Le regole del bravo cornuto
di
Qulottone
genere
dominazione
"L'Ostacolo"
Il salotto è una gola d'ombra. Solo la lampada art deco sul tavolino vomita una luce giallastra, tagliando l'oscurità con lame dorate che si spezzano contro i mobili. L'aria è un miasma stratificato: il tannino del whisky single malt che Armando sorseggia con gesti larghi, la vaniglia opulenta di Luisa — quella nota dolciastra che si marcia nel calore delle ascelle e nell'umido dell'inguine — e sovrastante tutto, il fetore primordiale di cazzo eccitato. Un odore di selvatico, di muschio animale e sale marino, che impregna le fibre del divano come una macchia permanente.
Armando è un monumento di carne sdraiato. Le cosce spalancate scavano due solchi nel velluto consumato. Il bicchiere di cristallo, pesante e freddo, gli pende dalla mano destra mentre il cazzo — quella bestia venata, con il glande arrossato e lucido di pre-sperma — si erge minaccioso dai pantaloni sbottonati. Le palle, gonfie e tirate, pendono pesanti sotto una peluria nera e folta come macchia mediterranea.
Luisa è inginocchiata nel vuoto tra le sue gambe. Le unghie laccate di nero graffiano l'inguine con la delicatezza di un rasoio, tracciando sentieri di fuoco sulla pelle. Il profumo della sua eccitazione — quel sentore acido e dolciastro di figa bagnata — si mescola all'odore del cazzo di Armando, creando un amalgama denso, quasi solido, che riempie i polmoni di chi respira quell'aria.
Carlo è immobile sulla soglia. I piedi sembrano inchiodati al parquet, ma non per forza: è la paralisi del predatore che sa di essere preda. Le mani lungo i fianchi tremano impercettibilmente, i polpastrelli che battono un ritmo di paura contro i fianchi.
CARLO (voce che si incrina come vetro sotto il tallone, i piedi piantati nel legno come radici marce)
«Dobbiamo… dobbiamo parlare. Io so tutto. Non possiamo… non possiamo far finta che…»
ARMANDO (sbuffa, il whisky scende nella gola con un gorgoglio sonoro. Poi gli occhi — due fessure di ghiaccio — si posano su Carlo con il disprezzo che si riserva agli insetti. Nel frattempo, Luisa avvolge le dita intorno all'asta, strizzando la punta fino a far emergere una perla di liquido trasparente che brilla nella luce)
«Parlare, cazzo? Ma di che minchia vuoi parlare, Carlo? Di come la tua troia di moglie mi pompa il cazzo ogni volta che le gira? O di come puzzi di paura — quella paura fetida, da animale in trappola — ogni volta che entri in una stanza dove c'è un vero uomo?»
(Ride, un suono basso che parte dal basso ventre, mentre Luisa strofina il pollice sulla fessura del glande, spargendo il pre-sperma sulla pelle lucida come olio su metallo lucidato)
«Guarda qui, merda.»
(Afferra il cazzo alla base, le dita che scompaiono nella peluria, e lo solleva verso Carlo. L'oggetto è pesante, minaccioso, una clava di carne che oscilla nel semibuio. Carlo arretra istintivamente, il dorso che urta lo stipite della porta)
«Questo è venti centimetri di cazzo vero, Carlo. Grosso, duro, e che sa di maschio. Tu cosa hai? Un pisellino rattrappito che nemmeno si alza? Quella cosa lì —» (indica con il mento l'inguine di Carlo) «— è uno spreco di pelle.»
CARLO (abbassa lo sguardo, le pupille che cercano rifugio nel proprio ombelico. Le mani si chiudono a pugno, le nocche che sbiancano come dita di cadavere. Il sudore gli imperla la fronte in perle che rimbalzano nella luce)
«Non è giusto… io sono suo marito… sono il suo…»
LUISA (un riso cristallino che si infrange contro le pareti. Poi la lingua — rosa e umida — lecca via il pre-sperma dalla punta con un suono viscido, un schlurp obscene che riempie la stanza. Il gemito che segue è animale, gutturale)
«Marito? Ma se non sai nemmeno cosa significa, Carlo! Questo —»
(Stringe il cazzo di Armando con entrambe le mani, un gesto di possesso totale. L'asta pulsa nella sua presa, viva, minacciosa)
«— è un cazzo da uomo. Un'arma. Il tuo è un giocattolo da bambino, quella cosa lì tra le gambe. E sai che odore ha?»
(Si sporge in avanti, il respiro caldo che accarezza il glande di Armando, facendolo gemere basso. Poi annusa l'asta con lentezza, le narici che si dilatano)
«Di potenza. Di uomo che sa quello che vuole e lo prende. Tu, invece, puzzi di insicurezza e di sudore freddo. Puzzi di fallimento.»
ARMANDO (spinge il bacino in avanti con un movimento violento, costringendo Luisa ad aprire la bocca e ad accogliere il cazzo con un colpo secco. Gli occhi restano inchiodati su Carlo, due pozzi di nero assoluto. Poi, con voce che stride come metallo sulla pietra)
«Avvicinati, stronzo. Non ti ho detto che puoi stare lì come un cane bastonato.»
(Carlo obbedisce. Un passo, due, le ginocchia che cedono come cerniere arrugginite)
«Più vicino. Voglio che senti l'odore del mio cazzo — quel fetore che la tua moglietta adora leccare, che la fa impazzire. Voglio che respiri quello che tu non sei.»
(Carlo si avvicina fino a quando il naso è a pochi centimetri dall'asta. L'odore lo investe: muschio, sale marino, quel sentore animalesco che solo un maschio dominatore, un alfa, può emanare. Luisa, intanto, scende a leccare le palle, il rumido della sua lingua che scivola sulla pelle rugosa e pelosa è umido, osceno, un slurp ritmico)
CARLO (chiude gli occhi, le palpebre che tremano. Il respiro è affannoso, un rantolo che esce dai polmoni compressi. Il viso è paonazzo, il sangue che affolla le guance in un rossore di vergogna assoluta)
«Vi prego… smettila, Luisa… per favore…»
ARMANDO (un altro scroscio di risate, poi la mano sinistra affonda nei capelli di Luisa e spinge con forza, costringendola a ingoiare il cazzo fino alla gola. Il rumore del respiro affannoso di lei si mescola ai colpi umidi della bocca che succhia)
«Smettere? Ma se è l'unica cosa che sa fare, questa puttana! Tu non la fai godere, Carlo. Non l'hai mai fatta godere. Lei geme con me, urla, implora. Con te è un pesce morto.»
(Luisa emette un gemito soffocato, il cazzo di Armando che le riempie la gola, le labbra che si stirano intorno all'asta. La saliva le cola sul mento, filamenti lucenti che pendono come bava)
«E sai una cosa? Mi eccita che tu sia qui a guardare. Mi fa venire ancora più voglia di riempirle quella bocca di sperma caldo, denso. Voglio che tu veda cosa prova una donna quando ha un vero uomo tra le gambe.»
CARLO (indietreggia di un passo, le lacrime che iniziano a scendere in silenzio, due rivoli che scavano solchi nel viso. Ma gli occhi — traditori — non distolgono lo sguardo dal cazzo che entra ed esce dalla bocca di sua moglie)
«Non posso… non ce la faccio… sto impazzendo…»
ARMANDO (si alza in un balzo, un movimento felino e predatorio. Afferra Carlo per il colletto della camicia — il cotone che strilla — e lo costringe a chinarsi, a portare il viso a pochi centimetri dal cazzo che pulsa, lucido, ancora più grosso da vicino, le vene che battono sotto la pelle)
«Zitto, maiale. Non ti ho dato il permesso di parlare.»
(Luisa continua a succhiare con avidità, il rumore dei colpi umidi riempie la stanza come un metronomo osceno, mescolandosi all'odore denso di eccitazione che ormai impregna ogni fibra)
«E ora, annusa. Annusa bene, stronzo. Questo è l'odore di un vero uomo, Carlo. Questo è quello che la fa impazzire, che la fa venire. Questo è quello che tu non hai e non avrai mai.»
(Carlo obbedisce. Chiude gli occhi, inala profondamente: l'odore del cazzo di Armando — muschio, sale, testosterone concentrato — gli riempie le narici, si insinua nel cervello, lo marchia)
«E tu… tu puzzi di debolezza. Di sconfitta. Di cuckold rifiutato.»
LUISA (si stacca per un istante, il cazzo di Armando lucido di saliva e bava, la punta arrossata e gonfia quasi da scoppiare. Poi si volta verso Carlo con un sorrisetto crudele, il mento bagnato che luccica)
«Ti piace, Carlo? Ti piace l'odore del cazzo che ti sta rubando la moglie? Ti piace sentire cosa significa essere un fallimento totale? O preferisci fingere che non esista, che tutto questo sia un incubo?»
(Torna a succhiare con voracità, mentre Armando emette un gemito profondo, le mani affondate nei suoi capelli che guidano il ritmo)
ARMANDO (con un ringhio che parte dalle viscere, spinge la testa di Luisa giù con violenza, costringendola a prendere tutto il cazzo in gola fino alle palle. Il rumore del suo respiro affannoso si mescola a quello dei colpi umidi, al gorg della gola che accoglie la carne)
«Sì, troia… fammi sborrare… Prendilo tutto, fino in fondo… Tutto in quella bocca di puttana…»
(Luisa ubbidisce, il cazzo le pulsa in gola, le mani stringono le palle di Armando, gonfie e pesanti come uova di drago. Gli occhi di lei si alzano verso Carlo, pieni di sfida e disprezzo)
«E tu, Carlo…» (lo fissa con odio puro, mentre il cazzo gli pulsa nelle labbra di Luisa, il piacere che gli deforma il viso) «…stai a guardare. Perché questa è l'unica cosa che sai fare. Guardare. E soffrire. E accettare che sei un cesso umano.»
(Armando eiacula. Non è un orgasmo, è un'esplosione. Il corpo si irrigidisce, la schiena che si inarca, un urlo animale che esce dalla gola. Il sperma esce a cannonate, caldo, denso, salato, riempiendo la bocca di Luisa che ingoia tutto con un gemito di piacere, leccandosi le labbra con soddisfazione animale. Il liquido caldo le cola dal mento, filamenti bianchi che pendono come macchie di vergogna. L'odore pungente e salato si mescola a quello del whisky e del sudore, creando un miasma indelebile)
(Poi si alza, si avvicina a Carlo barcollando leggermente per il piacere residuo, e gli sfiora la guancia con le dita bagnate di sperma, lasciando una scia lucida sulla pelle)
LUISA (sussurra, con un sorriso crudele, il fiato che sa di sperma e whisky, gli occhi che brillano di sadismo)
«Vedi, Carlo? Questo è un uomo. Questo è quello che voglio. Questo è quello che mi fa venire.»
(Gli spinge un dito in bocca, costringendolo a leccare il sperma di Armando, il gusto salato che gli riempie la lingua)
«E tu… tu sei solo il suo cagnolino che paga le bollette. Il tuo posto è sotto di noi, a guardare.»
ARMANDO (si sistema i pantaloni, la cerniera che chiude con un suono metallico. Poi si avvicina a Carlo e gli stringe la gola con una mano enorme, le dita che si chiudono intorno alla trachea, costringendolo a guardarlo negli occhi, a vedere la vittoria totale)
«E se mai ti viene in mente di rompere i coglioni ancora, giuro su Dio che la prossima volta ti faccio leccare i piedi mentre la scopo su questo divano, e poi ti piscio in bocca per farti capire chi comanda. Capito, stronzetto? E ora…»
(Lo spinge via con disprezzo, un calcio all'inguine che fa piegare Carlo in due)
«…vattene. Ma ricorda: lei è mia. Il suo culo è mio. La sua bocca è mia. E tu… non sei nessuno. Sei l'aria che respiriamo e che espiriamo. Sei nulla.»
(Carlo barcolla all'indietro, le lacrime che scendono senza controllo, il viso rigato di sperma altrui. Luisa ride e si accoccola contro Armando, il suo cazzo ancora semiduro e lucido che spunta dai pantaloni, l'odore del sesso che impregna l'aria come una sentenza definitiva)
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"La Lezione di Gigi"
Il bar è all'ultimo anello dell'inferno. Le pareti, un tempo bianche, sono ora una patina giallastra di nicotina e umidità, striate da condensa che scende come lacrime sporche. L'aria è un solido: birra stantia che fermenta nei tappeti, whisky economico che brucia le gole, fumo di sigarette che si stratifica in nubi basse sotto il soffitto. Il pavimento è appiccicoso di liquidi non identificati, una melma che attacca le suole.
Al tavolo centrale — un ripiano di formica scheggiata — quattro figure come in un quadro di Bosch. Armando occupa la sedia dominante, le gambe spalancate in un atteggiamento di possesso totale dello spazio. Il cazzo è duro sotto i pantaloni di lino, una protuberanza minacciosa. La camicia di seta è slacciata, il petto peloso e muscoloso che si alza e si abbassa con respiri profondi, i capezzoli scuri e turgidi.
Luisa è accomodata sulle sue cosce come un trofeo, le unghie laccate di nero che graffiano il colletto della camicia, tracciando solchi di fuoco sulla pelle. I fianchi si muovono quasi impercettibilmente, strofinandosi contro l'erezione di lui.
Di fronte, Carlo è una statua di sale. Le mani tremano sul bicchiere d'acqua — acqua, non alcol, perché deve soffrire lucido — il viso tirato in una maschera di tensione che sta per scoppiare.
E poi c'è Gigi. Magro, nervato, con uno stomaco duro che si intravede sotto la maglietta attillata. La pelle è lucida di sudore, una sigaretta spenta penzola tra le dita macchiate di nicotina. Il sorriso è una ferita beffarda, gli occhi scuri che brillano di una malizia crudele, predatoria.
Sul tavolo: bicchieri mezzi pieni di liquidi ambrati, una bottiglia di whisky a metà, un posacenere straripante di mozziconi. L'odore di alcol e fumo è un muro.
ARMANDO (beve un sorso di whisky, il liquido che scende con un gorgoglio. Poi fissa Carlo con uno sguardo che taglia, mentre Luisa gli accarezza l'inguine con noncuranza insultante, le dita che premono sul cazzo duro)
«Allora, verme… la nostra moglietta qui mi ha raccontato una cosa che mi rompe il cazzo. Mi fa incazzare nero.»
(Gigi ride, un suono secco come il fruscio di serpente. Aspira l'ultimo tiro di sigaretta, il fumo che esce dalle narici in due colonne, poi spegne il mozzicone nel posacenere con un gesto violento)
«Pare che ieri notte, dopo che io l'ho scopata per bene — dopo che le ho riempito la figa di sborra — tu ti sei segato nel letto, annusando le lenzuola dove c'era il mio odore. Come un cagnetto che annusa il culo del padrone.»
(Carlo sbarra gli occhi, le pupille che si dilatano. Offeso, umiliato, le mani che stringono il bicchiere fino a sbiancare le nocche, il cristallo che stride)
CARLO (voce che esce come un rantolo, gli occhi lucidi di rabbia e vergogna miste)
«Non è vero! Non è… io non ho…»
LUISA (un riso cristallino che si infrange contro le pareti sporche. Si alza, i fianchi che ondeggiano, e si avvicina a Carlo con passo felino. Si ferma davanti a lui, le mani sui fianchi in un atteggiamento di dominazione totale)
«Non mentire, Carlo. Ho visto le macchie sul lenzuolo. Bianche, appiccicose. E puzzava di te, di debolezza e di voglia repressa.»
(Carlo arrossisce, il viso che diventa violaceo, le vene che pulsano sulle tempie)
«Ti sei goduto all'idea che Armando mi avesse riempita, mentre tu non sei capace nemmeno di farmi gemere. Ti sei masturbato sul mio odore, sul suo odore, su quello che noi facciamo mentre tu dormi nella stanza accanto come un cuckold inutile.»
ARMANDO (si alza, la sedia che strilla contro il pavimento. Si avvicina a Carlo in due passi, gli afferra il mento con una mano enorme, le dita che affondano nella carne, costringendolo a guardarlo negli occhi. L'alito sa di whisky e disprezzo concentrato)
«Allora, frocio di merda… ti è piaciuto annusare il mio odore mentre ti segavi? Ti è venuto duro, stronzetto? Hai sporcato le lenzuola pensando a me che scopavo tua moglie? A me che le aprivo il culo con il mio cazzo grosso?»
(Carlo cerca di divincolarsi, ma Armando lo tiene fermo, le dita che lasciano segni rossi sulla pelle)
GIGI (ride, si alza con un movimento fluido, felino. Si avvicina a Carlo, gli dà una pacca sulla spalla — forte, secca, il suono del metacarpo contro la carne — che lo fa barcollare, il ginocchio che urta il bordo del tavolo)
«Ma dai, Carlo! Non fare il timido! Tutti sappiamo che ti piace il cazzo. Lo si vede da come guardi Armando. Lo si sente da come tremi.»
(Carlo sbarra gli occhi, scioccato, ma Gigi continua, il sorriso che si allarga mostrando denti gialli)
«E io adoro incularmi quelli come te. Quelli che si fingono etero ma poi tremano quando vedono un cazzo grosso. Quindi…» (si lecca le labbra, la lingua che scintilla) «…sarai perfetto per me. La tua lezione inizia ora.»
CARLO (indietreggia, la schiena che urta il muro umido. La voce è rotta dall'orrore e dalla vergogna, un filo)
«Io non… io non sono… non mi piace…»
ARMANDO (sferra uno schiaffo violento, il palmo che incontra la guancia con un crack secco che riempie il bar. Carlo cade a terra, le ginocchia che sbatterono sul pavimento appiccicoso. Il rumore attira l'attenzione di qualche avventore al bancone, che ora osserva con sorrisi compiaciuti, bevendo birra)
«Questa è per aver osato sborrare nel mio letto, stronzo. Per aver profanato le lenzuola con la tua sborra da fallito.»
(Carlo si porta una mano alla guancia, il dolore fisico che brucia, le lacrime che iniziano a scendere)
«E questa…» (gli sferra un altro schiaffo, ancora più forte, con il dorso della mano. Carlo cade all'indietro, le mani a terra per sostenersi sul pavimento lurido) «…è per aver pensato di poter competere con me. Per aver alzato la voce.»
LUISA (si china su Carlo, gli sputa in faccia con precisione. La saliva gli cola sulla guancia, raggiunge il collo, una macchia umida di disprezzo)
«Da stasera non dormirai più nel nostro letto, Carlo. Non meriti nemmeno di respirare la stessa aria di un vero uomo. Dormirai sul pavimento, come il cane che sei.»
(Gigi ride, si china e afferra Carlo per i capelli — una manciata di ciocche — costringendolo a rialzarsi in ginocchio. La testa è tirata all'indietro, il collo esposto)
«E per essere sicuro che non ti venga più voglia di toccarti, Gigi qui ti insegnerà cosa si prova a essere usato come si deve. Ti insegnerà il tuo posto nel mondo.»
(Gigi trascina Carlo verso il bagno, tra le risate generali che esplodono come fuochi d'artificio. La porta sbatte con violenza. All'interno: puzza di piscia rancida, disinfettante economico che brucia le narici, fumo stantio che impregna le piastrelle. Gigi chiude la porta a chiave con uno click definitivo, poi si abbassa i pantaloni con un movimento brutale)
(Il cazzo esce pesante, grosso, venato come un braccio di ulivo. La punta è arrossata, lucida di pre-sperma che gocciola sulla ceramica sporca. Carlo, in ginocchio sul pavimento freddo, tremante, cerca di indietreggiare, ma Gigi lo afferra per i capelli e lo costringe a guardare, a fissare quella bestia di carne imponente)
GIGI (ride, poi afferra la nuca di Carlo e glielo spinge in faccia, il cazzo caldo che sfiora le labbra tremanti, lasciando una scia di liquido trasparente)
«Dai, Carlo… apri quella boccuccia da troia. Non fare la vergine, che lo voglio.»
(Carlo, scioccato e spaventato, cerca di resistere, ma Gigi non molla la presa. Quando la punta del cazzo sfiora le sue labbra, Carlo sente un brivido inatteso che parte dalle viscere: l'odore di Gigi — muschio, sudore, testosterone crudo — lo eccita. Il suo cazzo, traditore, si indurisce nei pantaloni. Non vuole ammetterlo, ma il corpo reagisce, il sangue affluisce, l'erezione è dolorosa)
CARLO (cerca di divincolarsi, ma Gigi lo tiene fermo, il cazzo che preme sulle sue labbra, cercando di entrare)
«Non… non posso… non voglio…»
GIGI (ride, un suono crudele, poi gli affonda il cazzo in bocca con un movimento brusco, violento, riempiendogli la bocca di carne calda e dura. Carlo soffoca, la gola che si contrae)
«Ma sì che puoi, troietta. E lo vuoi anche. Lo sento da come respiri.»
(Carlo soffoca, ma non può negare che qualcosa in lui si accende: l'eccitazione lo travolge come un'onda, il sapore amaro sulla lingua lo fa gemere. Gigi inizia a spingere, il cazzo scivola in gola, e Carlo, tra il panico e il desiderio vergognoso, si ritrova a succhiare, le labbra strette intorno all'asta, le mani che afferrano le cosce di Gigi per regolare il ritmo)
(Gigi gode, il suo cazzo pulsante in quella bocca umida, calda, che succhia con avidità repressa. Ma non si ferma qui. Dopo qualche minuto di skullfucking violento — la testa di Carlo che viene spinta avanti e indietro — lo tira su per i capelli e lo spinge contro il lavandino, freddo e sporco di macchie di dentifricio secco)
GIGI (ride, poi sputa sulle dita e sul culo di Carlo, lubrificando con la saliva grossolana)
«Ora girati, puttana. Mostrami quel culo che è mio.»
(Carlo, con il cazzo duro nei pantaloni — duro e doloroso — obbedisce. Tremando, il cuore che batte all'impazzata, si gira. Gigi gli abbassa i pantaloni e le mutande in un gesto secco, lasciando il culo bianchissimo, tremante, esposto all'aria fredda del bagno. Le natiche sono chiuse, verginali, poi si aprono leggermente nel terrore)
(Gigi spinge la punta del suo cazzo contro l'ano di Carlo, che grida di dolore e sorpresa, il suono soffocato dal muro sporco)
CARLO (urla, cerca di divincolarsi, ma Gigi è troppo forte, troppo determinato. Il cazzo entra con violenza, strappando un urlo a Carlo che rimbomba nel bagno come un'agonia)
«NO! MI FA MALE! TI PREGO, BASTA!»
GIGI (con un ringhio animalesco, affonda tutto il cazzo in un colpo solo, facendolo sparire nel culo di Carlo fino alle palle. L'urlo di Carlo è disumano, le unghie che graffiano il lavandino di metallo, lasciando segni)
«Prendilo, frocio! Prendilo tutto! Questo è il cazzo di un vero uomo! Questo è quello che ti meriti, troia da strapazzo!»
(Carlo urla, il dolore è insopportabile, un fuoco che brucia, ma l'eccitazione non svanisce: il suo cazzo è ancora duro, pulsante, e ogni spinta violenta di Gigi lo fa gemere di piacere e dolore mescolati, confusi, indistinguibili)
(All'esterno, nel bar, Armando e Luisa ridono sentendo le urla di Carlo che echeggiano attraverso la porta sottile. Luisa si è messa in ginocchio sotto il tavolo e ha preso il cazzo di Armando in bocca, pompandolo con vigore, mentre lui gode delle urla di sottomissione altrui)
ARMANDO (ride, mentre Luisa gli succhia il cazzo con slurping sonori, il rumore umido che si mescola alle urla di Carlo)
«Senti che belle urla, Luisa? Questo è Gigi che insegna a un verme il suo posto nel mondo. Che gli sta spaccando il culo come si deve.»
LUISA (si stacca per un istante, il cazzo di Armando lucido di saliva, poi ride con malizia)
«Sì, Armando… faglielo capire bene. Spaccagli il culo. Fai in modo che non si sieda per una settimana.»
(Mentre fuori dal bagno le urla di Carlo si fanno sempre più disumane, strazianti, Gigi che grida: «Prendilo, troia! Prendilo fino in fondo! Prendi tutto il mio cazzo, puttana!»)
«Così imparerà a non toccarsi più. Così imparerà chi comanda.»
(Gigi accelera il ritmo, il cazzo entra ed esce dal culo di Carlo con violenza martellante, il rumore dei colpi contro le natiche — slap slap slap — rimbomba nel bagno come applausi. Carlo piange, urla, ma il suo cazzo è ancora duro, dritto, e non può negare che qualcosa in lui sta godendo, sta imparando, sta accettando)
(Dopo qualche minuto di sfondamento brutale, Gigi viene con un gemito animalesco, un urlo che esce dalle viscere. Il sperma esplode caldo, denso, che inonda il culo di Carlo, riempiendolo. Carlo crolla a terra, esausto, con il culo dolorante, rossissimo, gonfio, sporco di sperma, ma anche con il suo cazzo ancora duro e bagnato di pre-sperma proprio)
(Gigi si sistema i pantaloni, ride e apre la porta del bagno. Carlo è accovacciato a terra, il viso rigato di lacrime, sperma e vergogna, i pantaloni abbassati, il culo rossissimo e gonfio che pulsa, esposto alla vista di tutti)
GIGI (si sistema la cerniera, ride beffardo e guarda Carlo con disprezzo)
«Ecco, stronzo… questa è la lezione. La prossima volta che ti viene voglia di segarti, vieni da me. Ti insegnerò io come si fa.»
(Ride, mentre Carlo tremando cerca di coprirsi, il suo cazzo ancora duro che tradisce la sua eccitazione segreta, la vergogna totale)
(Tutti ridono nel bar, un coro di risate che esplode come fuochi d'artificio. Carlo rimane a terra, rotto, umiliato, ma anche confuso dal piacere che ha provato, dall'intensità. Non dormirà più con Luisa. E ogni volta che chiuderà gli occhi, sentirà le risate, le urla, il dolore, e il cazzo di Gigi che lo riempie di sperma caldo)
ARMANDO (gli dà un calcio nelle costole, facendolo gemere di dolore acuto, il corpo che si contorce)
«Da stasera, sai qual è il tuo posto. E se mai ti scordi…» (si china, gli sferra un altro schiaffo violento, il suono secco) «…Gigi ti ricorderà volentieri. Ti terrà il culo aperto per settimane.»
(Carlo singhiozza, il viso gonfio e coperto di saliva, sperma e lacrime, il cazzo ancora duro nei pantaloni abbassati, la sconfitta totale)
«E ora, vattene. Coglioni. Non ti vogliamo più vedere. Sei solo un buco da cazzo ora. Un oggetto.»
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