sulla spalla che mi sbilancia in avanti. — Alza la voce e rispondi alle domande come si deve. Spiega a tutti e due perché sei venuto qui oggi.
Deglutisco a fatica, sentendo le lacrime di un’eccitazione disperata e sporca pungermi gli occhi.
— Sono venuto... perché sono una troia... — sussurro, costringendomi a pronunciare le parole che vogliono sentire. — Perché non valgo niente.
— E allora dillo bene, cazzo! — infierisce Marco, afferrandomi per i capelli e tirandomi su di peso. — Spiega ad alta voce qual è l’unico motivo per cui esisti per noi in questa stanza.
Le lacrime mi scendono, ma non sono solo di dolore. Sono di piacere. Di vergogna. Di desiderio.
— Io... io servo solo a svuotare le palle... — piango, sentendo il crollo definitivo di ogni residuo di dignità. — Non sono nessuno... sono solo un water di carne per voi, uno sfogo... un buco da usare e buttare.
Luca scoppia in una risata fragorosa, trionfante, dandosela di gomito con Marco.
— Oh, vedi? Quando si mette d’impegno, la lezione la impara subito. — dice, con un sorrisetto che mi fa male. — Sapevamo di non sbagliare. Per ‘sti schifosi non esiste altra cura che ricordargli esattamente cosa sono: spazzatura che chiede solo di essere buttata.
E io so che hanno ragione. Ma è esattamente per questo che tornerò.
5. La Seconda Fase: A Pecora
La seconda fase non concede pause. Luca si alza, mi afferra per un braccio e mi sbatte di nuovo a pancia in giù, offrendomi a Marco che non ha bisogno di inviti.
La penetrazione è brutale, un martellamento sordo sul pavimento che mi toglie il fiato. Bum. Bum. Bum. La carne che sbatte contro carne copre il rumore della strada fuori.
— Ti piacciono i cazzi, eh, troia? — urla Marco, tirandomi i capelli per costringermi a guardare il muro. — Dillo che sei una zoccola! Dillo che sei una puttana che non sa stare senza un cazz dentro!
Urlo, sì. Ma è il suono di chi ha smesso di opporsi alla gravità. Di chi ha accettato la sua natura.
Quando anche lui viene, mi scaraventa la testa all’indietro per l’ultima volta, costringendomi ad accogliere il suo sperma in gola in un unico blocco denso e amaro che mi costringe a ingoiare senza respirare.
Io ingoio tutto. Ogni goccia. Ogni umiliazione.
6. Il Ritorno
Alla fine mi fanno sedere tra le gambe di Luca, mentre loro si passano una birra tiepida e tornano a pianificare i loro affari come se niente fosse. Io pulisco quello che resta, la lingua che si muove docile tra le loro cosce per raccogliere ogni traccia del nostro passaggio.
— Vatti a vestire, troia — dice Marco, dandomi un calcetto leggero ma secco con la punta del piede nudo sul fianco. — E non farti vedere da queste parti se non sei invitato, zoccola.
Mi alzo con le ginocchia che mi ducono, le gambe molli, il liquido caldo che mi cola lungo l’interno coscia, macchiando i pantaloni che rimetto in fretta. Quando guadagno la porta, Luca mi ferma con la mano sulla maniglia, lo sguardo fisso nei miei occhi.
— Giovedì. Stessa ora. — dice, con una voce che non ammette repliche. — E se tardi, troia, so dove trovarti. E non sarà carino.
Fuori, l’aria della sera mi colpisce il viso come una manata fredda. Salgo in macchina, accendo il motore e guido nel traffico silenzioso della periferia. Davanti allo specchio del corridoio di casa, mi spoglio lentamente: i lividi violacei sui fianchi sono già scuri, il bruciore all’interno delle cosce è una presenza viva, e il sapore acre di quel sabato mi resta impastato in fondo alla lingua.
Mi sento usato fino all’osso.
Mi sento vivo come non mai.
E so già che giovedì sarò di nuovo lì, davanti a quella porta, con un minuto d’anticipo per la paura di arrivare tardi.
Perché io sono loro. E loro sono il mio peccato preferito.
Fine.
Dedicato a chi sa che la vera libertà è nella sottomissione.
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