Shark Tank

di
genere
corna

il cielo su Como era terso e costellato di stelle; Vanessa camminava lenta tra gli sguardi dei presenti. Il vento sul lago, quella sera, parlava solo di lei, portando con sé ammirazione e stupore. Il suo abito da sera rosso vivo , come la passione che era venuta a incarnare , elegante e audace, scorreva liquido sulle curve del corpo. Delineava i tratti anatomici appena celati sotto il tessuto e ne lasciava la schiena nuda e vulnerabile, aprendosi di lato con uno spacco vertiginoso che mostrava gambe lunghe e affusolate. Con passo flessuoso, svettante su tacchi altissimi, si faceva largo tra la folla, che non osava ostacolarla.
I capelli, lisci e biondi, erano raccolti sulla testa in uno chignon che slanciava il collo, già lungo di suo, alleggerendo i lineamenti di un viso delicato. Gli occhi , verdi come lo smeraldo, leggevano la folla, Il suo era uno sguardo capace di comunicare fragilità e forza allo stesso tempo: in pochi non vennero rapiti dalla sua presenza. Era una figura divina, piena di grazia, che lasciava dietro di sé un aroma denso di pura femminilità. Più tardi, molti dei presenti ,non solo gli uomini, in un momento di intimità si sarebbero ritrovati a ripensare a lei, tormentati dal dubbio che sotto quel tessuto fosse completamente nuda.
Si avvicinò al bancone del bar. Era assetata, anche se non lo mostrava, terribilmente nervosa. Voleva qualcosa che le sciogliesse ogni tensione. Non era lì per partecipare a uno dei galà più importanti del lago, ma per fare affari. Per una questione che, se fosse andata in porto, avrebbe salvato l’azienda di suo marito e, con essa, la sua famiglia.

Diego , l’uomo che amava e a cui aveva promesso di essere fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, non sapeva nulla di quella trasferta. La credeva partita da La Spezia per Milano, diretta da sua sorella, mentre lei, in totale clandestinità e sapendo di poter trovare in quel luogo un potenziale finanziatore, aveva raggiunto il Lago di Como. Aveva preso una camera in albergo, un'auto a noleggio con autista, indossato l'abito più elegante insieme ai pochi gioielli che possedeva e si era intrufolata all'evento. Davanti a tanta bellezza, nessuno, vedendola arrivare, si era azzardato a chiederle l'invito. Così ora si aggirava tra la folla, che era del tutto incapace di ignorarla.
Vanessa, però, non conosceva il volto del suo obiettivo. Aveva solo un nome: Vincent Leconte, un imprenditore francese tra i più ricchi e di maggior successo al mondo. Non era riuscita a trovare alcuna immagine sul web che potesse aiutarla a riconoscerlo; l'uomo teneva moltissimo alla sua privacy. L'unica cosa che sapeva era che si era dimostrato interessato al progetto di suo marito, ma che Diego, esponendolo durante un incontro a Dubai , dove Leconte viveva per la maggior parte del tempo , non era riuscito a convincerlo. Così la donna, consapevole forse più del consorte di quanto quel denaro servisse a salvare l’azienda, dopo aver scoperto che l'imprenditore avrebbe partecipato al galà di beneficenza, si era decisa di cercarlo di persona per chiedergli una seconda possibilità.

Doveva essere discreta. Iniziò a parlare con alcuni presenti, e in molti non fecero mistero di volerla corteggiare o quantomeno di provarci, ma lei con educazione si negò. Poi, quando cominciò a fare il nome dell’uomo d’affari, accadde qualcosa di strano: parecchi invitati, a testimonianza di quanto quel solo nome incutesse rispetto e timore, si defilarono, lasciandola sola.
Alla fine fu un cameriere a indicarle un gruppetto di persone che se ne stava in disparte su un balcone della villa. Le disse che proprio lì avrebbe trovato il suo obiettivo.
Vanessa si fece coraggio. Avanzò decisa, stringendo il flûte di champagne che teneva in mano. Due enormi bodyguard le si pararono davanti non appena cercò di superare la soglia del balcone; tuttavia, quando uno dei due si voltò verso il gruppo, fu sufficiente il cenno di una donna per consentirle di passare e raggiungere la sua meta.
«Lei è?» chiese la donna. Era mora, sulla cinquantina, con un’aria severa e inquisitoria accentuata dal tailleur di taglio marziale color canna di fucile.
«Vanessa» rispose lei, cercando di non tradire il proprio nervosismo. «Volevo conoscere il signor Vincent» aggiunse.
«Ha un appuntamento?» domandò l'altra, squadrandola e facendola sentire a disagio.
«Veramente... no» confessò.
«Lasciala passare, Rose» le interruppe una voce sicura e matura. «Fa sempre piacere fare nuove conoscenze, soprattutto se si tratta di donne così belle» aggiunse.
Rose le fece un cenno con la testa e si fece da parte.
«Deve scusare il mio capo della sicurezza. Rose è molto protettiva, la pago per questo , e a volte fa fin troppo bene il suo lavoro» disse l’uomo. Indossava un elegante completo blu gessato, mentre intorno a lui uomini e donne, un variegato gruppo di ruffiani, facevano a gara per catturarne l’attenzione.
Vanessa rimase un po' delusa da ciò che vide. Un uomo di tale potere, per quanto indossasse un abito sartoriale di pregevolissima fattura, trasudava una rozzezza difficile da ignorare. Sembrava un campagnolo nel vestito della festa, più che un magnate dell’alta finanza. Aveva una corporatura massiccia, il collo taurino stretto in un colletto fin troppo aperto e lineamenti grossolani che tradivano una natura volgare. I suoi occhi, piccoli e spietati, la squadrarono senza alcuna discrezione.
«Buonasera» disse lui.
Lei si sforzò comunque di sorridergli: «Buonasera» rispose.
«Lei è, mia cara?»
«Vanessa»
«Piacere, Vanessa» disse l’uomo, prendendole la mano per baciarla e trasformando un gesto di galateo in qualcosa che le fece venire i brividi.
«È qui con qualcuno?»
«No, sono da sola»
«Una donna così bella, da sola?»
«Sì, mio... marito» esitò un attimo, «è stato trattenuto a casa per affari.»
«Suo marito? Interessante» commentò lui con uno strano luccichio negli occhi. «E suo marito sarebbe?»
«Diego. Diego Serrani» ammise lei.
«Serrani...» ripeté Vincent, stringendo gli occhi nel tentativo di fare mente locale.
«Serrani della Lucios Spa» gli ricordò Rose a bassa voce. Evidentemente la donna non era solo il capo della sicurezza, ma anche la sua memoria storica.
«Ah, Serrani...» disse Vincent, e un sorriso sardonico gli allargò le labbra carnose. «Conosco il lavoro di suo marito. Il genio dei motori silenziosi: alimentazione ibrida, massima resa tra potenza e velocità, per non parlare del design delle sue creazioni. Futuristico. Ricordo bene. Un visionario, non c'è che dire.»
«Se sentisse queste parole, Diego ne sarebbe orgoglioso» rispose lei.
«Ma l’orgoglio, mia cara, non è adatto agli affari.»
«Mi perdoni?»
«Vede, Diego è un uomo di sicuro talento. Gli manca, però, lo spirito del venditore e, soprattutto, la capacità di scendere a compromessi» disse lui, fissandola negli occhi mentre sorseggiava il suo scotch.
Il tono dell'uomo la fece sentire sporca. Era come se presupponesse che lei non fosse venuta lì a perorare la causa del marito, ma a vendere se stessa. Vanessa sentì una stretta allo stomaco, eppure mantenne lo sguardo fisso nei suoi occhi piccoli e guardinghi.

«Mio marito è un ingegnere straordinario, signor Leconte» disse lei, cercando di dare alla voce la massima fermezza. «Il suo progetto sul motore ibrido, a idrogeno ed elettrico, per imbarcazioni di lusso rivoluzionerà il mercato. Forse Diego non è stato un buon venditore con lei, ma la tecnologia è reale. Vale milioni, e sono sicura che lei sappia fiutare un affare, quando se ne trova uno davanti.»
Vincent fece un passo avanti, allontanandosi dal suo entourage e riducendo la distanza tra loro. Il profumo costoso di Vanessa si scontrò con l'odore pesante di sudore, alcol e sigaro dell'uomo. Si avvicinò così tanto a lei che i loro corpi rimasero separati da pochissimi centimetri; poi aspirò l’aria sopra il collo della donna e aggiunse: «Sì, mia cara, il mio fiuto per gli affari è leggendario».
Quelle parole scatenarono un moto di profondo rifiuto nell'animo di Vanessa, che fece uno sforzo enorme per non spingerlo via con violenza.
«Vogliamo appartarci, mia cara, e... discutere di affari?» le chiese lui, indicandole con un cenno del capo la via verso l'interno della villa.
Poco dopo, Vanessa si ritrovò sola con l’uomo in una saletta privata. Sedette su un divano, cercando di non mostrarsi nervosa o vulnerabile, conscia del fatto che Vincent si aspettasse da lei qualcosa che non era affatto venuta a offrire.
«Vuole bere qualcosa?» chiese Vincent, avvicinandosi al mobile bar.
«No, grazie» rispose lei, stringendo ancora tra le dita quel flûte di champagne che, dal momento del loro incontro, non era più riuscita a sorseggiare. Lo stomaco le si era completamente chiuso.
«Vanessa… non c’è un progetto di suo marito che porta il suo nome?»
«Sì. Un cabinato di diciotto metri» disse lei, incapace di nascondere l’orgoglio per quello che era il pezzo forte del catalogo, uno dei modelli più richiesti, e che il marito, in un atto d'amore, le aveva dedicato.
«Mmm… non le rende giustizia. Una donna così bella avrebbe meritato di vedere il suo nome su un panfilo, non su una barchetta da diporto» commentò lui con palese dileggio, facendo sentire Vanessa umiliata e il lavoro di suo marito profondamente sminuito.
In quel momento, sotto lo sguardo pesante di Vincent che la divorava, Vanessa provò un improvviso brivido di pentimento. Quell'abito rosso, che fino a poco prima le era sembrato un'arma di eleganza e coraggio, ora le pareva una trappola che si era cucita addosso da sola. La profonda scollatura che le lasciava la schiena nuda la faceva sentire indifesa, e lo spacco profondo, che sul divano si apriva mostrando l'intera coscia, sembrava quasi un invito esplicito. Si domandò con un moto di rimorso se non sarebbe stato meglio indossare qualcosa di più sobrio: un abito che parlasse solo di affari e non di pelle scoperta.
«Perché è qui, mia cara?» chiese l'uomo. La raggiunse sul divano e, senza darle il tempo di reagire, le posò una mano sul ginocchio.
Vanessa sapeva che Vincent era un uomo abituato a non sentirsi mai dire di no. Era stato proprio quello il motivo per cui l’accordo con suo marito era saltato: Diego non era pronto a scendere a compromessi, a svendere la sua azienda e il suo sogno. Lei, però, non era lì per umiliarsi. Voleva proporre un nuovo accordo, salvare l’azienda dalla bancarotta e impedire che la sua famiglia venisse schiacciata dai debiti. Pensava anche alle decine di operai e ingegneri che avevano creduto nel progetto di Diego e che ora rischiavano il licenziamento. Sapeva che, se fosse servito, avrebbe usato il suo fascino per far leva su di lui. Confidava nella propria capacità di mantenere il controllo, convinta di poterlo manipolare e portare a più miti consigli.
Ciò che Vanessa non sapeva , anche se era facile intuirlo , era che Vincent fosse uno squalo. Aveva basato l’intero suo impero sulla strategia e sulla spietata capacità di leggere gli altri. Era un maestro nell'annusare il sangue e il bisogno altrui, usandoli come un'arma per costringere chiunque a fare esattamente ciò che voleva lui.
Inoltre, per l’intera sua carriera, Vincent si era portato a letto le donne degli uomini che avevano cercato di fare affari con lui: mogli, fidanzate, figlie, sorelle. Lo faceva senza alcun riguardo e senza alcuna etica. Anzi, ognuna di quelle conquiste era per lui molto più appagante del guadagno economico che traeva dalle transazioni. Per Vincent, il vero profitto era il dominio totale, l’umiliazione del suo avversario.
«Perché è qui, mia cara?» ripeté Vincent. La sua mano sul ginocchio di lei si fece leggermente più pesante, una pressione calcolata per testare la sua resistenza.
Vanessa non si ritrasse, anche quando quelle dita cominciarono a muoversi risalendo verso l’interno della coscia, pronte a ghermire ciò che lei teneva serrato. Guardò la mano dell'uomo, poi sollevò gli occhi incrociando i suoi, piccoli e spietati. Sul viso dipinse un sorriso enigmatico, impassibile e morbido, studiato appositamente per disarmarlo.
«Sono qui perché mio marito è un ingegnere geniale, signor Leconte, ma non capisce gli uomini come lei. Io sì. E so che un investitore del suo calibro non si lascia sfuggire un affare da milioni solo per una questione di... incompatibilità di carattere.»
Con un movimento lento e incredibilmente fluido, Vanessa posò la propria mano sopra quella di Vincent, fermandola prima che potesse spingersi troppo a fondo. Non lo spinse via; al contrario, accarezzò le sue dita tozze con la punta delle unghie: un contatto leggero che sembrava una promessa. Vincent percepì il calore della pelle di lei e il suo sguardo si accese di una scintilla predatrice. Pensava di averla già in pugno.
«Interessante,» sussurrò lui, avvicinando il viso a quello della donna, tanto che lei poté sentire di nuovo l'odore forte dello scotch. «Quindi lei è pronta a offrirmi ciò che suo marito mi ha negato? È pronta a trovare... un compromesso?»
Il ricatto era chiaro, anche se non pronunciato esplicitamente. Vincent le stava chiedendo il prezzo del suo corpo in cambio della salvezza della Lucios Spa.
Vanessa incassò il colpo senza battere ciglio, mantenendo il controllo.
«Dipende» disse, senza staccare gli occhi verdi dai suoi.
Fece scivolare la mano lungo il braccio di Vincent, risalendo fino alla spalla del suo abito sartoriale, costringendolo sottilmente a inclinarsi verso di lei.
«Il compromesso è la base di ogni grande affare, Vincent» disse, usando per la prima volta il suo nome di battesimo, una concessione intima che fece leva sull'ego dell'uomo.
«Ma nel mondo degli affari non si compra mai a scatola chiusa. Prima di parlare di ciò che posso offrirle io, mi mostri cosa è disposto a mettere sul tavolo per la Lucios Spa. Dopotutto, sono qui per salvare un'azienda, il progetto di mio marito e tutte le vite a esso legate.»
Vincent ridusse ancora la distanza. La sua mano risalì lentamente lungo la coscia di lei, oltrepassando il limite dello spacco. Vanessa sentì un brivido di repulsione correrle lungo la schiena nuda, ma costrinse i muscoli a non irrigidirsi. Anzi, inclinò leggermente la testa all'indietro, offrendogli una visuale migliore del collo teso: una parziale concessione che bloccò l'avanzata dell'uomo. Vincent si fermò, assaporando quel momento di dominio. Per lui, vedere quella figura divina cedere terreno centimetro dopo centimetro era più inebriante di qualsiasi profitto.
«Suo marito è un uomo dal gusto impeccabile. E molto fortunato» le disse, spingendosi fin dove la resistenza del tessuto e del corpo di lei glielo concedeva. «Mi dica, come vi siete conosciuti?» le chiese poi, spostando le dita dalla coscia al seno, sfiorandolo appena.
«A Capri, sullo yacht di un amico comune» rispose lei. Vanessa mantenne il respiro regolare. Sapeva che finché l’attenzione di Leconte fosse rimasta concentrata sul suo corpo, lei avrebbe avuto lo spazio di manovra necessario per avere la meglio.
«E mi dica, si è concessa a lui il primo giorno?» le domandò Vincent, avvicinando di nuovo il viso al suo.
«Sì» confessò lei, con un sussurro studiato.
«Mi racconti i dettagli.»
«Ero lì con Filippo.»
«Filippo?»
«Il mio fidanzato dell’epoca.»
«Un fidanzato ufficiale?»
«Dovevamo sposarci di lì a poche settimane» ammise lei, fingendo di cedere alla pressione di quelle domande.
«E si è concessa a un altro uomo a un passo dal matrimonio?» incalzò Vincent. I suoi occhi piccoli brillarono di una gioia quasi perversa. Era la conferma che cercava: quella donna divina aveva una morale flessibile.
«Sì» ripeté lei, sostenendo il suo sguardo.
«Ammiro una donna che non si nega l’avventura e le possibilità che le concede la vita» commentò lui, visibilmente appagato da quella confessione.
«Non pensi male di me» sussurrò Vanessa, fingendosi timida.
«Teme il mio giudizio?» chiese lui, facendo scorrere il palmo lungo la linea della schiena nuda.
«Sono una moglie e una donna borghese» rispose lei.
Quell’ammissione fu la scintilla che fece crollare l’ultimo briciolo di autocontrollo dell’uomo. Convinto di aver abbattuto ogni difesa e che Vanessa fosse solo una preda consenziente, pronta a tradire di nuovo, Vincent decise che era il momento di riscuotere il suo premio.
Il suo approccio si fece improvvisamente più intimo e aggressivo. Con un movimento rapido e pesante le afferrò i fianchi, spingendola indietro contro lo schienale del divano. Il flûte di champagne che Vanessa stringeva ancora tra le dita oscillò pericolosamente, rischiando di rovesciarsi sul tessuto dell'abito. Vincent le schiacciò il corpo contro il proprio, annullando ogni millimetro di distanza, mentre le sue labbra cercavano avidamente il collo di lei, scendendo verso la scollatura profonda. Le sue mani grandi e tozze affondarono nella stoffa liquida, stringendo con una forza che non aveva più nulla del galateo, ma solo la violenza del possesso.
Vanessa sentì il cuore batterle in gola come un tamburo impazzito. La sensazione di repulsione minacciò di soffocarla, ma la sua mente rimase spietatamente lucida, anche quando l’uomo cercò di spingere la propria lingua nella sua bocca.
C’era troppo in gioco. Doveva assecondarlo, incassare il colpo, ma al tempo stesso riprendere il controllo del ritmo prima che fosse troppo tardi.
«Aspetti» disse lei. «Non così in fretta.»
Lo spinse via lentamente, con decisione ma con estrema delicatezza, quasi a non volersi negare, ma a voler creare un’attesa calcolata.
«Cosa c’è, mia cara?» chiese lui, con il respiro ancora corto per la foga.
«Non ho mai tradito Diego» confessò lei, guardandolo dritto negli occhi.
«Non lo consideri un tradimento, ma un sacrificio» le rispose lui senza esitare, con un sorriso sornione. «Un sacrificio che saprò ricompensare adeguatamente.»
A quelle parole, lo sguardo di Vanessa cambiò. La fermezza che aveva esibito fino a un attimo prima sembrò incrinarsi, lasciando spazio a una maschera di pura e dolorosa vulnerabilità. Abbassò le lunghe ciglia, permettendo alle spalle di cedere impercettibilmente, specchio perfetto del suo finto smarrimento.
«Un... sacrificio?» sussurrò, e la sua voce parve sul punto di spezzarsi. Sollevò gli occhi lucidi verso di lui, comunicando quella fragilità che tanto lo eccitava. «Il prezzo che mi chiede, Vincent, è molto alto…» gli disse, mentre lasciava che l’uomo esplorasse ogni centimetro della sua pelle, esposta o celata sotto il tessuto morbido del vestito. «Se devo farlo... se devo davvero vendere la mia anima per salvare la mia famiglia, cosa mi offre in cambio?»
Vincent assaporò quel momento con una gioia quasi mistica. Vedere quella creatura divina piegarsi, sentirla cedere, era il suo trionfo assoluto. «Ha il valore che lei , deciderà di dargli, mia cara» rispose lui con un soffio roco, convinto di averla ormai in pugno.
«Allora mi ascolti bene» continuò lei, avvicinandosi di pochissimo, quanto bastava perché il suo respiro caldo sfiorasse le labbra carnose dell'uomo. Mantenne però le mani premute sul petto gessato di lui, come a trattenere una minaccia.
«Nessun vincolo sui brevetti di Diego. Piena libertà di decisione sui progetti futuri. La Lucios Spa rimarrà di mio marito. Lei metterà solo i capitali e parteciperà agli utili, senza pretendere di possedere le sue idee.» Vanessa esitò, lasciando che un sospiro tremulo le sfuggisse dalle labbra, prima di assestare l'affondo psicologico: «Mio marito manterrà il controllo delle sue imbarcazioni. E io... io le darò il controllo su di me, per questa notte».
L'uomo sentì il sangue pulsare forte nelle tempie. Quella donna lo stava tenendo sulla corda con un'abilità diabolica, offrendogli il paradiso e subito dopo negandolo, nascondendosi dietro una fragilità che lo spingeva a volerla fare sua a ogni costo. Le condizioni erano pesanti, l'esclusiva aziendale che desiderava stava svanendo, ma l'ossessione di conquistare quella preda, fuori dal comune, lo stava accecando, spingendolo oltre i limiti della sua stessa avidità.
«Ha la mia parola» disse lui, incapace di attendere oltre.
«Vincent» lo guardò lei con aria sicura, «le parole di un uomo d'affari sono come le promesse di un marinaio» aggiunse, sfiorandogli il basso ventre.
L'imprenditore, accecato dal desiderio e convinto di aver finalmente trovato il prezzo di quella creatura divina, si allungò verso il mobile bar. Prese una penna stilografica d'oro e un blocco di carta intestata, scarabocchiando con dita tremanti le clausole che lei aveva preteso. Firmò con un tratto netto, pesante, e lanciò il foglio sul tavolo di vetro. «Ecco il mio impegno scritto. È vincolante, mia cara. Ora riscuoto il mio profitto.»
Ma Vanessa non subì la sua mossa. Prese in mano il ritmo del gioco, trasformando la finta vulnerabilità in un potere magnetico e assoluto. Con un movimento felino si avvicinò a lui. Non gli permise di spogliarla bruscamente; fu lei a guidare ogni cosa. Fece scivolare le bretelle sottili dell'abito rosso lungo le braccia, lasciando che il tessuto scendesse fino ai fianchi e rivelando la perfezione del seno. Vincent rimase a bocca aperta, il respiro bloccato in gola, completamente ipnotizzato.
“lei è divina, Vanessa” sussurrò ammirato
Vanessa si mise a cavalcioni su di lui. Lo spacco vertiginoso del vestito si aprì del tutto, svelando l'enigma che molti, quella sera, si erano posti. Sì, sotto l’abito Vanessa era completamente nuda, e in quella nudità si offriva a uno degli uomini più potenti del mondo, finendo, in quel modo, per possederlo a sua volta.
Vincent allungò le mani tozze per afferrarla, ma lei gli bloccò i polsi con una pressione leggera ma ferma, costringendolo a guardarla negli occhi.
«Il contratto è sul tavolo, Vincent, ma i fondi non sono ancora partiti» sussurrò lei, muovendo il bacino con una lentezza esasperante, sfiorandolo appena, accendendo in lui un fuoco tormentoso. «Se vuoi me, devi completare l'opera. Adesso.»
L'uomo, ridotto allo stremo da quell'attesa e da quel supplizio erotico, allungò la mano verso il suo telefono sul tavolo. Con le dita che quasi non obbedivano ai comandi, inserì le credenziali bancarie e autorizzò il trasferimento d'urgenza. Lo schermo illuminò la saletta, confermando l'operazione. L'azienda di Diego era salva. La sua famiglia era salva.
“la cifre che mi aveva chiesto tuo marito” le disse mostrandole il bonifico effettuato , sul display.
“il bonifico è immediato” aggiunse spogliandosi mentre lei, fissava la cifra domandandosi se altre donne nella storia si fossero offerte per una somma simile.
Solo allora Vanessa sciolse la presa sui suoi polsi, concedendogli il primo, reale contatto. Ma continuò a essere lei la padrona assoluta del tempo. Si unì a lui con movimenti sinuosi, cavalcando l'ossessione di quell'uomo con una grazia spietata. Vincent ansimava, travolto da un piacere che non riusciva a controllare, convinto di possedere la moglie di Diego Serrani, senza accorgersi che era lui a essere posseduto, svuotato del suo potere e del suo denaro centimetro dopo centimetro.
Ogni volta che l'uomo cercava di accelerare, di ritrovare la sua rozza brutalità per imporsi, Vanessa rallentava il ritmo, stringeva i muscoli del corpo, gli sussurrava parole dolci e manipolatorie all'orecchio, portandolo di nuovo al limite del delirio. Lo fece penare fino all'ultimo secondo, trasformando l'amplesso in un capolavoro di strategia, dove ogni suo gemito era calcolato e ogni spinta di lui era una cambiale pagata.
Quando Vincent raggiunse il culmine , un ultimo, disperato capriccio volle imprimere sul magnifico viso di lei il proprio marchio, una firma biologica, liquida e densa. Fu un gesto di potere, potere che sentiva sfuggirgli, poi stremato, crollò all'indietro sul divano. Era completamente svuotato, il respiro spezzato e gli occhi vitrei, privo di ogni residua spietatezza. Appagato, era convinto di aver riaffermato il proprio status e il proprio ego, sulla donna, la moglie di un altro, ennesimo trofeo della sua collezione, si abbandonò a quell'estasi esausto.
“sei stata fantastica” le disse, gettando la testa indietro, incredulo.
Non si accorgeva che, mentre restava in ginocchio davanti a lui, Vanessa lo guardava immobile: si era prestata a quel rituale di sottomissione solo per vendergli la perfetta illusione di aver vinto, mentre per tutto l’atto ,lei, lo aveva dominato.
Vista l’età del suo ospite e la sua scarsa forma fisica, la donna non dovette concedersi oltre. Ripreso rapidamente il controllo, si ripulì il viso con il dorso della mano, lo sperma dell’anziano sapeva di rancido, di corrotto ,una testimonianza di come doveva essere la sua stessa anima.
“anche tu” gli disse, come ultimo pegno al suo ego, poi rivestì con calma e si accinse a lasciare la stanza.
“è stato un piacere fare affari con lei ,Vincent” aggiunse, stringendo tra le dita il foglio che avrebbe cambiato il destino della sua famiglia.
«Ti rivedrò ancora?» le chiese lui con un filo di voce, nudo e sconfitto sul divano, guardandola prima di lasciarla andare. Per la prima volta nella sua vita si sentiva avvinto, totalmente affascinato da una creatura che non si poteva definire una donna normale. No, per lui era l’incarnazione di una dea.
«Sì...» rispose Vanessa, voltandosi appena sulla soglia, con un sorriso enigmatico che non lasciava trapelare alcuna emozione. «Ogni volta che dai nostri incontri ci sarà un reciproco beneficio».
Poi chiuse la porta alle sue spalle, scomparendo nella notte del lago.
scritto il
2026-09-10
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